i nuovi

anonymous asked:

Se potessi riassumere in una risposta tutte le cose che sono successe sul tuo blog per i lettori nuovi che hai ora e che avrai in futuro, potresti? Spesso ti fanno domande su persone precise e non sapendo come loro hanno influito su di te e cose simili, puoi riassumerci qualcuno?

Io sono Joy.
Nata in Albania, cresciuta a Taranto, ritrasferita in Albania e infine, ora abito a Torino.
Ho questo blog da più di 4 anni, l'ho creato perchè ero sola. Sola davvero. Nessuno con cui parlare, prendere un caffè, ridere. A quei tempi ero con un ragazzo, Luca. Eravamo a 328km di distanza, un mare -il mare- lontani. Lo amavo. Dio se l'amavo. Mi chiedo da dove tiravo fuori tutto quell'amore. Siamo stati insieme quasi 3 anni. Anni bellissimi quanto dolorosi, per entrambi. Era difficile e ce l'abbiamo messa tutta a restare insieme, ma poi è diventata troppo pesante. Così, ci siamo lasciati.
Dopo di lui, sono cambiata. Forse in meglio, o forse no. Non ve lo so dire. Ma in tutto questo non ho mai smesso di sognare e scrivere.
Al momento vivo dentro i miei sogni, faccio la vita che ho sempre voluto vivere.
Non sono più sola. Sono circondata da persone con cui parlare ed essere me stessa.
Ma continuo ad avere questo blog, perchè mi ha aiutata. Qui ho scritto tutto quello che a voce non riuscivo a dire. Perchè ho conosciuto persone che oggi fanno realmente e fisicamente parte della mia vita.
Concludo dicendo che credo nell'amore, nei sogni, nell'arte, nelle persone, nella musica e soprattutto nelle parole. Amo le parole, ne sono totalmente innamorata. Voglio ricordarvi, ancora una volta, che le parole hanno un peso. Usatele con cura, cercatele attentamente prima di pronunciarle o scriverle. Le parole possono cambiare, distruggere, far sorridere, cambiare la giornata, dare speranza. Parlate sempre, ma prima pensate.

L'universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l'oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall'abisso.
—  PHILIP K. DICK

Una musica soave ho udito ed in cielo è comparso uno spartito. Le nuvole erano lo sfondo di questo paesaggio tanto speciale ed originale. Inizia la danza dei cuori innamorati, di quelli appassionati. Le note sono lì pronte da suonare, ho sognato o è realtà canto ed arriva la felicità l’ allegria ed esplode l’ armonia in tutti i cuori e nascono nuovi amori
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Ann@❣

Cara mamma,
scusami se non sono la figlia perfetta che hai sempre voluto.
Scusami se invece di prendere dei voti altissimi, a scuola sono nella media.
Scusami se d'estate invece di andare al mare voglio stare a casa con il ventilatore a palla e d'inverno invece di uscire il sabato sera voglio stare sotto le coperte ad ascoltare la musica mentre leggo.
Scusami se invece di spendere i soldi per dei nuovi vestiti, li uso per i biglietti dei concerti dei miei idoli.
Scusami se invece di uscire sempre truccata, ogni tanto mi piace non truccarmi.
Scusami se la mia camerina è ricoperta di poster invece che foto.
Scusami se invece di essere piena di amiche, ne ho poche e lontane da me.
Scusami se invece di appassionarmi ad un libro vero e proprio ogni tanto mi perdo nelle storie sui miei idoli su internet.
Scusami se faccio schifo.
Scusami se preferisco vivere nei sogni invece che nella vita reale.
Scusa per tutto questo ma te non migliori le cose urlandomi contro quanto faccia schifo e quanto io sia sola.

La giornata è iniziata con una valanga di merda che un capo ha ricevuto e che ha ben pensato di sgrullarsi addosso a me, ma ho fatto un grande respiro e gli ho mandato una email calma e ben appuntita e spessa da infilarsi nel culo
Più vado avanti e più penso che l’ignoranza sia il male peggiore, ma so che non avrò mai ragione in assoluto
L’altro giorno mia madre mi ha detto che una coppia di amici aspetta un altro bambino, sarebbe il secondo, loro sono i tipi che vivono in periferia a Roma nelle case popolari assegnate tipo negli anni 70/80 e che adesso anche avendo un reddito agiato se le passano di generazione in generazione (ma tanto evadono il fisco, quindi) e prima votavano Berlusconi adesso suppongo Lega
Non hanno mai pagato tasse, lavorano da autonomi in nero, il padre di lei l’ha sempre viziata e comprava ogni anno macchinoni nuovi con i soldi che non dichiarava
Adesso lei e suo marito che come priorità ha la Roma (intendo la squadra) aspettano non il primo, ma ben il secondo figlio e io a mia madre a questa notizia ho detto che avrei preferito non ne facessero proprio
Lei che è un’anima pura, mia madre, ha voluto sapere perchè pensassi così visto che sono delle brave persone (che misura utilizzi mia madre è da approfondire), ho risposto: perchè sono ignoranti
Me ne sono pentita di aver sputato su di lei il mio cinismo e nel momento in cui gliel’ho detto ho avuto un tuffo nello stomaco, mia mamma non se lo merita, non ha ribattuto, ma lo so che capisce cosa intendo però non condivide
Lo so
Non la renderò mai nonna ed è il mio dispiacere più grande, non posso fare figli per lei, non posso
In ogni caso è finito il tempo di correre e affannarsi e cercare di stare al passo con i tempi
I tempi non esistono più, dobbiamo andare lenti, pensare ad una cosa per volta con calma, non dobbiamo riuscire a fare tutto, ma quel che facciamo lo dobbiamo fare bene e con presenza
L’ambizione deve essere quella di esser sereni, non quella di fare per forza per non esser da meno, meno di chi poi
Nessuno avrà più soddisfazione di noi nel godere dei nostri attimi e nessuno ci correrà dietro se noi non glielo permettiamo
Lentezza
Sarà la mia parola magica

E’ davvero passato un altro anno.

Devo dire che di solito non mi è mai importato più di tanto del conto alla rovescia. Wow, è cominciato il 2012. Che figata, il 2013. Che bello, il 2014. Comincia il 2015, chissenefrega. Cosa c’è di diverso? Nulla, è solo un calendario che segna una cifra differente.

Eppure… questa volta è stato davvero diverso. Non so se sia a causa della moltitudine di eventi accaduta nel defunto 2015 o del pensiero di quanto completamente diverso e rivoluzionario questo 2016 potrebbe essere per me, eppure… eppure il conto alla rovescia m’ha colpito. Un nodo in gola, l’immancabile ansia. Non lo so, è finito quest’anno.

E’ finito l’anno del mio primo amore.

E’ finito l’anno delle delusioni, della fiducia demolita.

E’ finito l’anno di quel ragazzo che finalmente mi contatta e che dopo tre mesi è il mio miglior amico. 

E’ finito l’anno dell’estate chiuso in casa, della mia amica e di sua madre che mi pregano di andare al mare con loro e di me che rifiuto, e ormai il numero di mesi che non vedo il mare ha raggiunto quota diciotto. 

E’ finito l’anno dei brutti pensieri, del baratro toccato più e più volte. 

E’ finito l’anno di “nessuna te la darà mai” e di “perché non ti sei ucciso? Avresti fatto bene, sei ancora in tempo se vuoi”.

E’ finito l’anno dei miei genitori che scoprono il blog e che probabilmente leggeranno pure questo post.

E’ finito il 2015. L’anno della prima sbronza, del vizio del fumo, di “papà, te lo dico così come viene: fumo”, della famiglia che sembrava così vicina a distruggersi definitivamente e che invece poi s’è ricomposta come sempre, un po’ per magia.

E’ finito l’anno dei parenti paterni che di punto in bianco mi odiano quando invece avrebbero dovuto starmi vicino come non mai.

Quante cose sono successe? La porta smontata, la psicologa, i biglietti per Roma, la voglia di viaggiare, Tumblr (come sempre), bff, rag, “hai fatto bene a non portartelo al mare, quello si sarebbe ucciso”, ‘mi sento odiata da tutti’, il primo incontro con Carmen.

Le serate con lei, le serate con lei in chat. E tutte quelle serate a letto, in preda allo sconforto. Le cuffie, la musica. Gli Imagine Dragons, Milano, le nuove amicizie. I nuovi professori, le materie diverse, la media che inspiegabilmente è quasi più alta ora che l’anno scorso.

E le serate a discutere con i miei perché sì, cazzo, questo sogno lo voglio realizzare.

La lettera d’addio, tutte quelle bugie, le sigarette nascoste nell’astuccio insieme alle penne, il preside che sgama la bestemmia che ho scritto sul muro, i capelli costantemente in disordine, i due mesi senza zucchero, senza sale, senza caffè e senza una gioia. Il telefono morto, i libri nuovi.  

Dio, quanto ancora potrei continuare.

E ora che anno si apre?

Se penso all’anno prossimo, se penso alla mezzanotte del primo gennaio 2017, io non ho idea di come sarà.

Forse è anche per questo che stasera non so come sentirmi. Cazzo, questo deve essere il mio anno. Deve, deve per forza, è arrivato il mio momento, ora o mai più. Mai più? Io spero di no, ma potrebbe essere. Potrebbe andare tutto male, proprio come quest’anno. Io lo so, è inutile fingere che non possa accadere. Andrà tutto male, ogni singola cosa pianificata si rivelerà nulla, incompleta, irrealizzabile. Eppure spero con tutte le mie forze che Dio, Allah, la fessa, qualunque divinità ascolti le preghiere di questo **enne e riesca a mandarmi una gioia, per una volta.

L’anno prossimo deve andare come dico io. Ma no, non è l’anno prossimo. E’ quest’anno. E’ già cominciato. Non è più futuro, è presente. Io l’anno prossimo non sarò in questa cameretta, non ci sarò.

Lo so che non ci sarò. devo solo aspettare.

E mentre aspetto e aspetto che arrivi l’ora di andare a festeggiare a modo nostro questo nuovo 2016, non riesco a smettere di pensare. Penso al passato, penso al futuro, al presente. A quanto sia cambiata la mia vita e a quanto debba cambiare ancora, per forza, ancora più prepotentemente. Deve andare tutto come ho programmato, almeno quest’anno, almeno questa volta. Deve, non c’è una seconda scelta.

Buon anno a voi, io mi fumo una sigaretta.

Adoro i viaggi lunghi, quelli che durano ore, dove stai lì con le cuffie fissando il finestrino e i posti nuovi e ti soffermi su ogni pezzo delle canzoni che ascolti, e ogni pezzo è un ricordo, e ogni ricordo è una lacrima. Quei viaggi in cui spero di riuscir a dimenticare qualcosa o qualcuno ma finisci per sentirne la mancanza. Quei viaggi in cui pensi a come poter iniziare una nuova vita senza aver paura che qualcuno sappia del tuo passato. Quei viaggi che ti fanno capire cosa non vuoi perdere.
—  Be happy

Stamattina ho usato i trucchi nuovi. Già vi avevo detto che io e i trucchi siamo due pianeti totalmente separati, no? Dunque, alle 6 e 15 di questa mattina, ho deciso di testare questi trucchi per la prima volta per andare all'Università. Bene. Comincio dal correttore. Lo prendo, tolgo il tappo, giro la rotellina per far uscire sta roba e lo applico sotto all'occhio come illustratomi dalla commessa (mi avrà scambiato per una deficiente ignara di cosa fosse il correttore). Inizio a stendere e mi trovo una chiazza di correttore gigantesca su tutta la guancia. Mentre bestemmio interiormente perché odio i mascheroni, continuo a stendere sta roba, cercando di dare un senso al mio acquisto. Ci riesco. Passo all'altro occhio. Questa volta picchietto per scongiurare un nuovo disastro ma devo picchiettare più e più volte per non ritrovarmi con una faccia truccata in modo asimmetrico. Passo al fard. E’ più rosato del vecchio e ciò, in aggiunta alla schifosa luce delle 6.25 che c'è nel bagno e al fatto che il pennello è dello stesso colore del fard stesso, non mi fa capire quanto cazzo ne sto mettendo. Faccio come fanno le nonne quando preparano i dolci: vado ad occhio. Metto la matita e il mascara (che sono i vecchi quindi subito faccio). Esco dal bagno dopo 20 minuti snervanti. La luce in casa fa ancora schifo e quindi non so capace di capire che minchia ho combinato. Vado alla fermata con fare temerario ma ai primi sguardi rivoltimi dai passanti addormentati, mi inizio a complessare e mi metto gli occhiali da sole. Il dubbio di essere truccata alla cazzo di cane mi tormenta per tutto il viaggio in pullman e si interrompe solo quando, guardandomi allo specchio stranamente ancora appeso nel cesso dell'università, mi accorgo di essermi truccata bene e che sono pure discretamente carina.

C'è una Clio Makeup in me e non lo sapevo.

Oggi un'educazione classica come quella di Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo facendo risultar ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani. Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria prima di morire."»
—  Italo Calvino, Perché leggere i classici
Ascoltatemi per un minuto o poco più, per favore.
Godetevi i momenti no.
Le notti passate a piangere, gli abbracci caldi di un amico, il buongiorno di uno sconosciuto, i compiti andati male, i voti che non vi hanno reso giustizia, i nuovi amori, il caffè, i tramonti, i tradimenti, le coperte, i libri.
Godetevi i libri, e le storie sotto ogni copertina. Ne ricordo una in particolare in cui il protagonista dice:
«La verità è che le maratone sono fatte di passi, le giornate di secondi e i corpi di cellule.
Un passo fatto male è una storta.
La risposta sbagliata, scritta in un secondo, è un esame fallito.
Una sola cellula neoplastica è un cancro.
Particolari, sempre quelli!»
Particolari. E sono sicura che avrete letto queste parole con la stessa disinvoltura con cui le lessi io, tanto tempo fa.
Ma vorrei sottolinearne una: cancro.
E aggiungerne altre due: venti anni.
Venti anni, capite?, quando a venti anni si bacia, a venti anni si ama, si fa l'amore, si esce con gli amici, si bocciano esami, si cerca lavoro, si vince, si lavora, si torna a casa tardi, si bacia mamma dicendole di non preoccuparsi, si pasticcia in cucina, si ascolta musica tutto il giorno, si ride. Si ride. A venti anni non si sta dentro una bara in qualche cimitero in collina. A venti anni si ride.
E io vorrei ricordarvi di ridere.
E di godervi l'aria che respirate, vostra madre, vostro padre, tutte le ingiustizie del mondo, la pioggia, il vostro cane, il vostro gatto, i capelli sporchi, il pullman in ritardo (arriverà), e le discussioni (si risolveranno), il ragazzo che vi tradisce (troverete sicuramente di meglio), l'esame bocciato (la prossima volta vi impegnerete di più).
Godetevi ogni cosa, godetevi l'acqua e le carezze. Le carezze. I baci sulle guance, «Sei stupenda», «Ci sentiamo domani», il freddo, il sesso, il tè caldo, le occasioni, i contrattempi, i fallimenti.
Godetevi ogni cosa, per favore.
E ricordate di rendere ogni giorno il vostro giorno.
Festeggiate il vostro compleanno, festeggiatelo anche due, tre, cinque volte, festeggiate ogni giorno, andate in palestra, al mare, andate al mare, e viaggiate, fate quello che volete, come volete, e vivete, e amate, amate, amate, amate.
A volte ci dimentichiamo del tempo che scorre, e che trascorriamo odiando, logorandoci, pensando di non potercela fare, stando fermi, immobili, giudicando, guardando il soffitto quando,
ehy,
prendi fiato e ricomincia da capo,
sei ancora in tempo.
Ciao A
—  Delirium, facebook
Le cene con Meltdown finale e i magnifici anni ‘80.

Ogni sabato sera ci troviamo tra amici a casa di qualcuno. A cena. Noi grandi mangiamo, beviamo, fumiamo. I bambini, invece, si sgozzano nel basement. Il basement è quello che tutti noi conosciamo dai film americani, quando uno scende le scalette e c’è questa specie di cantina semi buia dove si annidano mostri e assassini o in alternativa ci va per nascondere il cadavere della moglie. 

Nella realtà è una stanza adibita a sala giochi per i bambini, tranne un angolo dove molti ci piazzano il tapis roulant e la televisione. È una grande invenzione perché per qualche ora hai la parvenza di poter stare a cena tra amici senza nessuna sorta di rotture di coglioni. Come se non avessi mai avuto un figlio o fosse stato già rapito, smembrato e venduto al mercato degli organi di Cancun. 

L’altro sabato, tra i vari discorsi, si è affrontato il tema della sincerità, ma non quella da filmetto-commedia italiana tipo “ha mai tradito il tuo compagno?”. Ma certo, lo sappiamo tutti che si scopa un’altra, non c’è bisogno di raccontarci queste cazzate, bensì ci si chiedeva del rapporto figli-genitori. Esiste realmente l’amore genitori-figli o stiamo parlando di una condizione imposta dalla società, un po’ come quando andate in giro a dire che vi piacciono i Led Zeppelin e poi uno sale a casa vostra e vi trova i CD di Baglioni in bella vista e ancora caldi. Dico, essere genitore presuppone un amore incondizionato verso i figli semplicemente perché se n’è messo al mondo uno o perché la società ve lo impone? E poi, potete andare in giro a dirlo apertamente?

La realtà, molto spesso, è che inizialmente hai davanti un perfetto estraneo che rompe completamente la tua vita di coppia. Da 2 si passa a 3. La famiglia è la rottura della coppia. Non scopate più sulla lavatrice accesa o sul tavolo della cucina, ma probabilmente sul divano di casa perché in camera vostra sta dormendo il “pargoletto” e mentre lo fate vi ritrovate pure un pannolino taglia 2 infilato su per il culo perché, altra cosa, non tutti vivono nell’ordine maniacale e i pannolini possono finire pure in mezzo al divano. Almeno quelli puliti.

Così si confrontavano le varie esperienze. In Nebraska sembra alquanto tabù andare in giro a dire che non ti taglieresti un braccio per tuo figlio. Un po’ come molto spesso ho visto in Italia. A Berlino, invece, era l’esatto contrario. I neo genitori dovevano/devono in tutti i modi far vedere che la loro vita sociale non è stata minimamente intaccata. Anche quello può essere uno stress terribile perché non mi posso ubriacare tutte le sere e vomitargli addosso mentre lo sto cambiando in pian notte. Fa schifo.

Ma provate a dire a uno a Belrino - no, sta sera non esco, sto con i bimbi - o qua ad andare in giro a raccontare che i primi mesi, non appena vostro figlio era nato, avevate solo voglia di tornare indietro. Di soffocarlo durante la notte. Al massimo di abbandonarlo sui gradini di Trigoria affinché un ricco miliardario se ne fosse poi preso cura. Probabilmente nessuno v’inviterebbe più per il thanksgiving. 

Ovviamente è un sentimento che va affrontato, ci si lavora sopra e poi, con il tempo, scopri che la relazione genitore-figlio te la costruisci passo dopo passo. Io, per esempio, oggi adoro parlare con i due grandi, quando mi raccontano le loro giornate. Ma i primi mesi hanno rischiato tante volte di non conoscere mai il padre.

E mentre concordavamo tutti su questo punto, ognuno con i suoi dettagli, le storie, bevendo vino e grappa, tutti i bimbi andavano incontro ad un melt-down di proporzioni epiche dovuto ad eccesso di eccitazione e zuccheri a cui seguivano una serie di scene da ospedale psichiatrico degli anni ‘50. La bimba che sbrocca e si spoglia completamente, due che iniziano a saltare sul divano, quello che implode in se stesso e si mette sotto il tavolino a giocare con qualche pupazzetto sbattendolo ritmicamente sul pavimento, l’altra che corre via con la maschera di superman e l’ultimo che scoppia a piangere senza motivo.

E noi, guardando quella scena con serafico e alcolico distacco, ci si versava da bere altro vino e ci si chiedeva se da questi 4 anni di Trump magari non nascano i nuovi Dead Kennedys, un po’ come accadde negli anni ‘80 durante il periodo di Reagan.

Sarebbe già qualche cosa.

Questa è la vera storia dell’aurora boreale.

Migliaia e migliaia di anni fa non esisteva ancora. Questo accadeva quando gli essere umani in tutto il mondo vivevano vite molto simili. Cacciavano per procurarsi il cibo, formavano famiglie e tribù. Si svegliavano insieme al sole e andavano a dormire quando tramontava. 

Poi arrivò una ragazza che si accorse che il mondo stava cominciando a diventare più grande, più complicato. Si costruivano delle barche che potevano navigare lungo i fiumi per raggiungere nuovi posti. Gli uomini iniziavano a dipingere, a scrivere, a suonare.

Quella ragazza capì che la sua vita avrebbe potuto seguire sentieri diversi e si preoccupò che la si spingesse a seguire quello sbagliato. E se avesse voluto diventare un’avventuriera? E se fosse stata destinata a diventare una pittrice, ma nessuno le aveva mai dato un pennello prima? Per tutto il giorno pensava alle altre vite che avrebbe potuto vivere.

Tutte quelle possibilità iniziarono a riempire la ragazza, diffondendosi nel suo corpo. I piedi le diventarono così pesanti che non riusciva quasi a camminare. Non poteva sollevare le braccia per mangiare.Le possibilità iniziarono a schiacciarle i polmoni, rendendole difficile respirare. 

Preoccupati, i genitori chiamarono il dottore della tribù. Lui però non sapeva dire cosa non andasse in lei. Tutti si recarono a vederla, ma nessuno riusciva a comprendere cosa la rendesse così pesante. Più le persone andavano a trovarla più lei peggiorava. 

Il problema era che lei riusciva a vedere questa cosa anche negli altri: tutte le vite che quelle persone non stavano vivendo. La maestra con il cure di un guerriero. Il contadino con l’immaginazione di uno scrittore. Passò il tempo. 

Per ogni persona che andava a farle visita, la ragazza peggiorava sempre di più. Lei voleva dire loro cosa stava succedendo, ma la sua lingua era troppo pesante per parlare. Infine, un giorno, fu davvero troppo. C’erano troppe vite perché la ragazza potesse contenerle tutte. 

Ci fu un lampo.

Fu il lampo più accecante mai visto sulla faccia della Terra e prese con sé la ragazza e tutte le vite che aveva dentro di lei, portandole su nel cielo. Ecco che cos’è l’aurora boreale. Sono tutte le vite che non stiamo vivendo. Non solo quella della ragazza, ma di tutti. 

Secondo la leggenda, la prima volta che vedi l’aurora boreale ti viene rivelato il tuo sentiero. 

Dovrei smettere

Dovrei smettere di pensarti
dovrei scrollarti dalla testa
chiudere la porta
e non aspettarti più
levare il simbolo del cuore dal tuo nome
salvato nel telefono
e salvarti come “non chiamarla”
dovrei cambiare serratura agli occhi
e fare un nuovo mazzo di chiavi
solo per me
solo per guardare i nuovi altrove

dovrei ritornare a stapparmi
le birre con l'accendino
e scolarmene un paio
senza noccioline
senza stuzzichini
davanti a un tramonto magari
così da non essere triste da solo
ché il sole quando scende dietro le montagne
fa compagnia alle persone tristi
e ti ricorda che anche le cose più grandi
prima o poi
si dirigono verso il buio

dovrei smettere di pensarti
dovrei scrollarti dalla testa
guardare il cielo solo nei giorni opportuni
uscire solo di sabato
e tornare di domenica mattina
con la faccia brutta
come le pubblicità delle banche

dovrei smettere di pensarti
e iniziarmi ad ascoltare
e invece no
me ne frego
me ne frego di me e di quello che penso
a me va di pensarti
e credere che non sia giunta ancora
l'ora
del nostro tramonto.

Lo so che ho solo 12 anni e che fino a ieri ascoltavo i 5 Seconds of Summer, però i Green Day sono i migliori assoluti e chi non la pensa come me non capisce un cazzo e deve morire all’inferno. 

ora vado ad imparare a suonare la chitarra così potrò postare tutte le mie cover su youtube e guadagnare i soldoni e Billie Joe mi sposerà. 

E quando ci incontriamo fare finta di non vedersi e poi spararsi alle spalle. Ma con l'amore necessario a fare passare la pallottola da una parte all'altra senza sfiorare nessun organo vitale. Continuiamo a camminare con i nostri giubbotti antiproiettile e in tutte e due le mani quegli arnesi che servono per scacciare i cani, per tenere a debita distanza i nuovi rapporti umani.