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Ispica - Particolari architettonici_002 da Salvatore Aiello
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Queste sono immagini di edifici e particolari architettonici in stile barocco che sono inseriti nel tessuto urbano di alcune cittadine della Sicilia sud-occidentale: Modica, Scicli, Noto, Ragusa Ibla e Ispica.

La tradizionale favola di Natale che tanto non leggerete perché troppo lunga e oramai più di 4 righe è diventato uno sforzo assurdo allora ci piazzo un titolo bello grande così almeno vi costringo a guardare e sentirvi in colpa per la vostra pigrizia.

Il paesino di Bordilaga vanta la bellezza di 264 abitanti, 4 edifici storici, 2 supermercati e una sola passione: il presepe vivente. Come in una surreale città del natale, gli undici mesi che portano alla sacra festività dicembrina sono tutti utilizzati per la creazione della loro specialità.
Ogni paesino della valle ha un vanto. Bordilaga ha il presepe, il poco distante Cumazzano è famoso per aver detto No alle biblioteche. Goggia, località ridente, detiene il record di tentati suicidi più alto d’Italia, ma la vera punta di diamante della zona è Fonchiano, paese di un migliaio di abitanti tutti orgogliosamente astemi. Sul cartello in entrata infatti si può leggere: Benvenuti a Fonchiano, qua non si beve alcol e siamo tutti felici lo stesso. Come potete benissimo immaginare, non ci sono alberghi o parcheggi a Fonchiano data la totale assenza di turisti.
Bordilaga ha un calendario molto rigido da seguire con infinito rispetto e dedizione assoluta. Gennaio: riposo, febbraio si smantella il set del precedente presepe. Marzo si parte con l’ingravidamento delle vacche migliori per avere un bue portentoso. Si farebbe lo stesso anche con l’asinello, non fosse che da 25 anni consecutivi vince le selezioni l’asinello Giorgio, un veterano del presepe vivente, la star della vallata. A differenza di Fonchiano, la stalla dove abita Giorgio l’asinello è costante meta turistica.
Aprile e maggio vengono presentati i progetti per il nuovo set, tutta l’estate il paese la passa a realizzarlo. I muratori di Bordilaga, che saranno in totale una dozzina, non vanno in ferie per rimanere a costruire tanta è la passione.
A settembre ci sono le consuete selezioni per i personaggi.
Maria nelle ultime due edizioni è stata interpretata da Maria, strano caso di omonimia, la commessa più gradevole del supermercato più gradevole in paese. Essendoci solo due supermercati ed essendo che uno dei due viene bellamente snobbato perché il proprietario è di origini Fonchianesi, quindi niente alcol, ed essendo che persino le merendine Fiesta sono vietate (il sapore fittizio del rum è eccessivamente reale) il supermercato gode di pessima salute ed è prossimo alla chiusura.
Giuseppe inaspettatamente viene interpretato da Dragos, cameriere di origini croate arrivato in paese da poco e diventato già il giovane più ambito da tutte le donne single della zona. Le donne single della zona sono quattro. Maria (quella che lavora al supermercato dove vendono alcolici) non è tra le quattro donne single. Vive con la sua migliore amica in una casa dalle tende sempre chiuse e nessuno sa perché anche lei non si metta in fila per ordinare da mangiare al ristorante dove lavora il bel croato. Quando le è stato chiesto se si sarebbe fatta avanti con Dragos lei ha risposto “Non è il mio tipo. Sono più un tipo da Maria!”. Le presenti hanno pensato ad una profonda devozione verso la Madonna senza sapere che Maria, oltra al nome di Maria, è anche il nome di Maria, la conquilina di Maria (la commessa).
Maria è un nome decisamente comune a Bordilaga.
I re Magi vengono rispettivamente ricoperti da: sindaco in carica, presidente dell’associazione muratori di Bordilaga (come premio per l’impegno estivo) e dall’attuale allenatore della squadra locale di calcio. Una pessima squadra di calcio a 11 ridimensionata a 7 per mancanza di iscritti.
I pastorelli vengono scelti a rotazione quotidiana, così come gli angioletti e gli abitanti del vilaggio. C’è sempre un esubero di volontari.
Il problema di quest’anno però si presentò quando tutti alla riunione finale si resero conto che mancava proprio lui, il protagonista.
Non c’era Gesù.
L’orrore si dipinse sui volti dei presenti.
Colui che aveva ricoperto questo ruolo, Gianmario, aveva da poco compiuto 18 anni, età cruciale a Bordilaga perché dalla maturità in poi si può decidere se partecipare o meno al presepe vivente. Gianmario, come segno di protesta (ma anche come segno di liberazione dato che era l’unico nato in paese dal 98 a oggi) aveva dato la lettera di non partecipazione. La famiglia era distrutta dalla vergogna. Il paese intero lo accusava di egoismo. Lui dal canto suo diceva “Vorrei vedere voi a dover stare dentro una culla vestiti solo di fasce, seminudi, da quando siete nati! Non ce la faccio più io ho una dignità! Io voglio girare il mondo! Voglio conoscere ragazze della mia età! Non voglio che mi guardino come se indossassi sempre un pannolino!” e mentre lo diceva firmava il suo trasferimento a Fonchiano. Ennesimo colpo che decretò alcuni infarti nella sua famiglia.
Dopo quella notte gli abitanti di Bordilaga scesero a 262.
Con Gianmario trasferito, Dragos impegnato a soddisfare le single incallite e Maria impegnata con Maria, si pensava ad una fine orribile per la tradizione portante della comunità.
“Come faremo?” disse il sindaco “non possiamo venire meno al nostro impegno! Cosa sarà di noi!!! Diventeremo un paese inutile! Un paese dimenticato! Peggio di Fonchiano! Peggio di Obna!”
“Che paese è Obna???” chiese un abitante confuso.
“Appunto!!!” rispose il sindaco.
Era troppo tardi per riuscire a partorire in tempo, nonostante questa fosse stata la proposta delle quattro single mentre accerchiavano Dragos.
Quindi, come fare per avere un infante fresco appena sfornato per la notte del 24?

Delle volte la fortuna può assumere strane forme. La maggior parte si presenta sotto forma di caso, i più non la notano e lei va avanti a cercare qualcun altro. Altre volte si presenta sotto forma di bus minivan otto posti, carico di rifugiati più un volontario.
Il piccolo bus girava a vuoto nella valle da giorni e nessun paese sembrava disposto ad ospitarli.
La prima tappa fu Cumazzano ma data l’ignoranza regnante (la totale assenza di biblioteche e libri stampati poteva esserne la causa), gli abitanti del luogo formarono barricate con cataste di legno all’entrata in paese per impedirne l’accesso. L’autobus si fermò, l’autista fece inversione a U e proseguirono oltre.
La pagina Wikipedia di Cumazzano è stata aggiornata di recente con questa nuova voce “Paese inospitale, che decretò la propria fine utilizzando il legname utile altrimenti a scaldare le abitazioni per impedire a donne e bambini di rifugiarsi presso di loro. Tutti gli abitanti morirono congelati in una notte di dicembre, dopo aver pubblicato un selfie con scritto Vitoria!!1! su Facebook. Vittoria fu scritto sbagliato data l’ignoranza”.
La seconda tappa fu Goggia. Il bus arrivò in paese giusto in tempo per assistere alla riunione organizzativa per il tentato sucidio di massa di San Silvestro. “Fermatevi pure! Più siamo meglio è!” disse il sindaco.
“Veramente noi saremmo qua perché vogliamo continuare a vivere.” rispose un rifugiato.
“Ah, mi dispiace per voi.” disse il sindaco poco prima di girarsi verso i compaesani per tornare ad elencare i pregi dell’avvelenamento da gas rispetto all’impiccagione.
La terza tappa fu Fonchiano ma non c’era un reale luogo dove fermarsi. Non c’erano parcheggi. Non c’erano alberghi. Non c’erano case disponibili. Non c’era felicità sui sorrisi forzati degli abitanti. I passeggeri del bus avevano visto la distruzione e la perdita della speranza ma un luogo così, non l’avevano mai visto e gli stava dando i brividi.
Arrivarano a Bordilaga perché di Obna non c’era traccia. I 262 abitanti stavano tornando nelle proprie case oramai rassegnati ad annullare il presepe vivente. Il bus si fermò davanti a loro. Scese per primo il volontario.
“Salve, veniamo qua da voi perché nessun altro ha dato disponibilità ad ospitarci. Portiamo sette rifugiati, quattro uomini, tre donne e un bambino appena nato.”
Tutto si risolse in un lampo.
I quattro uomini vennero immediatamente presi per portare la squadra di calcio a 11 ridotta a 7 nuovamente a 11. Grazie a loro non divenne una vera e propria forza nel campionato, ma almeno riuscì a finire una partita senza perdere a tavolino. Furono anche assunti come muratori così da permettere ai colleghi stanchi di alternarsi nell’andare in ferie talvolta in estate.
Le tre donne furono accolte in casa da Maria e Maria. Attratte dalle letture sul femminismo e i diritti della donna, le tre iniziarono a studiare e finirono per laurearsi.
Il piccolo bambino, aveva qualche giorno appena, risultava ancora privo di nome.
Chiesero alla mamma se avesse qualche idea.
“Nessuna” rispose lei. “Aiutatemi voi a sceglierlo”.
Data la straordinaria coincidenza con il periodo più sacro dell’anno e la mancanza del protagonista ufficiale del presepe la scelta fu obbligata.
“Ti chiameremo come il nostro salvatore” disse il sindaco, alzando il piccolo pargolo scuro davanti alla mangiatoia colma di paglia e fieno appena ultimata.
“Benvenuto tra noi, Gianmario 2″.

Fine

I girotondi, 2002

«Con questi dirigenti non vinceremo mai» G.Moretti detto Nanni

«Girotondi: Movimento politico sorto nel 2002 in opposizione al governo di centro-destra dell’epoca. Detti G. per le catene umane che formavano intorno agli edifici delle istituzioni che intendevano difendere, motivarono la propria costituzione con l’opposizione inefficace dei partiti di centro-sinistra. Non pretesero di sostituirsi ai partiti tradizionali, di cui ribadirono il ruolo insostituibile, puntando piuttosto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difesa di una serie di principi costituzionali (autonomia della magistratura, libertà di informazione ecc.).»

«Io non riesco a parlare con Rifondazione, proprio non ce la faccio, ma loro sì, loro ci devono parlare, è il loro mestiere. Lo devono fare bene, il loro mestiere. E invece non sanno parlare al cuore, né alla testa, né all'anima della gente. Devono ascoltare, se no non vinceremo mai. Facciamo che non sia stata una serata inutile

I girotondi sono generalmente considerati movimenti “di sinistra” per la loro forte opposizione alla politica del governo in carica all'epoca, presieduto da Silvio Berlusconi; essi hanno tuttavia manifestato forti critiche anche ai partiti di sinistra, ritenendoli troppo blandi o compiacenti verso Berlusconi; per questo sono stati oggetto di attacchi da parte di politici come Massimo D'Alema. I girotondi, tuttavia, hanno coinvolto in maniera trasversale, rispetto ad una classificazione destra-sinistra, persone sensibili ai valori base della democrazia, della costituzione, della giustizia e della libertà di informazione.

Alle origini è un moto di protesta a salvaguardia della giustizia italiana, e nasce con una manifestazione di fronte al Palazzo di Giustizia di Milano, poi si estende a Roma e Firenze, fino a culminare nella manifestazione di Piazza Navona del 2 Febbraio organizzata dal comitato parlamentare di centrosinistra “La legge è uguale per tutti” composto da Cinzia Dato, Loredana De Petris, Giuseppe Ayala, Marco Rizzo e Nando Dalla Chiesa che ne è portavoce. Sono presenti in 4.000 e sul palco c'è la dirigenza della coalizione di opposizione de l'Ulivo, oltre a illustri intellettuali come Paolo Sylos Labini, Massimo Fini e “Pancho” Pardi. A fine serata prende parola anche il regista Nanni Moretti che, a sorpresa, attacca la dirigenza nazionale dell'Ulivo.

«Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave.» F.S Borrelli

Il 14 settembre è l'apice del movimento. Viene indetta a Roma una grande manifestazione denominata “Una festa di protesta”. La partecipazione popolare è enorme, tant'è vero che pochi giorni prima viene deciso di spostarla da Piazza del Popolo alla ben più capiente Piazza San Giovanni, che risulterà comunque gremita. Partecipano numerosi artisti tra i quali Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e Roberto Vecchioni. A Nanni Moretti spetta il discorso introduttivo, nel corso del quale chiarisce: “Noi continueremo a delegare ai partiti, ma visto che un po’ ci siamo svegliati la nostra delega non sarà sempre in bianco”.

Di lì a poco, il movimento si estinguerà.

Odiavo il fatto che prima di me tu fossi stata di un altro, che non fossi più vergine, io per te non ero nemmeno la terza volta e forse neanche l’ultima.
«Ti amo perché quando sono sbronza, sei la prima persona a cui penso».
Io ero astemio, io, ero talmente innamorato che quando me lo dicevi pensavo:
«Sono anche la seconda vero?».
Volevo toccarti il cuore in ogni momento della giornata come il tuo reggiseno, proteggerti dai venti gelidi, non essere fragile come gli edifici abusivi ai piedi del Vesuvio, ma non ci riuscivo.
—  Fuori piove dentro pure, passo a prenderti?
5

[12/02/17]

Venice’s Beauty

Difficile non trovare gente a Venezia. Soprattutto nei periodi di festa…questa città si anima…pullula di persone e sprigiona vitalità. Una vitalità che non mi appartiene, che rifiuto con anima e corpo. Troppa gente, troppa confusione, poco me stesso. Non è il posto che fa per me…ne sono certo. Malgrado ciò la bellezza di certi scorci ed edifici è inimitabile, e non potevo prescindere dal catturare il loro vissuto.
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Barcelona - Ferran 007 e by Arnim Schulz
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Botiga “Embotits Marnet” Architect: Ramon Llardent

una delle mie idee di felicità è sicuramente quella che mi vede attraversare Verona in bicicletta. è l'ora in cui il cielo comincia a farsi scuro, all'orizzonte (che qualche volta si intravede tra gli edifici alti e le strade trafficate) il colore del tramonto. l'aria è quella di una primavera che arriva troppo presto, mi colpisce le guance e le mani, mi fa scorrere il sangue nelle braccia. c'è un odore buono, è un miscuglio coloratissimo e incomprensibile. a lezione abbiamo parlato di Alfred Hitchcock, dell'approccio antropologico alla musica, di Napalm Girl di Nick Ut e io sorrido perché l'inverno è finito e riuscirò ad arrivare in tempo per la partenza del treno. poi la giornata è iniziata con me e te che facevamo l'amore, se non è felicità è sicuramente una specialissima forma di spensieratezza.

Mi han detto che ad amare
s'impara,
ed io spero d'imparare
prima che tu vada.
Mi han chiuso davanti troppe serrande,
Negli anni ho accumulato troppe domande,
Cresco con la paura di diventare grande
E due spranghe,
Infilzate dietro le mie spalle.
Ma con te nel cuore.
Tu che mi segui in ogni mia azione,
Tu che sei così vicina alla perfezione,
Tu che richiami la mia attenzione,
Tu che su di me c'hai il diritto di prelazione,
Tu che sei la mia unica eccezione,
Tu che meriti la mia ammirazione, la mia acclamazione.
Tu che mi capisci,
Conquisti e colpisci.
Tu che seppellisci tutte le mie paure,
Insieme alle tue scottature,
Le mie bruciature e le tue cicatrici.
Crollano dinnanzi a te come i muri degli edifici.
Tu che mi hai trovato per caso,
Mi hai dato la mano
E mi hai detto “Ti amo”.
Tu che hai cambiato ogni mio piano
E colmato ogni vuoto.
Tu che sei il mio sogno.
Tu che adesso sei il senso
Di ogni mio gesto,
Di ogni mio giorno.
—  Antonio Guerra | (Via piecesofdamon)

“Stavo camminando sul marciapiede, ero di corsa.

Pioveva a dirotto e il mio ombrello non avrebbe retto per molto tempo ancora. 
Non mi aspettavo di vedere una ragazza.
Era seduta sul marciapiede su cui stavo correndo.
Non aveva l'ombrello e guardava in lontananza, oltre le case e gli edifici.
-Signorina.
Non so perché, ma mi fermai.
Lei mi ignorò.
-Signorina, tutto bene?
-Lui non arriverà.
Una frase dolorosa, eppure nessuna lacrima.
-Sta aspettando qualcuno, signorina?
-No. Non più ormai.
-Perché non va a casa? Fa freddo qui.
Non mi rispose.
-Posso portarla a casa, signorina? Non voglio che se ne stia qui sotto la pioggia.
-Non si preoccupi. Non dovrebbe essere lei a farlo.
-Sta aspettando il suo ragazzo?
Alzò le spalle.
-Non sto aspettando nessuno. 
-Si prenderà un accidente così.
Finalmente mi sorrise. Un sorriso debole e dolcissimo. Quel genere di sorriso che va protetto. Chi aveva osato toglierglielo lasciandola lì, sola, su una strada buia di una triste città? 
-Diceva di amarmi. Ma ho perso il conto delle sue bugie. 
-Non c'è speranza che torni?
-Non più. 
Mi sentii sollevato dalla notizia, ma non seppi spiegarmi il perché. 
-Le verrà la febbre, qui fuori.
-Lo sa- mi disse, regalandomi un sorriso: -lui sprecava belle parole e poi mi ha lasciato. Lei nemmeno mi conosce ma è qui ad ascoltarmi e a proteggermi dalla pioggia con il suo ombrello.
Le sorrisi anche io.
-Non è un granché, il mio ombrello.
-Ma il suo gesto sì.
Rimanemmo in silenzio per un po’, a guardarci.
Poi glielo chiesi di nuovo.
-Posso accompagnarla a casa, signorina?
-No, grazie. Però può offrirmi un caffè.
E ancora oggi ringrazio quella pioggia che mi ha fatto incontrare il suo sorriso.”

(web)

Vorrei iniziare questo pensiero partendo da una frase che ha detto il mio professore di filosofia quando citava alcuni filosofi. Ci ha invitato a pensare a ciò che facciamo ogni giorno. Ci svegliamo, apriamo gli occhi, vediamo la nostra camera, le pareti, poi usciamo di casa, ci imbattiamo negli alberi, nelle strade, negli edifici, nei volti. Ci ha posto la seguente domanda: “Cos'è che accomuna tutte queste cose?”-
La mia classe, compresa io, ha risposto -“Esistono”. Lui ha approvato la risposta, ma ha aggiunto:“La cosa che le accomuna tutte e quante è che sono diverse tra loro. Magari fanno le stesse cose, ma non in egual modo. Pertanto, le cose che accomunano noi ed il mondo, sono le diversità.” Così, mi sono messa a riflettere sulle nostre peculiarità, sul nostro modo di pensare, sull’ atteggiamento, sulla postura, sul sorriso, sullo sguardo, sul tono di voce, sulla pronuncia, sulla vita. E’ innegabile: ognuno di noi ha la sua storia, le sue persone, la sua vita, il suo io. E, se ci riflettiamo un attimo, non è complicato capire che dobbiamo semplicemente rispettarci tutti. Dovremmo essere fieri di essere differenti, in qualsiasi ambito, che sia musicale, estetico, sociale. Dovremmo esserne orgogliosi, cercare di curiosare negli altri mondi che ci circondano, negli universi che ogni persona ha in testa, non cercare di evitarli o di discriminarli. La bellezza di vivere sta nel comprendere e condividere le vite degli altri perché solo così potremmo ritenere di aver vissuto davvero al meglio. Non ha senso disprezzare le vite degli altri, perché anche noi potremmo, un giorno, ritrovarci a dover fare la stessa vita. E sarebbe anche giusto, perché ognuno si merita le gioie, i dolori, le soddisfazioni e le delusioni. Ognuno. Viviamo, lasciamo vivere, ma, soprattutto apprezziamo ciò che ci circonda: ci ricorda che non siamo per nulla uguali, ma neanche tanto diversi.
—  Me; BimbaDentro
Ricordiamo al gentile pubblico che in questo Paese abbiamo da anni sviluppato un metodo infallibile per valutare la stabilità degli edifici pubblici e privati: se vengono giù non sono stabili.
—  3nding
Mentre scrivo queste righe, mi viene in mente che la caratteristica particolare della maggior parte delle cose che consideriamo fragili è quanto siano invece robuste. Da bambini facevamo dei giochi con le uova per dimostrare come fossero in realtà minuscoli edifici di marmo estremamente resistenti; mentre ci dicono che il battito delle ali di una farfalla, se fatto nel punto giusto, può creare una tempesta al di là dell'oceano. Il cuore si può spezzare, ma è il più forte dei nostri muscoli, capace com'è di pompare sangue per lo spazio di una vita, settanta volte al minuto, e senza quasi perdere un colpo. Perfino i sogni, la più delicata e intangibile delle cose, possono dimostrarsi assai resistenti a ogni tentativo di distruggerli. I racconti, come le persone e le farfalle e le uova di usignuolo e i cuori umani e i sogni, sono cose fragili, fatti con niente di più forte e duraturo che ventisei lettere e una manciata di segni di interpunzione. Oppure sono parole nell'aria, composte di suoni e di idee - astratte, invisibili, che svaniscono appena pronunciate - e cosa può esserci mai di più fragile? Ma ci sono piccoli e semplici racconti su avventure e persone capaci di cose incredibili, storie di miracoli e mostri, che sono durati molto più a lungo di coloro che le hanno narrate, e alcune sono durate anche più a lungo delle terre in cui sono nate.
—  Neil Gaiman

Mi ricordo di una sera di anni e anni fa. Avrò avuto sei, massimo sette anni. Mia nonna mi aveva raccontato dei bombardamenti a Milano e io, spaventata, ero andata a cercare conforto tra le braccia di mia madre.
“Mamma, ma la guerra c'è ancora?”
“No, tesoro, la guerra c'è stata ma ora è finita.” Mi aveva risposto lei. E io ci avevo creduto. Per qualche tempo ero tornata a giocare tranquilla.
Fino al giorno in cui, accendendo la televisione, mi ero ritrovata di fronte quelle immagini terribili di edifici che crollavano, strade piene di fumo e gente che correva.
“Fanno lo stesso film su tutti i canali, mamma?”
“Non è un film… È la guerra.”
“Ma mi avevi detto che non c'era più!” Avevo obiettato io, con gli occhi pieni di lacrime. Come era possibile? Allora non era vero niente? Io pensavo di essere al sicuro! La guerra era finita, era passato tanto tempo! Non poteva esistere ancora! Non doveva esistere più!
“Tesoro, la guerra esiste ancora, ma è lontana”. Mia madre mi aveva abbracciata un po’ più forte, e questo era bastato a rassicurarmi. La guerra era lontana, noi eravamo al sicuro.

Oggi, a quattordici anni di distanza, vorrei poter essere ancora quella bambina che corre tra le braccia della mamma a farsi consolare. Perché mi sento esattamente come allora. Persa. Spaventata. Incredula. Perché la guerra non è lontana. La guerra è vicina. La guerra è in quelle immagini spaventose che arrivano da Parigi. In quelle parole di odio pronunciate in nome di chissà chi, chissà cosa. La guerra è qui e noi non siamo al sicuro. E vorrei piangere e sentirmi dire che tutto questo finirà, che arriverà un giorno in cui la razionalità prevarrà sulla barbarie, l'umanità vincerà l'odio e potremo vivere in pace.
Perché vorrei, un giorno, poter dire a mia figlia che no, la guerra non esiste più. “C'è stata, tesoro, ma è finita, per sempre.” E stavolta vorrei che fosse vero.

Barcacce e personacce

A volte non capisco gli italiani. Per la verità non capisco nemmeno gli olandesi. I primi sembrano accorgersi che l’arte è in pericolo solo quando arrivano gli hooligans, i secondi sembrano accorgersi di non essere perfetti solo quando qualcuno di loro si comporta da hooligan. Ma io sono italiano e quindi è il comportamento dei miei connazionali a stupirmi sempre un po’. L’arte italiana è sotto attacco tutti i giorni: sono in pericolo intere città d’arte, stanno cadendo in rovina migliaia di siti archeologici, giacciono nell’abbandono più totale migliaia di edifici storici. Certo, la cosidetta “barcaccia” di Gian Lorenzo Bernini, è celeberrima, posta in una delle piazze più belle del mondo, ha subito un barbaro assalto da parte di un gruppo di decerebrati teppisti di nazionalità olandese, ma avrebbero potuto essere tranquillamente anche turchi o bergamaschi, poiché ad una nutrita fetta di popolazione dell’arte e della vita dello spirito, non importa un fico secco. Adesso si mobilita tutto l’armamentario retorico della “vergogna” della “indignazione” della “punizione” del “popolo offeso” di “Roma caput mundi”. Il problema è che molti degli “indignandos” sono gli stessi che poi buttano i sacchetti di spazzatura sulle strade consolari o che fanno asfissiare le piazze delle nostre belle città con  i mefitici gas dei loro “suv”. Ma indignati di cosa? Quello degli hooligans del Feyenoord è solo l’aspetto più pittoresco e sensazionale del nostro disamore per l’arte, della nostra deriva spirituale. Siamo quelli che piangono per la “barcaccia” e vogliono sparare sui “barconi”…