guaritas

Sono stata una fidanzata stupida. Stupida, perché non sono mai stata come le altre.
Per esempio, non ho mai preteso o chiesto dei regali. Preferisco pensare di riceverli perché lui vuole davvero farmeli.
Una volta lo ero anche di più, ero sempre rintracciabile, scrivevo per prima e per ultima, se c'era da prendere un autobus ero io quella che andava a prenderlo. Insomma, somigliavo tanto a uno zerbino.
Poi per fortuna sono guarita, mi sono affilata. Un giorno ho scoperto il fascino dell'attesa, dell'avere il coltello dalla parte del manico, dell'essere io quella desiderata. Non ero più zerbino, ero maturata.
Sono cresciuta tra donne, senza una figura maschile, so maneggiare oggetti pesanti, me la cavo con gli attrezzi, arrivo dove voglio anche se non sono alta, mi ammazzo gli insetti da sola. Insomma, so contare su di me.
Sono stata una fidanzata stupida perché ho sempre cercato di stabilire un rapporto paritario ed equilibrato. Per esempio, io esco con le mie amiche, lui esce con i suoi amici. È giusto, non si può essere perennemente trottolini amorosi du du da da da.
So scendere a compromessi, conosco il sacrificio, so farmi desiderare e so farmi rispettare. Però sono stupida. Stupida, perché alla fine non importa quello in cui credo, non c'è compromesso, equilibrio, astuzia o promessa che tenga davanti al fatto che non sono felice, non sono amata, non amo o vengo tradita. Alla fine, non è mai amore.
— 

Francesca Lizzio

Vorrei poter dire che ti ho dimenticato
davvero
vorrei poter dire che adesso sto bene e che quando penso a te non ho improvvisamente voglia di scappare via dovunque io sia.
Vorrei poterti dire che sono guarita
che non ho mai voglia di venirti a cercare
di scriverti di tornare
vorrei potertelo dire e vorrei poterlo pensare,
vorrei sul serio sentirmi bene quando penso a te e non con un vuoto dentro indescrivibile che ha la forma dei tuoi occhi che ho perso,
io vorrei poterti dire che non ti penso più quando voglio ingannare il dolore
e poi sentirmi di nuovo male
quando voglio ingannare il tempo
e poi sentirmi di nuovo
persa a tempo perso
vorrei poterti dire che non mi capita più di stare in mezzo ad un mare di gente e di pensare che tutto quello che vorrei sarebbe raggiungerti
venire dove stai.
Io vorrei potermi sentire libera dal pensiero di te
libera da quello che sento
e che più ci provo e più non riesco a smettere di sentire
libera dalle paranoie
dalle tue stupide foto nella mia testa
dalle tue stupide parole
dalle tue perfette linee
vorrei non avere paura di quello che mi scateni dentro ogni volta che ti penso
e vorrei poter guardare qualcuno con gli stessi occhi che ho quando guardo te
ma per me è impossibile, lo sai
per me è paradossale.
Vorrei poter dire che ti ho dimenticato
che non ci ho solamente provato
io vorrei poterti dire che ce l'ho fatta
che se ti penso non ho un nodo in gola
che se mi accorgo che non ci sei non mi vien voglia di andarmene pure io via da me
che non mi capita mai di dormire poco per immaginarmi dove sei
vorrei poterlo dire
ma la verità è che non sarebbe la verità
la verità è che io vorrei averti dimenticato
ma non ce l'ho mai fatta
nonostante tutto.
—  Ioteeilmare.

‘Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie.
Tutta la sua famiglia ero io.
Capivo che per mia zia fosse difficile.
Difficile stare con lei e riuscire a mantenere entrambe.
Ero la sua Tata.
Quando le chiedevano chi fossi diceva sempre che ero la sua sorellona anche se in realtà siamo cugine.
Una volta l’andai a prendere all’uscita da scuola.
Loro abitano a Sud, io al Nord, perciò ero li in vacanza.
Mi ricorderò per sempre la sua espressione.
Era felice.
Felice da far schifo.
Era fiera di me.
Mi presentava a tutti i suoi amichetti,
come se fossi il suo idolo,
il suo mentore.
E forse, forse, lo ero.
Una volta sua madre le chiese cosa avrebbe voluto diventare da grande.
Lei rispose indicandomi.
Ero sbagliata, come esempio.
Pessimo.
Ma a lei sembrava non importare.
Lei voleva me.
Non era come gli altri.
Voleva veramente sapere come stavo o cosa facevo.
Lei non mentiva o fingeva.
Mai.
Una volta, quando aveva cinque anni, venne a dormire nel mio letto.
Fuori c’era il temporale.
Mi chiese perché non avessi paura come lei.
Perché non ero spaventata?
Le risposi che era perché amavo i temporali.
Mi facevano capire che, qualche volta, anche il cielo urla.
Da li non ebbe più paura.
Anzi, quando c’era un temporale mi chiamava per sapere se lo sentissi anche io.
Il giorno dopo andò in giro per casa indossando una mia felpa.
Le arrivava ai piedi e le mani non si vedevano nemmeno dopo averle rimboccate tre volte.
Ma diceva che era la sua armatura e che non se la sarebbe più tolta.
Per me era bellissima.
La mia piccola principessa in armatura.
L’unico libro che voleva che le venisse letto era “Alice nel Paese delle Meraviglie” per questo cominciai a chiamarla con il nome inglese.
Le avevo regalato la mia copia, una di quelle migliori, ma mi disse che dovevo tenerla io perché quando veniva voleva che glielo leggessi.
La prima volta ci mettemmo tre giorni perché lei non seguiva e voleva che le rileggessi le parti che si perdeva.
Consumammo la cassetta della Disney a furia di guardarla e quando uscì il film di Tim Burton lo comprammo subito.
Per il suo sesto compleanno le regalammo i personaggi di peluches, era tanto felice.
Per il settimo compleanno mi chiese di disegnarle sul muro, tutta la storia di Alice.
Lo feci, ma lo stregatto venne veramente inquietante.
Ma lei disse lo stesso che era bellissimo e che non voleva cambiarlo.
Ne era completamente innamorata.
Non l’avrebbe cambiato per nulla al mondo.
A settembre mi chiamò mia zia in lacrime.
Alice.
La mia Alice.
La mia Alice di otto anni aveva la LEUCEMIA.

Otto anni e chiedeva perché tutti erano tristi.
Otto anni e chiedeva perché la mamma piangeva la notte.
Otto anni e chiedeva perché doveva andare in ospedale.
Otto anni e chiedeva se sarebbe guarita.

Come puoi dire a una bambina così piccola che ha una condanna a morte sulla testa?
Non puoi.

E allora ridi.

Ridi perché il mondo fa già paura senza la sua luce e non sai cosa farai quando si spegnerà.
Ridi.
Allora le dici che è solo malata.
Che è normale.

Normale.

Ora mi sembra una parola di merda.
Non era normale.
Non lo era.
Cose così non devono succedere a una bambina di questa età.
Ma ormai è fiato sprecato.
Parlarne non cambierà nulla.
Scriverne non cambierà nulla.
Ma forse serve a sfogarsi.
Ma a me non sembra che serva a qualcosa.
Ma lo faccio perché è quello che so fare meglio.

Scrivere.
Per lei.

Che forse non so fare neanche questo.
Ogni sera parlavamo.
Alle sette mi chiamava e gli raccontavo la mia giornata perché lei la sua la viveva a letto.
Arricchivo la mia vita di persone simpatiche e situazioni allegre.
Giusto per non farle capire che mentre moriva lei, morivo anche io.
Una volta la chiamai su Skype.
Quando la vidi con con la bandana sulla testa, senza riccioli scuri che ne scappavano fuori, mi vennero le lacrime agli occhi e dovetti chiudermi in bagno per ricominciare a respirare.
Le mi chiese cosa avessi.
Le dissi che ero molto felice di vederla.
Divenni egoista.
Non volevo più vederla ne sentirla.

Era troppo.

Durai due giorni poi risposi al telefono.
Mi scappò di dirle che non avevo risposto perché non stavo bene e lei mi disse:
-Anche io non sto bene, ma riesco a schiacciare un tastino.-
Inutile dire che mi sentii uno schifo.
Lei aveva bisgono di me e io non volevo soffrire.
Alle fine vinse lei.
Ma non la partita più importante.
L’intervento andò bene, i medici insinuarono un po’ di speranza nei nostri cuori grigi.
La dimisero.
Mia zia la portò a casa.
Mio nonno stava tutto il giorno con lei, ma non si sarebbe comunque accorta di lui.
Dormiva sedici ore al giorno.
Di norma.
Arrivò alle venti ore e poi alle ventidue.
Non stava mai sveglia.
Nelle nostre ore al telefono parlavamo delle mie giornate, dei suoi sogni e poi le leggevo delle pagine di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Il segno è ancora sull’ultima pagina che le ho letto.
Tenere il libro difianco a me mi è un po’ di conforto.
Ma non lo devono toccare, perché è fragile.

Come lo era lei.

Mercoledì sera mi chiamò mia zia.
Mi spaventai perché ero io a chiamare lei, e pensavo fosse successo qualcosa.
Risposi con il fiato corto, ma non era successo niente.
Non riusciva ad addormentarsi e mia zia mi chiese di cantare una canzone per lei.
Mise il telefono vicino al suo orecchio e appena sentì una piccola voce che chiamava il mio nome mi si aprì il cuore.
Optai per “Make You Feel My Love” di Adele.
La melodia è dolce e le parole bellissime.
C’è un verso che dice:
-Go to the ends of the Earth for you, to make you feel my love-
e un altro
-I could make you happy, make your dreams come true.-
Quando finì sentì solo un lieve respiro.

Si era addormentata.

Chiamai mia zia per toglierle il telefono
-Buonanotte Principessa.-
Furono le ultime parole che le dissi e che lei probabilmente non sentì. Il giorno dopo ero in “gita” con la scuola.
Non ci pensai per tutto il giorno.
Ero in pulman quando mia madre mi mandò il messaggio.

-Non si è svegliata-

Quattro parole per farmi crollare il mondo addosso.
Disse che era al telefono con mia zia quando lei cominciò ad urlare.
Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie.
Aveva otto anni ed è diventata bianca.
Otto anni ed è morta.

E’ morta.

Se dio esiste deve chiederle perdono.
Aveva otto anni.
Otto anni e si chiamava Alice.
Era la mia Alice nel Paese delle Meraviglie, e forse ora,
lo sta vedendo davvero.’

Ciao, come stai?
Spero bene, spensierata, guarita..
Io non lo so, non lo posso sapere.
Anche tu dici così, dici che certe volte è meglio non saperlo come stiamo, che una bugia ingannevole è più semplice da digerire di una futile verità.
Ma da quando?
Sembri così forte, così imbattibile, quando si tratta degli altri sei sempre la prima a difenderli
E quando si parla di te tendi quasi ad autodistruggerti.
Hai sempre paura di disturbare, di sbagliare. Nascondi la tua insicurezza in un velo di fredda indifferenza.
E gli altri?
Si sentono tutti in dovere di dirti qualcosa, e ti senti così poco a tuo agio accanto ai professori e i compagni. Tu lo sai cosa pensano, ti considerano stupida,  strana, minorata. La gente ti fa sentire inferiore e glielo permetti. Vorresti solo allontanarti da loro, ma non hai nessun posto dove andare. Dici che è difficile capire perchè ti senti così, è difficile togliere tutti quei sassi chiamati paura.
Insisto.
Voglio riprovarci, come stai? Pensi ti ritengo pazza?
No, penso solo che tu abbia tanto dolore e che tu non sappia come gestirlo
Lo so, è un qualcosa che non riesci ad ignorare, che cancella tutti gli altri pensieri, tutto il resto del mondo. Non riesci a pensare ad altro che alla tua sofferenza, ti travolge, le permetti prendere tutto il meglio di te rimasto, ed è assurdo come il dolore mentale sia più lancinante di quello fisico.
Piangi sola, quasi di nascosto e ti chiedi come fanno gli altri a non notare il tuo disagio.
Quanto vorresti che qualcuno ti capisse, che qualcuno ti aiutasse, e poi ti rendi conto che non sapresti neanche spiegare il motivo per cui stai male.
Non hai un rifugio, un posto da chiamare casa.
Sei sempre stata tu la tua famiglia, quando ti trovi ad affrontare qualcosa di nuovo a volte scegli strade buie, dici che preferisci percorrere da sola, per non coinvolgere nessun altro. Ma lo so che pensi semplicemente che a nessuno possa importare del tuo dolore.
Ma sai una cosa?
Tu sei così come sei, e va ben. Non devi sempre abbandonarti, puoi scegliere. Scegli l'amore, non la diffidenza
Le tue idee, le tue convinzioni, non le aspettative altrui, scegli di vivere per scelta e non per caso. E ricordati che per brillare non devi oscurare nessuno
Oh dolce creatura ma come fai a non vedere che splendi di tanta bellezza? Sei un’alba. Hai avuto una vita dura e il dolore e le avversità hanno lasciato su di te il loro segno,
Ad un certo punto ti devi il meglio, perché meriti di stare bene, e fidati che succederà, e sarai felice di non aver deciso di lasciarti andare.
Tu vali la pena di essere vissuta.
Abbi cura di splendere.
— 

Strana-ostinata

-Credo di essere guarita.-

-Che intendi?-

 -Hai presente quella costante paura di sbagliare o di perdere qualcuno, il timore di ferire una persona o sentirsi triste quando la gente va via?! Bene, io non provo più nessuna di queste sensazioni, io non provo più nulla in generale e mi sta bene così, sono guarita.-

—  radioactive-h

ilragazzoluna  asked:

La cosa più bella che ti è successo qui su Tumblr?

Tempo fa ho ricevuto questo messaggio. Eh sì, è stata la cosa più bella che mi è successa in questi tre anni.
Aver avuto la possibilità di conoscere le storie di tante, tantissime persone che si sono confidate con me ha cambiato assolutamente il mio modo di vedere le cose e il rapporto con esse.
Sono loro che hanno aiutato me. Anche se sembrava il contrario.

“Ciao Lorenzo. È la prima volta che visito il tuo blog, anche perché mi sono iscritto su Tumblr pochi minuti fa e proprio per poterti scrivere… Per te non avrà senso, ma voglio ringraziarti. Ho una sorella di quasi quindici anni, due in meno di me, a cui sono sempre stato legatissimo. Due anni fa, ha iniziato a smettere di mangiare, prima sembrava una cosa stupida da ragazzina, ma di è ingrandita. Aveva iniziato a svenire, avere attacchi di panico, e l'estate scorsa non è venuta al mare - non è venuta al mare neanche una volta: pesava 45kg e si vergognava di se stessa. Adesso è guarita, sta sempre meglio e per me non c'è cosa più bella di vederla di nuovo sorridere. Perché ti dico tutto questo? Perché mi ha detto che se è guarita è anche perché leggeva il blog di un ragazzo che, parole sue, "parla così bene della vita in sè da far venir voglia di vivere” e a cui aveva anche scritto, che le aveva “fatto capire delle cose”. - Dopo aver insistito, ho scoperto che quel ragazzo sei tu e non ho potuto fare a meno di ringraziarti. Grazie Lorenzo, davvero, grazie. Non si può mai sapere l'influenza che si ha sulle persone e sulle loro vite e tu non immagini quanto tutto questo sia importante per me. Grazie ancora.“

#storie

Non so se sia una cosa che può interessare a qualcuno ma voglio raccontarla perché non l'ho mai detto a nessuno, non ne ho parlato mai con nessuno… È iniziato tutto alle superiori, la mia classe fa metà francese e metà spagnolo, io e altri facevamo spagnolo con un'altra classe in cui c'era questa ragazza che mi prendeva in giro per la mia acne, dicendomene di tutti i colori, da “mostro” a “quella con la barba”… praticamente ho passato un anno d'inferno per colpa di una persona che nemmeno conoscevo. Con il passare del tempo questa malattia, perché si è una malattia, mi ha resa sempre più triste e silenziosa e così anche la mia classe cominciò a prendermi in giro, a chiamarmi depressa e asociale. Nessuno voleva mettersi vicino a me “perché gli facevo venire la depressione” e i professori ovviamente sempre muti. Ho affrontato tutto questo da sola e ne sono uscita vincitrice. Sono riuscita a trovare un dermatologo che mi ha aiutata sia fisicamente che psicologicamente con delle semplici parole mi ha aperto gli occhi e piano piano mi sono ripresa e sono anche “guarita” grazie alle varie creme e medicine.. È incredibile come le persone non si fermino mai a chiederti il perché tu sia “depressa e asociale”, come giudichino soltanto dalle apparenze, come siano brave a distruggere delle persone soltanto per farsi due risate. Forse è per questo, e per molto altro, che oggi non riesco a fidarmi di nessuno. Ma nonostante tutto sono riuscita a ritrovare il sorriso e ad andare avanti con la mia vita.

-Anonimo.

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anonymous asked:

Come mai detesti così tanto quelle immagini su 13?

Perché ridicolizzano la cosa serissima che è la depressione.
Tredici può anche non piacere, venire criticato, quello che vi pare, ma aveva un intento bellissimo, in cui, secondo me, è riuscito.
Ridicolizzare i motivi per cui una ragazzina dovrebbe spingersi al suicidio perché, da persone sane, vi sembrano stupidi a me fa arrabbiare.
Perché avevo diciassette anni anche io quando volevo morire e per molti ero pazza e basta, ho sofferto tantissimo e solo grazie al mio psicologo ho capito che no, non ero una matta ma stavo male e necessitavo cure.
Quando sono guarita ho fatto del mio meglio, soprattutto qui sopra, per sensibilizzare e parlare della depressione, per far capire che non si è “sbagliati” se si sentono certe cose, che non si è da soli, che non bisogna nascondersi e vergognarsi.
E quelle immagini fanno l'opposto: dicono che sei ridicolo se stai male per cose che, agli occhi del mondo sano, sembrano stronzate, che sei ridicolo e sbagliato.
Questo mi disturba e mi fa arrabbiare.