emett

Solo Lui la poteva salvare.
Lui aveva già salvato Lei in passato mentre il mondo la schiacciava.
Poi Lei aveva salvato Lui mentre il suo passato lo divorava.
Si sono amati.
Se lo sono dimostrati in tanti modi urlando, facendo l'amore, le coccole e prendendosi a pugni.
Poi Lui l'ha abbandonata.
Il mondo di Lei ha riniziato a cadere.
Lui sa ancora come salvarla, ma per puro egoismo non lo dice a nessuno.
E nella testa di Lei i ricordi sono troppi.
I ricordi di Lui la divorano.
Lei urla, inizia a piangere.
Ma Lei non emette alcun suono.
Lei sta sparendo.
—  G.

La pioggia è in grado di cambiare il mio umore, portando nostalgia e ricordi di quel passato che da sempre è prigioniero in me. Eppure cela la bellezza di un silenzio esterno, di una lacrima che, cadendo, non emette rumore, di un giorno, come tanti, vestito di un sorriso finto. Pausa e ripresa. È come se con essa la vita si fermasse ed improvvisamente ricominciasse ad attivarsi, più forte e determinata di prima. Si tratta soltanto di una pioggia esteriore o è qualcosa di più intimo, interiormente?

anonymous asked:

Ehi med,ho un grosso problema,sono andata a letto con il mio ragazzo, non abbiamo usato alcuna protezione, all'inizio eravamo entrambi presi e non capendo molto quel che stavamo facendo non ci siamo resi conto e l'ha tolto a pelo...ho letto però che l'uomo,prima di venire,emette un altro liquido...rischio di rimanere incinta anche con quello? Non so con chi parlarne, con i miei genitori non parlo, non sanno che sono fidanzata e non devono saperlo perché lui ha 19 anni e io 15...

Le protezioni vanno sempre usate, sempre.
Non solo per evitare gravidanze ma anche e soprattutto per evitare la trasmissione di malattie veneree.
Comunque, ogni rapporto senza protezione genera un rischio più o meno elevato.
Aspetta il tuo prossimo ciclo e se non ti dovesse venire fai il test e dopo vedi come muoverti…

Le sue dita si mossero di scatto su quella tastiera. Incredibilmente, in una manciata di secondi quelle dita lunghe e affusolate, passarono dallo stallo totale a compiere cinque movimenti : veloci, rapidi, coincisi, decisi. Come una tarantola appollaiata su un ramo, pronta a scattare in attesa di un singolo passo falso della propria preda, che poi si scatena e la morde, più volte, ripetutamente, finché essa non emette l'ultimo respiro. D'improvviso quelle mani, le sue mani, si fermarono ed io finalmente staccai lo sguardo da esse. Osservavo con cura ogni suo movimento chissà da quanto tempo. Con gli occhi percorsi pian piano la parte superiore del suo corpo, fino ad arrivare al viso e con sorpresa notai che aveva lo sguardo fisso su di me. Probabilmente arrossii per l'imbarazzo, ma subito dopo vidi le sue labbra scure aprirsi lentamente, addolcirsi e poi esplodere in un sorriso, con un gesto veloce si aggiustò il microfono che le ricadeva dinanzi le labbra, proveniente dalle cuffie, e tornò ad osservare lo schermo, senza nemmeno attendere un mio cenno di ricambio. Anche io tornai ad osservare il mio schermo, nero, fermo sullo screen saver, già da un bel po’. Mi misi di nuovo al lavoro, era il mio primo giorno lì al call center e non avevo voglia di cominciare a prendermi di già le prime ramanzine, ne prendevo troppe già a casa e forse era proprio quello il motivo principale per cui ero andato via. A giudicare dalla sicurezza con la quale operava e dalla confidenza con la quale si rivolgeva verso le altre due operaie del centro, molto più grandi di noi, lei doveva lavorare lì già da un bel po’. Lavorare in un call center non era mai stato tra le mie aspettative di vita, ma avevo solo diciott'anni e grande bisogno di un lavoro per pagarmi l'affitto e quello era l'unica mansione che avevo trovato fino ad allora.
Erano le undici del mattino, lavoravamo già da due ore e una delle due dipendenti più anziane sedute dinanzi a me, prima di alzarsi, con un chiaro cenno mi fecero capire che era ora della pausa. Vidi la ragazza seduta al mio fianco a sua volta alzarsi e recarsi verso il corridoio dell'appartamento nel quale era stato creato il call center. La osservai, accuratamente, mentre mi passava accanto, la gonna a vita alta, nera, metteva in risalto le sue forme perfette e la camicia bianca, leggermente sbottonata sul décolleté, creava un gradevole contrasto con la pelle olivastra. Dopo qualche secondo anch'io mi alzai e m'incamminai in quel corridoio alla ricerca di un bagno, lo percorsi tutto, fino in fondo, davanti a me c'era un muro e accanto a me due porte, una alla mia destra e una mia sinistra, una delle due doveva essere quella giusta, ma entrambe erano due bussole anonime, entrambe erano color legno naturale, nessun cartello, nessuna scritta. Per istinto aprii la porta alla mia destra, ed eccola lì: davanti ad uno specchio c'era lei, che raccoglieva accuratamente i suoi capelli neri, in uno chignon. Mi guardò e sorrise nuovamente, io di scatto chiusi la porta ed esclamai:
“Sorry…” Credendo di essere entrato, per sbaglio, nel bagno delle donne. Dall'altro lato del legno sentii per la prima volta la sua voce sicura rivolgersi direttamente a me.
“Guarda che con me puoi parlare italiano e comunque penso che sei nel bagno sbagliato.” Disse con ironia.
Mi sorprese, non avrei mai immaginato che sapesse parlare italiano, il che accrebbe l'imbarazzo.
“Scusami, pensavo fosse quello degli uomini.” Risposi e subito dopo mi accorsi di quanto stesse diventando imbarazzante la situazione, di secondo in secondo. Entrai nel bagno degli uomini e mi gettai dell'acqua sulla faccia, dopodiché uscii e con sorpresa, la trovai lì davanti, sulla soglia, appollaiata tra i due bagni, mi stava aspettando. Quella ragazza mi sorprendeva sempre di più, ogni sua mossa era così fottutamente imprevedibile.
Mi allungò la mano destra. “Comunque piacere, Tina!” Esclamò sorridendo.
“Piacere Marco.” Ricambiai così il saluto.
“Si, lo so, adesso ti stai chiedendo come mai so parlare italiano pur non sembrando affatto italiana, vero?”
Mi chiese.
“Ehm, si!” Risposi con titubanza.
“Più che altro pensavo che fossi anche tu spagnola, come gli altri…sai, siamo a Barcelona.” Aggiunsi ironizzando.
“In realtà sono egiziana, ma ho vissuto tre anni a Bergamo prima di venire qui, ecco perché conosco l'italiano.”
“Uhm…egiziana?! E come mai adesso sei qui in Spagna?”
Le chiesi sbalordito.
“Diciamo che è stato il destino a portarmi qui. E tu invece? Come mai qui?”
“Beh, sai…è complicato, diciamo che è stato il destino a portarmi qui.” Le risposi sorridendo.
Sorrise, ancora, inarcando al massimo quelle sue sopracciglia nere, sottili, perfette.
“Sigaretta?” Mi chiese, allungandomene una.
“No, non fumo. Grazie.” Le risposi, aspettandomi le solite risposte di routine del tipo : “Non sai che ti perdi.”
E invece lei stette zitta, accendendosene con calma una e avvicinandosi all'unica finestra del corridoio.
“Visto che non vuoi dirmi come sei arrivato qui, almeno vuoi dirmi per cosa sei qui?”
Mi chiese.
“Sono qui per lavoro.” Le risposi.
“Lavoro? A Barcelona?” Esclamò sbalordita.
“Si, perché?” Le chiesi.
“Beh Barcelona non è la classica meta per chi cerca un lavoro.”
Mi rispose
“Ah…beh, ma anche tu ci lavori, no?” Le chiesi per spostare il fulcro della conversazione su di lei.
“Non proprio, io lavoro qui soltanto per mantenermi gli studi.”
“Cosa studi?” Le chiesi.
“Arte e cultura spagnola, sto approfondendo la mia sesta lingua.”
“Cavolo! Sei lingue? Parli sei lingue? Davvero?”
Lei fece cenno di si con la testa mentre lasciava andare il fumo dalle labbra.
“Mio dio, è fantastico.” Esclamai.
La guardai negli occhi per la prima volta, i suoi occhi scurissimi, quasi neri, non sembravano essere tanto felici della cosa quanto me. Sembravano nascondere qualcosa, sembravano nascondere qualche ferita.
“Sei qui da sola?” Le chiesi.
“Si.” Mi rispose, una sola parola, due sole lettere, mi bastarono per capire che era molto più simile a me di quanto immaginassi, anche lei era lì per scappare, scappare da qualcosa o qualcuno.
Ci fu qualche secondo di silenzio, molto pesante, l'aria intorno a noi si intorpidì e non per colpa del fumo.
Sapevo di dover rompere il ghiaccio, prima che quel silenzio potesse uccidere entrambi.
“Allora, cosa ti spinge a studiare così tanto? Beh, sei lingue sono davvero tante.”
Dissi la prima cosa che mi passo per la testa e dopo un secondo soltanto mi resi conto che forse era la domanda peggiore che le potessi fare in quel momento. Tina abbasso lo sguardo, ad un tratto tutta la sua sicurezza sembrò svanire.
“Studio per crearmi un futuro, perché un passato non ce l'ho.”
Rispose.
Quelle parole rimbombarono più volte nella mia mente, come l'eco di un grido davanti ad una montagna. Quelle parole mi gelarono, ma allo stesso tempo mi riempirono di speranza, non avevo idea di quale fosse la sua storia eppure mi bastavano a capire che nonostante tutto, quella ragazza, non si era mai arresa. Mai! E l'aveva fatto utilizzando la cosa più bella che un essere umano può avere : il cervello.
Tina alzò lo sguardo, mi sorrise, mostrò ancora una volta i denti, bianchissimi, quelli erano i denti di chi ha fame, fame di sapere, erano i denti di una tarantola, pronta ad attaccare qualsiasi cosa che le passasse davanti, pur di imparare qualcosa da esso. Quelli erano i denti di chi nella vita va avanti e diventa un grande.
—  Tarantola D'Africa | Antonio Guerra (Via piecesofdamon)