fecondo

La sfida delle #cosebelleoggi è terminata ufficialmente e, nonostante avessi coinvolto diverse persone, alla fine quella che ha partecipato realmente sono stata soltanto io. E’ stato un esercizio interessante e non facile, talvolta, ma il fatto di essere stata l’unica ad arrivare in fondo mi fa pensare. Certe persone mi hanno veramente dato l’idea di non voler provare A PRIORI, ad essere positive. Per la serie: “Ottimismo? SIIIEEEEEHHH”…

Ho quasi l’impressione che ci siano persone che non hanno alcuna intenzione di smettere di “stare male”, che si sono affezionate a quel mood un po’ malinconico e disfattista e che non vi rinuncerebbero per nulla al mondo, quasi per paura di sembrare meno interessanti.

Bisognerebbe chiedersi se questo atteggiamento sia realmente utile.  

Era troppo amore.
Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso e azzardato e fecondo e doloroso.
Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse.
Per questo si infranse.
Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente si infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.
—  Almudena Grandes

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e la colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perchè è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque, abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

—  Chandra Livia Candiani, Mappa per l'ascolto.

anonymous asked:

E infatti abbiamo Canova che si specchia in Pascali e statue moderne che guardano nei quadri di pistoletto A me, ignorante in istallazioni, sembra molto fecondo un accostamento tra moderno e contemporaneo, crea un dialogo tra i tempi e quindi permette di leggere nelle opere diversi significati Poi magari il mio occhio non esperto non coglie cose che un esperto coglie non lo so

replico qui l’incipit di questa domanda: Ciao waf ho letto quello che hai scritto a proposito della galleria nazionale…Non capisco cos'è che ha fatto questo allestimento per scardinare l'idea di un museo rivolto a tutti (ammesso che questo sia un valore, poi, ma è un altro discorso) A me pare che una logica c'è, e il titolo la spiega benissimo: il tempo è fuori dai cardini (Continuo)

mentre qui metto l’articolo che ho scritto in merito al riallestimento de La Galleria Nazionale, di qualche mese fa: http://www.unacasasullalbero.com/time-is-out-of-joint-galleria-nazionale/ 

Una logica c’è - ed è quella presente nell’unico pannello che ho visto nel museo: il tempo è fuori dai cardini, e quindi è possibile creare accostamenti liberi aldilà dei confini stretti della storia e riorganizzare il materiale presente entro nuove categorie, più flessibili agli occhi del fruitore. Questa è la logica, ed è sicuramente dirompente, di successo dal punto di vista dei numeri. 
Se la tua domanda è: che cosa ha fatto questo allestimento per scaridare l’idea di un museo rivolto a tutti? La risposta è un’altra domanda: qual è la funzione del museo adesso? Per come la vedo io, il museo è quell’ossatura imprescindibile della cultura visiva, uno strumento che dovrebbe essere a disposizione di tutti (e mi domando, alla luce della tua parentesi, quale sia l’altro discorso nel quale vorresti inserirti) per potersi avvicinare all’arte e comprenderla. La proposta della Collu suggerisce l’idea di un museo che si esperisce semplicemente a livello visivo, gode degli accattivanti accostamenti e crea una piacevole esperienza emotiva, d’impatto - senza ombra di dubbio. Moderno e contemporaneo che si trovano faccia a faccia nella stessa sala, giocando su valori postmoderni di impossibilità di ricreare la storia e riviverla, e allora proponendo nuove modalità. Una logica c’è, ma è una logica a mio avviso presuntuosa e superficiale, per come la vedo io. La statua dell’Ottocento che guarda Lucio Fontana è trattata da nano da giardino della sala in cui è esposta. Non la si guarda più in quanto pregiata scultura artistica, ma in funzione dell’azione che fa di guardare un quadro moderno - uau, che bello, che bella foto da postare su Instagram, ma poi di quella statua dell’Ottocento chi la ignora rimane ignorante, e stesso può dirsi di Fontana. Oltre al gioco tra marmo bianco e intonso, e tela colorata e tagliata, cosa si apprende davvero di quei due? Si sfruttano le opere d’arte per creare una maxiopera suggestiva, ma si perde un po’ di vista l’importanza dell’educazione e della didattica museale (due elementi fondamentali all’interno delle istituzioni museali, per come la vedo io). Pensa che gli uffici educativi della Gnam non sono stati minimamente coinvolti nel progetto di riallestimento, e ad oggi non esiste che un solo programma didattico riservato agli adulti, che coinvolge poche sale di tutte quelle allestite, e si limita semplicemente a far emergere i rapporti tra le varie opere presenti - far vedere la tradizione e il rovescio della sua medaglia, analogie e differenze. Ma dei movimenti artistici e degli autori presi singolarmente non si approfondisce nulla. Non ci sono pannelli esaustivi, non c’è materiale didattico, è tutto bloccato sulla superficie, alla sfera della visione, e questo per quel che mi riguarda impoverisce di molto la funzione del museo. Non dico che sia sbagliato in toto creare nuove suggestioni, ma che queste forse sarebbe meglio destinarle ad altre esposizioni, magari temporanee, o in un salone particolare che accoglie a rotazione nuovi spunti, o comunque essere in grado di fornire preventivamente un adeguato apparato di informazioni per poter garantire al visitatore di un museo di non essere andato a visitare una megaistallazione di un artista ipercontemporaneo, né la fiera del design, ma una storica istituzione, con una vasta collezione in grado di poter concretamente ricostruire la storia dell’arte dall’ottocento a oggi, senza sentirsi smarrito. Lo so che la visione manualistica della storia dell’arte forse è un po’ noiosa, ma chi deve fornirci una base se non un museo? Senza questa base nessuna analogia e differenza tiene, aldilà di quella visiva. Vedo un quadro e una scultura vicini e non posso che pensare al loro rapporto in modo superficiale, perché superficiale è la conoscenza che il museo mi offre. Ecco qual è secondo me il problema detto in soldoni.

Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l'esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l'osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s'adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe… La parola scritta m'ha insegnato ad ascoltare la voce umana, pressapoco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m'hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini…
—  Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

anonymous asked:

Languida la Gitana confondeva le carte per poi disporle sopra il tavolo fecondo di candele bracieri e tavolieri: gli Amanti tese e Cloto accese, la Torre scorse e Lachesi corse, la Morte aggiunse e Atropo pianse. Scellerato, dunque, saró io prima di morire che in volo bellicoso accingomi ad urtare il destino beffardo che crudele volse, di fatto, soggiogare la mia anima in sacrificio mistico e teutonico per quell'alba bestiale che in esso pervade la voglia del mio rinascimento.

Non posso non sentirmi responsabile per tutto questo. Faccio inevitabilmente del male a tutti. Sono una persona schifosa. Ogni tanto mi dimentico di esserlo e riesco a portare avanti una giornata intera, anche due, senza sentirmi in colpa per quanto sono malfatta, ma poi arriva inevitabilmente un dettaglio (perché ovviamente ti vedo ovunque, in ogni dettaglio, anche tra i calzini spaiati del mio cassetto) che mi fa tornare in mente quello che è successo. Io cerco di resistere, di non cedere, di non pensare a quello che volevo dirti e che vorrei poterti dire adesso ma che ora non faccio perché so che no, non è il caso. Guardo qualche tua foto. Mi masturbo a metà. A volte piango. Cerco di non farlo al lavoro, perché la mia postazione non è abbastanza nascosta e qualcuno potrebbe vedermi. Poi torno a casa la sera e dopo un pugno di croccantini alla gatta mi stendo sul letto rannicchiata e, letteralmente, perdo i sensi

Gli innamorati hanno, come i pazzi, un cervello tanto fecondo e una fantasia tanto eccitabile, che vedono assai più cose di quante la fredda ragione riesca poi a spiegare.
—  William Shakespeare.