gruppo '63

Umberto Eco (5 January 1932 – 19 February 2016)

Italian philosopher, semiotician, and novelist Umberto Eco has died in Rome at 84 years of age. Eco was one of the most celebrated intellectuals of the last six decades, who gained widespread fame and international recognition for, among other works, his novel In the Name of the Rose. At the time of his death, Eco was a professor emeritus of the University of Bologna, a position he had held since 2008.

The son of a shopkeeper, Eco graduated from the University of Torino with a laurea in philosophy in 1954. His thesis was on the aesthetics of Thomas Aquinas, which developed into his first book, l problema estetico in San Tommaso, published in 1956.

Shortly after, Eco won a competition on RAI TV (the Italian national broadcasting station), to become a television sports journalist, where he helped to revolutionize and modernize Italian television, and by extension, Italian culture and intellectual life. After RAI, Eco went on to help found the Gruppo 63 (a group of influential, neo-avant-garde intellectuals, writers and artists), and to serve as and editorial director at Bompiani Press. During this period, Eco published one of his most important works, the philosophical treatise Opera Aperta [The Open Work, 1962]. His study of semiotics began in the late 1960s, and continued throughout his life.

Eco then turned his attention to fiction, and published his first novel, Il nome della rosa in 1980 with the Casa Editrice Bompiani, which was to become an international bestseller, and has been translated into 47 languages. The novel addresses questions of the nature, the value, and the consequences of having and obtaining knowledge, especially that which poses a threat to the established order. His next novel, the 1988 Il pendolo di Foucoult [Foucoult’s Pendulum] was dedicated to exploring the idea of the conspiracy theory.

Over the course of his life, Eco published several more novels, dozens of essays and short books on philosophy, communications, semiotics, aesthetics, politics, literature and religion.

By Adriana Baranello

Edoardo Sanguineti, Se d'amore si muore siamo morti noi

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perchè, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi

un ricordo di Elio Pagliarani

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La prima volta che ho letto Elio Pagliarani ero seduta su uno sgabello in un bar di una famosa catena. Il bar è in piazza Duomo e quella mattina avevo preso il tram numero 16 con il mio fidanzato di allora, eravamo scesi proprio alla fermata più vicina alla piazza, fatto colazione insieme in quel bar guardando da una vetrata l'andirivieni umano dell'ora di punta mattutina e poi ci siamo salutati, lui è andato al lavoro, a piedi, lì vicino, e io sono rimasta nel bar a contorcermi su una manciata violentissima di pensieri che mi facevano desiderare di essere altrove, un altrove che era soltano emotivo mentre il mio corpo, nel centro di Milano, stava benissimo solo.

Ho aperto l'opera completa di Pagliarani e mi sono messa a leggere, appuntavo alcuni versi su una moleskine quasi finita e, di tanto in tanto, ne scrivevo di miei. Che beffardo il gioco del leggere i versi che subito ti stimola a scriverne di nuovi. Più entri nella lirica e più è facile pensare di creare di nuova. Pagliarani era grandissimo ed enormemente milanese, non solo perchè a Milano aveva vissuto a lungo e in quella città era facile collocare tutta la sua formazione poetica ma anche perchè le sue liriche sono profondamente intrise di una milanesità fortissima, fatta di luoghi, certo, ma anche di suggestioni e vagheggiamenti e proiezioni e flash. Ho amato subito Pagliarani e l'ho visto investirsi lentamente di tutto quel dolore vitale che è l'amore, quella cosa che allora, dietro la vetrata di quel bar di quella catena sentivo mancare e vedevo arrivare da un luogo lontano e vicinissimo, da una persona finalmente trovata, una persona che era già vertebre, suoni, versi e penna a sfera.

Tra le raccolte di Pagliarani di certo la prima a colpirmi fu Inventario privato, forse il contributo più immediato alla poesia d'amore italiana contemporanea. Tuttora il balzo nei pensieri di molti versi delle liriche di questa raccolta, a distanza di anni, mi è frequente e commuovente.

La mia preferita in questi mesi, è questa

Sotto la torre, al parco, di domenica con pacata follia per ore e ore immobile a guardarti. Avevo gli occhi gonfi, e il sesso, e il cuore.                                             Infastidita i tuoi polsi snervati dalla mia estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti mi hai consigliato. Sono egoista e lo spirito umano ha più bisogno di piombo, che di ali.