endecasillabo

Voglia mi sprona, Amor mi guida e scorge,
Piacer mi tira, Usanza mi trasporta,
Speranza mi lusinga e riconforta
et la man destra al cor già stanco porge;
e ‘l misero la prende, et non s’accorge
di nostra cieca e disleale scorta:
regnano i sensi, et la ragion è morta;
de l’un vago desio l’altro risorge.
Vertute, Honor, Bellezza, atto gentile,
dolci parole ai be’ rami m’àn giunto
ove soavemente il cor s’invesca.
Mille trecento ventisette, a punto
su l’ora prima, il dì sesto d’aprile,
nel laberinto intrai, né veggio ond’esca.
—  Francesco Petrarca, Canzoniere CCXI.
(Da 687 anni la poesia d’amore non è più la stessa di prima).
Di endecasillabi ed altre perversioni

"Cos’è l’endecasillabo?", mi chiedi,
con l’occhio fisso nella mia pupilla.

L’endecasillabo è una gabbia
in cui mi adagio e mi piace stare,
come cullarsi al suono del mare
avvolto tra orizzonte e sabbia.

(Sono catene anche le tue braccia
ed il vento che soffia sulla faccia;
catene il vizio che ci attira
e la terra su cui la vita gira.)

L’endecasillabo è la struttura
che ingloba col senso la parola
e marca il tempo e l’andatura
assunta dal pensiero che s’invola.

L’endecasillabo è una gabbia
con spranghe di vento sale e nebbia.

(Son invece sonetto i quattordici versi
che precedono questo greve alessandrino
e questi altri buttati giù a come viene,
senza regole lacci né lacciuoli,
andando però a capo prima che s’esaurisca
il rigo o il filo tenue del pensiero
che s’invola - o s’incavola.
Ciò nondimeno, va detto che chi prende il ritmo
tira fuori metri classici e assonanti
anche quando non conta, o conta poco.)

E conta poco il resto
se poco conta
e canta poco
o nulla.

..

!

“Cos’è l’endecasillabo?”, ripeti,
mentre fissi nella mia pupilla
la tua pupilla nera.
“Cos’è l’endecasillabo!
E me lo chiedi?
L’endecasillabo sei tu,
amore mio.”

..
.


((( via aitanblog )))

Oso postare una parte di una mia composizione nella Giornata Mondiale della Poesia.

endecasillabo

1. Definizione

L’endecasillabo è un verso di 11 sillabe metriche (➔ metrica e lingua), con accento principale obbligato in decima posizione (Beltrami 20024: 181-188; Menichetti 1993: 386-424). È il verso principe della tradizione metrica italiana: il più versatile, anche perché ritmicamente più duttile e maestoso; dei versi più lunghi, l’alessandrino ha avuto un uso limitato nella poesia delle origini, e la diffusione posteriore dei metri doppi, come il martelliano, è stata circoscritta (➔ versificazione). Metricamente è affine al décasyllabe galloromanzo – nelle sue varietà oitanica e soprattutto occitanica – da cui si ritiene derivi (Beltrami 20024: 87-92).

In funzione della posizione dell’accento nell’ultima parola del verso si distinguono endecasillabi piani, di gran lunga i più diffusi, quando l’accento di decima cade sulla penultima sillaba dell’ultima parola del verso; tronchi, quando l’accento cade sull’ultima sillaba; sdruccioli, quando l’accento cade sulla terz’ultima sillaba (non più di curiosità sono i rarissimi endecasillabi bisdruccioli). Tronchi e sdruccioli sono adottati sporadicamente (rarissimi già nella Commedia dantesca): sistematica è però l’adozione degli sdruccioli in alcune canzoni trecentesche (per es. di Fazio degli Uberti) o nel metro eglogistico quattrocentesco (per es. nell’Arcadia di Iacopo Sannazaro).

L’articolazione ritmica dell’endecasillabo prevede, nel tipo prevalente (detto perciò canonico), oltre all’accento fisso di decima, almeno un accento principale di quarta o di sesta: nel primo caso (4a, 10a) si parla di endecasillabo a minore (primo emistichio ritmicamente equivalente a un quinario), nel secondo (6a, 10a) di endecasillabo a maiore (primo emistichio ritmicamente equivalente a un ➔ settenario). La distinzione tra endecasillabo a minore e a maiore è in genere (ma non di necessità) correlata, nella fase più antica, alla presenza della cosiddetta cesura, cioè di una pausa ritmico-sintattica tra le due parti principali del verso (ampia discussione, anche in rapporto alla struttura del décasyllabe, in Beltrami 20024: 87-92; Menichetti 1993: 466-477).

Al di fuori di queste regole accentuative, il distribuirsi di eventuali altri accenti secondari all’interno dell’endecasillabo è libero. Si riconoscono tuttavia alcune formule ricorrenti. Se all’interno del verso l’accento principale è di quarta, è usuale la presenza di un accento secondario in ottava posizione (Petrarca, Canz. I, 3: «in sul mio prímo gioveníle erróre»); è anche possibile, meno di frequente, che l’accento secondario sia di settima (Petrarca, Canz. XII, 14: «alcun soccórso di tárdi sospíri»): questo schema si riscontra più spesso nella poesia narrativa che in quella lirica. Nell’endecasillabo canonico quarta e sesta possono essere entrambe toniche (e in questo caso l’identità a minore o a maiore del verso è decisa dall’interpretazione metrica o dall’esecuzione), ma non entrambe atone: così nella tradizione postdantesca e soprattutto in quella post-petrarchesca. Nell’endecasillabo a maiore vero e proprio (cioè senza accento di quarta), l’accento secondario può cadere in genere sulla seconda o terza (Petrarca, Canz. XXXI, 1: «Questa ánima gentíl che si dipárte»).

Forme non canoniche (con quarta e sesta atone e accento, per es., di quinta) si riscontrano nella poesia delle origini (ma anche nella Commedia dantesca); il loro apparire nella tradizione tre-quattrocentesca deve imputarsi, più spesso, a imperizia del versificatore (o far sospettare la presenza di un guasto nella tradizione testuale), anche se gli esempi non sono infrequenti (Beltrami 20024: 187-188). Forme equiparabili alle non canoniche, escluse dalla codificazione bembesca, riemergono, in tutt’altro contesto, nella tradizione del verso libero novecentesco, nella quale si assiste a un originale rinvigorirsi, pur nell’ambito del travestimento ritmico e sillabico, della fortuna dell’endecasillabo (per es. in Montale). Tipici dell’uso pascoliano sono i cosiddetti endecasillabi crescenti, endecasillabi sdruccioli in cui la rima perfetta si ripristina nell’esecuzione, per episinalefe, riassorbendo la sillaba finale dello sdrucciolo nell’iniziale vocalica del verso successivo.

2. Usi

Dal punto di vista dell’uso, assoluto o in combinazione con altri versi, nelle principali forme metriche della tradizione italiana, l’endecasillabo è il verso unico di numerose forme liriche e narrative, come il ➔ sonetto (nella sua forma canonica), la ➔ terza rima e l’➔ ottava rima, e il verso nobile di numerose altre forme, quali la ➔ canzone e la ➔ ballata, nelle quali può – anche se non necessariamente (in soli endecasillabi è, per es., la ➔ sestina) – alternarsi con altri versi (e in particolare con il settenario). Si parla di endecasillabi sciolti (o semplicemente di sciolti, o versi sciolti) a proposito di componimenti, o di loro parti (per es. in molta poesia teatrale), in soli endecasillabi non legati da rime (o con rime possibili solo a grande distanza le une dalle altre e senza riconoscibile nesso).

Il metro si affaccia nel primo Cinquecento (anche se è di fatto in endecasillabi sciolti anche il duecentesco Mare amoroso) e consolida la sua fortuna in epoca più recente: metro tipico delle traduzioni (in sciolti sono l’Iliade di ➔ Vincenzo Monti e l’Odissea di Ippolito Pindemonte) e dei poemi didascalici, è adottato da Giuseppe Parini nel Giorno; in sciolti sono anche i Sepolcri di ➔ Ugo Foscolo (ampio excursus storico in Beltrami 20024: 123-132). Di qualche successo ha goduto il cosiddetto endecasillabo rolliano (dal nome del poeta settecentesco Paolo Rolli), formato da un quinario sdrucciolo + un quinario, che intende riprodurre la struttura dell’endecasillabo falecio catulliano; tuttavia, per quanto gli accenti siano di quarta e di decima, non è ascritto al novero degli endecasillabi canonici (perché nell’endecasillabo a minore l’accento può cadere su monosillabo tonico o polisillabo piano, ma non sdrucciolo). Il cosiddetto endecasillabo frottolato è collegato in sequenza mediante rima e rima interna ai versi che precedono e seguono: è caratteristico della frottola e dell’egloga.

The Absolute

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The Absolute album:

  • Artist - Borislav Mitic mp3
  • Album - The Absolute mp3
  • Year - 2009
  • Genre- Rock

Tracks:

  • The Absolute
  • Secret Of Life
  • Hidden
  • Within All Existence
  • Promises
  • The Prize Of Eternity
  • For The Chosen
  • Fighter Of Glory
  • Walking The Path
  • To One Truth

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Magari

Anni fa, rovistando fra le solite bancarelle, ho scoperto l’esistenza di uno scrittore italiano del Novecento dall’impegnativo nome di Guido da Verona.
Non credo di avere mai letto nulla di suo.
Perché ho sempre pensato fosse come una versione maschile di Liala.
Il titolo di uno dei suoi romanzi mi è però rimasto impresso: Sciogli la treccia, Maria Maddalena.
Non so, lo trovo particolarmente efficiace.
Si ricorda bene: è anche un endecasillabo.
Magari prima o poi mi viene voglia di comprarlo.
Magari.

Con una mano stretta nelle tue
e la penna nell’altra, come foglio
un tovagliolo (ci siamo noi due
soltanto, al bar), mi proponi: “Dai, voglio
vedere come nasce una poesia!”;
io, titubante, raccolgo il mio orgoglio
e cerco un ritmo… una melodia
sulle quali accordare le emozioni…
Ma come puoi pensare, amica mia,
che io possa trovare le parole
più suggestive per questo momento,
quando mi sento, da una mano all’altra,
lungo le braccia ed attraverso il petto,
scorrere dentro un’elettricità
che mi scuote, mi delizia e mi confonde e mi fa perdere il senso della rima e del verso?

Un giorno o l’altro doveva accadere:
e sì che la mia Musa storpia e zoppa
di pazienza con me ne ha avuta troppa
e non poteva più soprassedere

alle mie scortesissime maniere
e lasciarmi ancor bere alla sua poppa…
Ma so che il tempo che ogni mal rattoppa
anche stavolta farà il suo mestiere.

Pacificata, tornerà la Musa
a riempir d’altri versi la mia rete;
e sarò ricco di altre sciocche merci

che un poeta “serio” in genere non usa.
E infine dico a voi che mi leggete:
"Non è un addio, bensì un arrivederci!"

Ho bisogno di una pausa: di cominciare a scrivere senza scadenze, di dedicare un tempo proprio alla poesia, di usare di più la matita e meno la tastiera, di scrivere qualcosa di più “lungo” (canzoni, racconti in versi, corone, raccolte…). Quindi, ciao!

Erotismo platonico

Non per il corpo ti amo
(perché in sincerità sei racchia assai),
ma per l’acuta intelligenza che hai
e, quando discutiamo,
per l’universo di cose che sai:
amo il tuo spirito, mi son spiegato?
Nient’altro, solo quello.
Infatti vorrei fotterti il cervello.

… e adesso che mi sono dichiarato,
sono sempre un maiale
se ti domando una sega mentale?

Merda d'artista

Chi di voi le opere dei grandi reca
ma non cita le sue emozioni vive,
impari che un lettore che non scrive
è come un mangiator che non defeca;

ché se leggere è cibo per la mente,
lo scritto è cacca, conseguentemente.

Pertanto voi, che i miei scritti leggete,
siete coprofagi e non lo sapete!

Il manovellatore compulsivo

Il piccolo Agilulfo Frangiflutti
oltremisura amava il vizio eterno,
ma si seppe, purtroppo, quell’inverno
che i sogni suoi non erano più asciutti;

e i parenti, facendo musi brutti,
lo scongiuravan di mollare il perno:
"Brucerai tra le fiamme dell’inferno!",
sbraitavano. Però sbagliaron tutti,

perfino il confessor della parrocchia;
bruciò infatti ben prima che l’avello
varcasse con i piedi e le ginocchia,

perché sfregò così tanto il pisello
che accese d’una fiamma la capocchia:
e perciò fu chiamato Zolfanello.

Io farei un rutto di quelli mai visti,
da sradicare i monti più pesanti,
per far cacare in mano i benpensanti,
tutti i politici, i capitalisti,

soldati e religiosi integralisti
e levarci ‘sti stronzi da davanti,
i cui giochetti folli e deliranti
stanno ammazzando dei poveri cristi.

Ma quando la pazienza sarà esausta,
Dio chiamerà il diavolo più brutto
e li farà inculare con un’asta

di trenta metri, con il culo asciutto:
e mentre grideranno “Ahia, basta!”,
ecco che il popolo godrà di brutto!

Con tutto che ‘st’estate fa un po’ pena,
ché ogni tre giorni piglia e se ne piove
e certe notti rischi il mal di schiena
con le finestre aperte (e c’ho le prove),

basta che il sole picchi con più lena
per qualche ora, che, ecco, in ogni dove
scorrono fiamme come fiumi in piena:
mai sotto il sole accadon cose nuove.

Non mi si dica che è autocombustione…
non sono tanto scemo e neanche pazzo:
questi non sono incendi naturali.

E non prendete in considerazione
l’idea dell’incidente… sì, ‘sto cazzo!
lo san tutti che sono i Forestali.

La notte, l'infanzia, il paradiso

 Il mio tempo è la notte,
mia dimora la quiete
e le tenebre liete,
tabernacolo d’ore non più rotte
dalle inutili lotte coi doveri.
A lei sola compete
- non ancora domani, non più ieri -
il sogno e lo stupore
e l’ancestrale liturgia d’amore.

Mi giungevan confusi
i discorsi dei miei,
la mattina alle sei;
poi due ore dopo, quando, appena schiusi
gli occhi alla luce nuova del mattino,
non sai più dove sei
e quando e come: questa, da bambino,
la dolce confusione
sul sicuro vascello del lettone.

Penso che il paradiso
sia come eterna aurora,
o tramonto che indora
la pace alata diffusa sul viso;
trovarsi intriso nella percezione
naufraga, che colora
d’incerto il dormiveglia: un’emozione
che sanno solo i matti
e gli alienati e i poeti, a tratti.

Farei a meno dell’intelligenza
e della mia ragione
e del gran mare della conoscenza,
si!, per mezza bottiglia,
o una goccia d’ingenua meraviglia.

C’è un posto - sai - tutto fatto di fiocchi
di soffice cotone, così bianchi
che a guardarli fan quasi male agli occhi:
prati e castelli e fiumi e fiori e branchi

di cavalli… è più certo che io mi stanchi
di dirti tante cose che da noi
neanche ci sono, piuttosto che manchi
la fantasia, in quel luogo. Sappi poi

che lì di sole ce n’è quanto vuoi:
due volte al giorno traspare dal suolo
a fasci, come lame di rasoi;
e quando il cielo è grigio, mi consolo

perché lì brilla come su un lenzuolo
bianco e stirato. E invidio gli aironi
perché gli basta sollevarsi in volo
per visitare immense piantagioni

di nulla, abbacinate dai fotoni.
Ma neanche i loro esili ginocchi
san poggiarsi sui grossi nuvoloni,
ché non c’è nulla al mondo che li tocchi.

I russi sono tanto progrediti
che hanno inventato un mezzo di trasporto
apposta per recarsi fino a Sochi,
senza fare la fila all’aeroporto
o viaggi in treno, noiosi e infiniti
(purtroppo non funziona con i froci).
Ci son due cessi nella stessa stanza:
in uno ci si siede il guidatore
che manovra il volante con l’addome;
e in quell’altro, a brevissima distanza,
un tizio fa il rumore del motore…
non ve lo dico: indovinate come.

金継ぎ

Dimenticati. Quando? Non saprei
dirlo. Ma sta di fatto che quei sogni
più non sono. Passati. E passata
è anche l’infanzia. Eppure, talvolta,
mi par di scorgerli nel dormiveglia:
vivi? No, ma… fossilizzati. Come
statue di cera aspettano. Un soffio
d’ingenuità potrebbe, chissà, farli
rivivere. Non più l’ingenuità
originale (svanita, anche lei,
o consunta), ma una rammendata,
che ha la bellezza amara delle cose
vissute. Ah, riaverla! Potrei, forse,
vedere in filigrana nel sorriso
furtivo di una sconosciuta, ancora,
come una volta, passarmi vicino
uno squarcio d’amore.

Alzheimer

Mi sono alzata apposta di buon’ora
e ho messo in tavola delle genziane:
ma tu, mio caro, non ritorni ancora.

Ho rammendato il vestito di allora,
quando c’eran le guerre partigiane;
mi sono alzata apposta di buon’ora.

La colazione ti aspetta da un’ora
(ormai non la vorrà nemmeno il cane),
ma tu, mio caro, non ritorni ancora.

Non sai più che hai una moglie che ti adora?
Per te, che insegui forse altre sottane,
mi sono alzata apposta di buon’ora.

S’è fatta quasi sera. Il sole sfiora
le mie pupille appese alle persiane.
Ma tu, mio caro, non ritorni ancora.

Scende una fitta nebbia, che scolora
perfino le memorie più lontane.
Mi sono alzata apposta di buon’ora,
ma tu, mio caro, non ritorni ancora.