fasullo

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Russia: ‘Nato ha bisogno nemico fasullo per sopravvivere’

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Per Mosca la Nato ha usato la crisi ucraina solo “come pretesto per attuare piani concepiti da tempo”. Lo sostiene il ministero degli Esteri russo.

Le annunciate esercitazioni congiunte in Ucraina “accresceranno la tensione”
e “minacciano” i progressi nel processo di pace. “I risultati del summit gallese non stupiscono. L’Alleanza creata all’epoca della Guerra Fredda non è capace di cambiare il proprio codice genetico”. Tutto ciò “favorirà lo scisma nella società ucraina”.

Sono ragionamenti pienamente condivisibili. Ogni organismo tende alla auto-conservazione, la Nato non fa eccezione. Ci sono tutta una serie di entità che vivono e guadagnano con le commesse Nato – Eisenhower lo definiva ‘complesso militare industriale’ – quindi ci sono entità che finanziano i politici perché la Nato rimanga nella strutturazione attuale.
L’unico modo, è creare un nemico fittizio. La Russia è l’ideale, come diretto erede dell’Urss.


VoxNews

La città delle memorie distrutte

E crolla il mondo intorno a me, le macerie mi passano attraverso, il dolore si libera ovunque, lascio tutto esploda in tanti piccoli frammenti, permetto alla rabbia di corrermi dentro come una flotta spietata.
Vedo lo sguardo di una bambina smarrita in quel nulla distruttivo, mi guarda, mi sfiora con la sua presenza, sguardo di gioia, sguardo di illusoria felicità, una bambina li in mezzo al niente, un bambina che non ha ricordi perchè tutto intorno a lei resentava il fasullo.
I momenti buoni, quelli che tanto amiamo, quelli passano in fretta, ma il buio, l'oscurità dell'anima quella te lo porti sempre dentro, lo sbaglio, l'ingiustizia, i cocci rotti, quelli sono sempre li a ricordarti che non ce la fai, che non ce l'hai fatta a essere la persona che sognavi.
La verità che siamo sempre il contrario dei nostri desideri, e alla fine tutti pagano tutto.
La bambina è ancora li che mi guarda ed è lei è l'unica cosa che sono riuscita realmente a salvare, il resto è andato distrutto e chissà perchè si riesce sempre a fare del male a chi non vorremmo mai ferire.
Non posso.

LA PIÙ GRANDE SPIA DEL SECOLO NON SAPEVA FARE LE ADDIZIONI

LA PIÙ GRANDE SPIA DEL SECOLO NON SAPEVA FARE LE ADDIZIONI

L’uomo che può eventualmente essere considerato il doppio-agente di maggior successo nella storia, è l’esatto contrario di tutto ciò che si pensa quando si pensa ai cazzutissimi agenti segreti. Veramente brutto, sposato, calvo,  portava occhiali, e non ha mai posseduto un orologio laser. Non si è mai intrufolato in una struttura nemica top-secret travestito da sommozzatore o  rubato schemi di…

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TUTTI BRAVI A FARE I CRITICONI CON IL CINEMA DEGLI ALTRI (ovvero: un film a settimana, più o meno), #10

“Pasolini” (id.). 2014, di Abel Ferrara.


Fasullo clamore al momento dell'esigua distribuzione nelle sale (forse più all'estero, che in Italia, al grido del paradosso), ancora maggiore il tam tam sulla stampa quotidiana d'appresso l'uscita. Poi molte critiche negative. E nel caso di questa biografia in video di Abel Ferrara, relativa alle postreme ore di vita di Pier Paolo Pasolini, una discreta vertenza è più che giusta. Poi, c'è che qualsiasi cosa che contenga il nome suo fa discutere: allora ed oggi. Ma è pure vero che il risultato complessivo, meritorio da un punto di vista umano e pietoso, è malfermo, debole. Ma scrivere di questo film è difficilissimo, e pare anzi di non riuscire a dire ciò che si vorrebbe. E, specialmente, di non dirlo correttamente, o di non dire cose giuste. Anzitutto, è un film faticoso, intellettualistico forse, costruito con una serie di artifici di rimando letterario: il che non è necessariamente una pecca, ma si preclude un pubblico poco edotto, se mai un genere di pubblico simile senta in fondo la necessità di vedere un redivivo Pasolini sul grande schermo. Così, nella linearità degli ultimi attimi di vita, si inseriscono drammatizzazioni interessanti ma asteniche dei grandi “incompiuti” pasoliniani, senza essere presentati in alcun modo, cioè senza didascalismi: gli appunti di “Petrolio”, davvero eccessivamente complessi per ricavarsi un misero spazio di poche sequenze, anche se positivo può essere il fatto che grazie a questo film ora ne esista un accenno di trasposizione cinematografica; così anche il soggetto — nella forma epistolare dedicata a Eduardo De Filippo — di “Porno-Teo-Kolossal”, in potenza l'ultimo film pasoliniano. Ed anche le ultime interviste: quella di Furio Colombo, confusa ed estrema nel pensiero, inquietante nei suoi sviluppi; e quella in francese, rilasciata per promuovere “Salò” (in cui poi si finisce per parlare di massimi sistemi). Frammenti, attimi: quelli di un intellettuale autentico impegnato su ogni fronte possibile dell'umana sapienza, con uno sguardo infinitamente negativo verso ciò che gli si parava dinnanzi. E gli ultimi documenti rimasti, di Pasolini (frammenti di scritti, interviste, articoli di giornale…) sono fra i più enigmatici, fra i più importanti senza dubbio, ancora indecifrabili e disorganici, benché parzialmente permettano di ricostruire come il pensiero fosse in continuo divenire, ancora “militante, ora più che mai”. Ferrara questo lo ha in parte capito, ma non riesce a graffiare, ed il suo è un ritratto decadente. Anche questo non è un male, comunque, ma fa arrancare il materiale narrativo. E ogni sequenza ingrana meccanicamente, con un lamento. È — ancora — un film faticoso perché notturno, fuori fuoco, afasico se non fosse per le parole autentiche di Pasolini: e anche questo in fondo può essere un bene: la penombra che bisogna attraversare per cogliere integralmente le inquadrature è la medesima che occorre rischiarare per vedere al di là delle ultime parole dello scrittore. Tutto il resto, un ateo silenzio: poche battute, pochi attimi conviviali, sussurri, facezie. Tornato da Stoccolma, Pasolini vive dunque l'ultimo giorno sulla terra con compostezza ed ordinarietà (quella del suo agire senza moralismi, anche), e questa è forse la base di uno dei pochi veri punti di forza di questa faticosa ricostruzione: il voler mostrare un uomo in preda ad un tormento senza requie, quasi affaticato dal proprio pensiero, chiuso e stanco persino, ma non arreso; Ferrara non compie l'errore di leggere gli ultimi attimi di una vita illustre come momenti irrinunciabili o già scritti, come vissuti con l'assillo della morte sulle spalle; né delinea una agiografia, non incensa l'opera e l'uomo, ma mette in scena routine e vizi nel modo più piano e silenzioso possibile. Come dire: ecce homo, quello che avete criticato, quello che avete odiato, quello che avete perduto. Ma un uomo, in fondo. Discutibile la scelta di mostrare, infine, l'omicidio, controverso e dibattuto: è, però, a conti fatti, una scelta obbligata, non eludibile. Tutto il resto, sul piano pratico e non “semantico”, è discontinuo: il montaggio, faticoso, arrancante; i momenti di stasi, in cui le figure in scena sembrano di cartone, e mai a proprio agio; la recitazione, più volte di molto sotto il livello di guardia. Willem Defoe è aderente a Pasolini, specialmente per la somiglianza: ma si muove in modo diverso, non si adagia con naturalezza sul personaggio, se non in pochi punti, più convincenti. Insomma: “Pasolini” è un buon film a metà, ovvero un film che non convince nella sua ossatura, a meno di non vedere nella sua artificiosità plastica una scelta volontaria, che però sfugge facilmente. Ha un certo fascino sonnacchioso, autorevole ed autoriale; e specialmente, ha il merito di rimettere in discussione, cosa per niente scontata, il nome di Pasolini, il nome di un intellettuale che è (stato) eterogenesi della nostra cultura contemporanea.

Photo: Sara Fasullo

The Argentine kiss hello is an etiquette minefield for many a foreign visitor, an explosive expanse of dry lips and hairy cheeks, a bomb-strewn war zone of saliva and bad breath, a nuclear holocaust of social awkwardness and previously repressed homoeroticism. But not anymore. Intrepid reporter Daniel Tunnard spent ten minutes at his desk compiling lazy stereotypes into an unimaginative list many months infiltrating that most mysterious of beasts, the modern Argentine, to bring you this definitive guide to kissing with confidence.

1.The stuck-up porteña

She’s already twisted her mouth over her left cheek as she leans in to you. She’s secretly saying ‘I wish to avoid as much contact with you as is socially acceptable’. She doesn’t like your type, and she doesn’t care if you know it. She kisses the air.

2.The timid short woman

She’s not used to such wanton displays of affection, having been ignored by her own parents from the age of 7. She measures 4 foot 10 in heels and it’s enough effort already to reach your cheek. You end up barely brushing her cheek, and are sorely tempted to pat her on the head as your timid paths part.

3. The recently arrived European/American

He or she took a few weeks to get used to all this kissing lark, but is now making up for it by effusively kissing everyone he or she meets: the doorman, the dentist, the bus driver.

4. The non-Argentine South American

Not in the habit of kissing strangers, and has no intention of starting with these fucking porteños. You give her an unreturned peck on the cheek and fear you have somehow violated her.

5. The jezebel

Her lips linger on your cheek a nanosecond longer than usual while her free hand discreetly strokes a non-intimate part of your body. It’s all so subtle that no one could ever accuse her of foul play. And yet…

6. The grandmother

She’d rather shake your hand, like they used to do back in the 1930s, before the country went down the toilet and everyday greetings turned into a sordid orgy, but she’s too slow in her wheelchair for your looming lips. Her cheek has the same texture as her handbag, the same temperature, and you later discover both to be entirely empty. Dirty boy.

7. The lonely grandfather

Kisses with such grandfatherly joy at the sight of any company that your lips have no chance of reaching his cheek. You seek the earliest opportunity to wipe the drool off your cheek without him noticing.

8. The man of the same age who you only know from work

Neither of you is sure whether to offer your hand or your cheek. Like an awkward game of rock-paper-scissors, one puts out his hand while the other leans in with his cheek. The result is a handshake-cum-hug of Masonic complexity.

9. The Templer

His lips are for his mother, his wife, and his children and no one else. He presses his cold temple against yours, unsmiling.

10. Avuncular Mr. Moustache

Distantly related to your Argentine spouse, he’s only met you on three previous occasions, but he kisses you as if you were the issue of his own avuncular loins, rubbing your arm and slapping you on the back as he calls you by one of three names: ‘mi chino,’ ‘mi negro,’ ‘chamigo.’ He’s says you’re getting fatter. You aren’t. He’s getting twattier.

11. The party kiss-hello

On arriving at a party, you spend twenty minutes doing a tour of the room, pressing your cheek against any number of strangers’ and muttering “Qué tal, Daniel” (insert own name here), then failing to speak to any of those people until the end of the party, when you repeat the circle in reverse. You’d complain, but you know you’ve slept with women who you’ve spoken to less.

12. The Parisian wannabe

She lived in Paris for all of two months, plus a weekend in Barcelona, but now insists on kissing everyone on both cheeks, “like the Europeans.” Even though she now runs a maxikiosko in Lomas de Zamora.

This article originally appeared on DanielTunnard.com and is republished here with permission.

From: 12 ways to kiss hello in Argentina // http://ift.tt/1Lap5zR
Riflessione. Se ad aver sventolato una fantasiosa intercettazione, anziché i colleghi dell'Espresso, fossimo stati noi del Giornale, cosa sarebbe successo? Ve lo dico subito. La nostra redazione sarebbe stata perquisita dalle forze dell'ordine. Il direttore di turno sarebbe stato sottoposto a indagine giudiziaria e a procedimento da parte dell'Ordine degli scribi; l'autore del servizio ora sarebbe guardato da tutti quale criminale, e il nostro quotidiano passerebbe per la consueta macchina del fango.

Poiché, viceversa, nella merda è il nipotino cartaceo di Eugenio Scalfari (colui che, condannato alla galera per uno scoop fasullo, non andò in prigione perché eletto deputato nelle liste del Psi), ovvero il citatissimo Espresso, nulla si muove.
—  Vittorio Feltri, il Giornale
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