gambe incrociate

Ora ti dico una cosa.
Voglio stare con te.
Voglio stare con te perché amo il tuo modo di abbracciarmi e dirmi sottovoce che mi ami.
Voglio stare con te perché i tuoi occhi hanno un mondo dentro e tu non hai nemmeno idea di che meraviglia siano.
Voglio stare con te per il modo in cui mi tocchi la pelle e per come fai l'amore con me.
Voglio stare con te, e non m'importa se sarà difficile.
Tutti gli amori sono un po difficili, quando ne valgono la pena. Voglio addormentarmi abbracciata a te con le gambe incrociate alle tue e la tua mano nella mia.
Voglio sapere cosa sogni e cosa ti fa paura.
Voglio stare con te anche se l'amore fa paura ne vale sempre la pena, sempre.
Tu ne vali sempre la pena.

S❤

—  Nicole
Stamattina al mare c'era una ragazza, tra le mani teneva una sigaretta spenta. Se ne stava seduta sulla sabbia, le gambe incrociate, lo sguardo perso.
Non parlava, i suoi amici ridevano, scherzavano, lei no, stava zitta, pensava.
A un tratto i suoi amici, l'hanno presa per un braccio, volevano buttarla in acqua, lei si dimenava, li supplicava, urlava, “no no il bagno no, l'acqua fa schifo.” Alla fine gli amici l"hanno lasciata andare.
Mi ricordo l'estate prima, una ragazza, era sempre lei.
Camminava in riva con un ragazzo. A un tratto lui si era fermato, doveva avergli sussurato qualcosa di dolce perchè lei aveva sorriso, poi l'aveva presa in braccio, lei si dimenava, gli dava pugni, urlava, lui correva verso l'acqua. Poi l'ho vista, aggrapparsi a lui con tutta se stessa, come una bambina quando ha paura. E ho visto quel ragazzo immergersi lentamente sull'acqua con un sorriso. Anche lei sorrideva e a vederli ho sorriso anche io. Era la stessa ragazza di stamattina, quella che si voltava verso gli amici e sorrideva “grazie per non avermi buttato in acqua”. E quel suo sorriso era spento, come la sigaretta che aveva tra le mani.
ἐρώμενοι

Ti amerò per sempre dissero in segreto i due amanti. “Ti amerò per sempre”. Si guardarono a lungo e dopo essersi baciati, poggiarono la testa uno sulla spalla dell'altro, le gambe incrociate e così le loro mani: erano un solo corpo. Non gli importavano le parsone che passavano, non gli importava neanche della pioggia, loro rimanevano lì incuranti di tutto e tutti. “Froci”. Non si girarono nemmeno a vederlo in faccia il solito cretino di turno, avevano trovato tutto, l'uno nelle braccia dell'altro, era il loro mondo e questo gli bastava.

In quella stazione non c'era mai stata. Era una di quelle stazioni vecchie, coi graffiti colorati che si intravedevano poco tra i cespugli di spine. Con le insegne ormai consumate dalla ruggine e dal tempo. Le direzioni erano ormai illeggibili, si distinguevano a stento delle frecce, senza i nomi però, qualche scorcio di lettera qua e là. Infatti lei non sapeva dove andare.
Scelse il binario 2. Istinto. Sensazioni. Era convinta che il binario 2 l'avrebbe riportata a casa. Era il binario giusto. Era quello giusto.
Si appoggiava al palo dell'insegna arrugginita, con le mani in tasca e le gambe incrociate, lasciava passare il peso del suo corpo da un piede all'altro, mentre nelle auricolari i Red Hot cantavano Hard To Concentrate. Nonostante il volume fosse al massimo, il rumore delle macchine e dei treni sovrastava di tanto in tanto la voce dei Red Hot, a frequenze e intensità alterne.
Passarono diversi treni su quel binario 2, tutti nella giusta direzione secondo il suo istinto, ma li lasciava passare tutti, senza salire su nessuno.
Le piacevano le stazioni. Le piaceva osservare la gente in attesa di qualcuno, persone in partenza, persone semplicemente di passaggio. Guardava se stessa riflessa nei finestrini dietro i quali qualcuno stava facendo altrettanto. Incrociava gli sguardi di tutti soffermandosi su ognuno quel tanto che bastava per cercare di capire il motivo per cui quella determinata persona fosse su quel determinato treno. A quel determinato orario. In quel determinato posto. Binario 2. E se qualcuno ricambiava con un sorriso lei abbassava lo sguardo. Sapeva reggere gli sguardi, ma non i sorrisi.
E a dispetto di quanto cantavano i Red Hot in quel momento non era poi così hard to concentrate. Anzi. Era perfettamente concentrata sul vedere la vita degli altri nei loro occhi. Sapeva farlo con tutti, tranne con se stessa. Non conosceva i suoi perché, i suoi vorrei, i suoi sarò, e li cercava negli altri.
Poi fattasi sera, prese finalmente il treno. L'ultimo possibile per tornare a casa.
Al binario 1.

Sono venuto ai giardini Frontone a prendere un po’ d'aria questa mattina. Ero da solo a casa tanto, e allora mi sono detto: perché non andare a fare una passeggiata per le vie del centro? E infatti è esattamente quello che ho fatto. Di fronte a me ci sono tre cani che si rincorrono e giocano, e i loro padroni che discutono amabilmente. Poco più in là c'è una ragazza che siede su una panchina di pietra con le gambe incrociate e legge un libro. È una mattinata piacevole; sono tranquillo.

“Eccola là, all’ultimo banco in fondo alla classe dove nessuno la vede. Anche a me è difficile notarla. Tu la vedi?

Sta là vicino alla finestra spalancata, seduta normalmente con le gambe incrociate sotto il banco, i jeans strappati e la sua felpa bordeaux larga. Fa freddo, lo senti, no? È ricreazione, ma non mangia e non si alza. Crede di non avere amici e di non piacere a nessuno. Uh, guarda! Questo è il momento più bello. Si sta guardando intorno, sta vedendo se qualcuno la nota ma niente, nessuno. Così abbassa la testa, prende un piccolo quadernino verde e la sua Bic nera. Impugna la penna in modo strano, così strano e storto che ha i calli su tutte e cinque le dita della mano destra. Ed inizia, scrive. Scrive tutto ciò che non ha avuto mai, scrive ciò che vorrebbe essere, ciò che vorrebbe che le accada. Scrive un’amore che aspetta, un ragazzo perfetto disposto ad amarla sempre, nonostante i suoi errori, nonostante le sue piccole e poche imperfezioni. Descrive una ragazza, una ragazza simpatica e sensibile, come lei destinata ad essere la sua migliore amica in quel mondo dei sogni, in quel piccolo grande mondo di carta. La sua mano bianca e fredda, quasi paralizzata dal venticello gelido che penetra dalla finestra e le arriva addosso, scrive. Corre sul foglio come una Ferrari su una pista nel bel mezzo di una gara, come un aereo sfreccia nel cielo, come una farfalla vola ovunque sapendo della sua morte il giorno seguente. 

Vengo ogni mattina qui, davanti alla sua classe e la guardo scrivere, perché mi trasmette emozioni fortissime. E lei, così impegnata a sfogarsi e ad odiarsi, così impegnata a pensare che non è mai abbastanza, non mi nota. Non nota me, che ne sono così innamorato e vedo dal suo stupido atteggiamento acido che ha bisogno di me, che saprei darle tutto l’amore che ho. Ma non ci vado da lei, no. La ferirei, alla fine. E ho paura di distruggere uno spettacolo della natura come lei.”

Piangeresti se io morissi?
Ti prenderesti la briga di venire al mio funerale?
Se dovessi farmi male, parecchio male, mi verresti a trovare all'ospedale? Se dovessi ammalarmi gravemente mi telefoneresti per sapere come sto? Se partissi senza dire niente a nessuno mi verresti a cercare oppure mi lasceresti semplicemente andare e anzi, ti sentiresti quasi sollevato?
A volte spero che mi succeda qualcosa di brutto solo per poterti rivedere, solo per avere una scusa per farti tornare. Subito dopo, però, mi pento. Subito dopo iniziò a disprezzarmi. Come posso essere così stupida? Come posso dipendere a tal punto dal tuo viso?
Non ho mai creduto al “per sempre”, e poi figuriamoci se avresti potuto davvero amarmi per tutta la vita; figuriamoci se qualcuno riuscirà mai ad amarmi tanto a lungo da convincermi che ne valga la pena.
Solo, ho il terrore di essere dimenticata.
Vorrei che tu ricordassi le canzoni che ti ho dedicato seduta sul divano con le gambe incrociate prima di fare l'amore e gli sguardi che tenevo in serbo per te, solo per te, quando eravamo in mezzo agli altri. A tutti gli altri, che ovviamente non potevano capire.
Vorrei che ricordassi i passi di danza che improvvisavo di fronte allo specchio mente mi asciugavo i capelli solo per vederti ridere e la luce nei miei occhi un attimo prima di accoglierti dentro di me.
Il pensiero di svanire nel nulla mi massacra.
Il pensiero di essere qualcosa che si confonde tra i mille impegni e le troppe scadenze non riesco ad accettarlo.
Ricordati di me.
Ricordati di me nei giorni speciali e in quelli normali.
Ok, forse è troppo. Ricordati di me almeno a volte. Quando la luna e il sole si contenderanno il cielo, quando vedrai un arcobaleno, quando il mare sarà mosso, quando qualcuno ti sorriderà senza un motivo appartenere e quando - a primavera - il profumo di glicine ti avvolgerà ancora senza che tu possa difenderti.
Lascia che continui a esistere dentro di te.
—  Susanna Casciani - Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore.
Forse ti hanno detto che l'amore ci avrebbe salvato, che era solo lui a spogliarti quella notte.
Quella notte buia e fredda, tra gambe incrociate e lenzuola strette.
E poi ti sei accorta che il sangue della tua verginità era quella di una martire.
Una martire caduta nel tranello delle parole, che se non servono per fare bene e curare le ferite, sanno spaccare le ossa e aprire mille ferite.
La stessa verginità che ti hanno strappato e dopo si son vestiti, andandosene via per sempre.

(Anche questa notte la passerò seduta per terra, con le gambe incrociate, sotto la finestra aperta. Se vuoi, lo sai, ti aspetto sveglia, mi trovi qui, a fissare il soffitto e a scrivere qualcosa sui miei fogli bianchi. Sorprendimi, abbracciami, amami e restiamo così, sotto questa finestra, con le gambe incrociate, a non desiderare altro, se non qualche alito di vento in più, sulla nostra pelle nuda.)

Le donne e il bagno pubblico:

Il grande segreto di tutte le donne rispetto ai bagni è che da bambina tua mamma ti portava in bagno, puliva la tavolozza, ne ricopriva il perimetro con la carta igienica e poi ti spiegava: ‘MAI, MAI appoggiarsi sul gabinetto!’, e poi ti mostrava ‘la posizione’, che consiste nel bilanciarsi sulla tazza facendo come per sedersi, ma senza che il corpo venisse a contatto con la tavoletta. ‘La posizione’ è una delle prime lezioni di vita di quando sei ancora una bambina, importantissima e necessaria, dovrà accompagnarti per il resto della vita. Ma ancora oggi, ora che sei diventata adulta, ‘la posizione’ è terribilmente difficile da mantenere quando hai la vescica che sta per esplodere. Quando ‘devi andare’ in un bagno pubblico, ti ritrovi con una coda di donne che ti fa pensare che dentro ci sia Brad Pitt. Allora ti metti buona ad aspettare, sorridendo amabilmente alle altre che aspettano anche loro con le gambe e le braccia incrociate (è la posizione ufficiale da ‘me la sto facendo addosso’). Finalmente tocca a te, ma arriva sempre la mamma con la figlioletta piccola ‘che non può più trattenersi’, e ne approfittano per passarti davanti tutte e due! A quel punto controlli sotto le porte per vedere se ci sono gambe. Sono tutti occupati. Finalmente se ne apre uno e ti butti addosso alla persona che esce. Entri e ti accorgi che non c’è la chiave (non c’è mai!); pensi: ‘Non importa…’. Appendi la borsa a un gancio sulla porta e, se il gancio non c’è (non c’è mai!), ispezioni la zona: il pavimento è pieno di liquidi non ben definiti e non osi poggiarla lì, per cui te la appendi al collo ed è pesantissima, piena com’è di cose che ci hai messo dentro, la maggior parte delle quali non usi ma le tieni perché ‘Non si sa mai’. Tornando alla porta, dato che non c’è la chiave devi tenerla con una mano, mentre con l’altra ti abbassi i pantaloni e assumi ‘la posizione’… Aaaaahhhhhh… finalmente… A questo punto cominciano a tremarti le gambe perché sei sospesa in aria, con le ginocchia piegate, i pantaloni abbassati che ti bloccano la circolazione, il braccio teso che fa forza contro la porta e una borsa di 5 chili appesa al collo. Vorresti sederti, ma non hai avuto il tempo di pulire la tazza né di coprirla con la carta, dentro di te pensi che non succederebbe nulla ma la voce di tua madre ti risuona in testa: ‘Non sederti MAI su un gabinetto pubblico!’. Così rimani nella ‘posizione’, ma per un errore di calcolo un piccolo zampillo ti schizza sulle calze!!! Sei fortunata se non ti bagni le scarpe. Mantenere ‘la posizione’ richiede grande concentrazione: per allontanare dalla mente questa disgrazia, cerchi il rotolo di carta igienica maaa, cavolo, non ce n’é!!! (Mai) Allora preghi il cielo che tra quei 5 chili di cianfrusaglie che hai in borsa ci sia un misero kleenex, ma per cercarlo devi lasciare andare la porta: ci pensi su un attimo, ma non hai scelta. E non appena lasci la porta, qualcuno la spinge e devi frenarla con un movimento brusco, altrimenti tutti ti vedranno semiseduta in aria con i pantaloni abbassati… NO!!! Allora urli: ‘O-CCU-PA-TOOO!!!’, continuando a spingere la porta con la mano libera, e a quel punto dai per scontato che tutte quelle che aspettano fuori abbiano sentito e adesso puoi lasciare la porta senza paura, nessuno oserà aprirla di nuovo (in questo noi donne ci rispettiamo molto) e ti rimetti a cercare il kleenex, vorresti usarne un paio ma sai quanto possono tornare utili in casi come questi e ti accontenti di uno, non si sa mai. In quel preciso momento si spegne la luce automatica, ma in un cubicolo così minuscolo non sarà tanto difficile trovare l’interruttore! Riaccendi la luce con la mano del kleenex, perché l’altra sostiene i pantaloni, conti i secondi che ti restano per uscire di lì, sudando perché hai su il cappotto che non sapevi dove appendere e perché in questi posti fa sempre un caldo terribile. Senza contare il bernoccolo causato dal colpo di porta, il dolore al collo per la borsa, il sudore che ti scorre sulla fronte, lo schizzo sulle calze… Il ricordo di tua mamma che sarebbe piena di vergogna se ti vedesse così, perché il suo sedere non ha mai toccato la tavoletta di un bagno pubblico, perché davvero ‘non sai quante malattie potresti prenderti qui’. Ma la tortura non è finita… Sei esausta, quando ti metti in piedi non senti più le gambe, ti rivesti velocemente e soprattutto tiri lo sciacquone! Se non funziona preferiresti non uscire più da quel bagno, che vergogna! Finalmente vai al lavandino: è tutto pieno di acqua e non puoi appoggiare la borsa, te la appendi alla spalla, non capisci come funziona il rubinetto con i sensori automatici e tocchi tutto finché riesci finalmente a lavarti le mani in una posizione da Gobbo di Notre Dame, per non far cadere la borsa nel lavandino. L’asciugamani è così scarso che finisci per asciugarti le mani nei pantaloni, perché non vuoi sprecare un altro kleenex per questo! Esci passando accanto a tutte le altre donne che ancora aspettano con le gambe incrociate e in quei momenti non riesci a sorridere spontaneamente, cosciente del fatto che hai passato un’eternità là dentro. Sei fortunata se non esci con un pezzo di carta igienica attaccato alla scarpa, o peggio ancora con la cerniera abbassata! A me è capitato una volta , e non sono l’unica a quanto ne so! Esci e vedi il tuo uomo che è gia uscito dal bagno da un pezzo, e gli è rimasto perfino il tempo di leggere ‘Guerra e pace’ mentre ti aspettava. ‘Perché ci hai messo tanto?’, ti chiede irritato. ‘C’era molta coda’, ti limiti a rispondere. E questo è il motivo per cui noi donne andiamo in bagno in gruppo, per solidarietà, perché una ti tiene la borsa e il cappotto, l’altra ti tiene la porta e l’altra ti passa il kleenex da sotto la porta; così è molto più semplice e veloce, perché tu devi concentrarti solo nel mantenere ‘la posizione’ (e la dignità). Questo scritto è dedicato alle donne di tutto il mondo che hanno usato un bagno pubblico e a voi uomini, perché capiate come mai ci stiamo tanto dentro.

Se fossi qui, probabilmente inizieremmo col guardarci intensamente negli occhi, seduti una di fronte all'altro su questo letto.
Ti avvicineresti a me sempre di più, anticipando con la mano il tuo movimento.
Io terrei le gambe incrociate e le braccia poggiate sulle ginocchia.
Un brivido mi percorrerebbe la schiena a ogni tuo battito di ciglia.
Mi sfioreresti un braccio con la mano, per portarlo verso di te.
Io rimarrei immobile sotto il tuo tocco.
Ti avvicineresti ancora di più e, nel silenzio e nella tranquillità della mia camera, mi baceresti con innocenza le labbra.
Ti fermeresti subito, per guardarmi negli occhi cercando quelle sicurezze che con il tuo fascino hai imparato a mascherare fon troppo bene.
Io utilizzerei quei secondi per poggiare la mia mano sulla tua guancia ed per accarezzarla con delicatezza.
Mi baceresti di nuovo, lentamente e con tenerezza.
Poi ti fermeresti ancora, e io sfiorerei con un dito le tue labbra cercando il motivo per cui mi stavano dedicando quegl'istanti.
E ancora, dopo poco, mi baceresti.
Passeresti le tue mani sui miei fianchi, e probabilmente ti metteresti in ginocchio per poterti avvicinare più facilmente al mio corpo, e così le insinueresti lungo la mia schiena.
Mi attireresti a te, continuando a baciarmi le labbra, e poi mi verresti incontro facendomi sdraiare sulla chiesa e salendomi sopra con delicatezza.
I respiri si farebbero più intensi, e incominceresti a baciarmi il collo.
Io ti stringerei di più a me, e tu ti fermeresti per guardarmi negli occhi e tornare dalle mie labbra.
Ti sdraieresti affianco a me, e mi abbracceresti il corpo con le tue mani e le tue gambe.
Se fossi qui, probabilmente, rimarrei intrappolata in un abbraccio paradisiaco costellato da infiniti baci e carezze.
—  uncasinoinnamorato
Sai, la scorsa notte ti ho sognato. Eravamo in classe, e io mi avvicinavo al tuo banco; poi ti davo una lettera,tu non la volevi, mi cacciavi, e facevi di tutto per non parlarmi. Allora mi sono seduta sul tuo banco a gambe incrociate,ho aperto la lettera e ho iniziato a leggerla. Non chiedermi come io abbia potuto farlo, e come mai nessuno mi abbia interrotto, ma si tratta pur sempre di un sogno.
Mentre leggevo tenevi lo sguardo basso, solo alla fine mi hai guardata negli occhi, ma non posso dire cosa sia successo poi perché credo di essermi svegliata,o semplicemente non me lo ricordo.
In questo momento nemmeno le parole scritte in quella lettera mi tornano bene in mente,ma voglio provare a riscriverla.
Ecco, ora che ci penso, non ti ho detto una cosa. Nel sogno erano già passati diversi mesi dal nostro litigio, mesi in cui non ci siamo parlati, come sai.
“Ciao, ne é passato di tempo dall'ultima volta che hai letto le mie parole vero? Forse non è poi un così grande dispiacere, considerando quanto possono essere contorte e difficili da capire. Peró..io mi ricordo che ti piaceva quello che scrivevo, e soprattutto il mio modo di scrivere.
Sinceramente non so da dove iniziare, sono successe così tante cose in questi mesi!
Penso sia giusto dirti che sono fidanzata. Sei il primo a saperlo, sempre se non ritarderai troppo a leggere questa lettera, o peggio ancora se non la leggerai.
Ci tenevo a dirlo a te sai, perché io ti vedo esattamente come prima, e la tua mancanza si sente.
Si chiama Marco. È bello. Mi piace.
Si, ti sembrerà ovvio visto che mi ci sono fidanzata,ma sai che quando scrivo a te le parole escono da sole.
Ha un anno in più di me e studia da cuoco; fa anche teatro con me sai, ed è proprio quello che i bambini dell'oratorio chiamavano “il mio fidanzato” quando ancora non lo conoscevo.
Spero tu sia felice per me sai, perché io lo sono per te. So che con lei stai bene, e mi piace vederti così.
Pure io sto molto bene con lui,e si,sono felice.
Però la tua mancanza la sento comunque, sei il mio migliore amico, o meglio, lo eri.
Pensando al nostro litigio mi sembra talmente stupido. Ci sono state litigate molto più serie per cui ci saremmo potuti allontanare definitivamente, ma per questa non me lo sarei mai aspettata.
Io ci spero sempre però, continuo ad aspettarti, e facendolo non faccio nulla di male. (Vedi quanto mi fai diventare contorta ahahah)
Intendevo nei confronti di Marco, non so se hai capito. Lui sa del nostro rapporto,e non c'è nulla di male nell'avere un amico come te.
Non so bene cosa ti ho scritto. Volevo solo parlarti un po’ di me, non sai quante cose avrei da dirti.
Vorrei fare un nuovo taglio di capelli, tagliarli alle spalle, però non mi sono ancora convinta a farlo.
Vorrei anche mettere le lenti a contatto,ma questo sai bene che te lo dico da tanto.
Sono proprio incorreggibile a volte, finisco sempre per dirti le prime cose che mi vengono in mente.
Tutto questo perché parlare con te è così facile, o meglio era, peró per parlare di te il passato non lo voglio usare.
Mi manchi tanto. Ora sono felice,ho molte cose che avevo sempre sognato..
Marco che mi ama, la cami che mi sopporta sempre, i rapporti con i miei,e soprattutto con mio papà,sono migliorati, e ho pure iniziato a scrivere un libro,il mio sogno.
Però sento sempre che mi manca qualcosa, non voglio lamentarmi o dire che non è abbastanza bello tutto quello che ho, però tu non ci sei, e così non va.
All'inizio mi impegnavo a sorridere, a mostrarmi forte, ora invece mi viene naturale perché sono felice realmente, però non smetto di volerti bene.
Ci sarebbero infinite cose da dire, ma preferirei raccontarti tutto a voce, e poi non voglio stancarti troppo.
Ti voglio bene,
A”
Mentre ridi ti metti la mano sulle labbra e ti tocchi spesso i capelli.
Hai le gambe incrociate e a volte ti alzi e tremano,ma non per il freddo. Sono sintomi di insicurezza,quelli.

(ora ci sto immaginando sul tuo letto, con le gambe incrociate, tu che mi tieni per la schiena per non farmi cadere anche se sto nella parte interna e lo spazio è ancora molto e il buio e i respiri e le mani e una canzone romantica di sotto e le mani sulle gambe e sulla pancia e con i vestiti lasciati dove capita e con addosso la sensazione di pace di cui parliamo sempre)