gli spaghetti

Ad una persona che se ne sta andando…


Caro Nonno,
Ti scrivo questa lettera che probabilmente non leggerai mai,perché non ho il coraggio di dartela,anche se dovrei. Probabilmente me ne pentirò fortemente in futuro.
C'è qualcosa lì su,che non so chi sia o cosa sia,ma col tempo si riprende tutto ciò che ci ha donato,fino all'ultimo briciolo,compresa la vita. Tu che il tempo l'hai sempre ingannato,tu che a ottanta e passa anni hai ancora i capelli neri come la pece,quei capelli che neanche la malattia con le sue cure così strazianti é riuscita a strapparti. E ti ricordo ancora così,come se il tempo si fosse fermato a 12 anni fa. Quando prendevi in braccio quel marmocchio,che ora anche grazie a te è diventato quasi un uomo, e lo facevi salire sulla canna della tua bici. Ricordo le tue gambe forti,che mi portavano in giro,senza paura di nessuno,come se nulla potesse fermarci…quelle stesse gambe che ora ahimè purtroppo non riescono nemmeno a sopportare il tuo peso. Ad un uomo che ha fatto dell'amore uno stile di vita. Amore per tutto. Nonostante tutti i problemi e le avversità sei stato capace di portare sulle tue braccia ben cinque famiglie e sei riuscito sempre ad assicurarti che andasse tutto bene. Ad un uomo che probabilmente non meritava tutto questo. Ad uomo saggio e fin troppo buono. Quello stesso uomo che in tutta la mia vita non mi ha mai sgridato,mai fatto una ramanzina o qualsiasi cosa simile,ad un uomo che è stato più di un nonno,ad una persona che per me è stato di tutto,da amico a padre. Ricordo quando da piccolo mi cantavi nella tua stanza le canzoni della tua giovinezza e io le ascoltavo con tanto entusiasmo…credendo di aver imparato una nuova canzone,anche se poi dopo un secondo non ne ricordavo una parola. Ricordo di tutte le sere in cui mi conservavi gli spaghetti con la speranza che ti venissi a trovare,per poterli mangiare insieme. E guardati adesso, non hai nemmeno la forza di ingerire una fetta di pane. In questi ultimi sei mesi mi sono accorto pian piano di quanto la malattia ti abbia cambiato,dalla prima volta in cui hai chiesto un passaggio con l'auto,accantonando la tua amata bici,quella che si può dire hai preso anche con la pioggia e con la neve. Me ne sono reso conto quando per la prima volta mi hai sgridato in diciassette anni. E anche quando mi hai chiamato nella tua stanza per scusarti del fatto che non mi dessi a parlare come una volta,ma stavi troppo male per farlo. Me ne sono accorto quando venivo a trovarti e trovavo il tuo giardino vuoto,senza quelle numerose piante e i colorati fiori di una volta. Ma soprattutto la cosa che mancava di più in quella casa era il tuo sorriso,quel sorriso apparso su quella bocca fin troppe volte e che adesso ormai è scomparso. E mentre metto insieme i pezzi di una nottata passata interamente in lacrime mi rendo conto di quanto sei stato importante per me e di quanto lo sei ancora. Hai lasciato un pezzo di te in ogni cosa che di bello c'è dentro di me. Non te ne andrai mai. Posso solo dirti: GRAZIE.

—  (Via piecesofdamon)

Cinque anni fa persi la persona più importante. La mia ancora, la forza per andare avanti. Era l'amore che esiste nelle fiabe, il sorriso che non mancava mai.

Cinque anni fa, esattamente il 18 Agosto. Questa persona chiuse gli occhi, stanco per le troppe sofferenze. Stanco di stare male, stanco di poter più andare in giardino sotto il suo albero.

Cinque anni fa, questa persona mi disse che dovevo vivere la mia vita come volevo. Che non aveva paura di morire perchè aveva vissuto davvero. Aveva vissuto come voleva. Aveva trovato la donna che lo amava davvero, quella donna che anche se non voleva, gli cucinava sempre gli spaghetti.

Cinque anni fa, questa persona mi toccò per l'ultima volta 3 mesi prima la sua scomparsa. Lo sentì per telefono, 1 settimana prima, a 300 km di distanza.

Cinque anni fa, lo vidi dentro quella maledetta bara. Con le lacrime agli occhi, volevo toccargli la mano con cui mi accarezzava sempre.

Cinque anni fa, quell'uomo sorrideva da dentro quella bara. Ricordandomi che nonostante tutto il dolore, le sofferenze, l'amore delle persone che ti sono accanto ti fanno stare bene. Le persone che ami ti fanno vedere la morte in modo diverso, meno dolorosa.

Cinque anni fa, persi mio nonno. Persi il principe azzurro, il mio EROE

—  laragazzaconlamschera

Titolo: La vita di Adéle

Regista: A.Kechiche

Durata: 180 minuti

Paese di produzione: Francia, Belgio, Spagna

Anno: 2013

Voto: ✮✮✮✮✮

Trama: Adéle ha 15 anni e un appetito insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della Marianna di Marivaux si invaghisce di Thomas, a cui si concede senza mai accendersi davvero. A innamorarla è invece una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay, dove si è recata con l'amico di sempre. Un cocktail e una panchina condivisa avviano una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle, conducendola fuori dall'adolescenza e verso l'insegnamento. Perché Adèle, che alle ostriche preferisce gli spaghetti, vuole formare gli adulti di domani, restituendo ai suoi bambini tutto il bello imparato dietro ai banchi e nella vita. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore. Traghettata da quel sentimento impetuoso, Adèle diventa donna imparando molto presto che la vita non è sempre un (bel) romanzo. 

Recensione: Questo film mi era stato consigliato da una ragazza circa un anno fa, ma ho avuto il piacere di guardarlo solo mesi e mesi dopo. 

In realtà non ho avuto subito un acceso interesse a riguardo, magari per il fatto che la durata di 3 ore lascia desiderare ad un primo impatto. Un giorno in libreria mi sono imbattuta nel graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, da cui è stato tratto il film. Essendo appunto un fumetto, ho impiegato circa 45 minuti a leggerlo. So che suonerà estremamente esagerato, ma ho sentito il bisogno vero e proprio di guardare questo film, per vedere quanto si potesse trarre da un fumetto talmente breve, ma così intenso. Così un pomeriggio, insieme alla mia ragazza lo abbiamo guardato in tv. Devo essere sincera, guardandolo in due, tra una distrazione e l'altra non ho potuto coglierlo a pieno, così ho deciso di scaricarlo e riguardarlo da sola e ora a mia grande sorpresa, è l'unico film che sento di poter definire il mio preferito.

Come cita la trama, Adéle è una semplice ragazza di 15 anni che, come tutte le ragazze di quell'età, è ancora alla ricerca del suo perché. Il perché di Adéle si rivela essere Emma, una ragazza dai capelli blu che si presenta come l'opposto della protagonista, a partire dal suo approccio alla società. Lei infatti a differenza di Adéle al momento del primo incontro è a conoscenza della propria sessualità e ha scelto l'arte come strada da intraprendere. 

Adéle ha un'idea marginale di quello che le riserverà il futuro, il suo sogno sarebbe diventare maestra, ma oltre al lavoro le sue idee riguardo il resto non sono molto chiare. 

Per i primi 45 minuti che precedono l'incontro effettivo con Emma, le scene, le inquadrature e i dialoghi ci fanno “perdere” con Adéle. Tenendo gli occhi ben aperti però, è possibile notare in ogni inquadratura, o quasi, il colore blu che compare in almeno un dettaglio: le lenzuola, i giubbotti degli studenti, il vestito di Adéle nella scena finale e molto altro. 

Ci tengo a precisare che è errato considerarla una storia d'amore omosessuale. Kechiche la presenta come una storia d'amore indipendente dalla sessualità delle protagoniste. Questo emerge specialmente nel momento in cui Emma ritrae Adéle nuda, chiaro riferimento a Titanic. Emma, vestita da uomo, con i capelli ormai biondo-castano (colore associato al declino della relazione) ritrae Adéle, la “donna” della relazione, il soggetto più vulnerabile ritratto da quello più forte: un parallelismo con una delle storie d'amore etero più famose di sempre. Con questo Kechiche ha contribuito ad evidenziare quanto non volesse tanto rappresentare una storia omosessuale, ma semplicemente una storia d'amore. 

I ritmi sono lenti, non vi è colonna sonora eccetto per una leggera musica finale che sembra rimbombare nel quartiere stesso, i pranzi e le cene sono infiniti e i pasti molto frequenti (Adéle mostra la sua fame di cibo e di vita), le scene di sesso (in mia opinione ingiustamente criticate) sono analitiche e quasi d'esposizione “chirurgica”, perché il tutto vuole risultare naturale e vero. La vita dopotutto non è fatta di colpi di scena. Vi è un unico “colpo di scena” nella vita di Adéle, ovvero l'incontro con Emma. Il resto sviluppa la loro relazione concentrandosi sulla crescita di Adéle all'interno di essa. 

Il finale non è uguale a quello del fumetto, nonostante avrei preferito lo fosse, ma a suo modo ha un fascino ineguagliabile che ci lascia più dubbi di quelli che avevamo all'inizio del film. Dopotutto Kechiche ha lasciato la sua impronta indelebile alla storia e rispetto il suo modo di interpretarla. 

Lo consiglio a chiunque, un capolavoro e una Palma D'Oro completamente meritata. 

Citazioni dal film: 

  • Ho l'impressione di fare finta, di fare finta su tutto;
  • Il caso non esiste, non lo sai?
  • Ho te e mi basta;
  • Mi sembra la storia dell'uovo e della gallina, ci chiediamo chi è nato prima, ma alla fine mi dico che è inutile, non lo sapremo mai;
Non siamo più Charlie Hebdo, giusto?

La satira è qualcosa di scomodo, è qualcosa che deve divertire ma allo stesso tempo indignare. Non ha come scopo quello di piacere, ha principalmente come scopo quello di infastidire e indispettire per criticare in modo ironico.
Quando ho visto quelle vignette di cui tanto si parla, mi sono detta “cavoletti, perché non è venuta a me questa idea?“.
Il potere del disegno è riuscire ad esprimere con un'immagine il proprio pensiero senza sprecare tante parole. È una cosa bellissima.
Che gli italiani si indignino per le vignette di Charlie Hebdo, mi stupisce. Gli spaghetti e la lasagna ci rappresentano. A noi italiani piace mangiare, anzi magnare. Ammettiamolo che come si magna in Italia non si magna da nessuna parte. E non mi riferisco certamente al semplice piatto di pasta. Qui si magna a livelli grossi, si fanno le grandi abbuffate a danno dei cittadini.
Infatti, ciò che mi stupisce ancor di più è che non ci si indigni per un Paese in cui il benessere dei cittadini è all'ultimo posto, in cui per l'ennesima volta stiamo piangendo donne uomini e bambini che potevano salvarsi se solo nessuno avesse pensato a fare prima i suoi interessi e poi quelli di chi in quelle case doveva abitarci. Dopo ogni catastrofe dobbiamo fare i conti con delle coscienze sporche e con dei perché che non trovano risposte.
E poi, di cosa ci preoccupiamo? Di una vignetta che non rispetta dei morti? Questo Paese non ci rispetta. Però su, donate 2 euro.

Pausa pranzo, indeciso tra una buona pizza o un enorme piatto di spaghetti. 
Ho optato per gli spaghetti, ho chiamato il mio coinquilino e gli ho chiesto se poteva mettere su l'acqua per la pasta.
Solo un quarto d'ora e poi sarei stato a casa davanti ad un enorme e buonissimo piatto di spaghetti.
Prendo sempre la metropolitana per tornare a casa da lavoro, è comoda e veloce.
Scendo le scale mobili a piedi, perchè è così che funziona Londra, le persone scendono le scale mobili come se fossero scale normali.
Vedo le porte del vagone che si stanno per chiudersi e mi ci butto dentro come se dovessi salvarmi da una catastrofe naturale.
“Che culo” penso.
Mi guardo attorno e tra la gente, noto che c'è un posto libero così mi siedo e accendo le cuffiette.
Musica modalità casuale: Adele, Hello.
Mi tolgo il giubbotto per mettermi comodo e comincio a canticchiare la canzone dentro la mia testa.
Guardo finalmente davanti a me e mi ritrovo una madre con affianco la sua bambina sul passeggino.
La madre guardava la bambina e la bambina, così ingenua, piccola e pura, guardava la madre.
Era una scena bellissima, si sorridevano a vicenda, come delle vecchie amiche che si rincontrano dopo anni.
Si sorridevano a vicenda, come se il sorriso di una madre fosse la cura a tutto.
Si sorridevano a vicenda.
La bambina avrà avuto sui tre o forse quattro anni, era bionda e aveva questi occhi color azzurro, che chiunque avrebbe avuto difficoltà a distinguerli col colore del cielo.
La canzone continua ad andare, a dir la verità sono passati pochissimi secondi da quando è iniziata e mi ritrovo in un momento in cui penso alla mia infanzia.
Mi domando tante cose, ma non saprei rispondere a nessuna di esse, anche perchè erano domande confuse e senza un senso logico.
La canzone continua ad andare, i secondi passati sono ancora più lenti di quelli di prima.
Tutto cambia quando la bambina s'accorge che la sto guardando e comincia pure lei a fissarmi.
Le sorrido, ma lei non ricambia. 
Era spaesata quasi, ma continuavo a sorriderle.
La canzone arriva a questa strofa: “When we were younger and free. I’ve forgotten how it felt before the world fell at our feet”
Che significa: “Quando eravamo più giovani e liberi. Ho dimenticato come ci si sentiva prima che ci cadesse il mondo addosso”
In quel momento la bambina ingenua piccola e pure, mi sorrise.
I miei occhi si riempirono di lacrime, senza averne un vero motivo.
Mi sentivo piccolo, indifeso e in quel suo sorriso, ho rivisto due occhi.
Due occhi che avevo deciso che non avrei voluto rivedere mai più nella mia testa.
Due occhi che hanno vissuto e visto tanta sofferenza durante la propria vita, ma che sono sempre riusciti a distruggere tutto con un sorriso.
Nel sorriso di quella bambina, ho rivisto gli occhi di quella ragazza che mi ha confuso la mente.
Negl'occhi di quella bambina, ho rivisto il sorriso di quella ragazza che mi ha confuso il cuore.
La canzone andò avanti, la bambina giocò con la madre, la madre le sorrideva e io rimanevo a pensare, senza trovare risposte a niente.
Gli occhi rimasero pieni di lacrime per tutto il tempo, ma riuscii a non farle mai uscire.
Le lacrime cedettero quando, prima che io scendessi dal vagone, la madre mi guardò e mi sorrise, perchè io, stavo continuando a sorridere a loro.
Le lacrime cedettero quando, prima che io scendessi dal vagone, la madre mi guardò e mi sorrise, perchè mi fece sentire a casa con un solo sorriso.
Un sorriso che solo una madre può fare.

(Ricordounbacio - Nella nostalgia)

Mi manchi.
Mi manca svegliarmi e fare colazione velocemente perché tu sei a pochi chilometri da me e, anche se stai ancora dormendo, io voglio fare tutto in fretta perché poi se ti svegli mi devi aspettare e allora di corsa bevo il cappuccino e corro a prepararmi, a riempirmi di profumo, quello che piace tanto a te.
Mi manca prendere l'autobus e pensare ‘la sto raggiungendo davvero’.
Mi manca guardarmi allo specchio dell'ascensore per vedere in che stato il calore del sole m'ha ridotta.
Mi manca aprire la porta dell'ascensore, vederti sulla soglia di casa tua e sorriderti.
Mi manca entrare e darti un bacio sulla guancia perché sulle labbra non posso.
Mi manca stare in ascensore con te e sperare che il tratto duri 10, 20, 30, tutti i minuti della mia vita, perché intanto tu mi stai baciando, baciando davvero.
Mi manca sentire il tuo profumo.
Mi manca tenere la tua mano nella mia.
Mi manca guardarti negli occhi.
Mi mancano i tuoi occhi.
Mi mancano le tue parole, raramente dolci.
Mi manca mangiare con te e ridere per come mangi gli spaghetti.
Mi manca vederti fumare.
Mi manca sentire quella voglia di toglierti la sigaretta e farti diventare, ancora una volta, dipendente dalle mie labbra.
Mi manca sentirti ridere.
Mi manca farti ridere.
Mi manca sentirti parlare in dialetto.
Mi manca sentirti accanto a me, tra la gente.
Mi manca guardarti e incantarmi.
Mi manca stringerti.
Mi manca farti diventare bellissima grazie alla gelosia.
Mi mancano i tuoi 'schiaffi’ anche solo per un banale 'ciao’ ad una ragazza.
Mi manca tornare in stanza, sapere che dormi da me, coccolarti, baciarti, stringerti, respirarti, sentire la tua pelle contro la mia, tremare, vivere, averti sulla mia spalla con attorno il mio braccio.
Mi manca lavarmi i denti con te e ridere.
Mi manca vivere, mi manca sorridere di cuore.
Mi mancano tante altre cose che se sto qui ad elencare le lacrime scenderanno e tu mi dici sempre che non devo piangere, che sono più bella quando sorrido, allora, amore mio, lascia che ti dica solo una frase,
mi manchi che mi manca la vita.

10

Spesso quando si parla di pasta, si ricorda sempre come Marco Polo di ritorno dalla Cina introdusse in Italia gli spaghetti. Bene, se qualche “esperto” di cibo vi ricorda questa storia, ringraziatelo e lasciatelo perdere. Nel 1154 Riggero II diede incarico all’ arabo Al-Idrisi di descrivere in un libro tutte le terre conosciute o meno. Al-Idrisi, descrisse un piccolo paese vicino a Palermo in cui veniva prodotta pasta  fliliforme che era spedita nelle calabrie e in nord africa dove i berberi la consumavano con molto piacere. Questo era descritto cento anni prima che Marco Polo nascesse, ed è la testimonianza di una produzione pastaria nata con i latini, perfezionata con gli Arabi e sviluppata dai Normanni. Ne è anche prova i formati particolari di pasta esistenti solo in Sicilia ed il cui consumo è legato a feste religiose o usanze locali. Gli anellini di Palermo, la spaccatella di Messina, la catenesella di Catania la Scialbò di Enna e i sempre ricercati Maccaruni fatto con il filo di ferro,sono tutte paste legate alla cultura siciliana ed alla sua storia.

Often when it comes to pasta, somebody always remembers like Marco Polo returning from China introduced in Italy spaghetti. Well, if some “ food expert “ reminds you this story, thank him and let him lose. In 1154 Riggero II gave assignment to the arab Al-Idrisi to describe in a book all the known lands of the known world. Al-Idrisi, described a small town near Palermo where it was produced spaghetti pasta that was sent in Calabria and in North Africa where Berber ate it with great pleasure. This was described  one hundred years before Marco Polo was born, and it is the testimony of a Pasta Industry production born with Latin, concluded with the Arabs and developed by the Normans. It is also testing the particular sizes of existing pulp only in Sicily and the consumption of which is linked to religious holidays or local customs. The Anellini (little rings) of Palermo, the Spaccatella of Messina, the Catenesella in Catania the Scialbò of Enna and the ever sought Maccaruni done with the wire,  are all linked to the Sicilian culture and its history.

Cari Americani

Cari Americani, di stronzate ne avete fatte tante nel corso della storia, e tante ve ne son state perdonate. 

Sì, certo, avete fatto anche cose buone, come sbarcare in Normandia e fare il culo a Itle (con epilogo positivo anche grazie ai Russi, sia ben chiaro), o spianare l’orgoglio di Hirohito con l’atomica (e, insieme a quello, qualche km quadrato di abitazioni civili con dentro donne e bambini, ma non stiamo a guardare i dettagli) e porre fine alla guerra mondiale.

Avete inventato il 4 di luglio (una festa che non glie ne frega un cazzo a nessuno nel resto del mondo, diciamo, ma vabbé), o la coca cola, o quella cagata a spruzzo di American Horror Story. Avete inventato la NASA e lo Shuttle, gli amburghe e gli spaghetti con le polpette [ciao, sono la libertà di espressione, sei davvero sicuro di voler scrivere una bestemmia, qui?]. Avete inventato Saddam Hussein e Osama Bin Laden, mostri dittatori da trasformare in bersagli per potervi poi allenare con le nuove armi che inventate ogni giorno. Bravi, insomma, belle cose.

Certo, va detto che siete all’avanguardia sotto molti punti di vista: mi vengono in mente i matrimoni fra persone dello stesso sesso, la legalizzazione della cannabis in molti stati, l’oligopolio delle sementi OGM e non, il consumo smodato di cibi che in altre parti del mondo non verrebbero somministrati neppure a un alligatore moribondo per consentirgli di porre fine alle sue sofferenze. Ma tant’è, questo vi sia riconosciuto.

Ora, però, concentratevi un istante. A breve (circa) sarete chiamati a votare, quindi vi si chiede, noi, io, di evitate di fare la stronzata più grossa della storia umana, ovvero votare per Donald Trump. Quella sì che nessuno potrà perdonarvela. E neppure - fidatevi - riuscirete a perdonare voi stessi. Non riuscirete MAI più a perdonarvi un simile errore.

Se avete dei dubbi chiedete a un italiano, che sta stronzata l’ha fatta già due volte nella storia recente; la prima volta ha sostenuto (non sempre volontariamente, ma ok, ci siamo capiti) quel coglione di mussolini e ha pagato col sangue e con una guerra mostruosa; la seconda volta ha sostenuto quel [ciao, sono la libertà di espressione, se sicuro di voler scrivere “coglione” qui? Non hai paura che ti blindino?] di abberluscone e ha pagato con uno sfacelo totale: politico, economico, amministrativo, strutturale, infrastrutturale. È andata in declino persino la figa, per colpa sua, mentre le mafie raddoppiavano il fatturato e assumevano definitivamente il controllo di ogni organo governativo e amministrativo.

Ecco cosa succede a sostenere i cazzoni come Trump. Siete rimasti a galla in questi anni grazie a Obama, non rovinate tutto affidando la vostra Nazione a una betoniera di stronzate nazifasciste che vomita intolleranza e predica violenza. O sarà di nuovo Medio Evo per tutti.

Se potessi lasciarmi amare da qualcuno che ha voglia di leccarmi le ferite, di baciarmi la pelle e persino le ossa, di sopportare le mie manie di saltare ogni tanto, di camminare sul bordo del marciapiede, di guardare per ore il cielo o di canticchiare ripetutamente, lo farei. Ma ho permesso al mio cuore di amare chi fa di me una cornice posata su di un comodino lasciata a prendere soltanto polvere.
So come si amano i germogli, gli spaghetti al pomodoro che prepara mia madre, ma anche le mie ginocchia piene di cicatrici, le mie gambe storte, le pozzanghere quando ci finisci dentro per sbaglio, ti si schizzano tutti i pantaloni, ti si bagnano le scarpe e di conseguenza anche i calzini (sì, dopo tanto dolore s'impara ad amare soprattutto le cose negative e ho scoperto che mi fanno vibrare il cuore in un modo che non mi aspettavo); ma come si fa a smettere di amare un cuore e cominciare ad amarne un altro? Sinceramente ho la pelle d'oca solo a pensarlo. Possibile che certi amori finiscano? Che certe labbra smettano di volersi fra tante altre? Che certi profumi non si riconoscano più?
So amare tanto e odiare altrettanto. Odio piuttosto bene, in realtà. Odio quando amare diventa troppo facile perché le cose semplici non mi sono mai piaciute. Io mi fido di quell'amore che resiste quando i problemi aumentano fino a voler scappare. Mi fido di chi dice di odiarmi ma poi mi stringe la mano e vorrebbe non lasciarla più. Mi fido di chi sa combattere, di chi non molla, di chi - nonostante ogni difetto - vuole una pazza innamorata come me al suo fianco (e ce ne vuole di coraggio).
Ho imparato ad amare il silenzio che ha lasciato dopo la sua partenza e spero di rinnamorarmi del rumore.
—  Viviana V.