folta

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
—  Gabriele D'Annunzio, La pioggia nel pineto

Mi chiamo Clara, ho venticinque anni e ho passato gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza nel peggiore dei modi.
Tutto questo era causato da un ragazzo in particolare… Lui si chiama Alessandro, e ha 25 anni proprio come me. Ebbi la fortuna/sfortuna di essere una sua compagna di classe sia alle elementari, sia alle medie e sia alle superiori.
Gli anni più belli, per me sono stati un inferno..
Lui era il figlio di un imprenditore, io figlia di un carrozziere, lui aveva una casa al mare, io abitavo in una casetta in affitto grande quanto un quarto della sua.. Lui aveva tutte le nuovissime innovazioni tecnologiche a partire dal telefonino appena uscito, al paio di scarpe più costoso. Io avevo un telefono di vecchia data ma pur sempre funzionante e un paio di scarpe usate e consumate, regalate da mia cugina.. Lui aveva tutte le ragazze ai suoi piedi, era davvero bello. Mentre io ero nella fascia d'età in cui il viso si riempie di brufoli e il corpo cambia nell'arco di una giornata. Lui aveva la possibilità di uscire ogni giorno, mentre io dovevo aiutare mia madre nelle pulizie di casa dato che lavorava per tutto il giorno.
Tutte queste differenze scaturirono qualcosa in lui.

Iniziò ad avvicinarsi a me e quando vide quanto innocente fossi, iniziarono gli insulti, gli schiaffi, i dispetti, le denigrazioni, le occhiatacce e… e le mie lacrime, le mie ansie, le mie paure, le mie insicurezze..
Il suo atteggiamento mi ha segnato per sempre e mi ha fatto piangere tante, troppe volte… Fino a qualche giorno fa..

Ero nel mio studio, appena arrivata mi sedetti alla mia scrivania e iniziai a sfogliare dei curriculum alla ricerca di un/a segretario/a..
Dopo il diploma mi iscrissi all'università e mi laureai in Psicologia, il mio sogno di sempre..
Ero li, tranquilla, super presa dalle scartoffie che stavo analizzando, quando un curriculum attirò la mia attenzione..
Sopra in grassetto c'era scritto  “Alessandro D'anzo”.

Il cuore iniziò a battere forte e i ricordi riaffiorarono nella mia mente.. Tanti piccoli flashback mi annebbiarono la vista..
Decisi di comporre il suo numero e di invitarlo a venire per una prova, lui accettò.
Il giorno seguente qualcuno bussò alla porta, e con la voce un pò incerta gli permisi di entrare..
Era proprio lui, Alessandro.
Un Alessandro completamente irriconoscibile.
Il suo aspetto era trasandato, la barba era folta, i capelli spettinati. Gli sorrisi e pensai che in quel momento era lui ad avere un telefonino di vecchia data, delle robe sottomarca, un paio di scarpe consumate, gli occhi spenti e il dolore nel cuore..
Mi guardò e mi riconobbe all'istante.. Io gli rivolsi un sorriso debole e senza farlo parlare gli dissi “Sei assunto.”

Fu il giorno più bello della mia vita. Ero riuscita a combattere i miei demoni. Non avevo bisogno di vendette… Io, nel mio piccolo, avevo già vinto.

—  me
Celtic Goddesses and Gods Part 2

Babd (Also Badhbh, Badb Catha)- A Gaelic Goddess of war, wisdom, death, and inspiration, she is the wife and sometimes granddaughter of Net, a war God. As an aspect of Morrigan, she is the Battle Raven, and her name means Scald-crow. She fills warriors with fury and helped defeat the Formorians in Ireland. Her father is Ernmas and her sisters are Macha, the Morrigu, and Anu. Her symbols are the cauldron, ravens, and crows.

Balor- He is a Sun God and king of the Formors, who were early giants, originally occupying Ireland. Son of Net and grandfather to Lugh, he has a baleful eye that, when opened, lays waste to his enemies. At the second Battle of Mag Tuired, Lugh puts out Balor’s evil eye with a sling-stone and kills him. 

Banba- An Irish Earth Goddess representing the sacred land, she is part of the triad of the three Goddesses of sovereignty that also includes Folta and Eriu. She is wife of MacCruill, and thought to be the first settler in Ireland. One of Ireland’s ancient names is “the island of Banba of the Women”. 

Belinus (Also Bel, Belanos, Belenus)- A God of life, truth, war, inspiration, and music. His mother is Corwenna and his brother Brennius. He represents fire of fire, and is said to have been buried in a golden urn in London. An active healing (dry heat) God, he drives away diseases. His symbols are the roadways, sun disc, a golden harp, and a golden curved sword and spear. 

Belisama- The Goddess of Fire and an aspect of Bridget, she is known as the “young Sun” and the “Sun maiden”. Her name means like unto flame or bright and shinning one. Her symbol is the rising Sun. 

Belisana- An aspect of Belisama with a similar appearance, but more earthly, she is a solar Goddess of healing, laughter and the forests. 

Blodenwedd (Also Blodewedd, Blodeuedd)- A sun and moon Goddess associated with the dawn and the May Queen, she is called “Flowerface” or “White Flower”. Created by Math and Gwydion from flowers, blossom, and nine elements, she is the most beautiful and the most treacherous Goddess and is associated with the Arthurian Guenevere. She is turned into a white owl by Gwydion. Her magickal symbols are he white owl, meadowsweet, oak, broom, primrose and cockle.

Borvo (Also Bormo, Bormanus)- A Celtic Apollo and a God of healing, he is also associated with wet heat, such as hot springs and mineral waters. He represents the elements of fire and water, and is God of unseen or concealed truth and inspiration through dreams. His symbols are a flute, a golden harp, a golden sword or spear, hot springs, and the sun disc. 

Brigantia- A powerful Celtic Briton nature Goddess of water and pastoral activities with distinct similarities to the Irish Sun Goddess Bridgit, her name is an ancient name for the rivers and the curves of the countryside. She us a titular Goddess of the Brigantes in Yorkshire.  

(Source: Exploring Celtic Druidism Ancient Magick and Rituals for Personal Empowerment by Sirona Knight)

ho iniziato a lavorare quando ho cominciato a sentirmi un peso sulle spalle forti di un padre che è riuscito a non far mancare mai nulla a sua moglie e alle sue tre figlie: scuola, ripetizioni, palestra, trucchi scarpe e vestiti, giostre, feste e festini, viaggi, persino tre case. mia madre comprava borse che costavano uno stipendio, io uno stipendio non sapevo nemmeno cosa fosse. eppure papà metteva i calzini rotti e ancora ora ha un telefono che non va nemmeno su internet, nel suo portafogli uno scontrino plastificato sul quale si legge il totale di poche lire. “perché l'hai fatto plastificare, papà?” sorride, “perché erano gli ultimi soldi che avevamo e li abbiamo spesi per comprarti i pannolini”. ogni tanto, quando raramente sono di buonumore e si può intraprendere un discorso con me, parliamo un po’, a volte mi ha detto che avrebbe voluto raggiungere questa “stabilità” economica un po’ prima, che sarebbe voluto tornare a casa da lavoro qualche volta mentre ero ancora sveglia. non scorderò mai tutti i sacrifici che ha fatto per costruire un castello su un terreno bruciato (metaforicamente parlando, si indente) e si, forse da piccola avrei preferito passare un pomeriggio sul divano a guardare i cartoni insieme a lui, ma è proprio per questo che ad oggi è la persona che ammiro di più nel mio piccolo mondo. mia madre spesso sembra cieca, ingrata. in fondo a lei è toccato il ruolo peggiore: madre e casalinga full time. mio nonno le ha impedito di uscire di casa e di iscriversi all'università, “poi quando ti sposi fai quello che vuoi” e si sa come vanno queste cose, ti sposi, poi arrivano i figli. aveva tanti sogni, piegati e conservati con cura in un cassetto che non si è aperto mai più. fino a qualche anno fa noi figlie eravamo l'unica cosa che realmente avesse, l'unica cosa a cui dedicarsi, fino a diventare morbosa, ai limiti del sopportabile. poi sono arrivate le ribellioni, le bugie, i controlli e le mie stupide ripicche. la prima volta che mi sono innamorata stavo mangiando un gelato su un mezzo pubblico, era la vigilia di natale e stavo tornando a casa per il cenone. mi guarda, mi dice qualcosa di stupido, mi chiede di prestargli il telefono e mi salva il suo numero, a mezzanotte gli invio un sms (ah, gli sms!) di auguri, senza specificare chi fossi, mi risponde con un “auguri anche a te! ti aspettavo!!!”. i miei genitori dissero che era un ragazzaccio, che non faceva per me, con i suoi 16 anni e la barba già folta e piena di un uomo. mi tolsero il telefono, il computer, mi vietarono di uscire di casa per un mese intero. passato il mese era fidanzato con un'altra, passati due mesi mi chiedeva se ero sicura di volerlo fare proprio con lui, nel suo letto mentre avrei dovuto essere a scuola. mi diceva che mi amava ma che non aveva la forza di lasciarla e allora io mi sono scopata il suo migliore amico. pensandoci, la mia vita è un susseguirsi di stupide ripicche fatte agli altri con un unico denominatore comune: l'unica a pagarne le conseguenze sono sempre stata soltanto io. a volte penso che se le persone capissero che intorno a me ho bisogno di un giro di compasso d'aria libera e silenzio e uccellini che cantano le cose andrebbero meglio. altre volte credo che non è mai troppo tardi per abbandonare il modus vivendi di eternamente insoddisfatta, che in fondo quello che ho non è poco.

La pioggia nel Pineto
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.


Gabriele D'Annunzio

C'era una volta un mostro color del fango
con una folta peluria che ricopriva il suo manto.
Possedeva occhi neri come il carbone,
così grandi che con il corpo non erano in proporzione.
Andava in giro per osservare e capire le persone,
ma nella sua mente aveva sempre più confusione.
Gi uomini affermavano che dei mostri bisognava avere paura,
poiché fare del male era la loro natura.
Da questa affermazione capì che gli uomini erano poco intelligenti,
perché nella loro vita c'erano pericoli più evidenti
che erano ben visibili al di fuori delle loro menti.
Aveva visto uomini trattare donne come se fossero un oggetto
e considerarle abili solo dentro il letto.
Aveva visto persone camminare per i sentieri
fissare con disprezzo i volti degli stranieri.
Aveva visto tanta gente dai soldi corrotta
guidare un paese con una falsa buona condotta.
Aveva visto bambini con il corpo pieno di lividi,
perché qualche genitore aveva superato i propri limiti.
Aveva visto uomini e donne dare potere all'apparenza,
tralasciando i valori per esaltare la bellezza.
Aveva visto persone preferire perdersi in un cellulare,
piuttosto che in uno sguardo da poter amare.
Aveva visto e gli era bastato
per capire che il mondo era malato.
Era affetto da violenza, cattiveria, egoismo ed ignoranza,
dovuta soprattutto ad una società sbagliata, malattia che avanza.
Aveva visto e una domanda si era posto:
perché proprio io devo essere chiamato mostro?
—  Occhipienidioceano
youtube

One of the most beautiful Italian poems read by one of the greatest Italian actors.

Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto (1902)

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

Davvero si può mangiare la pizza senza le lacrime agli occhi? Davvero si può evitare di guardare un menù mille volte?
Davvero posso mangiare senza preoccuparmi?
E no? Le gambe non sono la prima cosa che si guarda quando ti presentano una ragazza?
Non ho bisogno di guardarmi il viso 20 volte al giorno per assicurarmi di non essere ingrassata? E le cosce? Non è necessario che le circondi con le dita?
Il polso, ehi, almeno il polso? Dimmi che confrontarlo con le bambine di 10 anni al parco è normale. Dimmelo.
Esiste qualcuno che si nutre per piacere? Nah, assurdo. Parlami delle unghie, sì? È normale averle così fragili ed odiarle ogni volta che ti graffiano la gola?
Io dico che non esiste paura più grande di quella dei possibili chili presi. Dicono tutti che è massa muscolare e ritenzione idrica, no?
E spiegami, ti prego, cos'è questa storia che nessuno conta i fusilli nel piatto? Dai, gli ingredienti, per lo meno. Il tipo di farina utilizzata.
E, senti?, la colpa non è mia se non mi viene il ciclo. Alcune donne sono, uhm, poco donne? E me lo dice sempre mia madre: ad ognuno il suo tempo.
Quindi tornerò ad avere una chioma folta? A non morire di freddo? Ad avere forme femminili?
È che sono poco malata, già, poco malata per essere curata, perciò dimmi che sono normale, che non ho perso la testa e questa battaglia che combatto da una vita. Dimmi come fare a stare bene, dimmi che almeno starò meglio di così.
E sì ho paura di ingrassare e che qualcuno faccia un brutto commento sul mio corpo e no, non ho voglia di chiamare la psicologa.
Dici che mia madre si arrabbierà quando torneremo da Zara Bambini? Eddai, il prezzo si dimezza.
E l'ho inventata io questa cosa che non mi piace il formaggio? Ma quando?
Davvero?
Sono malata?
Sì, tranquillo, qualcosa sospettavo.

sai qual è il problema ? sono io il problema.
sono io che dopo anni ancora sono qua a pensare a te . a pensare ai tuoi occhi belli. alle tue labbra morbide . al tuo sorriso dolce che si fa spazio in mezzo alla barba folta. ai tuoi baci, che chi se li scorda. alle tue mani che sanno prendermi e accarezzarmi come nessuno. ai tuoi abbracci che mi avvolgono e mi fanno sentire a casa. al tuo odore . al tuo calore. sono io che dopo anni ancora non riesco a dimenticarti. sono io che dopo anni ancora immagino a come potrebbe essere avere una storia, una storia normale, con te. una storia fatta di cose semplici. una storia fatta di sorrisi e di amore. il nostro. sono io che immagino come sarebbe stare seduti allo stesso tavolo per una cena, guardarci e scoppiare a ridere come due scemi per qualcosa che nessuno capirebbe. fumare una sigaretta in macchina , mentre la radio passa la nostra canzone , e tenerci per mano perché in due fa meno freddo. vedere un film solo perché a te piace tanto, abbracciati sul divano, con te che ti addormenti sulle mie gambe e io che pur di non svegliarti non cambio canale. baciarti. baciarti dappertutto , perché sei cosa bella , e le cose belle si baciano sempre. dormire insieme , abbracciati, con il tuo fiato sul mio collo e addormentarmi guardando la cosa più bella del mondo , te. fare l'amore, l'amore quello vero, che ti trasuda dalla pelle ma soprattutto dall'anima. smettere e rifarlo ancora.
sono io il problema, perché dopo anni sono qua a pensare a tutto questo e non me ne farò una ragione fino a quando non potrò viverlo.
—  Giorgia Bellotti

anonymous asked:

Oggi mi ha inviato un messaggio "sei stata l'alternativa che mi ha salvato la vita". Quando l'ho letto mi stavano salendo le lacrime perché in quel messaggio c'era racchiuso tutto ciò che si trattava di noi. Era il modo più banale per spiegare il modo in cui ci eravamo incontrati: stavo andando a prendere l'autobus per tornare a casa ed era tardi, come una cretina decisi di prendere la via più corta ma buia, quando cominciai a sentire delle strane voci e cominciaci a correre.. ///

Ad un tratto scivolai e un ragazzo mi riprese per il braccio un attimo prima che il mio sedere toccasse terra. Non so esattamente come feci a non accorgermi della sua presenza, ma probabilmente ero troppo presa a correre e i sanpietrini erano troppo scivolosi per farmi badare ad altro che non fossero loro. Si dal caso che ci siamo incontrati così: io rossa in viso, ringraziando Dio di non essere caduta e lui semplicemente bello che mi teneva ancora l'avambraccio. ///
Mi ha chiesto come stavo e per un attimo mi persi nelle sue iridi verdi, ma di un verde scuro però abbastanza brillante per non essere confuso con nessun altro. All'intero i suoi occhi erano rossi come se avesse fumato, ma il suo odore mischiato ad una forte fragranza di menta me lo confermò. Cominciammo a camminare. Immagina: due estranei che si guardano e si fanno strane domande, per una piccola viuzza della città. Mi offrì un tè e lui si prese un caffè. ///
Osservai come la camicia gli fasciasse il braccio e come dei tatuaggi uscissero fuori finendo sulla sua mano. Mi resi conto come attirava attenzione perché quasi tutte le ragazze che entravano, anche se accompagnate, si giravano a guardarlo. Mi sentì in soggezione, insomma era alto, robusto, con una folta chioma mora e una voce roca al punto giusto, mi chiedevo come facesse a non notare tutte quelle ragazze. Io avevo i capelli disordinati, un tè fra le mani e il naso rosso per il freddo. ///
Mi spiegò il motivo per il quale lui passò per la via e mi disse che di solito non la faceva, ma gli si era rotta una corda della chitarra e quella sera stessa avrebbe dovuto suonarla, così per arrivare prima al negozio prese la scorciatoia. Molte volte ci ripenso e mi accordo come il nostro incontro sia stato un vero e proprio scherzo del destino, insomma io avrei potuto scegliere la strada più luminosa ragionandoci un po’ di più e a lui non si sarebbe rotta nessuna corda. ///
Quella sera io persi l'autobus e lo aiutai a cercare un altro negozio per comprare la corda. Lo sentì suonare e nessuna cosa può essere paragonata per spiegarti come accarezzava quelle corde. Mentre suonava era un'altra persona, ma amavo il modo in cui non interrompeva lo sguardo dal mio, come dire “tra tutta una folla, io vedo solo te”. Ancora adesso lo fa e ancora adesso lo amo più di qualsiasi altra cosa al mondo. ///


O CAZZ MA IO VI AMO.
LA TUA STORIA È L'AMORE, È LA MERAVIGLIA.
SE DUE PERSONE SONO DESTINATE AD INCONTRARSI, IL DESTINO FARÀ Di TUTTO PER FAR SI CHE CIÒ ACCADA.

I

Sull'onda calma e nera dove le stelle dormono
Fluttua la bianca Ofelia come un gran giglio, fluttua
Lentissima, distesa sopra i suoi lunghi veli…
- S'odono da lontano, nei boschi, hallalì.

Da mille anni e più la dolorosa Ofelia
Passa, fantasma bianco, sul lungo fiume nero;
Da mille anni e più la sua dolce follia
Mormora una romanza al vento della sera.

La brezza le bacia il seno e distende a corolla
Gli ampi veli, dolcemente cullati dalle acque;
Le piange sull'omero il brivido dei salici,
S'inclinano sulla fronte sognante le giuncaie.

Sgualcite, le ninfee le sospirano intorno;
Ella ridesta a volte, nell'ontano che dorme,
Un nido, da cui sfrùscia un batter d'ali:
- Un canto misterioso scende dagli astri d'oro.

II

Pallida Ofelia! Come neve bella!
In verde età moristi, trascinata da un fiume!
- Calati dai grandi monti di Norvegia, i venti
Ti avevano parlato di un'aspra libertà;

Poi che un soffio, attorcendoti la chioma folta,
All'animo sognante recava strane voci;
E il tuo cuore ascoltava la Natura cantare
Nei sospiri della notte, nei lamenti dell'albero;

Poi che il grido dei mari dementi, immenso rantolo,
Frantumava il tuo seno, fanciulla, umano troppo, e dolce;
Poi che un mattino d'aprile, un bel cavaliere pallido
Sedette, taciturno e folle, ai tuoi ginocchi!

Cielo! Libertà! Amore! Sogno, povera Folle!
Là ti scioglievi come neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti facevano muta
- E il tremendo Infinito atterrì il tuo sguardo azzurro!

III

- E il Poeta racconta che al raggio delle stelle
Vieni, la notte, a prendere i fiori che cogliesti,
E che ha visto sull'acqua, stesa nei lunghi veli,
Fluttuare bianca come un gran giglio Ofelia.

—  Arthur Rimbaud
Era Agosto quando la vide la prima volta, all'imbrunire sotto un ciliegio in fiore. Lei era vestita di un sorriso bellissimo, lui silenzioso fra quei gigli, il cuore già volava tra il polline. Aveva in mano una piccola calendula, tremante la poso nella folta chioma bionda della donna. Lei piccola, esile come un ramoscello di ulivo acerbo, le gote rosee come le dalie, gli occhi chiari accentati da un cobalto intenso; danzava fra quei campi giovine e leggiadra, si perdeva tra quei ruscelli di colore. Amore dolce, miele per l'anima; un bacio a stampo in quella tempesta di sentimenti increspa un’aurora in quel cielo terso. La donna gli accarezzava gli occhi, parlandogli con l'anima; un sospiro affannoso era dolce aria nel crepuscolo estivo…
Winners of The Great Tumblr Book Search (The Third One)

The results of the third Great Tumblr Book Search are in, and we have our winners! Competition was fierce, with more entries than ever before, but here are the entries in each category that grabbed the editors’ attention:

Art

Winner: Since 2013, The Best Costume for the Day (@costumefortheday) has been documenting with watercolor sketches the thoughtful components of the author’s outfits. Inspired by the sustainable fashion movement, The Uniform Project, and Grey Gardens, this “anti-fashion” blog features “actual worn clothing with stains and holes,” charmingly presented. 

Runner-up: Finn Lee (lostboyartwork) has illustrated one of Yoko Ono’s tweets every day for a year. A noted visual artist, Ono is also a master of the medium of Twitter—alternately inspiring and challenging—and these detailed, emotionally evocative drawings do her words justice.

Food + Drink

Winner:  TF: Journaling and Journeying (tplusf) is a beautifully photographed collection of recipes that are so well documented that they could even tell the story of their making with images alone. The author happens to be a psychiatry resident who is interested in exploring the concept of “baking therapy.”

Runner-up: Sssalt and Pepepper: The Art of Speaking and Cooking Boldly (terminatetorkitchen) is an entry from a 19-year-old self-proclaimed “food blogger, homemade chef, wannabe author, satirical writer, lover of food and a person who stutters.” The blog has a Southern Gothic style and a big concept—blend together the story of the strides he has made in the kitchen with the experience navigating his challenges with speech.

Humor

Winner: You’d think that the name of this blog by Luke Burns and James Folta would be most of the joke, but The Encyclopedia of Hypothetical Police Procedurals (hypotheticalpoliceprocedurals) more than fulfills its promise. Take CopCop, the story of Alex Steadman, an “ordinary beat cop, until a horrifying clerical accident led to him being entered into the police department’s employee database twice.” Sample tagline? “Part Cop. Part Cop. All Cop.” And this vast database even includes scripts!

Runner-up: Joey X’s Daily Dose (joeyx) proposes a rock-and-roll take on a page-a-day calendar and “lighthearted approach at the standard almanac with compelling quotes, ill-advised tattoos, suggested soundtrack, screenings, photos dug out of the darker corners of the Internet.”


We had such fun seeing your creative Tumblr blogs! Congratulations to the winners and to everyone who submitted their art, jokes, photos, and other amazing ideas.

Domani.

Mentre cerco di calmarmi e di modulare il respiro, pensando che ormai non riesco manco più a reggere una sigaretta senza sentirmi mancare il fiato, sto pensando a domani.

Non posso credere che sia arrivato questo momento. Manca ancora un po’, siamo solo all’inizio del percorso, ma per me è già tanto. E’ da quando avevo otto anni che mi baso sull’astratto, che penso, sogno, immagino e mi chiedo come saranno questi prossimi mesi. Da quando avevo otto anni che aspetto di cominciare a prendere in mano questo desiderio che ho sempre avuto.

E domani sarà il momento di cominciare.

Ovviamente le cose non vanno mai come ci si aspetta: avevo calcolato la data in cui farmi la barba, in modo che domani potesse apparire al meglio - né folta né totalmente assente - ma ad oggi non è ancora ricresciuta come la volevo. Ho l’ansia e penso che probabilmente lunedì sarò ucciso dall’ISIS. Non so in che modo lavarmi visto che a casa mia manca l’acqua, ma non mi importa. 

Non ho idea di quello che accadrà domani e dopodomani. Non so se farò una buona impressione, se sarà tutto come ho immaginato, se ci saranno difficoltà. Non so cosa succederà. So solo che, finalmente, posso guardarmi intorno e dirmi “non mancano più tre anni, mancano tre ore”.

Ed è bellissimo.

“La nostra storia inizia in una piccola via di una grande città come Parigi, eh già, perche come in tutte le storie d’amore che si rispettino ci deve essere un’ambientazione con i "controcazzi” e in questa storia sarà la famosa capitale della Francia nonché la rinomata città dell’amore. È una normale domenica di metà maggio e il liceale John Martin sta dormendo nel suo piccolo lettuccio, nella casa dei suoi genitori, quando però viene svegliato da un misterioso oggetto della sua cameretta chiamata “sveglia”. Questa sveglia per il ragazzo significa solo una cosa “ scuolaaaa” e senza pensare a niente o a nessuno John si prepara e si dirige verso la sua odiata scuola, ma una cosa bruttissima lo aspetta al suo arrivo. “È domenica che cazzo ci fai qui signor Martin?” così lo sfotte da lontano il bidello di cui è tanto amico il ragazzo. Una sola voce passa nella mente di John “è domenica coglione e la tua sveglia era solo per ricordarti che dovevi dare da mangiare al tuo cane!” A questo punto il ragazzo si allontana un po felice e un po triste verso il primo bar che incontra, un bar come tutti gli altri tranne che prima dovevi pagare e poi potevi ordinare ciò che avevi pagato. Alla cassa ordinò un semplice caffè con tanto zucchero, il cassiere gli disse “1 euro e 80 centesimi” e il ragazzo rispose con una battuta sarcastica “Cavolo! Il locale si chiama ” free-bar “, ma il termine ‘free’ fa solo parte del nome in questo caso”. Silenzio assoluto, ma ad un certo punto uno folta chioma rossa scoppiò a ridere come una stupida dal fondo della fila. John pagò e sorridendo alla ragazza prese un tavolo e si sedette. Quando il giovane si stava gustando il suo caffe osservò la ragazza della fila che aveva visto in precedenza girare per i tavoli senza una destinazione e con un tono un po sfacciato e un po scherzoso le disse “Ei, se non trovi posto puoi metterti seduta qui con me, non ho né precedenti penali né cose simili eh!”, la ragazza rise e si sedette sorridendo. I due iniziarono a parlare, si scoprì che la ragazza dalla folta chioma rossa si chiamava “Alice” ed era originaria degli Stati Uniti che si era trasferita da poco a Parigi per degli studi e guarda caso, proprio nella scuola del signorino sfacciato che le aveva chiesto se si voleva sedere con lui. Scherzarono insieme per ore e ore come se fossero amici, ma anche di più, già da tanti anni, come se alla fine si conoscessero da tantissimo tempo, quasi da sempre. Il ragazzo disse “emh, non vorrei dirtelo, ma con quel dolce alla crema ti sei sporcata la punta del naso” ci fu una grande risata e la ragazza arrabbiata rispose con un sonoro “Ma come?! Non potevi dirmelo prima?!”, ma com tutta la calma del mondo John le prese la mano e gli disse “Ei, calma, non te l’ho detto perché eri lo stesso bellissima.” a quel punto la ragazza arrossi cosi tanto che il colore della sua pelle all’altezza delle sue guance era uguale a quel rosso acceso dei suoi capelli. “Oh scusa e grazie” esclamò la ragazza. John si voltò a guardare la finestra osservando il riflesso della ragazza e poi le sussurrò questa frase “non scherzo, sei stupenda, veramente, credo di essermi innamorato del tuo sorriso, dei tuoi occhi verdi scuri, delle tue lentiggini e di quei cazzo di capelli rossi fuoco che mi stanno facendo battere il cuore come non era mai successo”. Alice stava sorridendo, sorrideva come un ebete in verità, ma in quel momento John sorrideva allo stesso modo quindi non si capiva chi era più stupido e chi era più felice di quelle parole. Ad un certo punto John si avvicinò alla ragazza con in mano un fazzoletto e disse “hai i baffi di latte, posso toglierli?”, la ragazza fece cenno di sì e il ragazzo si affrettò a pulirla con molta delicatezza, ma quando levo il fazzoletto si ritrovò di fronte a due labbra rosse accese, un po per via del suo rossetto e un po per via del suo normale colorito. Il ragazzo sorrideva come prima e Alice era felice, ma aspettava ancora qualcosa che potesse renderla ancora più contenta. John fece il suo primo passo e si avvicinò, Alice sorrise, le loro labbra si sfiorarono, sorrisero nello stesso momento, ma poi qualcosa in loro si accese, la passione e numerose altre emozioni che non avevano mai provato si liberarono in quel bacio. Quando le loro labbra si staccarono Alice disse sorridendo “Baci incredibilmente bene stronzetto” e John con un modo presuntuoso e simpatico la prese dai bacini e disse “beh, so fare di meglio”. Esploserò in un altro bacio. Poi nel tardo pomeriggio si diedero la mano e uscirono da quel bar, iniziarono a camminare per la città, sfottendosi, facendo battutine stupide e scambiandosi piccoli segni d’affetto. Poi arrivò sera, si dovettero salutare perche lui doveva andare ancora a dare da mangiare al suo povero cane che aspettava del cibo dalla stessa mattina e lei invece doveva andare ad un corso di recupero di francese siccome era arrivata da poco e non parlava ancora in modo perfetto, si scambiarono i numeri di telefono e si diedero un bacio per salutarsi. I ragazzi chiaramente continuarono a sentirsi per telefono, ad incontrarsi nello stesso bar del primo appuntamento, a parlare a scuola e a fare solite cose tra innamorati. La storia di John e Alice dura tuttora e sono ben ventitré anni che i due “ragazzi” se ora li possiamo definire cosi sono fidanzati, beh, a dirla tutta sono anche sposati, eh si, i due sono sposati ed hanno anche un figlio, lui si chiama Ryan, lo conoscete già, sapete? Beh, Ryan vi ha accompagnato durante tutto il racconto. Ryan sono io. Ora ho 16 anni eh, non vi aspettate chissà che, però volevo veramente tanto raccontarvi la storia della più bella famiglia che si possa mai immaginare.“
Le domande esistenziali: “Chi siamo?”, “Dove andiamo?” e “Perché cazzo vi rasate i lati della testa?”.

Ho questa ragazza seduta davanti a me. Una massa di capelli voluminosa, miliardi e miliardi di bulbi attaccati l'uno all’altro da sembrare folta quanto un cincillà, color castano addolcito dal miele tendente al rossastro corteccia viva staccata dall’albero con un coltellino in osso del Passo dello Stelvio.
Ecco che compare il segno distintivo di quest’epoca. Alza la matassa per infilare le cuffiette e sta lì, la rasata al lato.
Il titolo l’avevo scritto mesi fa, quando mi rifiutavo di capire. Poi oggi mi sono tornati in mente vecchi particolari, attraverso fotografie che non vedevo da troppo tempo e mai avrei dovuto rivedere.
È inutile criticare questa moda contemporanea quando in un cassetto a casa di tua madre nascondi delle testimonianze che ti ritraggono nei primi anni 90 con un codino lungo più di venti centimetri a penzolarti dalla nuca fin dietro la schiena. Noi avevamo quello. Avevamo Baggio che ci insegnava lo stile. Quindi dall’alto di cosa uno si può permettere di sentirsi disturbato?
Passeranno gli anni, come sono passati per me, e in un futuro non molto lontano guarderanno fotografie digitali con la stessa reazione che ho avuto io guardando le mie.
1. Ma come cazzo andavo in giro?
2. Ma non mi vergognavo?
3. Ma perché i miei genitori non mi hanno fermato?
Finirà così, chiudendo l’album oppure cancellando la cartella.
Non cambierà nulla, proveremo lo stesso tipo di vergogna.
Solo una cosa è differente.
Io, quando ho deciso di smetterla col codino, l’ho tagliato e messo nella smemoranda dell’anno scolastico in corso, come monito per il me stesso futuro, a non ripetere gli errori del passato. Ogni tanto, dalla scatola in cantina nella quale è contenuto, lo puoi sentire ancora distintamente urlare “Vai avanti! Non ti voltare! Non tornare mai indietro!”
E seguirò il tuo consiglio, amico mio.
Mi dispiace solo per la ragazza con i lati rasati perché questo continuo tagliare e tagliare non le farà conservare nulla.
Come puoi vivere una vita normale senza avere un pezzo di te in una scatola nascosta in cantina?
Per ricordarsi di essere migliori ma soprattutto, quando un giorno starò per morire, per dire agli scienziati “Clonatemi da qui, colui che ne nascerà avrà già sofferto tanto e pagato per i suoi errori”.