fasano

What I want is the other world in this world. What I want is the way up and the way down, the way in and the way out. What I want is the poem that rears up like a mythic creature from the dark place of origins, only to transform into the holy, unrepeatable faces of the living. What I want is the mythic wings still thrumming inside them.
—  Joseph Fasano, from “Supernovae and Dark Stars: Some Notes on Universality in the Lyric Poem,” American Poet (no. 50, Spring/Summer 2016)
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Lo scriverò qui, probabilmente soltanto per non dimenticare. 
Questi siamo io e alcuni amici, nel nostro piccolo paese, che decidiamo di fare qualcosa di bello (visto che qui non si vede mai niente) con 60 poesie scritte a mano, a mezzanotte, in un’area pedonale. Le foto non rendono quanto bello fosse il nostro lavoro di 2 ore. 

Il mattino dopo, alle 8 e mezza, quando io e la mia amica siamo uscite a controllare che fosse tutto a posto, abbiamo trovato tutte le poesie sul pavimento, ancora attaccate alle funi che notiamo esser state recise. Tutte e otto le funi. Mentre raccogliamo quella che ormai era spazzatura, dei passanti ci domandano se fosse opera nostra. “Hanno chiamato i carabinieri” ci dicono. “Hanno fotografato tutto, documentato tutto” ci dicono. “Qualcuno si è spaventato” ci dicono. “Non sapevamo” ci dicono. “Solo ora vediamo che siete state brave ragazze” ci dicono. “Qualcuno ha dovuto tagliarle” ci dicono.

Poesie. Mi volto e vedo due gruppi di bambini con i loro cappellini colorati, in compagnia delle loro maestre. Ci guardano.
- “Mamma, oggi ho visto due ragazze raccogliere tanti fogli sporchi.”
- “Amore tu non farlo mai.”
Sarà stata questa la conversazione tra uno di quei bambini e la sua mamma nel tardo pomeriggio? Quel bambino, che quella mattina, avrebbe potuto leggere poesie.

Prendo una poesia tra le mani, “ode al giorno felice” di Pablo Neruda. Le parole si leggono appena sotto l’impronta nera di una scarpa, probabilmente 42. Intanto il proprietario del bar lì vicino continua a dire le sue stronzate. Trattengo le lacrime.

Nel paese in cui vivo, Fasano, le persone vedono delle poesie e chiamano i carabinieri. Le persone vedono poesie e sentono il bisogno di sbarazzarsene al più presto. Le trovano d’intralcio. Si sentono minacciate.
Già me la immagino quella persona che è uscita di casa, ha visto una serie di poesie, ha lanciato un urlo ed è corsa in casa a prendere delle forbici. Taglia tutte le funi. “Ah, finalmente. Ora siamo tutti salvi!”. Ma perchè? Ma cosa ti ha fatto una poesia? Anche con la testa di cazzo che hai ci passi da sotto alla fune quindi qual è la necessità di fare un gesto così drastico? Cattiveria. Paura. Non so. 
Vi svegliate, vedete poesie ed avete paura.
A me fate paura voi.