i piombi

[…] ogni tanto, andavo a passeggiare da sola nel parco e scendevo giù fino al cancello a guardare la strada, là fuori; o, mentre Adèle giocava con la bambinaia e Mrs Fairfax preparava confetture in dispensa, salivo tre rampe di scale, sollevavo la botola dell'attico e, raggiunti i piombi, spingevo lo sguardo lontano, oltre i campi e le colline, lungo il vago orizzonte. In quei momenti avrei tanto voluto spingere la mia vista al di là di quel confine, per raggiungere il mondo pulsante, città e regioni piene di vita di cui avevo sempre sentito parlare ma che non avevo mai visto, e desideravo con tutta me stessa acquisire più esperienza di vita vera di quanta non avessi, fare nuovi incontri e scambi e conoscere persone diverse di quelle che avevo a disposizione. Apprezzavo quel che vi era di buono in Mrs Fairfax e in Adèle, ma credevo nell'esistenza di altre e più intense forme di bontà e volevo osservare più da vicino le cose in cui credevo.
Chi mi biasimerà? In molti, senza dubbio; e mi diranno pure che sono incontentabile. Ma non potevo farci niente; l'inquietudine era insita nella mia natura e a volte mi agitava fino a farmi star male. In quei momenti il mio unico sollievo era camminare su e giù per il corridoio del terzo piano, protetta dal silenzio e dalla solitudine di quel posto, e lasciare libero sfogo alla mia fantasia e alle luminose visioni che nascevano, fervide e abbondanti, nella mia mente; allora sentivo il cuore palpitare di un'esaltazione che lo riempiva d'inquietudine, ma allo stesso tempo lo colmava di vita; e soprattutto ascoltavo, dentro di me, una favola che non finiva mai… una favola creata dalla mia immaginazione, narrata senza sosta e arricchita da ogni genere di evento, la vita, le passioni, i sentimenti che desideravo e non trovavo nella mia esistenza attuale.
—  Charlotte Brontë, Jane Eyre