gerarchia

COSE CHE HO IMPARATO DA MAMMA:

• Mia madre mi ha insegnato a rispettare il lavoro altrui:
“SE TU E TUO FRATELLO VI VOLETE AMMAZZARE DI BOTTE ANDATE FUORI PERCHè HO APPENA FINITO DI PULIRE LA CASA!!!”
• Mia madre mi ha insegnato ad avere fede:
“INIZIA A PREGARE CHE QUESTA MACCHIA VENGA VIA!!!”
• Mia madre mi ha insegnato la logica e la gerarchia:
“IN QUESTA CASA COMANDO IO! PUNTO E BASTA!!!”
•Mia madre mi ha insegnato la motivazione:
“CONTINUA A PIANGERE E TI DARò UN VERO MOTIVO PER FARLO!!!!”
•Mia madre mi ha insegnato che cosè la contraddizione:
“CHIUDI LA BOCCA E MANGIA!!!”
•Mia madre mi ha insegnato ad avere la forza di volontà:
“RESTERAI LI’ SEDUTO FINCHè NON HAI FINITO TUTTO!!!”
•Mia madre mi ha insegnato a valorizzare il sorriso:
“SE MI RISPONDI ANCORA UNA VOLTA TI FACCIO SALTARE TUTTI I
DENTI!!!”
•Mia madre mi ha insegnato ad essere una brava persona:
“TI INSEGNO L'EDUCAZIONE A FORZA DI BOTTE!!!”

Epistolario

Mio caro N,

sono arrivata a B. Temo di essere diventata intollerante. Dato che finora ho sempre pensato di essere l’esatto contrario, ho paura che questo sia il segno del mio invecchiamento. Questa città acuisce la sensazione. Mi risultano quasi tutti già a un primo incontro estetico repellenti. Se poi lombrosianamente e istantaneamente ricavo dalla loro apparenza dei giudizi di valore la cosa va incredibilmente peggio. E queste stesse righe che scrivo, impregnate dall’aria che respiro, mi repellono. Non so nemmeno perché ho deciso di scrivere a Voi. Non so nemmeno perché Vi do addirittura del Voi con tanto di maiuscole. Forse, di nuovo, per reazione a questa città, al mio uso succhiato col latte materno di dare del tu a tutti, dal fornaio al professore. L’ho sempre visto come un giusto rifiuto anrchico dell’autorità e della gerarchia, ora mi pare solo maleducazione inutile. Comincio a lodare tra me e me i comportamenti eleganti, educati, signorili. Mi sto peggio che imborghesendo: aristocraticizzando. È che nella gente che mi vedo attorno non vedo nessuna ribellione, soltanto pigrizia; nessun rifiuto della convenzione, soltanto strafottenza. E allora preferisco il Voi. Anche perché a ben vedere io e Voi non è che ci conosciamo. Ci saremo scambiati due parole, in questa arena (interpretatela come mondo o come rete, c’è chi dice che siano la stessa cosa) e onorare la distanza che ci separa mi pare abbia un senso. Passerò qui i prossimi tre mesi, con periodici ritorni a M., un massacrante andirivieni tra città, case, relazioni, carriere, suddivisioni del tempo. ScriverVi sarà la mia costante; la scrittura a voi e la tensione della pelle che ancora mi tiene insieme le ossa e la carne che le ricopre. Ho queste due certezze al momento, la scrittura e il mio corpo. Anche Voi a ben vedere non siete affatto una certezza, più che altro un simulacro e un involucro. Il simulacro da immaginare per poter rivolgere la parola e poi di quella parola l’involucro ovvero il recipiente. Sembra offensivo, ma non temete, anche io mi sento così e così posso essere per Voi: un simulacro e, quando vorrete, un involucro.

Vostra P.

@leombredipersefone

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola “compassione” col prefisso «com-» e la radice “passio” che significa originariamente «sofferenza.» In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viena tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola «sentimento» (in ceco: “soucit”; in polacco “współ-czucie”; in tedesco: “Mit-gefühl; in svedese: "med-känsla”).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un'altra parola dal significato quasi identico, “pietà” (inglese “pity”, francese “pitié”, ecc.) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Avere pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second'ordine, che non ha molto a che vedere con l'amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice «sofferenza» (“passio”) bensì dal sostantivo «sentimento», la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta nella sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, współczucie, Mitgefühl, medkänsla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.
—  Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Manifesto del Dadaismo , Tristan Tzara,1918 “Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l'accento dell'ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l'ultima apparizione di una cocotte dimostri l'essenza di Dio.

Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l'azione, per la contraddizione continua e anche per l'affermazione, non sono nè favorevole nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.

DADA non significa nulla.

Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l'origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.

L'opera d'arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un'opera d'arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all'unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l'umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l'uomo? Parlo sempre di me perchè non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l'arte che gli pare.

Così nacque DADA da un bisogno d'indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: Forse che l'arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.

Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un'opera sobria e precisa, senza oggetto. L'artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.

Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell'umanità .Un quadro è l'arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, nè definito nell'opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.

La spontaneità dadaista.

L'arte è una cosa privata. L'artista lo fa per se stesso. L'artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. E’ felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e imcomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c'è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo nè progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell'azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin'ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA ; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA ; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buoi, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA ; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell'archeologia:DADA ; abolizione dei profeti: DADA ; abolizione del futuro: DADA ; fede assoluta irrefutabile inogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità:DADA .”

L'antropologia femminile - Femminismo & dintorni.

Nel corso dell'evoluzione storica, e tuttora in alcuni luoghi del pianeta, il ruolo della donna è stato influenzato da concezioni antropologiche distorte, tra le quali: l'antropologia della subordinazione, che propone il modello di un essere (la donna) subordinato a un altro (l'uomo), e l'antropologia della complementarità che porta alla divisione di ruoli e competenze (all'uomo spetta l'agire nella scena pubblica, mentre alla donna, in maniera complementare, spetta la responsabilità di una sfera privata).
Questi modelli, soprattutto negli ultimi decenni del ‘900, sono stati sostituiti dalle concezioni di un'antropologia dell'uguaglianza: in nome della parità-identità, essa tende a negare ogni differenza tra uomo e donna, intendendo questa come un prodotto culturale e omologando il ruolo della donna a quello maschile. Un apporto anch'esso non del tutto giusto, poiché si basa sullo stesso concetto che si vuole combattere, ossia la superiorità dell'ontologia maschile. Ci si è, quindi, rivolti a un'antropologia della differenza che nega una gerarchia di valori e definisce i rapporti tra esseri umani accettando le differenze e sostenendo l'uguaglianza.
Oggi, con una maggiore consapevolezza del proprio essere e delle proprie capacità, sarebbe meglio basare le richieste femministe di rispetto e comprensione sulla giusta “Antropologia della reciprocità e della corresponsabilità”.
Essa rispetta l'uguaglianza dei due sessi, nella condivisione e nella responsabilità, e ritiene che donne e uomini possono svolgere non ruoli diversi ma lo stesso ruolo in diversi modi.

(Riflessioni sul concetto di antropologia femminile presente nel libro “Donne e Chiesa” di A. Valerio, che consiglio vivamente. Edizione: Roma, Carocci Editore, 2006).

i cattolici credono nella resurrezione della carne, non nel paradiso. quando si muore, si muore e non c'è più niente, né inferno né paradiso; c'è solo una resurrezione finale, nella carne e su questa terra. quando lazzaro fu riportato in vita, nessuno gli chiese se ricordasse qualcosa della morte, e lazzaro stesso non fece cenno di alcunché, perché niente aveva da dire. lui era diventato nulla. come nasce allora la storia del paradiso? nasce nel medioevo, in quella cristianità eretica che praticava l'esperienza mistica, il contatto diretto con dio. con il riaffermarsi della gerarchia ecclesiastica sul monachesimo spirituale, il paradiso medievale è divenuto sempre più inattuale, ma la perdita del paradiso è anche perdita della speranza.

Caro professore, ma caro veramente
se pur fantasiosamente.
Io sono assolutamente incapace di scrivere una lettera, e lo sono soprattutto se con una lettera devo “comunicare” concretamente. E qui, come fare entrare, e subito, il mio nome; oppure, per esempio, il colore del pullover che indossavo quel giorno, e, insomma il senso di un epistolario caduto e la mania di gerarchia e di aristocrazia che mi prende quando si tratta di “parlarne”, “spiegarne”, di un gesto che è profondo e leggero troppo per non sfuggire ad una qual si sia esibizione.
—  Claudia Ruggeri a Franco Fortini. Lecce, 1 marzo 1990.
Zygmunt Bauman

Cos'è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L'amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.

Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all'infedeltà…
“Nessuno è "condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio".

Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
“L'amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l'uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l'amore ripaga quest'attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.

Oggi viviamo più relazioni nell'arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.

Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
“È la prospettiva dell'invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l'assenza di "novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall'infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso".

Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all'altro la sua unicità?
“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l'opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L'amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l'amore. Non troveremo l'amore in un negozio. L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.

Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell'amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell'esclusività dolorosa dei rapporti.
“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l'illusione di avere tante "seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all'altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L'amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi  -  ma la gioia è nello sforzo comune per superarli".

In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della "tentazione della tentazione”. È lo stato dell’“essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l'oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un'apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un'imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente".

Lei però scrive: “Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte ”. Ci si innamora una sola volta nella vita?
“Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può "imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento “.

Nel ‘68 si diceva: "Vogliamo tutto e subito”. Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
“Il 1968 potrebbe essere stato un punto d'inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente”.

I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
“Sono stati sostituiti dalle "connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza".

Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall'inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L'esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: "Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un'incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l'oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un'altra parte “.

Il vostro è stato un amore a prima vista?
"Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c'è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni”.

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso ‘com-’ e la radice passio che significa originariamente 'sofferenza’. In altre lingue, ad esempio, in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola 'sentimento’ (in ceco: soucit; in polacco: wspòt-czucie; in tedesco: Mit-gefühl; in svedese: med-känsla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un'altra parola dal significato quasi identico, pietà (inglese pity, francese pitié, ecc.) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second'ordine, che non ha molto a che vedere con l'amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente. Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice 'sofferenza’ (passio) bensì dal sostantivo 'sentimento’, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, wspótczucie, Mitgefühl, medkänsla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.
—  Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere

“Dal punto di vista della metrica, il sonetto è composto da un verso pentasillabo, o quinario, e da due trisillabi in successione (trinario): LU-I- È -MI-O; AB-BO-LA; SCU-PI-NA.
Poesia e innovazione di contenuti si fondono in appena undici sillabe. Shakespeare in confronto era babbalecco. In un’epoca contraddistinta da tradimenti e promiscuità tra uomo e donna, complice anche un uso distorto dei social network, che alimenta certamente la difficoltà ad impegnarsi in un rapporto serio, maturo e duraturo, l’autrice contrappone, ribadendolo, il sentimento dell’appartenenza e del possesso a quello della protezione della “cosa propria”, di verghiana memoria. L’autrice, superando dogmaticamente l’antica usanza di tirarsi i capelli tra donne, invita la rivale in amore a lasciar perdere il proprio amato: non “uottìnni” o “scoffa” o “non ti fari avviri chiui”, immagini e parole che dal punto allegorico avrebbero palesato il timore di un ritorno. Ma “abbola”, cioè letteralmente “vola via lontano”. La chiosa finale conclude l’unicità di pensiero. L’insulto come sciabolata finale di un duello a livello semantico. “Scupina”. Variante dialettale al femminile di “scopino”, piccola scopa, arnese destinato alla pulizia del gabinetto. Degno di pregio è l’uso consapevole della gerarchia dell’offesa. L’autrice vuole dire alla rivale: “Tu non sei un cesso, tu sei qualcosa di peggiore del cesso, tu sei ciò che viene utilizzato per pulire il cesso dalle sue impurità, tu sei addirittura peggio delle impurità del cesso”. E quel punto finale, in un’epoca in cui la punteggiatura è soppiantata dalle emoticon e dai puntini di sospensione buttati a sistiare. Quel punto diventa concetto. Ed il concetto è: non ho più nulla da dire e tu, mia rivale, non puoi aver più nulla da dire.”

L’uomo è contronatura.

L’omosessualità è un reato, ma i porno contenenti individui dello stesso sesso possono generare fantasie erotiche socialmente condivisibili.
L’unione perfetta è tra uomo e donna, poi uno dei due tradisce, ma non importa, si può riparare, poi è l’altro a tradire, ma chissenefrega, si può riparare, anche se ci sono figli di mezzo, va bene lo stesso, l’importante è mantenere una facciata socialmente condivisibile e dimostrare che l’unione perfetta è tra uomo e donna, il resto, poi, viene secondariamente.
Legare gli istinti è contronatura, rischi un collasso mentale, ma devi assolutamente tenere per te le tue pulsioni, evitare la pubblica manifestazione degli affetti, devi dimostrarti duro, pronto all’uso, chi è sopra di te non vuol farti avanzare, preparati alla guerra sociale, perché la pace non esiste, la pace è contronatura.
La donna poco femminile è contronatura, nessuno capisce ancora perché ella manifesti problemi nel compiacere bene l’uomo, eppure sarebbe questa la sua funzione naturale.
L’uomo sessualmente poco resistente e poco attraente è contronatura, poi, se piange, figuriamoci, sarebbe meglio isolarlo dal gruppo, per non rischiare il linciaggio mediatico della categoria.
Allora anche la filosofia greca e le poesie di Saffo sono contronatura, non sia mai che a qualcuno venisse in mente di emulare questa assurda deviazione mentale.
La libertà d’espressione è contronatura, visto che vige la gerarchia, il Capo ha la parola, tu devi obbedire, il vertice ha sempre ragione, tu devi ascoltare, la tua parola è contronatura, dimmi, perché sei ancora qui a non far nulla?
“Quando c’era lui” vede contronatura “il pugno alzato” e il “pugno alzato” vede contronatura il “quando c’era lui” e poi le religioni sono tutte contronatura, non puoi costringere l’uomo a non vivere nel peccato, ma, un momento, il peccato è contronatura, siete tutti dei lussuriosi maledetti, la vostra gola e la vostra accidia vi manderanno all’Inferno, ma anche l’Inferno è contronatura, quindi Dio ci salverà.
Se Dio esistesse sarebbe contronatura, probabilmente, perché Creatore dell’uomo a sua immagine e somiglianza, ma io che sono qui a metterlo in dubbio sono contronatura, allora mi pento, anzi no, il pentimento è così divino e poco umano, io sono umana e, come tale, sono contronatura, allora non mi pento e dico che se Dio esistesse sarebbe contronatura, proprio per la sua tolleranza e il suo cercare di amare tutti gli uomini allo stesso modo, ma l’amore incondizionato è contronatura e l’essere contronatura è davvero un gran reato.

Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell'abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?
—  Emil Cioran
Gerarchia sociale

Dire a qualcuno che è unico è vero: esiste nel bene e nel male un singolo individuo su tutto il pianeta che ha quel corredo genetico, quello sviluppo, quella vita, e dunque quel carattere e personalità.
Dirgli che è speciale, per lo stesso motivo è vero, perché a prescindere da tutto ci sarà qualcosa che solo lui saprà fare, e solo lei saprà manifestare nella stessa maniera, sia esso ferirci o farci sognare.
Ma dopo di ciò, basta.
Non siete oro e argento, Prada e nada, regine e re contrapposti a pezzenti.
Sono belle parole che non durano neanche mezza giornata, da ripetersi soltanto finché si riesce a crederlo.
Anche perché, per ogni persona che si guarda dall'alto verso il basso, ce ne saranno altre che vi riserveranno lo stesso trattamento.