hazel and augustus

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Quando vai al pronto soccorso una delle prime cose che ti chiedono di fare è dare un voto al tuo dolore su una scala da uno a dieci. In base alla risposta decidono quali farmaci usare e con che velocità somministrarteli. Quella domanda mi era stata fatta centinaia di volte, e mi ricordo che una sera che non riuscivo a respirare e mi sembrava di avere il petto in fiamme, col fuoco che lambiva l'interno del costato lottando alla ricerca di un modo per esplodere fuori dal mio corpo, i miei genitori mi hanno portato al pronto soccorso dove un'infermiera mi ha chiesto questa cosa del dolore. Io non riuscivo nemmeno a parlare, così ho fatto vedere nove dita.Più tardi, dopo che mi avevano dato qualcosa, l'infermiera è tornata, e accarezzandomi la mano mentre mi misurava la pressione ha detto -Sai come faccio a sapere che sei una vera combattente? Hai dato nove a un dieci.-Ma non era vero. Gli avevo dato nove perchè stavo tenendo da parte il dieci. Ed eccolo qui, il grande, terribile dieci, che mi colpiva con violenza ancora e ancora, mentre stavo distesa nel mio letto, immobile e sola, a fissare il soffitto, con le onde che mi scaraventavano contro le rocce e poi mi trascinavano di nuovo in mezzo al mare così da potermi rigettare contro la parete irta della scogliera, lasciandomi a galleggiare nell'acqua a faccia in su, senza per questo affogare.
Augustus Waters era un bastardo che adorava autocelebrarsi. Ma noi lo perdoniamo. Lo perdoniamo non perché avesse un cuore buono in senso figurato quanto quello autentico faceva schifo, non perché ne sapesse di più su come si tiene una sigaretta in bocca di qualunque altro non fumatore della storia, non perché ha ottenuto la sorte di vivere diciotto anni quando avrebbe dovuto viverne di più. – Diciassette – Sto dando per scontato che tu abbia ancora un po’ di tempo, bastardo rompiballe. – Credetemi – ha ripreso, – Augustus Waters parlava così tanto che sarebbe stato capace di interrompervi al suo stesso funerale. Ed era presuntuoso: buon Gesù, quel ragazzo non si faceva mai una pisciata senza meditare sulle abbondanti risonanze metaforiche dello spreco di liquame umano. Ed era anche vanitoso: non credo di aver mai incontrato una persona fisicamente attraente tanto consapevole di esserlo. Ma vi dico questo: quando gli scienziati del futuro si presenteranno alla mia porta con gli occhi robotici e mi diranno di provarli, io dirò a quegli scienziati di sparire, perché non voglio vedere il mondo senza di lui.
—  Colpa delle stelle, John Green

Mi chiamo Hazel.
Augustus Waters è stato il grande amore avversato dalle stelle della mia vita. La nostra è stata una storia d’amore epica, e io non riuscirò ad aggiungere nemmeno un’altra frase senza scomparire in una pozza di lacrime. Gus sapeva. Gus sa.
Non vi racconterò la nostra storia d’amore perché come tutte le vere storie d’amore morirà con noi, come deve. Speravo che facesse lui il discorso funebre per me, perché non c’è nessun altro che vorrei lo facesse… Non posso parlare della nostra storia d’amore, quindi vi parlerò di matematica.
Non sono un matematico, ma una cosa la so: ci sono infiniti numeri tra 0 e 1. C’è 0,1 e 0,12 e 0,112 e una lista infinita di altri numeri. Naturalmente c’è una serie infinita di numeri ancora più grande tra 0 e 2, o tra 0 e un milione. Alcuni infiniti sono più grandi di altri infiniti. Ce l’ha insegnato uno scrittore che un tempo abbiamo amato.
Ci sono giorni, e sono molti, in cui mi pesano le dimensioni della mia serie infinita. Vorrei più numeri di quanti è probabile che ne vivrò, e Dio, voglio più numeri per Augustus Waters di quelli che gli sono stati concessi.
Ma Gus, amore mio, non riesco a dirti quanto ti sono grata per il nostro piccolo infinito.
Non lo cambierei con niente al mondo. Mi hai regalato un per sempre dentro un numero finito, e di questo ti sono grata.