friggere

Chiacchiere di carnevale

Leggerissime,delicate,croccantissime e facilissime da fare.

Ecco la mia ricetta che faccio ormai da tanti anni,che mi aveva dato mia mamma.


250 FARINA 00-2 CUCCHIAI DI ZUCCHERO-25 GR DI BURRO SCIOLTO-1 UOVO INTERO-2 CUCCHIAI DI ANICE O RUM-1 PIZZICO DI SALE -VANILLINA -VINO BIANCO QB.(Io uso la planetaria per impastare con il gancio a foglia,ma si fanno facilmente a mano)  Unisco tutti gli ingredienti lavorandoli finchè non formo un panetto che  lascio riposare in in frigo per almeno 30 minuti.Passo  le porzioni divise sfogliandole con nonna papera,(sfogliatrice o macchinetta per la sfoglia) un pò come fare delle lasagne,lo spessore deve essere sottile ( io lo passo al penultimo scatto) le taglio poi a quadrotti con la rotellina e friggo in olio di semi,non troppo bollente…le prime che farete non verranno quasi mai,quindi continuate a friggere,tuffando e tirando su subito,si anneriscono facilmente. Per questo passaggio ci vuole un pochino di pratica.Lasciatele freddare bene su foglio di carta assorbente.Alla fine spolveratele con zucchero a velo,immancabile!

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l'accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l'ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l'inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l'insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l'ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell'aria dopo l'acquazzone
all'ora dell'arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
—  Erri De Luca, Mamm'Emilia

A me fa ridere (o piangere, dipende) che una persona che si è iscritta all'università ma non l'ha mai frequentata, è andato a Londra a friggere patate al KFC e poi è tornato in Italia quando il padre gli ha trovato lavoro in un'azienda, dia della fallita A ME.

“But children are a miracle! You’ll miss out on so much...”

Firstly, no. They’re not. ‘Miracle’ implies something special. Human births are happening at a rate that is literally crippling our entire planet. The word you’re looking for there is ‘pestilence’. Or ‘plague’. Maybe ‘total and utter ecological disaster’. 

Secondly, you people have such a fuzzy and rose-tinted view of parenting when you’re trying to sell it to me. You talk like all you ever do is skip through wheat fields together, laughing and making daisy chains and composing wholesome ballads for the family band.

Sorry, folks. I’m not buying it. Why?

I worked in customer service for too long. That’s why. 

I’ve seen how you feel about your kids when you’re not trying to convince someone to have their own.

I’ve watched you in that last week of the summer holidays when you’re tired, you’re broke, you’re sick to the death of the little friggers and wondering if eight-years-old is past the legal limit for abortion. I’ve seen all those ‘little talks’ you have with them in corners - museum exhibits, restaurants, the grocery store.

I’ve taken note of the look on your face when you come sprinting into a clothing shop at 4.55pm on a Sunday evening, dragging a sulking kid behind you who only announced an an hour ago that he needs new PE kit for tomorrow.

And I’ve seen you exhausted and at your wit’s end in the supermarket, hair unbrushed, half-awake, chased from aisle to aisle by the incessant chorus of “Mum, can we have? Mum, can we have? Mum, can we have?” - and I’ve seen the moment your resolve snaps like a brittle twig, and you just throw the candy in the basket for five minutes’ of peace. So you needed that money to buy yourself some new underwear for once - the elastic hasn’t completely degraded in your current ones yet, and besides, who ever sees it these days anyway?

So, to summarise:

I call bullshit. Keep your ‘miracles’. I’ll keep my peace and quiet.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

ERRI DE LUCA

La vita di un essere umano maturo, indipendente, dovrebbe essere regolata solo da due domande da porsi ogni giorno.
- Sì, ma cosa voglio mangiare stasera?
- Ok, ma a che ora desidero andare a dormire?

Nella prima c’è amore verso se stessi, il darsi un obbiettivo quotidiano, un premio che sfocerà in qualcosa concepito per darci gioia.
Nella seconda c’è la comprensione dei propri limiti e il capire che non bisogna strafare, sia per accontentare gli altri che per comprendere se stessi.

Un esempio pratico.
- Ehi dai stasera andiamo a mangiare in un nuovo ristorante che ha aperto, piatti di prima qualità, roba salutare, conosco lo chef, sicuro ci fa un buon prezzo e ci offre una bottiglia di vino!
Domandare a se stessi: Sì, ma cosa voglio mangiare stasera?
Risposta: Ho voglia di friggere una quantità volgare di sofficini e mangiarli mentre sporco ogni centimetro della mia canottiera e bevo birra in offerta speciale.

- Mi spiace, avevo già qualcosa in programma!
- Ah che peccato! Vabbé, facciamo che ci raggiungi dopo cena, ci sono queste due tipe che vorrebbero conoscerti, andiamo in quel locale che sta aperto fino a tardi, un mio amico mette su i dischi, ci danno sicuro il divano e vedrai che qualcosa si combina!
Domandare a se stessi: Ok, ma a che ora desidero andare a dormire?
Risposta: Ho desiderio di addormentarmi con la faccia nel piatto non appena l’ho sgombrato da tutti i sofficini e svegliarmi solo per gettarlo a terra e stendermi meglio sul divano finché l’alba non mi dice di andare a letto.

- Guarda, non è proprio serata, il programma è già deciso e non so nemmeno come farò a fare tutto quello che ho pensato!
- Ooooh ma quindi roba seria?
- Serissima!
- Ti invidio!
- Dovresti!

Sai cosa mi piace?
Quando, dato che stiamo giorni interi insieme, la nostra conversazione di Whatsapp è in fondo alle altre. Quando per dirti che ho fame non devo scrivere nessun messaggio, mi basta “bussare” sullo stomaco. Quando posso impedirti di dormire tenendo alto il volume della musica, e non è necessario inviarti decine di insulti affettuosi. Quando devo accendere lo scaldabagno appena arrivo a casa, perché tu fai la doccia prima di andare a dormire. Quando compro l'insalata insieme all'olio per friggere. Quando nel posacenere trovo le mie Marlboro e le tue double. Quando cerco i jeans e trovo la tua maglietta. Quando il tabacco è aperto e non perfettamente sigillato. Quando lascio l'accendino in un posto e lo ritrovo da un'altra parte. Quando metto sotto il cuscino il tuo pigiama e quando metto insieme al mio accappatoio l'asciugamani grande.

Domani torno giù. Ma salgo presto, giusto il tempo di sentire la mancanza di tutto questo.

—  Messaggio per la mia migliore amica.
domande che mi affliggono
  • ma dov’è che jax e fedez comprano gli esami all’università? così, per sapere.
  • ma che fine ha fatto nelly furtado?
  • perché non è socialmente accettato andare in giro col pigiama? ho visto gente vestirsi peggio del mio completino rosa confetto con scritto DON’T BE SCARED con tutti cuoricini ovunque
  • ma perché la domenica deve essere così pigra e tutti i miei buoni propositi vanno sempre a farsi friggere?
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Odio l'estate.

Gnocchi di castagne con funghi porcini in fricassea

Chestnut gnocchi with porcini fricassée.

Mi sei rimasta attaccata come il freddo umido autunnale. Ritorni all'improvviso, quando ancora esco di casa di giorno senza infilare la maglia nei pantaloni e la sera cammino ricurvo, terrorizzato dalle conseguenze dell'aria gelida sul basso ventre. Sei come l'appannamento delle lenti appena entro in un locale riscaldato, sei quel particolare che mi dimenticherò sempre e sorrido perché mi sorprenderai tutte le volte. Adoro il fatto di non impararti mai. Non impararti mai forse è il segreto per apprezzare sempre tutte le tue piccole abitudini. Sei come le castagne che attendono, curiose e pazienti, il momento propizio per cascarmi in testa. Non chiedi attenzione, semplicemente te la prendi. Ed io t'infilo da qualche parte nella giacca a vento, per superstizione, per riconoscenza. Per ritrovarti a fine stagione mentre, impaziente, mi frugherò tra le tasche.

Ingredienti

Premessa: gli gnocchi li faccio sempre a sentimento, non peso mai gli ingredienti, dipende da quanto è asciutta la patata e da quanto è grande l'uovo. Ovviamente ho un maledetto protocollo da rispettare quindi dirò a grandi linee la quantità che ho utilizzato, poi provate voi, anche a seconda del vostro gusto personale. Io preferisco che i miei gnocchi restino compatti ma allo stesso tempo soffici, quindi cerco di metterci sempre poca farina, ma abbastanza perché non si sfaldino. Non adoro utilizzare l'albume. Ovviamente ogni patata lavora diversamente e per gli gnocchi preferisco una patata farinosa (vivo in Germania, la patria delle patate). Sono grosse e con la pelle scura, con la pasta molto chiara e che tende a sbriciolarsi. Restano abbastanza asciutte e questo permette l'utilizzo di poca farina. Dunque, se i vostri gnocchi non vi escono con questa ricetta, beh, non prendetevela troppo con me.

I funghi di solito preferisco usarli freschi, ovviamente, ma vanno benissimo anche essiccati o surgelati. Questi sono colti ed essiccati a stufa da gente di cui mi fido, il mio coinquilino.

Per gli gnocchi:

  • 500 g di castagne

  • 200 g di patate

  • 100 g di farina

  • 1 tuorlo d'uovo

  • noce moscata

  • un pizzico di sale

Per la fricassea:

  • funghi porcini secchi o freschi circa 200 grammi (se secchi, reidratati)

  • prezzemolo

  • burro

  • vino bianco

  • aglio

  • scalogno

  • sale

  • pepe

  • acqua o brodo

  • burro chiarificato per friggere la salvia per la guarnizione.

Preparazione:

Mi dispiace, per questa ricetta non ho usato olio, ma solo burro. Non fate i moralisti e non dite che il burro fa male, bugiardi.

Cuocete a vapore le castagne e bollite la patata con la buccia. Per le castagne ci vorranno circa 20 minuti, ma assicuratevi di applicare un taglietto sulla buccia. La patate immergetele a temperatura ambiente, non quando l'acqua bolle. Sbucciate e schiacciate patate e castagne (meglio sbucciarle da calde) e passatele al setaccio. Unitele con il sale, la noce moscata, un poco di farina (non troppa, la utilizzerete pure dopo per staccarvi le mani e formare gli gnocchi), e un turolo d'uovo. Impastate e formate un serpentone dal quale taglierete e formerete gli gnocchi. Rigate gli gnocchi, sono belli quando li rigate, non siate pigri.

Per la fricassea non adoro usare panna (non adoro usare panna in generale), ma solo del burro e dell'acqua per formare una salsina che, fidatevi, legherà comunque anche senza annegarla di panna confezionata.

Tagliate i funghi grossolanamente e aggiungeteli all'aglio e allo scalogno soffritti, cercate di non colorare lo scalogno. Insaporite con sale e pepe e aggiungete un goccio di vino bianco per donare un po’ di acidità. Fate sfumare e aggiungete un mestolo d'acqua per formare un bel succo. Addensate con una noce di burro e aggiungete del prezzemolo fresco tagliato grossolanamente.

Cuocete gli gnocchi con acqua bollente salata. Sono cotti una volta a galla. Scolateli e dorateli in una padella con del burro fuso. Impiattate coprendo con la fricassea, annaffiando con la salsina e il parmigiano e guarnendo con della salvia fritta in burro chiarificato.

Godetevi il freddo autunnale.

Posso fare causa a mia nonna per aver cominciato a friggere l'impossibile adesso che ho appena fatto lo shampoo?