fratelli wachowski

Cloud Atlas

Sei epoche, sei storie connesse, in un viaggio di quasi tre ore dal 1839 al 2321. Tanti personaggi, interpretati spesso dagli stessi attori, che intrecciano le loro vite tra passato, presente e futuro, in un vortice di avventura che intrattiene e annoia allo stesso tempo. Cloud Atlas è un'incompiuta, che si dipana in tre ore di premessa senza svolgimento.
Un'ottima confezione visiva, un cast ricco e sapientemente amalgamato e ben sei storie diverse bastano a malapena a rendere Cloud Atlas un'opera appena discreta, introducendo lo spettatore lungo tutta la durata del film, ma mai accompagnandolo un po’ più avanti, un po’ più in là. Ci si ferma, e a forte contrasto della trama, ricca di salti temporali e virtuosismi al montaggio, il film sembra quasi essere un corpo bloccato, un animale potenzialmente feroce che però si dimena in una gabbia senza speranza di uscita.
Nell'intenzione dei fratelli Wachowski si intuisce la voglia di costruire un'inno alla diversità, alla rivoluzione, all'animo umano, in un collage che dovrebbe dimostrare l'importanza di azioni e scelte, le quali, anche se piccole e insignificanti, riecheggiano nell'eternità. Il problema, e quindi il limite dell'ambizioso progetto dei creatori di Matrix è proprio questo: cerca di dimostrare, di insegnare. E’ un film profondamente didascalico Cloud Atlas, una bellissima immagine sotto la quale ci sono sempre tre o quattro righe di testo. Non lascia spazio all'interpretazione, all'immaginazione, ai sogni. Il cinema non deve dare risposte, ma al contrario deve concepire e dare alla luce nuove domande: perché un film sia culturalmente e artisticamente (e quindi politicamente) rilevante, deve generare dubbio, congedando uno spettatore che alla fine del film esca dalla sala ricco di nuovi quesiti, e non, come è nell'intenzione di Cloud Atlas, fornito di certezze e risposte. Il cinema non è il libretto di istruzioni della vita, e l'insegnamento non è competenza dell'arte.
Questa fastidiosa sensazione di essere di fronte ad una cattedra, alta e anche un po’ arrogante, che ci accompagna durante il film, rende Cloud Atlas inoffensivo, opaco, piatto, ed è proprio per questo motivo che sorge il dubbio che la straordinaria cornice visiva non sia altro che l'unica bellezza, troppo più grande del quadro stesso, troppo più appariscente. 
Quadro che spesso cade nella didascalica spiegazione, mostrando sprazzi moralistici francamente inopportuni. Per esempio, un inno alla diversità, sia essa di razza o sesso, di età o di stato sociale, non può basare la propria logica su un difetto fisico come unicità che lega i “prescelti”, coloro i quali durante il film si dimostrano “buoni”: una voglia sulla pelle, per quanto a forma di cometa, e quindi percepita dallo spettatore come un particolare affascinante e perfino bello, non è differente dal colore della pelle per il quale gli schiavi americani erano appunto considerati tali. La rivoluzione, come mezzo per annullare le differenze e rendere tutti più liberi e uguali, non può partire da esseri eletti, riconoscibili e accomunati da un piccolo difetto fisico, perché in questo modo si rischia di rendere il tutto troppo elitario, e quindi razzista.
Cloud Atlas è questo, un trailer camuffato da film, che cade nell'errore di voler essere rivoluzionario spiegando agli altri come e perché ci si dovrebbe ribellare. Stereotipando il male (i personaggi interpretati da Hugh Grant, per esempio, sono sempre cattivi) e il bene, creando un universo umano con troppi bianchi e neri, tralasciando quindi tutta l'importante e fondamentale scala dei grigi, Cloud Atlas risulta essere un'eterna premessa, una prefazione che spiega un libro che non c'è, una storia che vuole assomigliare ad un film, ma che brilla soltanto di luce riflessa generata dai capolavori che l'hanno preceduto e che esso non sarà mai.