franes

Quasi una vita che non ci parliamo.
Quante occasioni perse, quante magari evitate e quante mai raccontate o ascoltate.
Chissà come stai adesso, chissà dove sei, chissà se puoi sentirmi.
Ci siamo conosciuti con la canzone “One way or another” dei Blondie e ogni volta che mi capita fra la playlist casuale, la metto sempre a palla.
Siamo legati da un per sempre, che lo vogliamo o meno, ma non siamo altro che semplici sconosciuti che si sono conosciuti.
Quando piangevi, ti sorreggevo come se fossi stato il palo più forte del mondo, permettendoti di non cadere mai.
Quando avevi bisogno di me, ero pronto a correre in motorino per la strada, rischiando persino due volte di essere investito.
Sono stato forte per te e con te, eravamo forti assieme.
Eravamo un noi indistruttibile.
La prima volta che mi hai visto piangere è stato per via di una persona che mi aveva ferito i sentimenti e tu mi dicesti: “Sei forte come una montagna, tutti ti feriscono, ma tu continui a crescere, restitere ed esistere. Quella persona non è altro che una nuvola di passaggio e passerà, e ti renderai conto che è stata solo una fra le tante, una che vale tanto quanto un soffio d'aria.”
T'abbracciai e ti lessi un libro, ritrovando poi le tue mani avvolte al mio corpo, e dormivi abbracciata a me.
Piansi ancora, non per il soffio d'aria, ma per la mia montagna che mi stava accanto.
L'utlima volta che ti ho vista piangere, io ho deciso che sarebbe stato diverso; consapevole delle consguenze.
Sarei stato il terremoto che divide le montagne, quello che crea le frane, ma che, nel giro della natura e della vita, ha un suo perchè.
Il mio perchè era quello di farti crescere, come se fossi stato tuo fratello maggiore, che rimprovera di un errore la sorellina
Perchè è questo che fanno gli amici, i fratelli.
Dopo un terremoto c'è il panico, e lo diventammo tutti e due.
Non sapevo che saremmo diventati ciò che siamo ora, sconosciuti.
Ancora oggi mi chiedo se, sei anche tu una nuvola di passaggio o se sono io un soffio d'aria per te.
L'ultima volta che ti ho vista, che ci siamo guardati non consapevoli di essere nello stesso posto assieme, sono scappato.
Ero in panico.
Tu ridevi.
Mi mancava quella risata.
Cazzo se mi mancava.
Strinsi i denti e feci ciò che la vita mi ha insegnato a fare: fingere che va tutto bene.
Passammo tre ore vicini, probabilmente a meno di tre metri d'aria, ma non ci degnammo di nemmeno uno sguardo, nemmeno di una parola, ne di un gesto.
Eravamo niente.
Nuvole su montagne, qualcuno fra tanti.
Ora, se potessi tornare indietro, rifarei certamente ciò che ho fatto, altrimenti che fratello maggiore del cavolo sarei, ma forse, se potessi tornare indietro a quell'ultima sera, t'abbraccerei.
Sì, senza una ragione.
La natura dell volte fa brutti scherzi, ma quando li fa, riesce a farli bene.
Oggi è un giorno qualsiasi per qualsasi persona, ma la natura ha deciso che oggi sarebbe dovuta cadere una montagna.
Una montagna, che per una nuvola precisa, per un soffio d'aria preciso, era importante, ma che non avrà più la possibilità di attraversare.
Oggi mi pento di non averti abbracciato nel momento giusto, ma di essermi lasciato andare dal panico.
So che un giorno, da qualche parte, in un'altra vita, in un'altra catena, in un altro perchè, saremo nuovamente insieme
Tuo per sempre, Luca.
—  ricordounbacio
8

i placed my hands upon the tallest stone and  t r a v e l e d  t o  a   f a r  d i s t a n t  l a n d  where i lived for a time among strangers who became  l o v e r s  and f r i e n d s

i touched the stones and  t r a v e l e d  b a c k  t o  m y  o w n  l a n d  and took up again with the  m a n  i had left  b e h i n d

Hai deciso di andartene, non ti prometteró che lo accetteró, ma cercheró di farmelo andar bene, come ho sempre fatto fin'ora. Non mi vuoi più, e me lo stai urlando con tutto il silenzio di cui sei capace, giorno per giorno, da quando mi alzo a quando chiudo gli occhi. Mi capita cosí spesso di girarmi, vederti e sentirmi dire che sono grande e forte e che posso cavarmela da sola. Non posso, ma lo faró lo stesso. Sapessi le volte in cui prima di addormentarmi ti cercavo, e fa male non sentire piú il tuo respiro addosso e due mani che dolcemente avvolgono i miei fianchi. Faccio fatica anche ad addormentarmi certe notti senza te che mi accarezzi i capelli e mi dici che ho gli occhi belli. Ci sono sere in cui aspetto l'alba e nel frattempo cerco il ricordo per stare meglio, per riempirmi un po’. Quanto fa male perdere l'amore, e te ne rendi conto quando davanti ad uno spettacolo come l'alba riesci solo a pensare che non puoi condividerla con l'unica persona che avrebbe retto il confronto di quella meraviglia. Perché l'alba é bella, ma non quanto te. Ho creduto davvero che io ti sarei bastata. Che avresti rinunciato alle altre, al resto, scegliendo me. Perché di cuore ne avevo abbastanza per due. Credevo davvero che uno come te, con l'aria di chi c'é sempre, non mi avrebbe abbandonato mai. Quando ti sei scordato di te, ti sei scordato di me, di noi, e hai accolto tutto il resto. Non potró mai farmi una colpa di averti amato cosí tanto, a volte intensamente, altre volte in modo disastroso, ma posso incolparmi di non essermi mai messa al primo posto, perché tu venivi prima di tutto. Quando tra noi é finita,mi hanno detto che senza di te sarei stata meglio e ti assicuro che per un po’ l'ho pensato spesso anche io. Tornare alla vita di prima, prima di conoscerti, senza te. Senza i tuoi continui cambi di umore, il tuo orgoglio prepotente, il tuo tono arrogante e il sarcasmo tagliente con cui ti facevi beffa delle mie debolezze. Senza le notti passate a piangere, giorni ad elemosinare attenzioni, amore, ad aspettare messaggi che non arrivavano, a fingere di credere alle tue scuse e twntarw di giustificare ogni cosa. Me ne sono convinta anche io, per un po’. E mi sono tranquillizzata; ho camminato, respirato, mangiato, fumato-probabilmente di piú- e vissuto come una qualunque altra persona che finalmente godeva di libertà. Che riusciva a riassaggiare una tranquillità persa. Di punto in bianco cominció a starmi tutto stretto. Capí che quando una persona te la leghi addosso, benché tu non la veda, te la porti dentro. E piú tu ti allontanavi, piú la presa si stringeva e l'aria faticava ad arrivare. Quando sei tornato mi hai dato possibilità di respirare la felicità a pieni polmoni, per poi sparire di nuovo.Sei una ferita aperta che brucerà sempre. Hai idea di cosa significhi perdere l'amore una seconda volta? Tutto ció mi ha peggiorato. Mi sentivo come una bambina a cui è scoppiato un palloncino tra le mani. Ti ho reputato la mia vittoria piú grande e sono costretta a vederti come una sconfitta. La sconfitta di chi ha lottato per due pur essendo solo una. La sconfitta di chi ci ha perso il cuore per averne messo troppo e non averne trovato altrettanto. Per qualche strano motivo il tuo viaggio ti ha cambiato, sapevo che i tuoi occhi non mi guardavano più come un tempo, non mi toccavi più come un tempo, ma ti amavo così tanto che una tua carezza, per quanto rara, sapeva comunque scaldare l'inverno che si stava creando tra noi. Ricordo bene le volte in cui avevo freddo e non mi abbracciavi, pensavo solo che l'inverno stava arrivando e io non sapevo nemmeno se tu mi volessi più. Sei sempre stato la mia metà. Per quanto male potrai farmi, per quanto dolore continuerai a provocarmi, il vuoto che hai lasciato sarà sempre il piú grande peso da portarmi addosso. Eri in grado di essere una figura totale, protettivo come un padre con la propria bambina, mi hai preso per mano e mi hai cresciuto così tanto. Il mondo che avevo attorno con te aveva tutta un'altra prospettiva, le cose che ho visto con te non le rivedró con nessun'altro, proprio perché erano i tuoi occhi a guidarmi. Il mondo che abbiamo visto insieme sarà nostro per sempre. Uno di quei segreti astratti, tu sei il mio segreto. Mi hai cullato nelle notti piú difficili tra lacrime e singhiozzi. Mi hai fatta sentire donna, unica, speciale, bella. Mi hai fatta sentire bella per davvero. Quando dopo aver fatto l'amore, con il trucco colato e i capelli arruffati, un completo disastro, guardavi il mio riflesso sullo specchio di fronte al letto e mi riempivi di baci ripetendomi all'infinito “Ma quanto sei bella, ma quanto sei mia”. E lì ero tua, tua e basta, e non sarei potuta essere di nessun'altro e tu questo lo sapevi bene. Mi hai sempre toccato con tanta delicatezza in certi momenti che tutto questo male che ora proviene da te mi sembra cosí irreale. Io non riesco a fuggire, non riesco a liberarmi, non so nascondermi, la mia vulnerabilità non me lo permette. Non ricordo nemmeno com'era la mia vita prima di conoscerti. Per me la vita é iniziata davvero nel preciso momento in cui ti ho guardato negli occhi e ti ho preso le mani. Non mi priveró mai di nessun ricordo con te, di ogni nostro attimo. Ti ho sempre detto che il per sempre è formato da tanti adesso, e in quegli attimi noi eravamo pura eternità. Continueró a guardarti con gli occhi di sempre perché l'amore guarda in un'unica direzione, e nella mia ottica visiva è la strada percorsa insieme a te. Tante buche, tanti ostacoli, incidenti xontinui e frane su frane, ma é lí, ed é la mia strada. La nostra strada, che ora sto continuando a procedere, da sola. Sei cosí lontano da me, fermo chissà dove, e non riesco a capire dove sei finito e quale via avrei dovuto prendere per tornare da te. Te ne sei andato via senza far rumore ma hai fatto un frastuono terribile, hai fatto crollare un intero percorso. Tutta questa vita insieme a te, misurata in battiti e non in giorni. E io sono ancora lì, su quella strada interrotta e mal conciata.
Da sola, alla ricerca di un altro incrocio. Io non smetterò mai di cercarti, ma tu promettimi che ti lascerai trovare. Promettimi che mi aspetterai lí. Promettimelo.
— 

idontfoundme

(non togliete la fonte grazie)

Ho sempre odiato tutto, tutti.
Ho sempre avuto un’idea alquanto distruttiva e pessimista dell’amore.
Io, sempre così scontrosa e di malumore.
Io, che vedevo sempre il lato peggiore nelle persone, o almeno così credevo.
Ho sempre pensato che non sarei mai stata capace d’amare, non per davvero, non con tutta me stessa.

Mi sbagliavo.

Un bel giorno, anzi, a dire il vero il tempo era pessimo, ma io voglio ricordarlo come un ‘bel giorno’, ti incontrai.
Non lo sapevo ancora, ma da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata drasticamente.
Eppure è strano, no?
Se quel giorno ti avessero indicato e mi avessero detto:
‘Ehi, lo vedi quel ragazzo? Sappi che un giorno lo amerai da impazzire, lo amerai talmente tanto che al solo pensiero di perderlo ti verrà la voglia di non esistere più.’
Di certo avrei alzato il dito medio a quella persona e sarei scoppiata a ridere.

Eppure é successo.

La nostra non è una storia da colpo di fulmine, non è una di quelle e scoppiano di botto.
No.
Eravamo entrambi delle frane quando si trattava di sentimenti, soprattutto io.
Ma ti sei fornito di pazienza e poco alla volta, quasi come se io fossi stata un animale selvatico e tu un passante, ti sei avvicinato, hai fatto sì che io mi fidassi di te.
Sei entrato nella mia vita quasi in punta di piedi, in modo gentile e delicato.
Proprio come te.
Eravamo, e siamo tuttora, poli opposti, completamente diversi in tutto.
Io, con la mia esuberanza, il mio pessimismo, il mio malumore e la mia acidità.
E tu, con la tua calma, con la tua serenità, con la tua dolcezza e la tua pazienza.

Mi sono innamorata di te senza rendermene conto.

E non saprei dire esattamente in che momento è successo.
So che me ne sono resa seriamente conto solo quando ti ho permesso di assistere alle mie lacrime, alla mia fragilità.
Ed io non piangevo mai innanzi a nessuno.
Io non ero mai stata così legata a nessuno.
Vivevo nella costante convinzione che te ne saresti andato, che mi avresti lasciata nuovamente sola.
Ed anche quella sensazione, era nuova per me.
Perché quando sei sola, non hai paura di perdere qualcuno, perché non hai nessuno.
Ed io in quel momento avevo te, le tue carezze, i tuoi baci, i nostri abbracci, i nostri sguardi.
E avevo anche paura di perderti e questa paura mi perseguita continuamente.
So di non essere perfetta, di essere ‘particolare’ e sono consapevole che sono state più le volte in cui ti ho detto ‘ora ti tiro un pugno’ che quelle in cui ho detto di amarti.
Anche se nella mia mente lo ripeto in continuazione, neanche fosse un mantra.
Continuo a pensare che un giorno anche tu andrai via, e che sarà troppo tardi per tornare la vecchia me stessa.

Però poi mi abbracci, mi stringi forte e come al solito mi annusi i capelli, inspiri il mio profumo per poi lasciarmi un bacio sulla fronte.

E non esiste più niente se non noi.

E allora, durante quei momenti, ne ho la piena certezza: sei mio ed io sono tua.

Sono così tua che non credo potrò mai essere nuovamente così ‘non mia’ con qualcun altro.
Neanche voglio.
Solo tua.
Voglio essere solo tua.

—  ossigenomancato.

La vidi lì, immersa a contemplare non so cosa, in piedi in mezzo al cortile. Era di spalle, immobile.
Mi avvicinai e le sfiorai una spalla. Sobbalzò, ma non si girò.
-Che cosa fai?
-Aspetto.
Non si voltò. Le girai attorno così da arrivarle di fronte. Aveva gli occhi socchiusi, il volto rivolto verso il cielo, e la mente chissà dove.
-Che cosa?
-Aspetto che piova.
Aprì gli occhi e si voltò verso di me. In quel momento sembrava un’estranea con quegli occhi rossi e gonfi dal pianto, le labbra screpolate dal freddo, la pelle pallida come non lo era mai stata.
-La pioggia?
-La pioggia cancella gran parte del tuo dolore, e quello che non cancella la pioggia significa che è destinato a rimanere.
Continuava a guardarmi, come se aspettasse qualcosa, come una preghiera sorda. Continuava a guardarmi con quelle sue iridi che ti perforano l’anima, tanto scavano a fondo. Mi sentivo nudo davanti a lei, una piccola e insignificante formica nelle sue mani.
-Non ho capito.
-Non c’è nulla da capire, solo qualcosa da aspettare.
-Aspettare che piova.
Si voltò di nuovo. Dei nuvoloni plumbei si intravedevano in lontananza.
-Aspettare, certe volte è l’unica cosa che riusciamo a fare per bene. Aspettare, eppure non è semplice.
-Non lo è?
Tornò a guardarmi negli occhi, a perquisirmi l’anima, a scavare dentro di me. Come se volesse essere sicura che da lì a poco non avrei estratto un coltello e non l’avrei pugnalata. Abbastanza ridicolo, pensai.
-Aspettare la pioggia vuol dire guardare il sole in cielo e sperare che qualche nuvolone pieno di acqua lo copra. Aspettare è anche un po’ sperare. Sperare, che torni, che non si dimentichi di te. Sperare che arrivi la pioggia per cancellare il tuo dolore, o per condividerlo con lei.
-E se io fossi questa pioggia?
Non ci pensai, in quel momento. Mi sembrava la cosa più giusta da dire, lo era, lo sapevo.
-Smetterei di aspettare, allora.
-Smetteresti anche di sperare.
E non so in quel momento perché eravamo tanto vicini, se ero io ad essermi avvicinato o se era lei. Se ero io a non volermi allontanare, o se era lei a voler restare così ancora un po’, magari per sempre.
-Non lo farei. Continuerei a sperare, ma non aspettare.
-Perché?
-Aspetto la pioggia e spero che non finisca. E quando arriva la pioggia io continuo a sperare, e quando finisce continuo a farlo, sperando che torni.
Mi guardava, ma non come prima. Guardava me, non i miei movimenti, non cercava di scrutarmi l’anima o di leggermi nel pensiero. Mi guardava soltanto, con uno sguardo che non avevo mai visto a nessuno addosso. Con lo sguardo di chi ha aspettato un treno che non è mai arrivato. Con lo sguardo di chi ha aspettato la pioggia a lungo, per condividere il suo dolore con qualcuno, per cancellarlo, o solo per nascondersi dietro gocce di pioggia.
-Hai paura che me ne vada.
Non mi rispose, sollevò soltanto il viso verso l'alto. E così, all’improvviso, piccole gocce d’acqua caddero dal cielo.
-No.
-Che cosa?
-No, non ho paura che tu te ne possa andare.
Le nostre mani si sfioravano. Si allontanavano. E poi si cercavano, in una danza muta e spassionata.
-E allora che cosa?
-Ha iniziato a piovere.
Sorrisi. E in quel momento le dita della mia mano toccarono le sue, le nostre mani si incontrarono, si strinsero. E in quel momento, non so perché, sperai che non me la lasciasse andare. In quel momento, scoprì di aver bisogno di lei.
-Tu sei strana lo sai?
-E allora perché sei ancora qui?
Guardai le nostre mani intrecciate. Lei continuava a guardare me, non sapevo nemmeno se si fosse accorta delle nostre mani unite.
Allentai un po’ la presa, ma lei mi bloccò, mi strinse la mano nella sua. Come a non volerla più lasciare andare, come a dire ‘resta’, come a dire ‘non te ne andare’.
-Sono la tua pioggia.
-Prima o poi finirà di piovere.
Aveva un sorriso triste sul volto. Una goccia le bagnò la guancia, o forse erano solo le sue lacrime che si confondevano con la pioggia. Cancellare il dolore con altro dolore, cancellare le lacrime con altre lacrime, era questo quello che intendeva.
-Non per noi.
-Sei strano tu, davvero vuoi che la pioggia duri per sempre?
-Se è per averti accanto allora sì, desidero che la pioggia non finisca mai.
Eravamo talmente vicini che i nostri corpi si sfioravano, i nostri respiri si confondevano, i battiti dei nostri cuori battevano all’unisono.
-Tu sei la pioggia.
-Sono causa di incidenti stradali, alluvioni, frane e allagamenti?
-Sei la mia pioggia. L’unica cosa che può franare sono io.
Le cinsi i fianchi con le mie braccia. Lei appoggiò la testa sulla mia spalla. La pioggia ci cullava tra le braccia, e io cullavo lei fra le mie.
-Non lo permetterò.

E rimasero lì, a danzare sotto la pioggia.
Lei che aspettava la pioggia.
Lui che aspettava lei.
Lei che trovò la sua pioggia senza fine.
Lui che trovò la sua fine nella pioggia.

—  ricordipersinelvuoto

anonymous asked:

AM I CRAZY OR DID THEY KINDA LEAN IN TOO

Anonymous said: DID U SEE THAT FRANING STARE IM CRYING I NEED HELP PLS HELP THEY LOOKED LIKE THEY WERE GONNA KISS AND THEN REMEMBERED THEY WERE ON LIVE SHHSBD

LOLLLLLLLLLLLLL jikook is not so subtle anymore. I was sitting picturing what it would be like if they actually leaned in and I think I would fling myself out of the nearest window it would be the cutest thing everDSLK:

Nella vita c'è chi ha fatto l’ ingegnere,
palazzi e metropolitane,
e nessuno ha visto mai che nella schiena aveva solo frane.
C'è chi ha fatto il soldato,
muscoli, armatura,
e nessuno ha visto mai che nella pancia c'aveva na paura.
Tu facevi la maestrina,
e quando m’ hai lasciato hai fatto un bel discorsone,
e io non l’ ho visto che sotto sotto te morivi de passione.
Che io ero un ragioniere, calcoli, ragionamenti
e non ho aperto bocca, ma perchè dietro me battevano i denti.
Mò lavoro a un bar
che da quando m’ hai levato quell’ abbraccio
so così pieno de freddo
che faccio la macchina der ghiaccio.
—  Alessandro Mannarino, I mestieri