funghetti

Ho scelto la nicotina, i suoni assordati, i sabati allucinati e le domeniche insignificanti. Ho preferito i brividi alle abitudini. E se questa è la strada sbagliata. Allora ho scelto bene!
—  Fatto sta, che fatto sto. - Facebook©

“(…) Altre differenze. In “Pinocchio” c’è l’ossessione del danaro e del lavoro. Collodi socialista, qualcuno ha detto. La casa di Geppetto è povera, Geppetto scolpisce Pinocchio non per fini artistici, ma per avere un burattino da vendere a un teatro, insomma per fare soldi. Il danaro c’è sempre, nel libro. Per diventare ricco Pinocchio investe, affronta i capitalisti, vende e compra in continuazione, ha l’ossessione del povero per il baratto, per il mercato: poi non vuole lavorare ma dovrà farlo, lavorerà come una bestia. Farà il cane e l’asino, per guadagnarsi il pane.
In “Alice” di danaro non se ne parla. Non si lavora mai, si gioca a croquet, si fanno girotondi, si preparano cene, si prende il tè, si duella inutilmente, si mettono in scena processi inutili. Addirittura nella scena del tè i partecipanti sono così pigri che pur di non lavare le tazze cambiano posto a tavola. Il cappellaio non fa cappelli, il carpentiere mangia ostriche, il ghiro dorme. Si canta tantissimo e si danza. Solo quando appaiono le carte della regina, ecco entrare in scena i lavoratori, vessati e minacciati.

Caratteristica comune ai due libri è il divoramento.
Pinocchio ha una fame smisurata, ce l’ha per tutto il libro. Ce l’ha Mangiafuoco col suo montone, ce l’hanno il gatto e la volpe, ce l’ha il pescecane. È la fame contadina..
Alice mastica funghetti, torte, biscottini. Ma in tutto il libro c’è il divoramento come ossessione, come notazione sessuale. Si mangia e si beve sempre, in modo esagerato e minaccioso, con nuvole di pepe e furti di torte. Il tricheco e le ostriche è forse l’episodio in cui il divoramento sessuale è più svelato.“

Stefano Benni su Pinocchio e Alice

“Dopo quest’ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull’aia più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura.

E di tanto in tanto cacciandosi rabbiosamente le mani dentro il collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo:

— Mi sta bene!… Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo… ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la fortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n’è tanti; se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh, se potessi rinascere un’altra volta!… Ma oramai è tardi e ci vuol pazienza! —

Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò.“