ferroviario

Puglia, 12 luglio 2016-

Ho finito gli esami, per questa sessione. Finalmente. Entro nella mia stanza e chiamo mia madre: “È andato pure questo, mamma. Adesso sistemo le ultime cose e torno dritta dritta a casa. Fra poco ho il treno. Ci vediamo dopo!”.
Chiudo la valigia, butto il libretto universitario nello zaino e vado alla stazione.

Fa caldo oggi, molto. È un caldo asfissiante e il vento che soffia leggero mi brucia lentamente la pelle. Questa valigia pesa troppo. Non ce la faccio a trascinarla. E lo zaino mi schiaccia le spalle. Non vedo l’ora di salire sul treno.
Sono al binario; mi accendo una sigaretta nell’attesa. Due tiri e la butto. Fa troppo caldo pure per fumare. Prendo il cellulare e scrivo alla mia migliore amica: “Ci vediamo stasera. Organizza un aperitivo: ho voglia di far festa”. Lei mi risponde con una faccetta ridente: “Avverto gli altri”. Sorrido. La mia terra, la mia gente: finalmente. Quante ne faremo st’estate. E poi il lavoro, e la tesi. Sarà un mese di fuoco, letteralmente. Penso troppo alle cose che dovrò fare nei prossimi giorni, tanto da non accorgermi che il treno è arrivato. Quasi lo perdo. Torno con i piedi per terra e salgo. Quanta gente c’è. Oggi è affollatissimo. Spero di trovare un posto. Ah, menomale: c’è l’aria condizionata. Respiro. Attraverso uno, due, tre vagoni. Eccolo là, un sedile vuoto. Accelero il passo: il ragazzo lì in fondo potrebbe rubarmi il posto e io tutto il viaggio in piedi proprio che non me lo voglio fare. Butto la valigia sul portabagagli e mi siedo. Di fronte a me c’è una ragazza, carina ma con una voce troppo stridente per i miei gusti. Ha voglia di chiacchierare ma non sono in vena di socializzare. Mi infilo repentinamente le cuffie nelle orecchie. Sparo il volume al massimo: nessuno mi deve disturbare.
Il treno è in corsa: e guardo la terra bruciata dal sole cocente di luglio; e guardo le chiome degli ulivi che si smuovono allo sfrecciare del treno. E guardo la mia terra: cristo, quant’è bella. E cristo quanto sono felice: pure quest’anno è andato. Dai, che la laurea è vicina. E poi? E poi la specialistica. Si, ma dove? Non lo so. Un problema alla volta sennò non risolvo nulla. Uh, devo avvertire il mio ragazzo: “Arrivo alle due. Mi vieni a prendere tu alla stazione?”-“Certo! Alle due, giusto? Tranquilla che mi faccio trovare al binario”. Perfetto.
Corre il treno. Corre.
Scorrono i minuti sull’ipod. Parte un’altra canzone. E poi un’altra ancora.
E poi.

E poi si ferma tutto.

Un boato. Un fischio. La mia testa che rimbalza sul sedile. Una, due, tre volte. Rimbalza forte. Mi fa male.
Volo. Volo lontano. Mi ritrovo sbattuta per terra. Schiacciata. Confusa. Stordita.
Cadono tutti. E urlano tutti.
Ho caldo. Poi, di colpo, ho freddo. Poi di nuovo caldo. Sento qualcosa che mi scorre lungo l’addome. E’ sangue: ho una lamiera conficcata dentro. Ma perché? Che è successo? Chiamate mia madre. Voglio mia madre. Chiamate mia mamma. Non capisco che cosa sta succedendo. Ho paura. Ho tanta paura. Voglio tornare a casa. Chiamate mia mamma.
Poi non sento più nulla. Non vedo più nulla.
Sono morta così, in un incidente ferroviario. In una calda giornata di luglio. E dopo l’impatto, solo un gran silenzio. Rimangono solo gli ulivi imbrattati di sangue. Rimangono solo le vite spezzate. E i sogni schiacciati. E i programmi annullati. Rimangono solo storie sospese.
Non ci sarà nessun aperitivo stasera. Avvertite la mia migliore amica.
Non arriverò mai alla stazione alle due. Avvertite il mio ragazzo.
Non tornerò mai a casa: ditelo a mamma.
È finito tutto così: chè tanto non ci vuole niente.

Vedo che ne parlano in molti, di quello che è successo. Tra due mesi già non si ricorderà più nessuno di noi.
Ricordami tu, mamma. Ricordami raccontando quello che ero. Quello che volevo fare. Quelli che erano i miei progetti. Raccontami: raccontami nei difetti e nei pregi. Racconta di come me ne sono andata sotto il sole cocente di luglio, tra le lande della mia amata terra.
Ricordami tu, mamma. Mi mancherai.

-Autore sconosciuto.

Il treno viaggia alla velocità giusta da abbastanza tempo da avertici fatto abituare. Il paesaggio scorre indifferente, sei un punto in movimento sulle rotaie, il vento non ti condiziona, le montagne non sono un limite, i chilometri orari sono dalla tua parte. Tutto fila liscio finché, dal nulla, inizia a frenare. Il rumore è assordante e lo sfregare dei cuscinetti svolge il suo compito portandoti nuovamente alla realtà. La velocità non ha senso. Spostarsi non ha senso. Viaggiare non ha senso perché adesso qualcosa è successo e la morte è oramai prossima. Più frena più pensi alle cose buone che avresti dovuto fare in vita. Avrei dovuto lasciare il posto alla signora anziana che lo voleva, a discapito della mia prenotazione pagata con bei soldoni per stare comodo. Cosa me ne faccio di questa comodità ora che in mezzo al nulla il macchinista ha tirato il freno e stiamo per morire tutti. Avrei dovuto lasciare la signora anziana morire al mio posto, lei una vita l'ha vissuta, io cosa ho fatto? Al massimo ho finito svogliatamente Breaking Bad settimana scorsa. Grande risultato. Avrei dovuto scriverti che mi dispiace di essermi rivelato lo stronzo che tanto avevi auspicato io fossi. Avrei dovuto dire a mio padre che è lo stesso, non è necessario capirci, possiamo volerci bene anche con reciproca sufficienza. Avrei dovuto leggere di più negli ultimi due anni. Avrei dovuto capire meglio quello che mi succedeva attorno e magari tornare ad interessarmi di politica o iscrivermi all'associazione italiani all'estero così da poter tornare a votare qualcuno che mi farà vergognare di averlo fatto. Avrei dovuto viaggiare di più e guardare tutto quello che non ho ancora visto. Diamine no. Tutto questo sta succedendo proprio perché sto viaggiando ora! Fossi rimasto a casa al sicuro non sarei finito nel mezzo di un disastro ferroviario. Il treno oramai è allo stremo, sento l'acciaio collassare, la fine è prossima, arriva il buio. Anzi no. Non arriva. Ci fermiamo nel nulla. Siamo salvi. Spostano la mucca che si era appisolata su i binari. Falso allarme, posso tornare ad ignorare possibili miglioramenti. Dal canto suo la mucca invece si allontana orgogliosa. Quello era il suo scopo. Lo fa regolarmente, partito come un hobby alla fine si è rivelata una vera vocazione. Alla rivista Mucca Moderna dichiara “Mettermi sulle rotaie e rischiare la vita ogni giorno mi fa sentire meglio, sento che quando arriverà il momento di essere mangiata, ci sarò arrivata compiendo qualche buona azione. Vedete, gli umani non sono come noi, funzionano in maniera più semplice. Se prendi un treno carico e fai credere a tutti i passeggeri che stanno per morire, sicuro qualcuno di loro si ravvederà non appena consapevole di aver superato il pericolo. Mi basta ciò avvenga per cinque persone a treno. Cinque umani convertiti alla bontà e la mia vita avrà avuto un senso. Prima di diventare il loro hamburger, voglio siano felici di potermi mangiare.” La rivista Mucca Moderna si trova in tutte le edicole. Da non confondersi con la simile ma molto più esplicita e vietata ai minori rivista Vacca Moderna. Dove la mucca appena menzionata appare nuovamente, in un set fotografico che raccomando solo agli stomaci forti.

C’era una volta un re..
ricordo che da piccolo così inziavano tutte le fiabe.. ma questa non è una fiaba come tutte le altre..

é una fiaba vissuta realmente..
è la fiaba di Antonio de Curtis..
o forse meglio..“Totò”

C’era una volta non un burattino di legno, ma un principe in carne ed ossa che non viveva in un un mondo fiabesco popolato di gnomi, fate e orchi.. ma in un mondo popolato di registi, attori, artisti che lavoravano, gioivano e soffrivano come tutti noi..
Questo principe a differenza degli altri principi, aveva un dono che pochi hanno: sapeva farsi amare da tutti..

Piccoli e grandi, uomini e donne, poveri e ricchi, istruiti ed ignoranti, operai e impiegati.. tutti lo amavano..

Egli non nacque in un castello come i principi delle fiabe, ma nella povera casa di una povera famiglia di un povero quartiere di una povera città del Sud; ma, a dispetto delle sue povere origini, divenne, pensate un pò, un ricco uomo di una ricca famiglia di un ricco quartiere di una ricca città del Centro..
E, quando per il suo lavoro si spostava da una città all’altra, non cavalcava un bianco destriero, come accade nelle fiabe, ma guidava una lussuosa Rolls Royce con la quale si recava al lavoro; e di notte (ma solo di tanto in tanto) andava nel quartieri malfamati della sua città ad infilare sotto le porte dei poveri cristi un biglietto da diecimila lire che potesse alleviare, almeno per un pò, la miseria che li tormentava e che anche lui aveva provato quando era bambino..
Questo è ciò che dice la leggenda..
La stessa leggenda vuole, inoltre, che questo principe, aveva ricevuto dagli dei che lo avevano creato un grande dono: quello di far diventare oro tutto ciò che toccava..

Il suo oro però, non era il prezioso metallo che luccica nelle vetrine delle oreficerie..
ma era qualcosa di ancora più prezioso:
si chiamava sorriso..

Dovunque egli andasse, tutto intorno a lui si trasformava in sorriso, in gioia, in felicità;
al punto che la gente, nel vederlo passare, diceva: “Ecco il principe del sorriso”;
ma la realtà, come si sa, è sempre tanto diversa rispetto a ciò che appare, e così il principe, che sembrava l’uomo più felice del mondo, era in realtà uno degli uomini più malinconici e tristi che si potessero immaginare.
Gli dei, infatti, volendo creare un uomo speciale, gli avevano dato un dono prezioso: quello della sensibilità.
Essi, però, non avevano considerato che proprio questo dono sarebbe stato causa della grande malinconia per la creatura che essi avevano messi al mondo..
Quando se ne accorsero era già troppo tardi..


Tra le frasi famose pronunciate da Totò quella che racchiude in sè forse il suo pensiero è sicuramente “Siamo uomini o caporali?”

Forse una frase poco comprensibile ma con le sue stesse parole proviamo a capire il suo pensiero.. “Questa frase, nata durante la mia giovinezza, mi è sempre servita… per misurare la statura morale degli uomini e per classificare l’umanità in due grandi categorie: gli uomini e i caporali..
Quella degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quelli che sono costretti a lavorare come bestie per tutta la vita, nell’ombra di un’esistenza misera.
I caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno. Li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità e l’intelligenza per farlo, ma con la sola bravura delle loro facce di bronzo, pronti a vessare l’uomo qualunque”.

Attraverso questa sua riflessione ci ha voluto spiegare il sistema di valori e di norme che regolano le relazioni e i comportamenti umani.. sostanzialmente fondato su una falsa ed equivoca applicazione delle regole che dovrebbero governare le relazioni interpersonali, spesso basate sulla prevaricazione e sulla violenza gratuita che in molti casi pone l’uomo un gradino inferiore a quello delle stesse bestie “Più conosco gli uomini più amo le bestie”.
Questa riflessione mostra, inoltre, quanto Totò fosse sensibile alla problematica del potere e quanto stigmatizzasse il cattivo uso che se ne fa in ogni tempo, luogo e regime.
“A qualunque ceto essi (i caporali) appartengano, di qualunque nazione essi siano… hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi.
Pensano tutti alla stessa maniera.” (Film “Siamo uomini o caporali?”). “Se un pover’uomo sbaglia, e può capitare a tutti, perbacco, c’è sempre un caporale che ne approfitta. Maledetti caporali!” (Film “Parli come badi”).

Nella sua lotta contro il potere, metaforicamente identificato con la figura del caporale, Totò stigmatizza non il potere inteso come mezzo d’ordine e di legalità, ma come strumento di ingiustizia, utilizzato da alcune categorie sociali e dallo stesso Stato contro chi avrebbe diritto a maggiore rispetto, protezione e sostegno..

L’essenza del potere, secondo Antonio de Curtis, coincide con l’essenza stessa della vera democrazia che è collaborazione e integrazione tra le classi e non egemonia di una classe sull’altra..

È in quest’ottica che vanno lette alcune sue battute come: “Democrazia vuol dire che ognuno può dire e può fare tutte le fesserie che vuole” oppure “Sai quanto gliene frega al popolo della politica!” o ancora “Siccome sono democratico, comando io!”
Battute attraverso le quali la logica è resa volutamente incongruente allo scopo di imprimere ad esse un effetto comico che non ci sarebbe stato se esse fossero state dette con un linguaggio “normale”.
Del resto l’incongruenza, e cioè la mancanza di consequenzialità tra ciò che si dice e ciò che si vuole intendere, fu una delle caratteristiche fondamentali della comicità di Totò.. ed è proprio in tale ottica che bisogna leggere molte delle sue battute quali, ad esempio: “Parli come badi!”, “Ogni limite ha una pazienza!”, “Ho un capello per diavolo!”, ecc.

In diverse sequenze dei suoi film è possibile ravvisare una sorta d’impegno politico-sociale che il grande attore napoletano portò avanti attraverso i suoi frequenti ruoli di povero cristo, sempre costretto a vivere di espedienti e di piccoli imbrogli..
La capacità che aveva l’attore di calarsi in questo tipo di personaggio dimostra che la sua comicità non fu sempre un’espressione artistica fine a se stessa, ma fu anche una sorta di mezzo di cui egli si servì per denunciare le ingiustizie e le sofferenze di chi vive nell’indigenza e nel bisogno..

La scenetta tratta dal film “La banda degli onesti”, può essere considerata una sorta di “lezione” che Totò impartisce ad un suo amico (il benpensante Peppino) per convincerlo a diventare suo socio in “affari”. Nella scenetta i due personaggi discutono in piedi e vicino al bancone di un bar. Davanti a loro due tazze di caffè senza zucchero e dietro al bancone il barista che, vedendo Totò attingere troppo zucchero dal contenitore, interviene con fermezza per levarglielo davanti. In tale scenetta, il comico napoletano, raggiungendo e superando l’assurdo, riesce ad essere al tempo stesso un disinteressato maestro di politica economica ed un furbo opportunista.
È un maestro quando spiega a Peppino il perverso meccanismo dello sfruttamento di classe, è un opportunista quando, confidando nella distrazione (o tolleranza?) del barista, si appropria di più zucchero di quanto gliene sia necessario per dolcificare il suo caffè.
L’assurdo consiste nel fatto che Totò, pur consapevole di essere un opportunista, riconosce al barista (cioè al detentore dello zucchero e quindi del “capitale”) il diritto di difendere i propri interessi da profittatori come lui.
In questo film ed in questa scena la disonestà viene implicitamente indicata come una conseguenza dell’ingiustizia patita da chi vive nell’indigenza e nel bisogno. In un’altra scenetta del film “Miseria e nobiltà” (quella della famosa lettera che Totò scrive per conto di un suo cliente) l’attore napoletano pronuncia queste parole:
“Bravo! Bravo! Viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere… E se ha dei figliuoli, non li mandi a scuola… per carità! …Li faccia vivere nell’ignoranza…”.
Parole che, nella loro apparente comicità, denunciano la condizione di chi non ha consapevolezza del fatto che la propria ignoranza costituisce un aspetto della propria debolezza.
È difficile non leggere tra le righe di questa battuta una severa critica che Totò rivolge non a coloro che sono ignoranti ma a coloro che mantengono nell’ignoranza chi, invece, avrebbe diritto ad essere istruito.
Del resto Antonio de Curtis non mancò, in molti altri momenti della sua vita artistica, di lanciare messaggi critici verso la classe politica del suo tempo che sarà spazzata via pochi anni dopo dai giudici del pool di “Mani pulite”. Significative ed emblematiche sono considerate, a riguardo, alcune sue battute come: “Ho paura, quello è un deputato!”, oppure “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”, o anche “Do ut des, ossia tu dai tre voti a me che io do un appalto a te”.
Queste frasi e molti suoi sketch (tra i più noti quello del vagone ferroviario), dimostrano quanto Antonio de Curtis non perdesse occasione per mettere alla berlina la categoria dei politici nei confronti dei quali non manifestò mai una grande simpatia e stima.


Infine vorrei ricordare una delle sue poesie.. “A’ livella”

Poesia che, aldilà dell’incanto dei suoi versi e delle emozioni che essa suscita, può essere ritenuta una vera e propria pagina di sociologia, in virtù della tematica che affronta e del messaggio che trasmette.
“A livella” è una poesia che fa parlare i morti ma che è diretta fondamentalmente alla mente e al cuore dei vivi.
Il suo messaggio non ha bisogno di tante parole per essere esplicitato: la morte è l’unica vera realtà esistente; essa trascende la vita ed ogni cosa terrena. Attraverso la morte si annulla qualunque differenza; e gli uomini possono, finalmente, raggiungere la vera uguaglianza; quell’uguaglianza che essi devono sforzarsi di instaurare su questa terra quando sono ancora vivi…


Questa è la favola del principe del sorriso Totò..

spero non avervi annoiato.. un ultima cosa..

queste sono le parole che un suo grande amico l'attore
Nino Taranto gli dedico durante il funerale..

«Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi.
La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perchè l’hai onorata.
Perchè non l’hai dimenticata mai, perchè sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge.
Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno.
I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui.
Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti.
Addio Toto’, addio amico mio.
Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai.
Addio amico mio, addio Totò».

Facchino sarà lei

Alle 7 del mattino, Carl’Alberto entrò nella stazione di Roma e gridò:
«Facchino!»
Un facchino si voltò risentito.
«Dice a me?» fece. «Facchino sarà lei.»
«Ma non è lei che porta i bagagli?»
«Ah, è per i bagagli? Credevo che m’insultasse.»
«Ma le pare?»
Il facchino l’accompagnò al treno di Napoli.
«Veramente» osservò il giovane «io debbo andare a Firenze.»
«Salga!» disse il facchino.
«Sempre prepotenze,» mormorò Carl’Alberto prendendo posto nel treno di Napoli. «Bisogna far sempre come vogliono loro.»

Il celeberrimo facchino sarà lei dell’incipit lascia presagire che Ma che cosa è quest’amore? possa anche non essere un romanzo d’amore tradizionale. La domanda perfidamente insinuata dal titolo rimane sostanzialmente inevasa.
Rimanendo in ambito ferroviario, la scrittura di Achille Campanile si comporta come un treno. Basta pochissimo e all’improvviso devia in direzione dell’assurdo, del nonsenso. Spiazzando il viaggiatore che, tutto sommato, non può evitare di riderne, contrariamente a quanto accade nella vita di tutti i giorni.
Il romanzo è una parodia garbata e sottile, giocata sull’accumulo di gag verbali e situazioni paradossali. Campanile rovescia la realtà decostruendo il linguaggio, attribuendo alle parole significati eccentrici.
La storia d’amore fra Carl’Alberto, giovane dal nome impegnativo e pomposo, e Lucy è del tutto fuorviante. L’autore la utilizza come pretesto per immergere il lettore nel suo universo folle, popolato di innamorati costretti a incontrarsi alla stazione per aggirare l’opposizione dei loro famigliari e di decrepiti cavalli parlanti che dubitano di poter ancora svolgere il proprio lavoro.
Il finale è ovviamente inaspettato e in linea con la verve di Campanile.
La sventurata rispose.
Lo sventurato, forse.

Allora avvampa dentro di me un desiderio selvaggio di sentimenti forti, spettacolari, una rabbia contro questa vita piatta, sfumata, normale e sterilizzata, e una voglia folle di fracassare qualche cosa, non so, un magazzino o una cattedrale o me stesso, di commettere pazzie temerarie, di strappare la parrucca a un paio di idoli venerati, di fornire a qualche scolaro ribelle il desiderato biglietto ferroviario per Amburgo, di sedurre una ragazzina o di torcere il collo a qualche rappresentante dell'ordine borghese nel mondo. Questo infatti ho più che mai odiato, aborrito e maledetto: questa soddisfazione, la salute pacifica, il grasso ottimismo del borghese; la prospera disciplina dell'uomo mediocre, normale, dozzinale.
—  Hermann Hesse, Il lupo della steppa, 1946 - dalle “Memorie di Harry Haller, - Soltanto per pazzi”
Livorno, sale su vagone del treno, fulminato da alta tensione per una foto
Ll ragazzo ha urtato inavvertitamente i cavi aerei dell’alta tensione, rimanendo folgorato dalla linea elettrica sovrastante un locomotore e morendo all’istante. (Credits – Facebook)

Una nuova bravata, forse motivata dalla voglia di fare una fotografia ‘estrema’ con lo smartphone, è costata la vita a un ragazzo di 18 anni. Il diciottenne romano è morto la notte scorsa a Livorno attorno alle due di notte e a nulla sono valsi i soccorsi arrivati tempestivamente. Ma cosa è successo?

Il ragazzo, che si chiamava Giordano Cerro ed era originario di Roma, era nella zona della stazione della città toscana, in via Masi, sul retro dello scalo in compagnia di un altro ragazzo, un 17enne, che si è salvato. I due ragazzi, secondo quanto capito sino a ora dagli investigatori, avrebbero scavalcato il recinto del deposito ferroviario, e a quel punto Cerro si sarebbe arrampicato sul tetto di una locomotiva in sosta lungo il binario 9. Probabilmente per farsi scattare una foto sul tetto del treno.

Muovendosi, però, in un’area di ‘parcheggiò dei treni, il ragazzo ha urtato inavvertitamente i cavi aerei dell’alta tensione, rimanendo folgorato dalla linea elettrica sovrastante un locomotore e morendo all’istante. Entrambi i ragazzi coinvolti sono studenti di un istituto alberghiero romano e si trovavano a Livorno per un tirocinio presso una struttura ricettiva locale.

Quello dell’altra sera, però, non è il primo incidente di questo tipo negli ultimi anni. Era successo nell’estate 2015 a Porcari, in provincia di Lucca, quando un quindicenne di origini marocchine durante un gioco insieme ad altri ragazzini si era arrampicato su un lampione per cercare poi di raggiungere il tetto di un vagone ferroviario, urtando i cavi dell’alta tensione della linea aerea. Già nel 2014 era successo a un quattordicenne di Savignone, nel Genovese, con il ragazzino che era rimasto folgorato dopo essere salito su un tetto di un convoglio ferroviario fermo alla stazione di Busalla.

Nel 2008 un 23enne è rimasto folgorato dopo essersi arrampicato sul tetto di un vagone in sosta alla stazione di Falconara Marittima (Ancona) per scattare alcune foto al mare e un ventunenne è morto a Pinerolo (Torino) dopo aver sfidato il pericolo arrampicandosi sulla copertura del convoglio.

Arrestado un hombre en París tras amenazar con un cuchillo a unos policías

PARÍS (Reuters) - Un hombre con un cuchillo amenazó el sábado a agentes de la Policía en la estación de tren Gare du Nord de París, causando el pánico antes de ser arrestado, dijo un portavoz del operador ferroviario francés SNCF.
El incidente ocurrió un día antes de que Francia celebre la primera ronda de sus elecciones presidenciales. El país esta en alerta tras el asesinato de un agente de Policía a manos de un islamista el pasado jueves.
El portavoz de SNCF dijo que el hombre se aproximó a los gendarmes que patrullaban la estación. Se le dijo que se tumbase en el suelo y siguió las órdenes antes de ser arrestado.
La escena provocó el pánico entre los pasajeros que intentaban huir del escenario, según un testigo contó a Reuters, añadiendo que los trenes se habían retrasado.

La locomotiva

«Mi sono dovuta vestire con un look castigato, da ferrotranviere. Non mi hanno quasi mai fatto andare in televisione. Quella non ero io.»
A.Moretti

Il fuochista anarchico Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi, poco prima delle 5 pomeridiane del 20 luglio 1893 si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico e si diresse alla velocità di 50 km/h, che per quei tempi era notevole, verso la stazione di Bologna. Il personale tecnico della stazione deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in sosta.

L'impatto fu tremendo ma l'uomo fu sbalzato via durante l'urto e sopravvisse. Gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in viso, ma dopo due mesi venne dimesso dall'ospedale, esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute e gli venne corrisposto un sussidio, tutt’altro che elevato. Non ricevette nessuna pena giudiziaria.
Quando, al ritiro del sussidio, lesse il motivo dell'esonero: “buona uscita”, cambiò idea e si rifiutò di firmare. Accettò di ritirare la somma solamente dopo che la motivazione venne sostituita con “elargizione”.

Non si sono mai saputi i reali motivi che spinsero l'uomo a questo folle gesto, ma le sue idee profondamente anarchiche ed una dichiarazione resa dopo il ricovero ad un cronista della Gazzetta Piemontese: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” convinsero l'opinione pubblica che si trattasse di un gesto di protesta contro le dure condizioni di vita e di lavoro di quegli anni e contro l'ingiustizia sociale, che si manifestava in ogni situazione come ad esempio nell'ambito ferroviario dove c'era una prima classe lussuosa e confortevole mentre le carrozze delle classi inferiori erano fatiscenti e scomode.

La locomotiva è una canzone di Francesco Guccini dell'album Radici del 1972. È forse la sua ballata più popolare e per più di quarant'anni l'ha riproposta alla fine di ogni suo concerto.

«Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia!
» F.Guccini