fecondo

La sfida delle #cosebelleoggi è terminata ufficialmente e, nonostante avessi coinvolto diverse persone, alla fine quella che ha partecipato realmente sono stata soltanto io. E’ stato un esercizio interessante e non facile, talvolta, ma il fatto di essere stata l’unica ad arrivare in fondo mi fa pensare. Certe persone mi hanno veramente dato l’idea di non voler provare A PRIORI, ad essere positive. Per la serie: “Ottimismo? SIIIEEEEEHHH”…

Ho quasi l’impressione che ci siano persone che non hanno alcuna intenzione di smettere di “stare male”, che si sono affezionate a quel mood un po’ malinconico e disfattista e che non vi rinuncerebbero per nulla al mondo, quasi per paura di sembrare meno interessanti.

Bisognerebbe chiedersi se questo atteggiamento sia realmente utile.  

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Balconi Siciliani

Affacciati ti prego, mostrati solo per l’istante di un sorriso, apri quella finestra egoista, scosta quella tenda inopportuna e mostrati, fiore tra i fiori del balcone, diventa un nuovo sole nell’azzurro del cielo, fai splendere di nuova luce questo palazzo antico e noioso, illumina il mondo con i tuoi occhi e donagli il tuo respiro, le tue labbra così che anche lui possa dire di aver conosciuto la primavera ed il suo vento fecondo ed il sussulto che nasce nel sangue ed è l’origine dei fiori, il canto del grano, il motore del mondo. Questa strada senza te è solo una bara senza coperchio, è il vuoto che tutto ferma e stordisce, è un giardino inaridito come i miei sogni, un fiore che non sa più sbocciare, è l’attesa che erode e distrugge come l’onda del mare fa con la spiaggia. Affacciati, accendi questo pomeriggio vestito di grigio, dona il tuo miele ai miei silenzi ed insegna ancora a volare all’anima mia: senza te queste case sono il muro di una prigione in cui il mondo mi ha rinchiuso e di cui tu sola custodisci, nel tuo cuore prezioso, la preziosa chiave.


Come out on the balcony, show only for one second a smile, open that selfish window, take that unpaved tent and show to the world, flower among the flowers of the balcony, become a new sun in the blue of the sky, shine by new light this palace ancient and boring, illuminate the world with your eyes and give your breath and your lips to it so that it can also say that it has known the spring and its fruitful wind and the whisper that is born in the blood and is the origin of the flowers , the wheat song, the engine of the world. This road without you is just a coffin without cover, it is the nothing that stops and stuns, it is a garden that is as dingy as my dreams, a flower that no longer knows how to blossom, is the expectation that erodes and destroys as the wave of Sea makes with the beach. Come out on the balcony, light this gray afternoon, give your honey to my silences and teach to fly to my soul: without you these houses are the wall of a prison where the world has locked me and whom you only have, in your precious heart, the precious key.

Sventura

SACERDOTE: A quanto sembra, ha buone notizie, altrimenti non verrebbe con il capo incoronato così di fecondo alloro.
EDIPO: Presto lo sapremo; è alla distanza giusta per sentirlo.

(Sofocle, Edipo Re, traduzione di Raffaele Cantarella)



Edipo si presenta così, nominando la ‘giusta distanza’.
E in quella distanza si indica la sventura, incoronata di alloro.
Siamo talmente abituati a considerare la sventura nel suo effetto dirompente, quando ci ha già raggiunti e soggiogati, che nulla sappiamo di essa, sommersa dal suo stesso fragore, quando si annuncia.
E’ in quel momento tremendo, sciolta dalla sua stessa forza, che ne intravediamo tutta la sconfinata potenza.

Era troppo amore.
Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso e azzardato e fecondo e doloroso.
Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse.
Per questo si infranse.
Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente si infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.
—  Almudena Grandes

L'intelligenza deve saper stare nel mondo. Un perfetto logico, una perfetta intelligenza matematica è incompleta se non sa vivere (come un'intelligenza mondana è incompleta senza la controparte logica). Non conosco molte intelligenze complete, almeno un ramo di quell'albero ci è precluso, ma l'intelligenza che sa vivere accetta anche il suo limite e lo rende fecondo.
Un'intelligenza che sa vivere ha dei principi sani, e con sani intendo benevoli: intelligenza non è ragione strumentale (o furbizia), ma attribuzione di senso, di sani fini per sani mezzi. Questo significa che una vera intelligenza accetta anche la possibilità di non realizzarsi in un mondo poco intelligente e il mondo è poco intelligente perché è furbo e non conosce sani fini, né sani mezzi. Saperlo vivere significa riappacificarsi con lui senza sporcarsi dandogli la mano.

Orgoglio.

E’ curioso, ma la parola orgoglio ha conservato un’affinità etimologica con la parola rigoglìo: Immaginiamo la nostra pianta preferita nel suo momento di massima espansione, quando si ricopre di germogli nuovi e di foglie brillanti, quando sembra crescere a vista d’occhio e sviluppa i suoi rami e le fronde in un tripudio di vitalità: questa è una pianta rigogliosa che si appropria dello spazio per crescere. Ora, proviamo a pensare ad una persona orgogliosa e cerchiamo di capire cosa abbia un comune con la nostra pianta. Come questa, la persona orgogliosa si impone allo sguardo e mostra la sua forza; non riusciamo ad immaginarla seduta, ma in piedi, con il petto in evidenza e il mento un po’ sollevato: una persona orgogliosa non abbassa lo sguardo e non si ritira davanti a quello degli altri: un po’ come la pianta, solo che, a differenza del vegetale, l’uomo o la donna in questione, hanno una mappa di rappresentazioni mentali, una consapevolezza della propria esistenza e la facoltà di parola. Ecco, adesso davanti a noi ci sono  una pianta e un essere umano. Entrambi rigogliosi e inorgogliti. Ma l’uomo è innamorato, la pianta no.A mio parere, dove c’è qualcosa che possiamo definire “orgoglio”, è molto difficile che sia presente anche l’amore. Ma cerchiamo di chiarire l’uso che qui si vuole fare dei due concetti chiamati in causa. L’orgoglio è quell’atteggiamento per cui l’individuo avverte di trovarsi ad un livello più alto rispetto agli altri in quanto si ritiene migliore in relazione a qualcosa; chi prova orgoglio si sente importante, crede di dover mostrare qualità personali ritenute positive, spesso nutre un sentimento di rivalsa e rivendicazione. A queste sensazioni può aggiungersi il desiderio di riparare ad una ferita ricevuta e uno stato d’animo che potremmo associare ad una fierezza venata di arroganza e malcelato disprezzo. L’orgoglio non è da confondersi con la dignità e l’amore di sé.Cosa succede, allora, quando l’orgoglio emerge all’interno di una relazione d’amore? In che modo l’orgoglio e l’amore possono sistemarsi tra i due soggetti coinvolti emotivamente? Poniamo il caso che tra i due amanti avvenga una lite(O per esempio si allontanino e non sentirsi per giorni) e che uno dei due si senta offeso, tradito, sminuito, ferito. Immaginiamo che in lui, o lei, nasca un moto d’orgoglio: quale situazione si verrebbe a creare? Pressappoco questa, volendo essere realistici: il partner che ha ricevuto il colpo reagirebbe con un movimento di chiusura o di attacco finalizzati a difendere la propria identità, la propria immagine; utilizzerebbe l’orgoglio per preservare la sua struttura psichica e non cedere alla sofferenza del danno ricevuto. Perché una persona sceglie di adoperare lì orgoglio come risposta ad un conflitto? Perché si sente frantumato sotto il colpo dell’offesa e, proprio in quel momento, rinforza le difese e innalza barriere per difendere l’integrità e contenere la paura della solitudine. Ma chi stabilisce che l’atto compiuto dal partner sia stato concepito intenzionalmente come un’offesa gratuita, e non sia, invece, il frutto di un equivoco o il riflesso di un disagio personale che nulla a che vedere con la presenza dell’altro? Semplificando: chi dice che l’offesa è veramente tale, così come l’intenzione di danneggiare? E se fosse tutta una percezione falsata della realtà? Se fosse un errore di interpretazione? L’orgoglio avrebbe peggiorato, forse irrimediabilmente, la situazione.Si profila, da questa prospettiva, un problema comunicativo che potrebbe essere risolto cercando un contatto più profondo e libero da condizionamenti narcisistici e solipsistici. Erich Fromm sosteneva che dove impera il narcisismo è impossibile per l’amore albergare. E l’orgoglio è una forma di narcisismo, se stiamo attenti a non confonderlo con la dignità intesa come rispetto e genuino amore di sé. Se il narcisismo è quel tratto caratteriale per cui, riflesso nello specchio d’acqua, non ci si accorge dei pesci che nuotano sotto la superficie, ma si rimane imprigionati nella contemplazione estasiata della propria immagine, allora l’orgoglio è una modalità di espressione di questo narcisismo secondo la quale diventa più importante difendere la mia identità piuttosto che sentire e comprendere le ragioni dell’altro. Quando l’orgoglio prende il sopravvento, l’altro scompare perché la paura di perdere l’equilibrio psichico, così faticosamente costruito negli anni intorno al concetto di io, è troppo intensa per lasciare il posto al confronto e all’incontro: cosa ne sarebbe di me se le difese crollassero? A cosa potrei appigliarmi per non cadere nel vortice del vuoto?Se diventassimo capaci di creare, anche solo per un attimo, questo spazio dentro di noi, la realtà percepita rifletterebbe una luce assolutamente nuova: non sarebbe più una produzione arbitraria della mia mente, ma avrebbe un colore tutto suo e un’autonomia, cioè una legge propria.Quando utilizziamo la parola “amore” dobbiamo essere cauti: che cosa intendiamo esprimere? Nella maggior parte dei casi noi tutti siamo abituati a riferirci all’amore romantico, l’amore come malattia identificato con la passione, con il desiderio per l’oggetto amato, con il coinvolgimento completo dell’amante, a cui fanno da corollario espressioni come il senso di possesso, l’esclusività, l’attaccamento, l’annullamento nell’altro. Ma in questo processo, l’altro, il polo della nostra attrazione, dove va a finire? Che cosa diventa mentre noi diamo sfogo a tutto il nostro immaginario culturale costruendo ad arte l’oggetto dei nostri desideri? Se ci va bene, l’altro emerge ogni tanto tra le pieghe del tessuto, nei momenti in cui la nostra mente riesce a sfuggire all’identificazione con il concetto di amore interiorizzato. M. Buber diceva che l’incontro avviene solo nel momento in cui l’altro cessa di essere per noi uno strumento. E se l’altro diventa lo strumento per inscenare la mia personale rappresentazione dell’amore, l’incontro autentico resterà una terra sconosciuta.Cosa deve accadere, allora, per rompere l’incantesimo di Narciso e vedere me stesso e l’altro senza veli? L’amore non è una malattia che fa perdere il senno, come al paladino Orlando del poema di Ariosto; non è una tensione disperata verso un oggetto irraggiungibile, come succede alle eroine romantiche dell’Ottocento; e non è neanche il tormento di Catullo che anela senza successo all’amore di una donna che quasi lo ignora; meno che mai è l’amore divinizzato della poesia cortese medioevale in cui la donna è rappresentata come un angelo incontaminato. Questo genere di rappresentazioni dell’amore sono parte integrante della nostra cultura e si sono sedimentate, pian piano, lungo il processo di costruzione di significato che la mente di ognuno compie. Non è facile sradicare tali associazioni semantiche e valoriali, le idee su cui si fonda uno schema mentale condizionano fortemente le nostre emozioni e l’evolevere dei nostri sentimenti.L’amore è uno stato di apertura psicofisica, in cui l’energia vitale scorre liberamente e incontra un altro campo energetico affine con cui entra in sintonia: è come l’armonia musicale che produce piacere, benessere, gioia. Può dare luogo ad una profonda intimità in cui si sperimenta una sensazione di fusione con l’altro, una caduta dei confini e la perdita e lo scioglimento della propria identità in quella dell’amato secondo un movimento reciproco e fecondo di scambio energetico, esattamente come avviene durante l’unione sessuale. Se l’amore è questo fluire di energie psichiche e corporee, appare evidente che non c’è posto per la storia e l’importanza personale, né per il possesso o il sospetto. L’amore è incontrare l’altro nella fiducia e nella libertà, nello scambio comunicativo, nel desiderio senza possesso e nella gioia del cuore e dei sensi che festeggiano il libero fluire della vita. Sulla base di queste premesse è forse possibile provare a costruire, passo dopo passo, un cammino a due, ognuno lungo la propria strada.Le persone che definiamo orgogliose sono coloro che hanno piena fiducia nelle proprie capacità e possibilità; tuttavia avere un livello di autostima troppo elevato e, di conseguenza, essere pieni di orgoglio, può sfociare in un senso di superiorità nei confronti degli altri, che nel tempo può rendere sgradevoli le persone.L’orgoglio però non è necessariamente negativo, anzi, talvolta è sano e utile alla nostra vita, soprattutto quando nasce dalla obbiettiva consapevolezza delle proprie capacità, del traguardi raggiunti e dei successi che abbiamo riportato fino a quel momento. In questo caso si tratta allora di quell’orgoglio positivo, che serve a farci avere una corretta autostima e che deve essere rinvigorito e alimentato, perché ci consente di vivere in armonia con noi stessi. L'orgoglio sano fa tenere i piedi ben saldi a terra e imparare ad averlo può aiutare chi è troppo ipercritico con se stesso a riconoscere le proprie capacità e a intraprendere la strada che più si desidera.Troppo orgoglio=superbia.Ma quando l'orgoglio si può trasformare in superbia? Sicuramente quando una persona si vanterà eccessivamente di sé, delle proprie capacità e dei risultati raggiunti.Quando le persone sono eccessivamente orgogliose generano errori e diventano presuntuose, con la conseguenza che rimarranno sole e isolate.da un lato, come abbiamo visto, un po’ di orgoglio aiuta a farsi valere, essere eccessivamente orgogliosi porta a scontri e incomprensioni e soprattutto non aiuta nelle relazioni.Bisognerebbe imparare a mettere il proprio orgoglio in secondo piano di fronte alle situazioni in cui ci si trova a condividere qualcosa con qualcun altro di cui abbiamo stima e ammirazione e quando crediamo e diamo valore al progetto che si sta condividendo. In questi casi mettere da parte il proprio orgoglio non significa avere scarsa fiducia e autostima nelle proprie convinzioni, ma significa dare importanza all'altra persona e a ciò che in quel momento si è deciso di costruire, sia che si tratti di vita privata o di lavoro.Se invece questa sintonia non c'è e se non c'è la stessa intensità di coinvolgimento nel progetto che si sta condividendo, allora possiamo anche rimanere sulle nostre posizioni e non scendere a compromessi.Sicuramente avvicinarsi all'altro, chiedere scusa e non essere troppo orgogliosi è anche sinonimo di intelligenza.

-Zpak

Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l'esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l'osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s'adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe… La parola scritta m'ha insegnato ad ascoltare la voce umana, pressapoco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m'hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini…
—  Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

Evening shadows #3


Urgenza d’urlare

sedare urti scalfiti di sorde derive

- radici sterili

gioie abortite

E’ esigenza di credere

ancora

che esista uno spazio

una stanza

un pensiero fecondo che 

bruci il disordine ai miei desideri

Le mie debolezze i tuoi rancori

queste mie braccia assetate sui sentieri della sera

Arginare i rimpianti

i nostri ieri

credere all'evidenza della tua indifferenza

per non morire

per non più arrendermi alle lusinghe delle illusioni

 Fluire io stesso nell'assenza

nel non averti mai incontrata

cancellando il tuo viso

i tuoi respiri

confondendo i tuoi occhi

con il richiamo della notte



words and photo Gaetano Pezzella

Come essere felici ma anche no

Ho sempre pensato, fin da quando ho iniziato a pensare a queste cose, che non tutti possano essere felici, che la felicità sia uno stato e o ce l'hai o no. Di fatto tutto ciò che si può fare per essere felici è ottenere i mezzi per esserlo, che è come dire che se voglio andare a Parigi e mi compro un'auto per andarci, poi non sono a Parigi, perché l'auto è solo uno strumento per arrivarci, ma lo sono anche le scarpe, i treni, le strade, una bottiglietta d'acqua, il sole, fino ad allargarci agli intrattenimenti per un viaggio confortevole: alcolici, droghe, il sesso, arrivando alla programmazione di Real Time oppure al fatto che io ora stia qui a scrivere. In questo senso possiamo metterci tutto quello che ci pare, ché fa sempre brodo.

Comunque, ogni volta che ottieni uno qualsiasi di questi mezzi sei felice del fatto di essere più vicino ad esserlo, infatti felice deriva da fecondo, colui che è fertile, che quindi ha successo. Il fatto di puntare alla felicità in effetti ci rende molto produttivi, questo almeno quando puntiamo alla felicità di chi ci è vicino; puntare alla felicità propria ci rende consumisti perché bisognosi dei mezzi per esserlo, che poi il consumismo è comunque un'altra forma della produttività. Basta pensare al modello consumistico per eccellenza, gli Stati Uniti, che l'hanno ficcato pure nella Costituzione che si deve puntare alla felicità, ed è inutile che stia qui a dirvi qual è il posto più depresso al mondo.

Lo stereotipo più comune di colui che ha tutto, incarnato dall'attore hollywoodiano che muore d'overdose in una stanza di un albergo in cui era solo (o comunque, nella migliore delle ipotesi, con persone non abbastanza care da chiamare il 911 prima di scappare), per me rappresenta un po’ il senso della felicità, che non c'è miglior modo di scacciarla del cercarla ad ogni costo, rinunciando così al valore più grande di tutti senza il quale non si può fare nulla, che è la serenità.

A volte uno dimentica che ha il diritto di essere triste, e non c'è peggior tristezza di quella di vedersi tristi e rammaricarsene perché gli hanno spiegato che invece si dev'essere felici e se piangi non lo sei. Ma io sono felice di piangere per quello che piango io.

Dipende soltanto da noi essere in un modo piuttosto che in un altro. Il nostro corpo è un giardino e il suo giardiniere è la nostra volontà. Spetta a noi decidere se piantarvi ortiche o seminarvi lattuga, lasciarlo infruttuoso o renderlo fecondo col lavoro.
—  Otello, Shakespeare
Gli innamorati hanno, come i pazzi, un cervello tanto fecondo e una fantasia tanto eccitabile, che vedono assai più cose di quante la fredda ragione riesca poi a spiegare.
—  William Shakespeare.
Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse, per questo si infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente si infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.
—  Almudena Grandes