generazione tumblr


Generazione Y. E’ ciò che siamo. Siamo la successione della generazione X, siamo nati tra la nascita dell’AIDS e l’11 Settembre. Siamo stati la prima generazione a nascere senza la preoccupazione di una guerra. Siamo caratterizzati da Media, masse digitali. Alcuni ci chiamano MTVGeneration. La generazione del millennio è stata plasmata dai leader, siamo nati nell’epoca di internet, degli SMS. Un epoca dove non vediamo l’ora di postare su Facebook che stiamo mangiano un panino per farlo sapere al mondo intero. Siamo cresciuti guardando i film della Disney. Siamo la generazione che è stata penalizzata economicamente dal crollo finanziario del 2007, e per conseguenti cause sociali, sembra che la disoccupazione giovanile continui a crescere in paesi sviluppati nonostante i governi di Regno Unito, Italia, Spagna, Grecia, Germania, USA e così via stiano cercando di invertire la tendenza.
Siamo la generazione che è cresciuta con il timore del mondo esterno, quella che è stata schiacciata dai nuovi modelli antropologici. La generazione che preferisce voltarsi invece che ascoltare scomode verità. Ci chiamano generazione globale. Certe persone attribuiscono questo nome al fatto che non riusciamo più a vivere senza far sapere a chi ci circonda quello che stiamo facendo, o cosa stiamo pensando. Siamo la generazione dell’indifferenza, un’indifferenza alla sofferenza.

“Io non seguo la massa” e poi:
Ha le Adidas Superstar.
Un Iphone.
D'estate usa solo shorts che le arrivano sotto al culo.
Ha un parka.
Il suo film preferito è suicide squad.
Il suo libro preferito è colpa delle stelle.
Ha visto al cinema “io prima di te.”
Ascolta gli One Direction.
Finisce le frasi con parole tipo “omg, bitch, fangirl o please”.
I suoi idoli sono youtubers.
Compra solo da Bershka.
Ha almeno un rossetto di Kylie Jenner.
Posta su Instagram i video di musical.ly.
Dice che la sua serie preferita è American Horror Story (nonostante abbia visto solo la prima stagione).
Va in giro con la felpa dei Nirvana, ma conosce solo “Smells Like Teen Spirit”.
Dice che Ed Sheeran è il suo cantante preferito ma se le chiedi qual è la sua canzone preferita, ti risponde “thinking out loud”.
Si definisce “tumblr” quando indossa crop top, gonne o anfibi neri.
Pubblica selfie di lei mezza nuda per poi scrivere nella descrizione una frase presa a caso da Tumblr che non c'entra un cazzo con la foto.

Non posso permettermi di perderti.. Non me lo perdonerei mai.
—  lalucedelmiosorriso
Generazione Y. E’ ciò che siamo. Siamo la successione della generazione X, siamo nati tra la nascita dell’AIDS e l’11 Settembre. Siamo stati la prima generazione a nascere senza la preoccupazione di una guerra. Siamo caratterizzati da Media, masse digitali. Alcuni ci chiamano MTVGeneration. La generazione del millennio è stata plasmata dai leader, siamo nati nell’epoca di internet, degli SMS. Un epoca dove non vediamo l’ora di postare su Facebook che stiamo mangiano un panino per farlo sapere al mondo intero. Siamo cresciuti guardando i film della Disney. Siamo la generazione che è stata penalizzata economicamente dal crollo finanziario del 2007, e per conseguenti cause sociali, sembra che la disoccupazione giovanile continui a crescere in paesi sviluppati nonostante i governi di Regno Unito, Italia, Spagna, Grecia, Germania, USA e così via stiano cercando di invertire la tendenza.
Siamo la generazione che è cresciuta con il timore del mondo esterno, quella che è stata schiacciata dai nuovi modelli antropologici. La generazione che preferisce voltarsi invece che ascoltare scomode verità. Ci chiamano generazione globale. Certe persone attribuiscono questo nome al fatto che non riusciamo più a vivere senza far sapere a chi ci circonda quello che stiamo facendo, o cosa stiamo pensando. Siamo la generazione dell’indifferenza, un’indifferenza alla sofferenza.
—  Adatto da American Horror Story: Coven.
Siamo nella generazione degli iPhone,
delle unghie pitturate di nero,
delle canzoni,
frasi,
lettere,
citazioni.
Delle camicie,
delle sigarette,
degli occhi stanchi, stanchi davvero.
Siamo la generazione che pagherebbe oro per un abbraccio,
un bacio inaspettato,
un sorriso. Siamo la generazione delle cuffie sull'autobus, sui treni, in macchina, a scuola. Siamo quella generazione timida, troppo insicura, orgogliosa, strana, asociale, sola, distrutta, depressa, stanca, quella con troppe ansie. Siamo la generazione delle felpe lunghe, delle mani fredde, delle mani sole, ad intrecciarle una con l'altra su noi stessi. Siamo la generazione che piange più la notte che il giorno.

Siamo la società degli iPhone pieghevoli, delle mille mila cover da cambiare ogni giorno, la società delle file agli Apple Store, la società degli autolesionisti che mostrano i propri tagli su Tumblr per essere al centro dell’attenzione, dei profili falsi su Ask, delle domande anonime, degli stati su WhatsApp e degli ultimi accessi controllati ogni minuto, dei “sta scrivendo…” che ti fanno sentir bene, delle chat notturne, dei gruppi su WhatsApp, dei bulimici insultati e ridotti a 30kg, delle anoressiche che cercano di uscirci e di quelle che cercano di entrarci, dei dodicenni che vanno in giro a fumare credendosi fighi, di chi fuma per moda, di chi fuma per morire, delle ragazze suicidate per colpa degli insulti su Ask, dei professori che appena possono ti mettono un tre, di “Colpa delle stelle”, delle citazioni sulla società, delle bimbe minchia che scrivono abbreviato, dei “sto bene” non sinceri, dell’ubriacarsi al sabato sera per dimenticare, delle discoteche, dei compiti dimenticati e copiati dal vicino, dei doppi sensi, delle mille foto di cui non ce ne piace nemmeno una, di chi vive con i “mi piace”, dei followers, degli screenshot alle conversazioni, delle emoticons, delle felpe della Carlsberg, delle Air Max, delle Jordan, delle Blazer, delle Vans, delle Converse, delle amicizie e degli amori a distanza, delle directioner, delle haters, delle belibers e delle arianators, di chi segue qualcuno solo per moda e di chi li deve la vita, del rap e pseudorap, della marijuana e delle sigarette elettroniche, della vodka alla pesca, delle traduzioni fatte con Google traduttore, e le ricerche con Wikipedia, dei riassunti cercati su Yahoo, delle canzoni scaricate dall’iPhone con iTube o FoxerTube, dei film pirati, delle serate al cinema e di quelle sul divano con la cioccolata calda a guardare un film, attaccati allo schermo del cellulare, parlando con quella persona che vorremmo ci abbracciasse in quel momento, delle litigate, dei “ti amo” detti da ubriachi, di “obbligo o verità?” dei “che bello” detti mentendo e di quelli detti perché lo pensavamo, degli shatush di tutti i colori, delle tinte di mille colori, delle felpe enormi al 20 agosto, dei bigliettini passati da un banco all’altro, delle cicatrici, di Belen, dei video fatti con Flipagram che non hanno alcun senso, di chi segue il calcio per moda e di chi lo ama veramente, dei post su Facebook e Twitter, del correttore automatico che mette è al posto di e, dei bikini a fascia, delle smagliature e dei caricabatterie Apple che si rompono subito, della patente ritirata, delle Vespe, delle nails art, degli idoli, dei post idioti con mille mi piace su Facebook e di quelli seri con dieci mi piace, dei followers, dei piercing, dei tatoo, dei dilatatori giganteschi, degli zaini della Eastpak e dei diari della Comix, della LIM, di chi crede che la tecnologia ci abbia salvati e di chi crede che ci abbia rovinati, delle generazioni che insultano la generazione dopo la loro, della società che non ti considera mai all’altezza, degli Streaming foto, dei FaceTime dell’una e delle videochiamate mezzi addormentati, delle foto su Snapchat, di Photoshop e PICLAB, di Retrica, Camwow Retro e Videostar, delle richieste ignorate su Facebook, di Ruzzle, di Candy Crush Saga, di Pou, delle applicazioni per i mi piace su Instagram, delle pagine su Ask che rompono le palle a tutti, delle parolacce, delle canzoni senza significato e di quelle che ce l’hanno eccome, di chi ha un telefono da 800€ e si lamenta per gli 0,89€ di WhatsApp, dei disoccupati con l’S4, dei politici, delle bugie, degli schermi rotti, delle figure di merda, dei bucomani, degli “Okay?Okay.” Delle mani incollate ad uno schermo, a scrivere citazioni, frasi, che qualcuno leggendole le metterà come stato WhatsApp, dei gruppi della classe, di Boing, K2, Super, dei supereroi immaginari, dei cani, delle fissazioni, delle fobie, delle paure, dei telefilm, dei cartoni animati, degli adolescenti, delle lesbiche, dei bisex, dei gay e dei fan di Bieber insultati e pestati a scuola, delle occhiaie, dei reality, la società più criticata, ma che fregherà tutti, in un modo o nell’altro.

Siamo la generazione ribelle: quella dei capelli blu, rossi o verdi; dei ragazzi con i dilatatori e delle ore passate nelle stazioni. Siamo la generazione delle amicizie a distanza. Siamo la generazione delle sfide senza senso e chissà se è meglio un Samsung o un Iphone. Siamo la generazione delle Dr.Martens e delle ore passate su Twitter, quella dei messaggi chilometrici su WhatsApp e del bastone per i selfie. Siamo la generazione dei ragazzi con i pantaloni a vita alta e dei libri dimenticati a casa. Siamo la generazione della sfida tra chi ha più amici su Facebook e lettori su Tumblr. Siamo la generazione di chi ascolta pop, il rap, ma soprattutto, il rock n’roll, ma che non riuscirebbe ad andare a letto senza prima ascoltare la propria canzone d’amore preferita. Siamo la generazione del motorino a quattordici anni e del primo bacio a dodici. Siamo la generazione di chi vuole andare a Londra, chi a New York e chi a Los Angeles. Siamo la generazione delle foto e dei video condivisi su tutti i social. Siamo la generazione di Fast and Furious e i Simpson. Siamo la generazione dei finti depressi, delle magliette dei Nirvana e degli album dei nostri artisti preferiti. Siamo la generazione che ha ballato Gangam Style e Happy, quella che ha amato Harry Potter, che ha inventato la parola ”selfie” e che odia se stessi. Siamo la generazione ribelle, quella che non cambierà mai.
Siamo quella generazione “strana” o forse meravigliosamente stupenda.  

La nostra è una generazione un po’ strana. Siamo quelli che vanno male a scuola ma che scrivono messaggi che meriterebbero la lode, siamo quelli del ‘si, tanto lo faccio dopo’ e non concludiamo mai nulla, siamo quelli che si promettono di portarsi avanti con lo studio e finiscono la sera prima del compito ad aver davanti cento pagine, siamo quelli che si sentono liberi solo mettendo un piede fuori di casa, siamo quelli tutti vestiti uguali, con i jeans chiari e le vans distrutte, i felponi e i parka, siamo quelli che ‘ho preso sei ma ho studiato tantissimo, è la prof che è una stronza’, siamo quelli che si innamorano delle persone sbagliate, quello che si sfogano con gli amici, quelli che amano la vita. Si, perché siamo così noi. E non c’è niente di più bello.
—  lalucedelmiosorriso
Il coraggio di guardarsi dentro

Bisogna avercela la forza, per guardarsi dentro. Chi ce l'ha il coraggio di guardarsi allo specchio e piacersi? Chi ce l'ha più? Siamo frutto di una società fotocopiata e non si sa nemmeno da chi. Siamo frutto di troppe possibilità e troppe poche cose giuste. Usciamo di casa e ci sentiamo grandi ma la verità è che di grande abbiamo solo i telefoni che superano perfino la nostra autostima. Dovremmo provare a mettere in pausa il mondo, a volte… noteremmo solo tante gambe, alcune più avanti di altre ma tutte con gli stessi jeans e le stesse scarpe, noteremmo solo alcune foglie sospese in aria che da lì a poco cadranno a terra ed è come se non fossero mai esistite, noteremmo un cielo che sta per piangere e tutti scapperebbero, nessuno resterebbe lì ad asciugarle quelle lacrime perché i capelli si rovinerebbero e al giorno d'oggi l'immagine che mostriamo è più importante di quella che viviamo. Il problema è che nello specchio ci guardiamo ma non vediamo mai noi stessi, vediamo quello che sono gli altri e che cerchiamo di riportare in noi, vediamo qualcosa che odiamo ma che fingiamo di amare perché ammettere di non essere come tutti, farebbe troppo male. Il problema è che ci vergognamo di baciare qualcuno, anche se moriamo dalla voglia di farlo, perché quel qualcuno o è troppo scadente e sarebbe da sfigati o non lo è per niente e ci convinciamo di non essere abbastanza. Rinunciamo ai nostri sogni solamente perché non sono quelli degli altri e il problema è che ci convinciamo di non averli mai avuti per non soffrire e per non sembrare troppo strani. Ma allora mi chiedo, chi è lo strano… colui che soffre e non se ne vergogna o colui che da più importanza ad una foto con la borsa michael kors, piuttosto che ad una foto che gli ricordi di essere in grado di sorridere? Purtroppo, siamo sempre stati la seconda scelta di qualcun altro e quindi, sceglieremo sempre quest'ultima, mediocre, opzione.

Sono nata negli anni 90 e guardando i ragazzini di oggi posso dirti che sono felice di essere nata in quegli anni.
Non c’era il cellulare, Facebook, Twitter, Tumblr o Instagram e quando dovevamo vederci per giocare citofonavamo a casa del nostro amico e chiedevamo alla sua mamma se poteva scendere a giocare.
Non avevamo bisogno di abiti alla moda firmati tanto finivano in lavatrice ogni giorno.
Siamo cresciuti con Harry Potter è ancora aspettiamo la nostra lettera per Hogwarts.
Giocavamo a ‘strega comanda color’ ‘nascondino’ ’ la bella statuina’ e ‘un due tre e stella’.
Fino ai 13/14 anni non ci interessava nulla dell’altro sesso, eravamo tutti amici.
Ci emozionavamo per un bacio sulla guancia.
Costruivamo capanne con tutto quello che trovavamo, giocavamo al ‘cuoco’ in giardino con terra e fiori.
La fantasia era tutto.
Il primo Nintendo ci sembrava un gioco venuto dallo spazio e passavamo sere a giocare ai pokemon.
Compravamo il ‘cioè’ e collezionavamo tutte quelle cavolate che c’erano in regalo.
Le uniche barzellette che conoscevamo erano ‘pierino’ ‘il fantasma formaggino’ o ‘c’è un francese un italiano e un tedesco’.
Non esisteva l’iPod o spotify, c’erano le cassette che se le mangiava il mangianastri e ci toccava riavvolgerli con la penna bic.
Vinceva chi lasciava la scia più lunga sgommando con la bicicletta.
Ci sentivamo ricchi se possedevamo ‘parco della vittoria’ e ‘viale dei giardini’.
Quando iniziava a fare buio sapevamo che dovevamo rientrare.
Guardavamo Art Attack, cercando di riprodurre i lavoretti che il programma mostrava, anche se alla fine non ci riuscivano quasi mai.
Eravamo piccoli ma non ci fingevamo grandi, né vedevamo l’ora di diventarlo.
Vivevamo in un mondo dove la sostanza contava molto più dell’apparenza, dove non si pubblicavano le foto dei pranzi su Instagram ma li gustavamo assieme alla nostra famiglia, perché la famiglia era tutto.
I cuoricini in bacheca erano dei sinceri ‘ti voglio bene’.
Era tutta sostanza, non apparenza.
—  Cit.
Siamo la generazione della sigaretta elettronica alla nocciola e degli I-phone a cui cambiare la cover ogni giorno. Siamo la generazione delle Reflex e delle foto tutte uguali con mille mila mi piace che tutti criticano. Siamo la generazione di Tumblr, di Twitter, delle domande anonime su Ask, delle conversazioni notturne su Whatsapp e delle foto fatte con la fotocamera interna del cellulare che finiscono su Facebook in tempo reale. Siamo la generazione dei mi piace, delle mode che nessuno segue e di quelle che seguono tutti credendo di essere alternativi. Siamo la generazione dei nuovi hipster, dei Soliti Idioti, degli Sgommati, degli acchiappasogni tatuati, di Saviano, Travaglio, Guzzanti. Siamo la generazione dei braccialetti della fortuna, dei diari della Comix, delle storielle estive che finiscono e di quelle che durano tutta la vita. Siamo la generazione dei pazzi irrecuperabili, ma nessun Kerouac scriverà storie su di noi. Siamo la generazione che ascolta rap e pseudorap, la generazione delle fandom e dei bimbiminchia, la generazione degli youtubers e delle pagine sul calcio che si fanno guerra su Facebook. Siamo la generazione delle menti distrutte da pazzia ma senza Ginsberg a raccontarla. Siamo la generazione dei fan di Lady Gaga che insultano quelli di Taylor Swift, la generazione delle attrici della Disney ormai cresciute e spudorate che cantano facendo video e live mostrando il culo. Siamo la generazione di Skins, Pretty Little Liars, Gossip Girl e degli spotted per sputtanarsi. Siamo la generazione di Cinquanta sfumature di grigio e del libro della Parodi besteller, la generazione di Twilight, True Blood, Teen Wolf e La vita segreta di una teenager americana. Siamo la generazione di American Horror Story, della nails art, degli autolesionisti, dei graffiti, della patente ritirata per un mese per 0,6 grammi, delle bulimiche insultate a scuola, dei gay e dei fan di Bieber pestati per strada. Siamo la generazione X di Mondo Marcio, quelli del “Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero” di Brondi. Siamo la generazione dell’amore ai tempi dell’Ikea e dei licenziamenti dei metalmeccanici. Siamo la generazione di Skype, Viber, Chaton, WeChat e altre migliaia di applicazioni per la comunicazione che probabilmente quella vera la stanno distruggendo. Siamo la generazione di Instagram, di Weheartit, di Flickr, degli hashtag, delle tinte rosa, blu, verdi, dei lobi sfondati, dei pearcing e dei tattoo. Siamo la generazione di Balotelli al Milan, di Alessandro Del Piero dalla Juve al Sydney, di calciopoli, calcioscommesse, dei fan di Messi contro i fan di Cristiano Ronaldo, di Cavani al Psg e milioni e milioni e il fair play. Siamo la generazione che esulta quando trova la wi-fi libero, di Youtube, Vevo e i video porno. Siamo la generazione delle tredicenni precoci e dei genitori ignari. Siamo la generazione del mySky e on demand, di Mediaset Premium, tv in 3D, di primafila, dei contratti a tempo determinato, delle tasse universitarie che aumentano, di chi lascia la scuola, delle serate in disco, dei falò in spiaggia, degli scherzi telefonici e dei messaggi sinceri inviati alle due di notte da ubriachi. Siamo la generazione di chi crede ancora che ci sia giustizia e chi invece “ACAB”, la generazione delle risse il sabato sera, degli incidenti stradali, di noi Wind Unlimited e le bizzarre acconciature. Siamo la generazione degli zaini della Eastpack, degli occhiali della Ray Ban, delle Converse, delle Vans, delle Air Max, delle Jordan, delle Hogan, dei pusher nei vicoli e i cappellini da rapper. Siamo la generazione di Pou, di Candy Crush Saga, di Ruzzle, di Farmville e le richieste ignorate, di Avast Antivirus e In-segreto. Siamo la generazione di Google Chrome e Mozilla Firefox, delle notifiche agli accessi, dei letti morbidi ma non confortanti come le braccia tra cui vorremmo stare. Siamo la generazione di America’s next top model, del figlio William e Kate in prima pagina, del cibo spazzatura e delle pizze a domicilio che salvano le serate. Siamo la generazione delle citazioni di Bukowski, la generazione delle frasi su questa generazione, delle ricerche su Wikipedia e le versioni di latino copiate da internet. Siamo la generazione dei programmi su Real Time, di Jersey Shore, delle creste alla El Shaarawy, delle ragazze che amano il calcio e di quelle che lo seguono per moda. La generazione delle Marlboro alla menta, della Nutella, di Belen Rodriguez, Fabrizio Corona e i Rolex dei calciatori rubati. Siamo la generazione della marijuana per iniziare le serate e dell’hashish per concluderle. Siamo la generazione della vodka alla pesca, della birra al limone, del Bacardi, della cocaina e gli idoli morti in rehab a 27 anni. Siamo la generazione di Iron Man 3, delle file agli Apple Store, dei giovani un po’ persi e di quelli persi del tutto. Siamo la generazione dei disoccupati ma con l’S5, dei cassaintegrati, delle vacanze ad Ibiza, di Selvaggia Lucarelli, Paolo Fratter, il Cavaliere e l’Imu. Siamo la generazione dei giovani che in fondo l’hanno capito che c’è qualcosa di strano in questa generazione. La generazione più criticata, più sottovalutata, quella che si sta svegliando e l’ha capito che potrebbe cambiare il mondo e fottere tutti. Siamo la generazione che nonostante tutte le stragi, i dibattiti in tv, la violenza sulle donne, le mafie, la droga, l’omofobia, la crisi, la fuga dei cervelli, Berlusconi, le scie chimiche, la Libia, l’Egitto, le intercettazioni e tutto il resto, qualcosa da raccontare la lascerà senz’altro… solo che dobbiamo ancora scoprire cosa.
—  Cit.