forato

«Smettila di rincorrere chi non vuole essere raggiunto
smetti di convincerti che la cosa giusta sia lottare per qualcuno che non lotta per te, mettersi da parte se c'è qualcosa da salvare
perché prima di provare a salvare qualsiasi rapporto devi pensare a salvare te stesso.
Smettila di mettere prima gli altri, di pensare prima alle esigenze degli altri, ai loro bisogni, di preoccuparti di decifrare i loro dannati silenzi senza tentare mai di ascoltare le parole che tu hai dentro e che non dici mai.
Smettila di chiedere alla gente di restare, di concedere a tutti il tuo tempo migliore, di pensare ‘anche se non se lo merita, va bene’, perché sai una cosa? È una stronzata. Anche un pensiero piccolo, pure i sogni nel letto, le attenzioni, persino i messaggi, le carezze, e i gesti inusuali e mai scontati, tutto, va meritato tutto. E c'è da chiederselo prima di fare qualsiasi cosa, prima di andare, prima di tornare, prima di seguire quel cazzo di cuore che non ti lascia mai decidere niente, c'è da chiedersi ‘se lo merita o no?’ e c'è da essere sinceri.
E poi, ancor più importante, c'è da chiedersi 'me lo merito io?’ perché non è giusto per niente mettersi da parte per gli altri, perché non si può fare in modo che qualcuno ci tolga anche la facoltà di decidere o di volerci bene. Perché non va bene preoccuparsi di non fare del male a qualcuno e provarci in tutti i modi possibili a preservarlo dallo schifo che hai dentro se poi lui non ci pensa nemmeno per un secondo e ti uccide in un momento. Non correre se senti squillare il telefono per qualcuno che quando chiami tu non corre.
Non passare la notte a pensare a qualcuno che a te non ci pensa manco il giorno, quando c'è il sole e non ha niente da pensare.
Non mettere al primo posto chi non trova per te neanche un posto piccolo nella sua vita grande. Non aspettare chi non ti aspetta.
Non tornare da chi non tornerebbe da te.
Non credere alle promesse silenti di chi parla con gli occhi.
Non chiedere scusa a chi non s'è mai scusato per un cazzo di niente e nemmeno per averti forato il cuore.
Aspetta il meglio.
Riserva il meglio di te
a chi è
il meglio per te».

Io, te e il mare ; facebook.

Smettila di rincorrere chi non vuole essere raggiunto, smetti di convincerti che la cosa giusta sia lottare per qualcuno che non lotta per te, mettersi da parte se c'è qualcosa da salvare perché prima di provare a salvare qualsiasi rapporto devi pensare a salvare te stesso. Smettila di mettere prima agli altri, di pensare prima alle esigenze degli altri, ai loro bisogni, di preoccuparti di decifrare i loro dannati silenzi senza tentare mai di ascoltare le parole che tu hai dentro e che non dici mai. Smettila di chiedere alla gente di restare, di concedere a tutti il tuo tempo migliore, di pensare ‘anche se non se lo merita, va bene’, perché sai una cosa? È una stronzata. Anche un pensiero piccolo, pure i sogni nel letto, le attenzioni, persino i messaggi, le carezze, e i gesti inusuali e mai scontati, tutto, va meritato tutto. E c'è da chiederselo prima di fare qualsiasi cosa, prima di andare, prima di tornare, prima di seguire quel cazzo di cuore che non ti lascia mai decidere niente, c'è da chiedersi 'se lo merita o no?’ e c'è da essere sinceri. E poi, ancor più importante, c'è da chiedersi 'me lo merito io?’ perché non è giusto per niente mettersi da parte per gli altri, perché non si può fare in modo che qualcuno ci tolga anche la facoltà di decidere o di volerci bene. Perché non va bene preoccuparsi di non fare del male a qualcuno e provarci in tutti i modi possibili a preservarlo dallo schifo che hai dentro se poi lui non ci pensa nemmeno per un secondo e ti uccide in un momento. Non correre se senti squillare il telefono per qualcuno che quando chiami tu non corre. Non passare la notte a pensare a qualcuno che a te non ci pensa manco il giorno, quando c'è il sole e non ha niente da pensare. Non mettere al primo posto chi non trova per te neanche un posto piccolo nella sua vita grande. Non aspettare chi non ti aspetta. Non tornare da chi non tornerebbe da te. Non credere alle promesse silenti di chi parla con gli occhi. Non chiedere scusa a chi non s'è mai scusato per un cazzo di niente e nemmeno per averti forato il cuore.
Aspetta il meglio.
Riserva il meglio di te a chi è il meglio per te.
Mamma, la mia depressione è un mutaforma. Un giorno è piccola come una lucciola sul palmo di un orso, il giorno dopo è l'orso. In quei giorni, mi fingo morto fino a che l'orso non mi lascia in pace. Quei giorni li chiamo: “i giorni scuri”.
Mia mamma dice: “Prova ad accendere delle candele!”. Quando vedo una candela mi ricordo di una chiesa, il baluginio di una fiammata, la scintilla di un ricordo più giovane del mezzogiorno. Sono in piedi difronte la sua bara aperta. È il momento in cui ho imparato che qualsiasi persona io possa mai conoscere, un giorno morirà. E poi, mamma, io non ho paura dell'oscurità. Forse è questo il problema.
Mia mamma dice: “Pensavo che il problema fosse che non riesci ad alzarti dal letto”.
Ha ragione. L'ansia mi ha preso come ostaggio dentro la mia casa, dentro la mia testa.
Mia mamma dice: “Da dove viene l'ansia?”.
L'ansia è il cugino che fa visita da fuori città che la depressione è obbligata a portare alla festa. Mamma, la festa sono io! Solo che è una festa alla quale io non voglio partecipare!
Mia mamma dice: “Perché non provi ad andare a delle vere feste?”.
Certo, ci provo, faccio dei programmi ma poi non ci voglio andare.
Ci provo perché so che dovrei avere voglia di andarci, so che a volte ci sarei dovuto andare, solo che non è così divertente divertirsi quando non vuoi divertirti, mamma.
Sai mamma, ogni notte l'insonnia mi accoglie tra le sue braccia, mi immerge in cucina, nel bagliore della lucina accesa del forno. L'insonnia ha il romantico potere di far sembrare la luna una compagna perfetta.
Mia mamma dice: “Prova a contare le pecore”.
Ma la mia testa riesce solo a contare le ragioni per stare sveglio.
Quindi vado a camminare, ma le rotule dei miei ginocchi sferragliano come cucchiai d'argento stretti in una presa debole, risuonano nelle mie orecchie, come la campana di una vecchia chiesa, ricordandomi di star vagando in un oceano di felicità nel quale io non posso battezzarmi.
Mia mamma dice: “La felicità è una scelta”.
Ma la mia felicità è vuota come è vuoto un uovo forato. La mia felicità è una febbre altissima sul punto di esplodere.
Mia mamma dice che sono troppo bravo a creare qualcosa dal niente e poi, senza mezzi termini, mi chiede se ho paura di morire.
No! Io ho paura di vivere! Mamma, io sono solo!
Credo di averlo imparato molto tempo fa, trasformare la rabbia in solitudine, la solitudine in un impegno. Quindi quanto ti dico che ultimamente sono stato impegnatissimo, vuol dire che mi sono addormentato sul divano guardando programmi in tv per evitare di affrontare il lato vuoto del mio letto. Ma la depressione mi riporterà sempre nel mio letto, finché le mie ossa non saranno fossili dimenticati di un'antica città sommersa, la mia bocca un cimitero di denti frantumati dopo essersi consumati a vicenda. Il teatro vuoto del mio petto riecheggia i battiti de mio cuore, ma io sono un turista a cui non interessa essere qui. In fondo non saprò mai veramente dove sarò stato.
Mia mamma continua a non capire.
Mamma, non lo capisci?
Neanche io ci riesco!
— 

“Spiegare la depressione a mia madre: la conversazione”

uncuorechesanguina

La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei. Dopo il caffè, la Follia propose: “Si gioca a nascondino?”. “Nascondino? Che cos'è?” - domandò la Curiosità. “Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare vi cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare”. Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia. “1,2,3….”. - la Follia cominciò a contare. La Fretta si nascose per prima, dove le capitò. La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo d'alberi. La Gioia corse in mezzo al giardino. La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi. L'Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso. La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano. La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era gia a novantanove. “CENTO!” - gridò la Follia - “Comincerò a cercare”. La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto. Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto. E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza. Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: “Dov'è l'Amore?”. Nessuno l'aveva visto. La Follia cominciò a cercarlo. Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi, sotto le rocce. Ma non trovò l'Amore. Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido. Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio. La Follia non sapeva che cosa fare. Si scusò, implorò l'Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre. L'Amore accettò le scuse. Oggi, l’ Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.
Confondimi con qualcosa che hai in casa:
una tazza, un mestolo forato, o con l’incarto del pane
che io possa avere una grazia comune,
essere presa in mano o piegata e riposta,
esser gesto quotidiano, ricordo di giochi, di prove di fuochi,
di crosta nel latte,
un odore di soglia che avverti già sulle scale
o la presa alla cieca, la sicurezza persino banale
di trovarmi nello stesso posto, in uno stipetto;
esserti persino cara
in qualche momento, quando tutto ti è estraneo
e persino l’albero cambia forma
la chioma notturna diventa cava, grotta, e di fosforo diventano gli
occhi, in fretta, in fretta;
fammi sillaba piena, sensata,
trattami col senso che dà
una riposante maneggevole realtà:
son fatta di un solo mistero,
le spalle controvento,
le impronte cardiache,
segnaletiche, in fila indiana,
là dove smarrisci la tua parola
meridiana.
—  Daniela Andreis, da La casa orfana, LietoColle
Jackfish, un nome alquanto strano aveva il marmocchio del Midwest, cresciuto in Texas da genitori, che con il passare degli anni avevano perso in lui ogni speranza di realizzazione nella vita, da quando un giorno trasferitisi nel nuovo villaggio in Texas, disse che i libri gli sapevano di foglie e che lui con l’autunno non voleva averci niente a che fare.
Jack Mirror, o anche detto, Jackfish per la sua passione sfrenata verso gli animali ittici, aveva sempre avuto quindici anni e le leggende folkloristiche, nate verso lui e la sua famiglia dopo che si trasferirono da chissà quale buco del mondo in quella ristretta ed ignorante comunità, narrano che lui non nacque mai. Vecchie impiccione raccontano che lui si presentò a casa dei suoi genitori una sera mentre sorseggiavano allegramente un vino invecchiato di chissà quanti anni, e chiese loro di essere suo figlio, masticando una chela di granchio fritta,di cui un pezzo gli si incastrò fra i denti per qualche mese, c’è chi sostiene fosse una banale infezione alle gengive.
Un’altra leggenda, dalle innumerevoli sfaccettature come qualsiasi tipo di leggenda, nata perché tutti si innervosivano a vederlo bazzicare nervosamente tutto il giorno davanti a quel ruscello,diceva che Jackfish aveva sviluppato la sua passione per i pesci quando un mattino d’agosto, andato in gita in barca con suo padre, il suo dito indice fu afferrato da una trota migratrice che risaliva la corrente e che morì poco dopo che il ragazzo l’ebbe alzata dalla superficie dell’acqua.
Il padre gli fece un leggero pat-pat sulla testolina, portandosi via gongolante il pesce mentre lui rimase mesi e mesi a fissarsi l’indice a cui la trota si era appigliata e dall’ora quando pescava si sporgeva dalla barca a testa in giù e infilava solamente il dito nell’acqua, e i ficcanaso sostenevano che non avesse l’occhio di un quattrino, pertanto non si comprava una canna da pesca.
Jack aveva i capelli neri, un paio di occhi ghiaccio e la pelle chiara, che non aveva fatto altro che far aumentare i miti e le leggende costruiti sulla sua persona, data la provenienza del ragazzo, mai stata nota e mai stata chiara.
Amava le palline di natale rosse, i castori quasi quanto i pesci, i fiumi e le giornate di pioggia leggera.
Quando c’erano gli acquazzoni si ripeteva fra sé e sé girandosi i pollici intrecciati fra loro e posti sull’addome che il mare era stanco di star fermo e da qualche parte doveva pur venir giù.
Un giorno, JackFish uscì di casa e c’era un sole che divideva in quattro parti le pietre e le sgretolava, così il ragazzo si allontanò borbottando, con le mani infilate in tasca verso il boschetto e il ruscello più vicino.
Una volta arrivato, con la testa bassa e il capo chino, i capelli davanti agli occhi a coprirne la vista, si chinò sulla sponda del ruscello e infilò il suo indice d’oro nell’acqua, toccando il fondale abitato solamente da vegetali inorriditi dalla presenza di quel pezzo di carne flaccido che aveva assaggiato il palato di una trota, o almeno è quello che la leggenda racconta.
Quel giorno, JackFish fu deriso da ogni passante, come del resto accadeva ogni giorno che passava a nulla fare sulle sponde del ruscello.
Il cacciatore gli tirava un furetto contro, la bambina gli sputacchiava parolacce dette strenuamente fra l’apparecchio dei denti, sporche di zucchero del lecca-lecca che sembrava non finire mai, il boscaiolo che ogni mezz’ora passava per chiedergli una mano, ma la risposta puntuale di JackFish era una spugna al posto del dito indice e un volto paonazzo, per tutto il sangue che affluiva al cervello per la posizione piegata che assumeva, nonostante non ce ne fosse alcun bisogno.
Mentre pensava di alzarsi e tornare a casa, sentì un miagolio basso e tenue, riecheggiante. Totalmente confuso infilò l’intera mano in acqua, chiuse gli occhi e mentre il sole giocava a nascondino fra le fronde degli alberi e mirava a raggiungere il proprio letto al di là delle montagne, JackFish trovava protezione e difesa in quella mano bagnata dall’acqua scrosciante del ruscello, sospinta dal pendio dov’era situato.
Il miagolio si fece sempre più intenso, e quando Jackfish ,iniettatosi una siringa di coraggio dritta per endovena si alzò, vide il micio scombussolato, arrancare passo per passo lungo il sentiero, gli occhi roteanti così come le orecchie, accompagnato da un continuo miagolare e qualche palla di pelo indigesta, privato dei suoi stessi baffi.
Jack in piedi restò a mordersi curiosamente il labbro, aguzzando la vista sull’animale e portando le mani sui fianchi ad anfora.
Quando decise di camminare verso il gattino, questo si era accasciato vicino ad una roccia, grattandola con gli artigli sfoderati, e continuando a borbottare frasi in gattesco senza alcun senso logico, o almeno fu quello che pensò Jackfish.
Dall’alto lo guardava con una certa aria di superiorità, tamburellandosi il volto col dito indice della mano destra, staccandolo poi dal suo stesso volto dove vi si era appiccicato come una stella marina, per farlo roteare nell’aria e piegarsi a toccare sulla pancia il gattino, con cautela, sospingendolo e vestendosi di un’espressione cupa e timorosa.
Accertatosi dello stato di sonno comatoso della bestiola, l’afferrò con una sola mano tanto che era piccola, e la mise a testa in giù ritornando verso il ruscello mentre il boschetto si scuriva sotto i colpi della sera nascente, incapace di veder le stelle, la cui vista era stata impedita dalle stesse fronde invidiose degli alberi.
Lo tenne qualche attimo per la zampa, come un trofeo di caccia, allungando il proprio braccio verso il ruscello e immergendo interamente la bestiola che a contatto con l’acqua gelida sobbalzò e cercò in tutti i modi di aggrapparsi alla mano irraggiungibile di Jack.
Un sorrisetto compiaciuto comparve sul volto del ragazzo che rimise a terra il micio, impaurito e sbandato peggio di qualche minuto prima, e questo cercò di darsi alla macchia andando però a sbattere contro la corteccia di una sequoia, e Jackfish rimase a fissarlo, grattandosi la testa con l’indice , riavvicinandosi e afferrandolo ancora per la zampetta fradicia.
Quando tornò a casa, salutò con un fischietto irritante la madre che si piegava sui mobili della cucina a smacchiarli da chissà quale ente inquinatore, fece un cenno del capo al padre che se ne stava spaparanzato sulla poltrona a girare canale ogni mezz’ora mentre l’altra mano si affaccendava a darsi una sistemata alla zip dei pantaloni e allo stesso tempo portare alle labbra una lattina scaduta di birra.
Pose il gattino svenuto sul letto e si mise su una sedia a fissarlo, con i gomiti sulle ginocchia e il volto sui palmi delle mani, tirandosi con i polpastrelli gli zigomi e facendo delle linguacce al felide.
Quando solo infine, Jack si decise a scuoterlo nuovamente con l’indice, il gattino si svegliò di sobbalzo e dalla foga andò a sbattere contro la parete del letto, poi contro il ginocchio di Jackfish che lo afferrò e lo portò al volto.
Il felino, privato dei baffi ,gli graffiò il volto dalla tempia all’occhio,lasciandogli una grossa cicatrice a cui Jackfish non fece caso, ma a cui portò solamente il mitico indice per constatare la fuoriuscita di sangue, il che era evidente dal tappeto una volta bianco ed ora porpora.
Tuttavia, non lasciò il gattino ,che tentò di graffiarlo nuovamente ma lo chiuse in un baule forato per farlo respirare e il giorno dopo lo accompagnò da un veterinario dove probabilmente guarì, o almeno fu quello che Jack sperò.
Intanto, in paese era nata una nuova leggenda, l’inviso cretino da tutti soprannominato JackFish era diventato un ladro, tant’è che una vecchia per proteggersi gli aveva lasciato la cicatrice sul volto, alcuni sostengono persino che allevasse animali clandestini.
Ma a JackFish interessava delle innumerevoli trote che ogni giorno pescava al ruscello inabitato e morto, non del parere delle persone.
—  Davide Avolio