gerarchia

si definiscono cittadini
si ritengono pure liberi
in realtà sono una massa di soldatini
incasellati, pronti per ogni nuovo ordine ricevuto
ligi al dovere, obbedienti alle leggi capitaliste
esultanti alle parole sacre dei propri comandanti
disciplinati all'ordine costituito
attenti a non uscire dal solco pre-tracciato
commistione di crani indottrinati da sacri dogmi:
l'amico immaginario dei cieli e le leggi che adorano il dio profitto
contraddizione ed ipocrisia come compagni di viaggio
benvenuti nella società Civile e Progredita…

“Ci sono due modi di arrivare fino a me: con i baci o con l’immaginazione. Ma c’è una gerarchia: i baci da soli non funzionano.”

Anaïs Nin

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola “compassione” col prefisso «com-» e la radice “passio” che significa originariamente «sofferenza.» In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viena tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola «sentimento» (in ceco: “soucit”; in polacco “współ-czucie”; in tedesco: “Mit-gefühl; in svedese: "med-känsla”).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un'altra parola dal significato quasi identico, “pietà” (inglese “pity”, francese “pitié”, ecc.) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Avere pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second'ordine, che non ha molto a che vedere con l'amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice «sofferenza» (“passio”) bensì dal sostantivo «sentimento», la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta nella sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, współczucie, Mitgefühl, medkänsla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.
—  Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell'abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?

Emil Cioran

L'antropologia femminile - Femminismo & dintorni.

Nel corso dell'evoluzione storica, e tuttora in alcuni luoghi del pianeta, il ruolo della donna è stato influenzato da concezioni antropologiche distorte, tra le quali: l'antropologia della subordinazione, che propone il modello di un essere (la donna) subordinato a un altro (l'uomo), e l'antropologia della complementarità che porta alla divisione di ruoli e competenze (all'uomo spetta l'agire nella scena pubblica, mentre alla donna, in maniera complementare, spetta la responsabilità di una sfera privata).
Questi modelli, soprattutto negli ultimi decenni del ‘900, sono stati sostituiti dalle concezioni di un'antropologia dell'uguaglianza: in nome della parità-identità, essa tende a negare ogni differenza tra uomo e donna, intendendo questa come un prodotto culturale e omologando il ruolo della donna a quello maschile. Un apporto anch'esso non del tutto giusto, poiché si basa sullo stesso concetto che si vuole combattere, ossia la superiorità dell'ontologia maschile. Ci si è, quindi, rivolti a un'antropologia della differenza che nega una gerarchia di valori e definisce i rapporti tra esseri umani accettando le differenze e sostenendo l'uguaglianza.
Oggi, con una maggiore consapevolezza del proprio essere e delle proprie capacità, sarebbe meglio basare le richieste femministe di rispetto e comprensione sulla giusta “Antropologia della reciprocità e della corresponsabilità”.
Essa rispetta l'uguaglianza dei due sessi, nella condivisione e nella responsabilità, e ritiene che donne e uomini possono svolgere non ruoli diversi ma lo stesso ruolo in diversi modi.

(Riflessioni sul concetto di antropologia femminile presente nel libro “Donne e Chiesa” di A. Valerio, che consiglio vivamente. Edizione: Roma, Carocci Editore, 2006).

Avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.
—  Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere

Cioè quei romanzi così grossi, con tutti quei personaggi che hanno almeno tre nomi e un cognome e un paio di soprannomi e dei gradi che li collocano in una gerarchia incomprensibile e che sono legati da intricatissimi vincoli di parentela, se fai come Bichsel, se porti pazienza, se arrivi, per dire, a pagina 39, dopo alla fine ti danno delle gran soddisfazioni, e se sei proprio fortunati magari ti fanno anche molto male.

Paolo Nori - I Russi sono matti

Il lavoratore diviene un rivoluzionario non accentuando le proprie caratteristiche di operaio, ma proprio liberandosene […].
Il lavoratore diviene un rivoluzionario quando si libera del proprio ‘operaismo’, quando giunge a detestare il proprio ruolo di classe senza mezzi termini, qui e ora, e quando comincia a scrollarsi di dosso quei caratteri che i marxisti più gli ammirano – l'etica del lavoro, la struttura caratteriale derivante dalla disciplina industriale, il rispetto per la gerarchia, l'obbedienza ai capi, il consumismo, le scorie del puritanesimo. In questo senso, il lavoratore diviene un rivoluzionario nella misura in cui si libera del proprio ruolo di classe e acquista una coscienza di non-classe.
—  Murray Bookchin - Ascolta, marxista!
…io andavo là appositamente per immagazzinare ancora un po’ di immagini sue, la piega del retroginocchio, l'arco del piede flesso innaturalmente dal tacco sublime, la leggera gora di sudore sulla maglietta attorno alle ascelle… immagini potentissime, immagini del divino, quali poi elaboravo fantasticamente in vicende estenuanti, e che selezionavo già al momento di coglierle, epifanie di cui all'istante decidevo la gerarchia, costringendomi alla fuga appena giudicassi completo il bottino, non più suscettibile di un solo frammento di icona. Passiva, un velo di ottusità nello sguardo, lei si lasciava cartografare tranquilla, quasi incoraggiandomi: nondimeno ero così consapevole della sconvenienza che bastavo io a censurarmi, infingendo disinteresse o sfruttando, alla delibazione visiva, solo i momenti in cui ella guardava altrove o era occupata. L'intera sessione del resto doveva essere brevissima, anche se io la vivevo con l'animo del montaggista che scorre una scena fotogramma per fotogramma.
Non ne seppi mai il nome, sicché dominava le mie fantasie da anonima o polinomia.
[…]
Insomma la situazione era questa: io ero principe della nostra-mia biblioteca e depositario di un crescente sapere; malconcio nella vita, rifulgevo nell'aristocrazia dello spirito; innamorarmi, mi innamoravo solo di angelelle incorporee, cui pensavo sotto la specie esclusiva dell'occhio e del sorriso, stilnovista ortodosso; dunque lì, in vacanza, accidentalmente esposto alle lusinghe del mondo terreno, potevo ben concedermi di scivolare verso il basso, nella concupiscenza di quanto aveva valore in quanto corpo, mero e spensieratissimo corpo: il che già, a prescindere dal censo e dal livello di istruzione, a prescindere dalla imopia e dall'ottusità, conferiva a quella creatura lo stigma dell'inferiorità: cui io mi prosternavo con la voluttà di chi si umilia, tanto più eccitandosi quanto più si umilia. Ella diventava così la Dominatrice, esosa proprio nella sua passività ed indolenza; anzi, che ignorasse le mie dinamiche era vieppiù entusiasmante, perché dava all'adorazione il vanto di un sacrificio gratuito. Quanto officiai, davanti a quell'ara? Quante oblazioni? Nauta naturata, non potevo offenderla: era un corpo. Le avessi attribuito uno spirito, il mio desiderio l'avrebbe abbassata e sporcata: così invece, lei schietta popolana, non c'era oltraggio. Non c'era oltraggio.
[…]
Quale meraviglia, la volgarità! Un ossimoro strepitoso ed irresistibile: Dea, ma Volgare!
[…]
Dopo qualche Mottarello vidi che lo smalto sulle unghie delle mani era tutto smangiato, ma quell'incuria non fece che soggiogarmi di più: essere lo schiavo di una tiranna sciatta, l'ebrezza!
[…]
con sgomento mi accorsi di non essermi mai chiesto dove e come avesse passato la prima parte della sua vita, quei quattordici-quindici anni alla cui altezza la vidi la prima volta. Letteralmente, l'avevo fatta nascere in quel momento, in funzione del mio desiderio.
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Nacqui d'inverno, concepito in un raptus. Mia madre, tutto fuorché volgarotta. Solo talento e intelligenza, ma talmente autodistruttiva da diventare l'ultracorpo di se stessa, una perfetta macchina di dolore. Un anno dopo la sua morte, facendo ordine fra le sue disordinatissime cose, ho trovato un mannello di lettere di mio padre: vi era abbondantemente tematizzata, vi era, la di lui condizione di proletario vendicatore (una borsa su cinquecento): a riscontro, fra le righe, si poteva ricostruire il tema materno, la discesa sociale (eroico-gloriosa, ma pur sempre discesa): da allora lui non ha mai smesso di salire e lei mai di scendere: all'incrocio degli opposti vettori, l'incongruo amplesso, la gravidanza animalesca, la mia fuoriuscita dopo ventidue ore di travaglio stremante (così la leggenda, accresciuta di un'ora a ogni replica), nell'incuria delle ostetriche impegnate a sbafar panettoni, pizzicate le chiappe dall'esuberante portantino: essendo Natale.
[…]
Per non parlare del sotteso ricatto: vedete come siete fortunati? Mi sbatto di lavoro tutto il giorno […], nondimeno trovo il tempo di farvi il pancotto buono: sicché noi, quello spolviglio di grana e quell'alloro lo pagavamo con un senso di colpa, quel tot che andava ad aggiungersi al senso di colpa basico per essere al mondo e a carico suo.
[…]
mia madre […] cosa sollecitò nel bruto di genio? Un riconoscimento di genio con genio, o vaghezza del diverso? L'uno e l'altro, credo, ma più di tutto l'intuizione di poter disporre di una vittima intelligente, già pronta all'uopo (talmente già pronta che di lì a pochi anni, consunta come un osso di seppia, cessò di fungere). Nessun bisogno di dominatrici, in mio padre, tanto meno di zoccoli: ma l'avesse almeno domata come un mustang o un appaloosa! No, la trovò già domata: da se stessa, in spregio agli agi e all'intelligenza, proprio perché intelligente: farsi del male con ogni mezzo per consistere solo di intelligenza e talento, e scegliendo, a officiare, proprio chi di tali valori era vessillifero: per sapersi autorizzata ad essere artista, e bohémienne (via estetico-laica al martirio, dove si vede come alla fine, di stortura in stortura, abbia comunque prevalso la millenaria tradizione cattolica che si incarnava in mia nonna: Letizia: detta Titti: dama di San Vincenzo).
[…]
Un ragguaglio, qui, a chiusura del cerchio. Il riconoscimento maggiore venuto da mia nonna a mia madre è stato il suo essere “fine”: seria, elegante, discreta, una personcina comme il faut. “Com'è fine tua madre”. Sul Golgota, mani e piedi inchiodati, ma fine.
[…]
Postilla seconda: ingenuo entusiasmo di mio nonno all'idea di far incontrare, o comunque di mettere in contatto, i due illustri scrittori [Buzzati e Montale]: il prosatore e il poeta; il bellunese-milanese e il genovese-monterossino. Pare però, a quanto ho appurato, che entrambi, informati dello zelante progetto, abbiano cortesemente declinato: non potendo loro interessare di meno, chiusi ognuno nel proprio mondo, gelosi dei propri privatissimi mali di vivere - privatissimi, altro che universalità dell'opera d'arte.
[…]
Dietro a tutto questo, dentro, a tutto questo, il grande ricatto: NON SARAI INTELLIGENTE SE NON SEI TRISTE (tris'ci). Si misura qui l'estensione del danno, la sua profondità. Zitta zitta, semplicemente patendo, mia madre otteneva risultati patopedagogici che mio padre nemmeno si sognava, e come avrebbe potuto, lui che rapportava l'intelligenza al rigore, al cimento estremo, all'eccezionalità, alla diversità dagli altri? Qui, invece, la tristezza! Direttamente: non tristi-stremati angosciati come conseguenza dell'impegno all'eccezionalità, no, semplicemente-immodulatamente tristi, pre-tristi nell'utero. Il grande genio della psicologia non è Freud: è Pavlov. Lo so ben io, che al primo sospetto non dico di felicità (orrenda bestemmia) ma di pallido benessere mi sono sentito un traditore e un vigliacco, come osavo? Cosa fai, sorridi? Sei impazzito? E infatti, non ho mai osato, ho fatto il giapponese anche in questo senso, tenere l'atollo. Per una volta l'alterazione morfologica, nell'uso paterno, era inappuntabile: “quella tristanzuola di tua madre” (com'è fine la Iela - è slava - serissima: tristanzuola). Due modi diversi di essere seri, lui e lei: io credo di aver preso il peggio da entrambi.
[…]
se allora mia madre accennava al fatto che anche lei lavorava, e molto, mio nonno si indignava con mio padre: maltrattare una moglie va bene, farla lavorare no. Io lo ascoltavo affascinato, perché la barbarie ha sempre avuto una presa irresistibile sul mio spirito decadente
[…]
“Di’ a Dino che lo saluto tanto”, sarebbero state le sue parole a mio nonno, “ma che non son più la stessa, e che se mi vuol bene mi ricordi com'ero, fra le sue montagne”. Può, un figlio, non piangere di fronte a una battuta come questa? Non può.
(“Non son chi fui: perì di me gran parte”).
—  Michele Mari, Leggenda Privata