filosofia da salotto

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Katia è stata la prima ragazza che mi sia piaciuta veramente. Invece io a lei non piacevo affatto. Era una di quelle ripetenti croniche che incontri durante gli anni delle scuole medie e che solitamente escono dal tunnel delle bocciature quando tu stai discutendo la tesi di laurea. Quando l'ho scoperto ne ho istantaneamente subìto il fascino. Il fascino indiscreto del proibito sì, e del peccaminoso ma anche di quel proletariato umano che poi avrei compreso, anni e anni dopo, studiando Pier Paolo Pasolini. Senza cioè quelle impurezze che la cultura scolastica, piccola e borghese, inculca nelle teste privandoci di quel candore un tempo forte e istintivo.
Katia aveva i capelli rossi come un fuoco d'artificio, che le rimbalzavano a fasci quando correva per i corridoi o saltava durante le ore di educazione fisica. Le sue gambe erano lunghe e ben fatte, nonostante qualche cicatrice ereditata dai trascorsi turbolenti. Fu la prima ragazza che osservai in minigonna, come dire il primo pezzettino di cioccolato mangiato da un lattante o il bicchiere della staffa prima di congedarsi dagli amici per un lungo viaggio. I suoi occhi erano grandi, accesi, di un celeste turchese che tendeva al ghiaccio durante le giornate di sole, allora diventavano sognanti e assenti.
Quando intuii che non le sarei mai interessato ci rimasi molto male. Ma in breve tempo mi convinsi che alla fine essere ignorato, umiliato e rifiutato da Katia non fosse poi un dramma. Dagli undici ai quattordici anni è un gran bel pezzo di vita, pieno di ottusità e oblio. Si dice che in quei tre anni si sia ancora in grado di affrontare le cose con genuina noncuranza. C'è chi sostiene che avvenga per permettere ai nostri occhi di abituarsi alla vista, di corazzarsi davanti allo stupore. E’ l'ultimo rantolo di ingenuità prima che i mostri da dentro gli armadi diventino pessimi mariti e madri colpevoli.
A cavallo degli anni Ottanta, quando internet lo usava solo la Regina Elisabetta per spedire mail alla sede del Royal Signals and Radar Establishment, era piuttosto difficile trovare qualcuno che ti passasse al primo colpo un disco dei Sonic Youth. L'approccio indie alla materia musicale non era ancora pervenuto in larga scala. Il padre del tuo compagno di banco, la zia scafata, il parrucchiere sotto casa, insomma chiunque avesse un po’ a cuore l'idea di non farti sprofondare nella Lambada dei Kaoma, di solito ti mollava un caposaldo. Fabrizio De André il primo, i Velvet Underground la seconda, i Doors il terzo. “Stai zitto e impara”. Il senso, dovendo riassumere, era questo: accendi lo stereo, metti su questo disco e apprendi.
Non sfugga il verbo. Dovevi imparare. Ma cosa, se durante gli anni delle medie il vocabolario più in uso tra i ragazzi sembra essere il Cherubini/Jovanotti? Così tornavo da scuola, mi sparavo un paio d'ore di storia, un'accesa battaglia tra simple past e present perfect e poi via, a cercare di capire come conquistare Katia con le canzoni contenute in Storia di un Minuto della PFM. Capirai. “Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole ma non c'è… / Dorme ancora la campagna, forse no, è sveglia, mi guarda, non so”. E se imparassi a ballare la Lambada? Poi un compagno di classe di mia sorella, con la faccia da Elliott Smith fatto di crack e un cognome profetico come Segantini, si pose come punto di congiunzione astrale tra il mio goffo amore non corrisposto e Katia.
In rigoroso ordine cronologico mi passò tutta la discografia di Rino Gaetano. Io l'ascoltavo. Che cosa potevo fare, del resto se non ascoltare e apprendere? Quando mi portò Ingresso Libero non capii più niente. Vinile apribile dal vago sapore di modernariato cantautoriale,  cosa non da poco: con i testi. La copertina ritrae Rino Gaetano sfocatamente mentre cammina davanti a un muro di mattoncini della sua prima casa a Roma e su una porta è appeso un cartello con il titolo del disco. Si ironizza, con un involontario omaggio a Nick Drake fotografato da Keith Morris qualche anno prima, sull'entrata del cantante calabrese nel mondo della musica. Quando poi partì l'attacco di Tu, Forse Non Essenzialmente Tu andai letteralmente fuori di testa. Dopo un intro di chitarra dal vago sapore Rosa Fluido, Rino, nonostante una dialettica assai colloquiale, si dimostra un grande songwriter.
Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è una canzone che mescola filosofia da salotto a fatti quotidiani, facendo degli avverbi il punto cruciale per la comprensione dell'intero testo. Possiamo infatti trovare “riferimenti alla concezione del tempo e alla sua inutilità irriversibile“, come analizza Maurizio Becker, e nel contempo “la narrazione di un sentimento, fatto di circostanze reali, concrete”, come scrive Vincenzo Minocci riferendosi allo storico bar "Barone” o al “6O” notturno che dalla periferia nord-est di Roma arriva a piazza Venezia; ma su tutto l'humus vitale del brano è dettato dallo scandire degli avverbi frasali: essenzialmente, decisamente, confidenzialmente…
Diciamocelo, è un'idea semplice ma non è affatto male. Ingresso Libero è il padre rinnegato di mezza discografia nostrana attuale e Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è la summa perfetta degli strani pensieri che si fanno davanti all'imbarazzo di un amore inconfessabile o all'umiliazione di un amore non ricambiato. Un passetto avanti e uno indietro, per paura di essere troppo invadenti o inadeguati quando si pansa che almeno “l'amicizia c'è”. Il migliore elucubrare bislacco che si possa sentire, perché contiene al suo interno dignità, imbarazzo e un candore ai limiti dell'autolesionismo. Pretende attenzione e strilla, ma lo fa con empatica goffaggine. Non le ho mai dette tutte queste cose a Katia. Un gesto che potrebbe sembrare straordinariamente idiota, per uno che passava i pomeriggi cercando le parole giuste nei dischi sbagliati, ma a mettere freno a ogni mio ipotizzabile intento fu la diretta interessata. Venni sputtanato da una sua amica e la sua saggia replica fu sollevarmi a cinque centimetri dal suolo. “Se sento in giro voci strane su di noi io ti ammazzo”. E lo avrebbe fatto. Sicuramente.

non me lo posso permettere.

Non me lo posso permettere
e non ci devo riflettere,
te lo dico a chiare lettere:
non me lo posso permettere
e quindi ti dico di no


Sono molto più figlio dei miei genitori postbellici di quanto non lo sia dei fantomatici Tempi Moderni - dicitura, tra le altre cose, un po’ farsesca nel suo mutare costantemente diktat secondo alcuni da oltre 4O anni o da oltre un secolo, secondo altri. Me ne accorgo, nel marasma dei fenomeni che noto quotidianamente, da alcuni dettagli che mi differenziano da… e qui qualsiasi raffronto appare imbarazzante: chi è più giovane di me, chi veramente vive il suo tempo, chi il ‘68 non lo ha vissuto ma ne è veramente figlio - poiché figlio di coppie figlie di quegli anni lì e non di vent'anni prima, come i miei genitori appunto. Figlio ossia di genitori vissuti con i postumi dell'irrequietezza, l'autostop e la cultura hippie nelle vene e non filtrate dalla televisione da trentenni già formati con l'educazione dei propri avi. Tutte considerazioni terribili, lo so, ma tant'è: io sono diverso da chi ha dieci o più anni in meno di me. O almeno in buona parte.. Ma sono in buona, qualcuno la definirebbe (persino) buonissima compagnia. Oggi infatti vedevo il pompatissimo video del nuovo singolo di Caparezza, Non me lo Posso Permettere, e mi sono sentito meno solo. Pare (mi baso su una chiacchierata fatta con un collega) che il fu Mikimix abbia voluto creare un trait d'union tra Puglia e Irlanda ma, a parte la sviolinata gaelica, l'idea di “già sentito” la fa da padrone: critica sociale buona giusto per il Concertone del 1° maggio, quando la gente arriva al suo spettacolo avvinazzata quanto basta per (ehm) non potersi permettere un saggio su Palmiro Togliatti o Alcide de Gasperi.

Quando vedo il videoclip della canzone in questione c'è una scena che mi porta sempre a riflettere. Anche se magari bisognerebbe chiamare in causa il regista Gianluca “Calu” Montesano (che, guarda caso, è del 1978 proprio come me), per ragioni di praticità (e volendo sperare che Caparezza non faccia accompagnare i suoi brani da immagini a caso) preferisco parlare di “nuovo video di Caparezza” piuttosto che di “nuovo video di Gianluca Montesano”. Del resto fu lui stesso a dichiarare cinque anni fa al collega Emiliano Coraretti: “Un video sbagliato può rovinarti la carriera, ecco perché decido sempre di dare a loro un senso”. E quindi. Sotto il ritmo martellante della traccia capareziana, l'eclettico autore di alcuni video del Club Dogo, Zucchero e Nobraino fa vedere una coppia che si sta lasciando, si è lasciata o si lascerà. Il motivo è presto detto: la situazione in cui viviamo non ce lo permette. Credo che, a grandi linee, l'idea di fondo sia questa; qualora Caparezza o Montesano vogliano controbattere, sono qui. Credo altresì che questa sia una visione del mondo comprensibilissima per quelli che abbiano superato da un po’ i trenta ma piuttosto antiquata, per non dire semplicistica, per chi ai trenta magari non è ancora arrivato. Proprio come accadde con l'introduzione dell'euro: le vecchie generazioni ebbero molta più fatica rispetto alle giovani ad adattarsi al nuovo conio, poiché più ancorate a una diversa e sorpassata visione del Mondo. C'è, in tal senso, una scena di un bel film di Ettore Scola, C'eravamo Tanto Amati, nella quale Stefania Sandrelli, riferendosi alla sua storia  d'amore con Vittorio Gassman, dice: “Erano tempi duri ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi. Ecco, già nel 1974 Scola inquadrava il senso espresso da Caparezza quarant'anni dopo.

Per fortuna però le cose cambiano, o almeno dovrebbero. I cambiamenti sono innanzitutto generazionali, poi politici e infine si spera anche sociali: eppure, per quelli della mia generazione, e soprattutto tra i maschi che definiamo “con la testa sulle spalle”, di cui Caparezza è di sicuro un valido esempio, una condizione sociale e quindi economica solida, certa, è ancora alla base di qualsiasi relazione sentimentale. Volenti o nolenti. Altrimenti, mestamente diciamo che non ce lo si può permettere e quindi rinunciamo. Costretti a una casa troppo piccola per crescere dei figli o a uno stipendio troppo basso per andare a cena fuori, preferiamo una triste vita da single a una vita che non riteniamo all'altezza delle nostre aspettative e, soprattutto, di quelle delle nostre dolci metà. Qualcuno lo potrebbe scambiare per egoismo, non ci piove, ma noi siamo soliti chiamarla all'antica: Dignità. Questo orgoglioso divario con le nuove generazioni, che poi sono proprio quelle che vanno per la maggiore ai concerti di Caparezza, non tiene però conto di un'essenza e di un'esistenza radicalmente diversa e in certi casi opposta rispetto al nostro vissuto. Molto spesso i giovani e i giovanissimi sono più versatili, pieni di spirito d'adattamento o semplicemente più choosy - come li invitò a essere la Fornero qualche anno fa - rispetto alla spocchia generazionale di molti (non tutti, ma parecchi) ragazzi della vecchia guardia. Nelle giovani coppie concetti come “part-time”,  “precariato” o un semplice kebab in alternativa alla cena galante per festeggiare un anniversario sono molto più radicate rispetto alle coppie più in là con gli anni (“Se non la porto almeno una volta al mese a mangiare al giapponese mi mette il broncio” come realmente sentito dire a un  amico). Magari dal punto di vista sociole non è molto edificante, lo so, però aiuta.

Non solo, le ragazze sembrano avere acquisito con gli anni a tutti gli effetti quella famosa “parità di diritti e doveri” nei confronti del cosiddetto sesso forte che molte delle mie coetanee usano invece solo a convenienza. Laddove allora molte delle vecchie femministe hanno fallito, elargendo di continuo scenette della serie “pago, ma solo per farti capire che non te la do” oppure “belli i musicisti, però preferisco vivere con un imprenditore”, le nuove fanciulle non sembrano non avere nessun timore a intraprendere un rapporto che sia realmente paritetico e non solo a parole: tirandosi su le maniche, indossando i pantaloni e facendo in modo di potersi permettere un rapporto qualunque esso sia - anche quando si tratta di sostenere economicamente un compagno lavorativamente in difficoltà. Cosa che per lungo tempo avveniva solo in caso di licenziamento in tronco, e qualora non si optasse direttamente per per il divorzio (altro mesto esempio di femminismo alla buona). Poi, certo, le Ruby Rubacuori ci sono e ci saranno sempre ma voglio ben sperare che non facciano parte del vostro ideale quotidiano di donna da portare all'altare. Lo so, ho solo visto un video e questa potrebbe sembrare solo sciatta antropologia da salotto, ma credo che sia anche bello solo sperare che almeno l'Amore ce lo si possa ancora permettere. Catastrofismi sociali da neo-quarantenni à-la Caparezza permettendo, si capisce.

ignoranti, per scelta.

Detto anche: It’s a long way to the top, if you wanna rock and roll.

Non starò certo qui ad attaccarvi una tralla su quanto il fantastico mondo di internet abbia cambiato radicalmente la vita di noi comuni mortali. Lascio volentieri questo genere di servizio ai solerti colleghi del Tg2 per l'approfondimento di questa sera: oramai siamo nel 2014, fosse mai che decidano di scostarsi un po’ dalle profezie Maya e dal tumore alla prostata. Quello su cui invece vorrei indagare è un altro fenomeno.
In principio fu Napster – e già qualcuno di voi non saprà nemmeno di che cosa sto parlando. Napster era un simpatico ciborio che, otre a permettere a noi esseri imperfetti di scaricare illegalmente della musica, dava come bonus un'incazzatura random di Lars Urlich. Come dire, due piccioni con una fava. Poi Napster fu comprato da una Major discografica, snaturato del suo senso e reso un servizio a pagamento tanto bonario da non indispettire più nemmeno il batterista dei Metallica - figurarsi il resto del mondo. Il motivo di questa mossa, al di là delle logiche di mercato e che all'epoca destò l'ira funesta di tutti gli scrocconi presenti sulla superficie terrestre, era un concetto in certo qual modo condivisibile: stabilire una volta per tutte che il valore della cultura (siamo tutti d'accordo che la musica sia cultura no?) non poteva essere deprezzato. Ragionamento intollerabile quando si parlava, ça va sans dire, dei Metallica e dell'industria truffaldina che gli gira attorno (spendere 20€ per una  raccolta con un solo inedito dal vivo dovrebbe essere reato, non potersela scaricare), ma più che ammissibile per tutti quei piccoli gruppi che con quei 10€ ci comprano una muta di corde per la chitarra e non certo una villa con piscina a Los Angeles.
Con il tempo ci sono stati notevoli progressi e oggi il download è entrato a pieno regime nell'immaginario collettivo di tutti. Arrivati a questo punto, l'unico passo decisivo potrebbe essere quello di concedere a due sfigatelli di scaricarsi, con un paio di pagine prese da Cosmopolitan e una stampante 3D, quella gnoccolona di Kelly LeBrock in carne e ossa. In attesa che qualcosa di vagamente simile al cult-movie del 1985 diretto da John Hughes (che qualcuno non abbia mai visto La Donna Esplosiva?) possa accadere, anche nel fantastico mondo della cultura a scrocco inizia a comparire qualche bug, ossia qualche difetto di progettazione. Poiché il tempo stringe e questo è solo un flusso di pensieri, mi limiterò a segnalarvi quelli che sono entrati, fin da subito, nel mio personale olimpo dei favoriti:
*L'amica/o che si scarica tutta la discografia di Frank Zappa e poi ti dice che non l'ha ben capita*: in 24 ore, un mondo che si schiude. Per anni nemmeno Frank Zappa ha avuto la discografia completa di Frank Zappa. Oggi invece il mio vicino di casa ne parla in termini di “la #7 del quinto disco”. E fino all'altro ieri collezionava t-shirt degli Avenged Sevenfold.
*L'amica/o che si scarica tutto Kieślowski ma sostiente che “Ecce Bombo” sia un filino pesante*: un po’ come se Berlusconi iniziasse a dire che ai servizi sociali preferiva il 41 Bis. Come parlare di montaggio brachilogico senza sapere cosa sia un piano sequenza. Capace di far venire crisi di identità a qualunque cinefilo, raggiunge l'irreparabile parossismo qualora l'amico o l'amica diano a intedere che per loro Moretti sia lo stesso della birra.
*L'amica/o che che conosce tutte le categorie di qualsiasi sitarello di porno in streaming ma trova ancora il sesso anale un argomento di discussione un po’ forte, soprattutto se tra persone dello stesso sesso*: praticamente un triplo salto mortale di senso mica da ridere, che però la dice lunga su quanto la libertà che c'è stata concessa sia tutto sommato illusoria, fallace e anche un pelino ipocrita rispetto alla cultura per gradi d'un tempo. “Come quelli che si rasano a zero e poi dicevano di essere punk da sempre”, citando Rob Gordon in Alta Fedeltà.

sincerità? si, anzi, però...

La sincerità piace a tutti, senza bisogno di chiamarsi Arisa. Anzi. E’ una delle qualità proprie del genere umano più richieste. Apparentemente. Purché non si esageri. Il “Ma lo sai che quello è un grandissimo stronzo?” resta decisamente più in voga del “Ma lo sai che quello è sincero come pochi?”. Ci sono grandissimi fan degli insulti, della loro sublime sintesi e dell’effetto che producono. Molti meno della sincerità. Lo so che “stronzo” suona bene, e che “sincero” non avrebbe lo stesso effetto; capisco che nell’uso comune qualcuno potrebbe persino prenderlo come un complimento, e anche condividerlo come portatore sano di buoni princìpi. Penso però che la sincerità, specie nel mondo in cui viviamo, sia il più bislacco dei pregi da affibbiare a qualcuno. Il tipo sincero indubbiamente piace. Purché non mi si dica che me lo posso ritrovare in macchina con l'assicurazione scaduta al quinto gin tonic. Purché non si faccia vedere in strada, dài, mentre sono in giro col mio cane - soprattutto se affetto da cagotto cronico. Non la porto mai la paletta, dài. A me piacciono le persone sincere, si dice: mi piacciono proprio, lo giuro, era la mia risposta fissa ai Quiz di Cioé, lo assicuro, lo metto sempre tra le cose che pretendo dal mio partner ideale, lo declamo con forza, lo grido dal cuore, credimi, io sono una persona perbene, e la sincerità è alla base del mio vivere quotidiano, io non ho niente contro nessuno, figuriamoci contro la sincerità. Anzi, ce ne fosse di più in giro. E spesso è vero, verissimo. E’ pieno il mondo, di persone colte, gentili, dispensatori di ottimi consigli, che pagano le tasse, che sono compassionevoli con i poveri e generosi con i figli. Figuriamoci se mancano gli estimatori della sincerità, ci mancherebbe. Ho un imprinting formativo che me lo fa credere fermamente. Merito di tutte le persone sincere da cui ho imparato qualcosa: mia madre, mio nonno, alcuni insegnanti, qualche amico, molti dei miei scrittori, giornalisti e musicisti preferiti. Perlopiù affetti da Sindrome da Eccesso di Sincerità, proprio come me. E poi ci sono quelli che non la ritengono certo un difetto, certo che no. Purché stia lontano dal poprio metro quadrato d'ossigeno, e non ci sia il rischio di interferenza con i loro affetti, o il loro lavoro. Purché si rivolga sempre ad altri, il che è anche divertente, ma non metta mai il becco sulle proprie idee. E purché non si debba mai incontrare un sincero frontalmente, questo soprattutto: Dio mio ti prego, non fare accadere questa disgrazia proprio a me. E’ normale, avere paura della sincerità, come portatrice sana di enormi rotture di pelle. Nelle piccole o nelle grandi questioni. Basta vedere le vite dei tanti inquietanti Berlus-cloni ancora in giro. Perché, come disse Franco Maresco, “Berlusconi non è la causa, ma è semplicemente la riconferma di un destino antropologico di una realtà, nel quale non è poi un caso che gli italiani si siano riconosciuti”. Tra l'altro è anche banale fare  l'accostamento con il precedente ventennio, quello del Duce. E’ un'Italia che è sempre quella, naturalmente si va aggiornando, ma la base rimane quella. Ne viene fuori questo povero Paese ingrigito e ipocrita, paralizzato da inesauribili astuzie e perenni idiosincrasie. Perché la maggioranza può essere buona e gentile, magnanima e intelligente, e premettere di credere alla sincerità come valore assoluto, e sostenerlo solennemente, e ugualmente, poi, quando capita, colpire senza pietà, incavolarsi come una iena, supporre una modesta attività sessuale, ricorrere persino a un buon avvocato, qualora sia messo di fronte a una verità, o semplicemente a un'opinione diversa o scomoda. E allora povero chi è sincero, di qualunque sincerità si tratti, e meglio per lui se cambia, tace o si nasconde bene.