edificies

La prima volta che mi fermai nei pressi della vecchia fornace faceva molto caldo, non lontano dal mezzogiorno. Esplorai tutta l’area in cui sorgeva un tempo quel crepuscolo di edifici, soffermandomi nei pressi di un locale annesso al corpo centrale, ma che si distingueva nettamente da quest’ultimo per essere stato luogo di amministrazione e di impiego sedentario. Le finestre davano a oriente e in quel periodo dell’anno avrebbero preso luce in modo sghembo, durante l’esordio del giorno.
Non seppi attendere a lungo: nelle prime ore dell’indomani ero lì, seduto nell’erba, oltre la recinzione di sicurezza, unico umano nel raggio di diverse centinaia di metri. Soprattutto, unico folle desto sul finire della notte estiva.
Venne l’alba, rivelandomi chi ero, come era sempre avvenuto, lasciando che io godessi a pieno respiro della mia follia. Tramontando anch’essa in quel suo modo crudele e facendo posto al sole e a tutte le voragini lasciate spoglie poco prima.
Come alla luce accadde di spezzarsi e dimenticare se stessa, così quelle stanze rimasero mute, a scapito di un incendio.

(immagine, @ satellitesempreinorbita)

Frida Kahlo, Henry Ford Hospital o Il letto volante

La protagonista è la stessa Frida, sdraiata nuda su un letto molto più grande di lei: il suo corpo è circondato dal sangue; dalla pancia, ancora ingrossata per la gestazione del bambino, escono tre vene, che conducono a vari elementi differenti.

Una vena conduce ad un feto di un bambino, fin troppo grande per essere reale, e che rappresenta il bambino che avrebbe voluto avere.

La vena che si distende a destra, conduce ad una lumaca che simboleggia la terribile lentezza dell’aborto, anche se nella tradizione indiana, il guscio della lumaca alluderebbe alla nascita ed al concepimento; secondo un’altra lettura, il tipico movimento della lumaca, rappresenterebbe il ciclo mestruale, e quindi la sessualità femminile.

La vena a sinistra, conduce alla parte inferiore del tronco umano, ed allo stesso modo, anche l’altra parte dello scheletro che si trova in basso a destra nella tela; questi due elementi devono essere letti insieme, poiché indicano che le ferite presenti sulla colonna e sul bacino sono state la causa che hanno reso impossibile per Frida avere un bambino.

In basso, si può notare anche uno oggetto meccanico: è una parte dello sterilizzatore a vapore, oggetto presente usualmente negli ospedali del tempo; probabilmente, la forma di questo macchinario ha ricordato a Frida il “malfunzionamento” del suo corpo.

Infine, l’orchidea viola che si trova in basso, al centro della tela, è un fiore che Diego le portò mentre lei era ricoverata, e per l’artista, simboleggerebbe la sessualità ed i sentimenti.

Sul volto di Frida è presente una lacrima, e ciò indica la grande tristezza e dolore legati a quel terribile evento.

Il letto, sembra quasi volare, circondato da un ambiente aperto; sullo sfondo si scorgono alcuni edifici tipici della zona industriale di Detroit, che Frida e Diego avevano visto tempo dietro per alcuni studi.

La grande tecnologia dell’ambiente urbano è in contrasto con l’umano dolore di Frida.

Gotico italiano

L’Italia è perfetta per quei post gotici perché:

  • Gli Anziani osservano ogni tua mossa mentre inciampi tra i sampietrini. Non sai se il Loro sguardo sia benevolo o no. Sei solo consapevole che ti Essi ti vedono.
  • La strada per andare in città è in salita. La strada per tornare a casa è anch’essa in salita. Non ti rimane che chiederti come sia possibile.
  • La città elegge il nuovo Sindaco. Tu non hai votato per il Nuovo Sindaco. Sei abbastanza sicuro che nessuno che conosci abbia votato per il Nuovo Sindaco. Hai l’inquietante certezza che in realtà nessuno abbia votato per il Nuovo Sindaco. I tuoi occhi si posano su loschi imprenditori locali che sorridono, e d’improvviso sei preda dell’ansia.
  • In ogni luogo, mentre cammini, stai camminando su antiche rovine. Dovunque tu scavi, troverai antiche rovine. Antiche rovine riemergono come di volontà propria. Esse sono attorno a te. Sono sotto i tuoi piedi. Non puoi scappare.
  • Bellissime chiese ad ogni angolo. Entri in una e sei subito colpito da sublimi affreschi antichi raffiguranti sofferenze, torture e martirio. Il Prete ti dice che la sofferenza è l’unica via verso il Paradiso. I concittadini annuiscono e cantilenano con lui. Sei colpito dalla consapevolezza che queste persone influenzano le politiche della tua nazione. Sei terrorizzato.
  • Lo sguardo vuoto delle statue dei nostri avi vigilano sui borghi antichi. Alcune di queste statue non hanno più la testa, o sono state danneggiate dalle guerre. Tutto, attorno a te, è più antico di quanto tu possa umanamente concepire. Ti chiedi se le statue senza testa sono più fortunate, perché i loro occhi non hanno dovuto osservare impotenti le miserie della storia umana.
  • Dovunque tu sia, ci sono case abbandonate. Oscuri e polverosi edifici che s’affacciano su vicoli bui, troppo vecchie per essere distrutte, troppo danneggiate per essere recuperate.
  • La strada è illuminata da candele. Ogni anno comincia con un mormorio sinistro che si avvicina. Poco dopo, l’orda invade la tua strada, strascicando i piedi, seguendo il prete che cantilena nel microfono. Alcuni hanno in mano strumenti sacri. Terrorizzato osservi la tua famiglia che si unisce all’orda, sorridendo.
  • Devi consegnare dei documenti. Scopri che hai bisogno di altri documenti, che devi consegnare in un altro ufficio. Le scartoffie crescono durante il processo. La burocrazia ti travolge. Anneghi nei moduli. Non esiste altro che quello. Una scadenza incombe su di te. Perdi ogni speranza. Poi, se ai Burocrati così piacerà, riuscirai a consegnare i tuoi documenti. Poi la tua richiesta finirà in una stanza buia, dimenticata per decenni.
Ricostruire i rapporti, come si fa con edifici crollati e ponti interrotti, con la stessa velocità di un chirurgo che ricuce una ferita, con la stessa facilità di un falegname che aggiusta l'anta di un armadio, se solo si potessero rammendare gli errori con la semplicità di un sarto che sistema uno strappo, ma le ferite che le persone si fanno sono crepe profonde come cristallo quando si infrange, siamo troppo fragili per essere riparati.
—  Lucrezia Beha
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Vendicari – un giorno di Giugno
Questa inattesa, oscena felicità con cui brillano i tuoi occhi, questo nutrirmi con baci inattesi, vestire i miei cupi pensieri con l’inarrestabile luce del tuo profumo, questo tuo sorgere nella mia anima come il sole nell’alba e far volare nell’azzurro dei miei pensieri frasi d’amore sconosciute.
Questa inattesa assurda felicita che doni, questa marea inarrestabile che tutto travolge di tenerezza e desiderio, lasciando delle voci del mondo solo relitti lontani e ricordi scoloriti.
Questa inattesa invadente felicità che doni, che tutto domina con la sua purezza marina con cui, nelle nostre spiagge solitarie vivevamo i nostri silenzi, tra edifici abbandonati, la curiosità dei cormorani, l’indifferenza delle pietre consumate dal tempo.

Vendicari - a June day
This unexpected, obscene happiness with which your eyes shine, this nourish me with unexpected kisses, dress up my dumb thoughts with the unstoppable light of your perfume, this your rising in my soul like the sun in dawn and flying in the blue of my thoughts unknown love phrases.
This unexpected crazy happiness is that gifts, this unstoppable tide that all overwhelms with tenderness and desire, leaving of the voices of the world only distant wrecks and discolored memories.
This unexpected, intriguing, happiness that you give, which all overstains with its marine purity with which we lived in our solitary beaches, in our silences, among abandoned buildings, the curiosity of cormorants, the indifference of the time-consuming stones
This unexpected soft happiness that you bring with the lightness of your skin, giving the taste of mulberry and pomegranate to every smile, opening your soul to make it become the infinite blue sky and wrap my soul with it and tenderly shut it down in your love, in the infinite depths of your happiness.

Fosse per me passerei le mie giornate a visitare città, musei, edifici, andare a mostre, guardare monumenti, fotografare tutto. E anche me, qualche volta. Qualche volta farmi fotografare. Quasi fossi una scultura. In fondo parlo poco, so rimanere ferma.

Fatele le cazzate. Fatele adesso perché dopo non le potrete più fare. State fuori tutta la notte, scatenatevi in discoteca e vestitevi come cazzo vi pare. Ascoltate la vostra musica, incontratevi con gli amici e non pensate ad accontentare gli altri. Fatevi una canna al parco, comprate le sigarette, dateli quei baci che vi tenete sempre dentro. Fate i giochi con l'alcool, andate nei fastfood e entrate negli edifici abbandonati. Se volete fare una cosa, fatela e vivete ogni giorno come se fosse l'ultimo.

#fanculo

Odiavo il fatto che prima di me tu fossi stata di un altro, che non fossi più vergine, io per te non ero nemmeno la terza volta e forse neanche l’ultima.
«Ti amo perché quando sono sbronza, sei la prima persona a cui penso».
Io ero astemio, io, ero talmente innamorato che quando me lo dicevi pensavo:
«Sono anche la seconda vero?».
Volevo toccarti il cuore in ogni momento della giornata come il tuo reggiseno, proteggerti dai venti gelidi, non essere fragile come gli edifici abusivi ai piedi del Vesuvio, ma non ci riuscivo.
—  Fuori piove dentro pure, passo a prenderti?
Mi sembra che stiamo assistendo all'inizio di una nuova fase. Gli scontri tra polizia e autonomi ci sono sempre stati: erano però, vado a memoria, più circoscritti a luoghi e momenti precisi: il corteo del primo maggio o altri tipi di cortei, l'Università, l'occupazione di edifici, ecc. Come dire, una sorta di rituale in cui si manifesta in maniera eclatante l'essere antagonisti, mentre la normalità è quella di rimanere all'interno degli spazi occupati. L'eccezione era (è?) la Val di Susa: quello era il vero terreno di scontro con le forze dell'ordine.
Ora sembra che tale luogo stia diventando Torino. Il pretesto è l'ordinanza anti alcol: le motivazioni più generali sono invece, secondo me, il “tradimento” della giunta Appendino nei confronti dei centri sociali.
Se in campagna elettorale gli autonomi avevano appoggiato i 5s (e credo che tra i consiglieri comunali di maggioranza ce ne siano alcuni molto vicini a quell'area), (…) l'ambiguità dell'attuale amministrazione sta creando spazi per un aumento della tensione. In cosa questo sfocerà è presto per dirlo. Si spera ovviamente che non ci sia un'escalation, ma per evitarla la politica deve agire subito e con molta fermezza, tagliando qualsiasi legame ambiguo e facendo capire che ogni nuova azione porterà, a chi la compie, conseguenze molto gravi.
— 

interessante analisi da un forum skyscrapercity sui recenti disordini notturni con tanto di assalti ai presidi di polizia in zona “movida” a Torino. 

Della serie, occhio agli apprendisti stregoni che credono di farsi su gli squatter dei Centri Sociali allo stesso modo con cui han fregato gli abitanti di periferia esasperati che votavano Lega. Se molti dei secondi ancora sperano (ma alcuni iniziano a scendere in piazza contro la specia protetta rom) i primi son come la Mafia, iniziano a dar ”segnali” coi petardoni. 

In evidente stato di abbandono

Ho scoperto da poco che mi piace fotografare gli edifici e le strutture abbandonate.
I problemi sono soltanto due.
1) Qui a Parma non sono moltissime.
2) Nella maggioranza dei casi, bisogna fotografarli da fuori.
Per adesso va bene così.
Più avanti si vedrà.

anonymous asked:

Hey joy. Anche io verrò a Torino a studiare psicologia! Immagino si debba studiare parecchio,vero? C'è l'obbligo di frequenza? L'università è grande? Ti trovi bene?

Ciao!
La facoltà di psicologia non ha una sede, quindi le lezioni sono in aule ed edifici diversi. Si deve studiare moltissimo, ma se ti piace non ti peserà più di tanto.
Non c'è l'obbligo di frequenza.
Sono contenta che hai scelto Torino, io mi trovo benissimo qui.
Un bacio e in bocca al lupo per il test. 🌹

Vent’anni fa, lavoravo come tassista per mantenermi. Una notte, dopo una chiamata, intorno alle 2.30 del mattino, sono arrivato davanti ad un edificio buio, tranne che per una piccolissima luce che si intravedeva in una finestra del piano terra.

In queste circostanze, molti avrebbe suonato il clacson e atteso qualche minuto, e dopo sarebbero andati via. Ma ho visto troppe persone che dipendevano dal taxi perché non avevano un mezzo proprio.

Se non vedevo un pericolo imminente, andavo a citofonare. Così sono andato a bussare alla porta. Rispose una voce fragile che sembrava una voce di anziana: “un momento!”. Poi ho sentito trascinare qualcosa per il pavimento. Dopo una lunga pausa la porta si aprì. Davanti a me si presentò una vecchietta che probabilmente aveva più o meno 80 anni. Indossava un abito molto colorato ed un grande cappello, come una donna dei film degli anni ’40. Accanto a lei aveva una piccola valigia di plastica.

L’appartamento sembrava come se non ci avesse mai vissuto nessuno. Tutti i mobili erano coperti. Non c’era nè un orologio nè un soprammobile. In un angolo c’era un quadro di cartone pieno di foto.
– “Può portare il mio bagaglio in macchina?”, mi chiese la donna.
Ho messo la valigia in macchina e successivamente sono tornato per accompagnare la donna, che mi prese sotto braccio e si incammino con me lentamente verso la macchina. Per tutto il tempo continuò a ringraziarmi con gentilezza.
– “Niente di che”, risposi io. “Cerco di trattare i miei clienti nel migliore dei modi, come vorrei fosse trattata mia madre”
– “Oh, sei un ragazzo così buono!”, disse lei.
Quando sono entrato in macchina, mi ha dato un indirizzo e mi ha chiesto:
– “Potrebbe guidare in centro per favore?”
– “Non è la via più breve” , risposi.
– “Non si preoccupi!”, disse lei. “Non ho fretta, sto andando in un centro per anziani”
La guardai attraverso lo specchietto ed i suoi occhi brillavano.
– “Non ho più nessuno della mia famiglia”, continuo l’anziana. “Il medico mi ha detto che non ho molto tempo”, in silenzio, ho cercato il tassametro e l’ho staccato.
– “Quale tragitto vuole fare?”, ho chiesto.
Per le ore successive guidai per tutta la città e lei mi mostrò l’edificio dove aveva lavorato come operatrice dell’ascensore. Guidai attraverso il quartiere dove lei e suo marito avevano vissuto subito dopo essersi sposati. Sono passato difronte ad un deposito di mobili che un tempo era una sala da ballo , che frequentava quando era ragazza. Qualche volta mi chiedeva di fermarmi di fronte ad alcuni edifici e di stare li con lei a contemplarli in silenzio.
Con le prime luci dell’alba, improvvisamente mi disse:
– “Sono stanca… Andiamo.”
Ho guidato fino all’indirizzo che mi aveva chiesto. Era un edificio basso, una piccola casetta con un vialetto che passava sotto ad un cancello. Due persone sono uscite ad accoglierci. Erano molto attenti alla donna. Ho aperto il portabagagli ed ho portato la valigia alla porta. La donna era già seduta su una sedia a rotelle.
– “Quanto ti devo?”, mi chiese uscendo il portafoglio.
– “Niente”, risposi
– “Anche tu devi mantenerti!”
– “Non preoccupatevi, ci sono altri passeggeri”, risposi io senza pensarci, mi chinai e le diedi un abbraccio fortissimo.
– “Hai dato ad una vecchia un momento di gioia. Grazie!”, disse lei sorridendomi.
Le strinsi la mano lasciandola nella luce del mattino.
Dietro di me, la porta si chiuse. Un rumore che chiudeva una vita. In quel turno non ho preso nessun altro passeggero. Ho guidato perso tra i miei pensieri e per il resto della giornata, potevo a mala pena parlare.
Che cosa sarebbe successo se quella donna avesse trovato un autista impaziente di finire il suo turno? Cosa sarebbe stato se avessi rifiutato di prendere la chiamata o suonare al citofono?
Guardando indietro penso di non aver fatto niente di più importante in tutta la mia vita. Pensiamo che la nostra vita ruoti attorno ad alcuni grandi momenti, ma spesso questi momenti ci colgono di sorpresa, avvolti in ciò che molti considerano banale.

Questa vita può non essere la festa sperata, ma siamo qui e tutti dobbiamo ballare.
Ogni mattina, quando apro gli occhi, mi ripeto: Oggi è un giorno speciale!
Ricordatevelo sempre: non si può tornare indietro.
Trattate le persone come vorresti essere trattato tu.

-web-

A volte va bene così.

E’ chiaro che la compagnia sia una moneta preziosa il cui reale valore s'è perso nel tempo, dandola via via per scontata in alcuni casi, ed in altri trascurandola a favore di cose più importanti, più necessarie, più impellenti.

Effettivamente costruire un rapporto può avvenire con la rapidità di una tempesta, con quel vento che ti spalanca le finestre del cuore e ti spazza via ogni polvere e ragnatela del passato, e nello stesso spazzando via ogni altra cosa che vi era presente al momento, lasciando spazio solamente a ciò che vi è di nuovo. Sono rapporti speciali, particolari, esclusivi ed unici, che si guardano a distanza perchè non se ne può far parte se non in una maniera esterna, tangente, un guardare e non toccare, un essere felici senza essere partecipi, raccogliendo le fondamenta che sono state spazzate via da quel vento.

E forse a volte costruire un rapporto richiede quella pazienza da costruttori di edifici fatti di fiammiferi, di castelli di carte, dove ogni aggiunta ha il rischio di distruggere tutto. Sono rapporti da giocatori di black jack, rapporti dove non sai mai se chiedere carta o stare, dove non sai se il mazziere vuole fregarti o è dalla tua parte. E tu lo guardi pure negli occhi durante la costruzione di questi rapporti, cerchi di capire di intuire se splittare, se puntare forte, o se essere cauto. Ma da sempre il banco gioca contro, e te devi decidere se vuoi rischiare o se vuoi fare un passo indietro e lasciare la posta ad un'altra persona, più fortunata o spudorata di te.

E poi alla fine ci sono quei rapporti che non sai davvero come cazzo hai fatto a tirar su, che - seriamente - non sai neanche se sei stato te a fare qualcosa, o se hanno fatto tutto da soli. Questi rapporti sono il gran canyon dei rapporti umani, sono montagne, sono entità naturali e non artificiali. Non avranno forse all'esterno la forza dirompente di una tempesta, non avranno la precisione di una nave in bottiglia, ma hanno quella paziente fermezza che avviene solamente quando per anni li hai visti crescere. Quei rapporti sono tuo figlio e tuo padre, sono tua sorella e tua madre, sono quelle persone per cui daresti il sangue e che lo darebbero per te. Eppure sono quei rapporti che non dai nè per scontati, nè che hai paura di abbandonare. Non hanno distanza, non hanno spessore e non hanno spazio quei rapporti, come gli atomi permeano la tua vita e la tua esistenza.

E te non dai per scontato il fatto che respiri, sei vivo grazie al fatto che respiri. Ed io sono vivo grazie al fatto che ho avuto questo genere di rapporti con queste persone, che quando sono venute tempeste che hanno spazzato via le fondamenta di quello che stavo costruendo con altri ci sono stati per prendermi in giro ed offrirmi da bere, e quando ho puntato troppo in altri rapporti perdendo tutta la posta e finendo in mutande, mi hanno dato un posto di cuore dove stare per riprendere le forze e riprendere e viaggiare.

Eppure a volte la vita ha bisogno di quei venti impetuosi che spazzano via ogni cosa, per soffiare nelle vele di quelle navi costruite in bottiglia e scombinare le carte dell'ultima giocata fatta, e dunque il senso di tutto questo insensato discorso è che per quanto possa essere rischioso doloroso assurdo e strano andarsi ad infilare in situazioni apparentemente senza capo nè coda, è stato anche grazie a ciò che la vita mi ha permesso di avere fondamenta solide in cui piantare piedi, ed un cuore abbastanza leggero da potersene andare fin dove la mente si rifiuta di giungere.

(E visto che non riuscirò neanche in questi casi ad essere una persona seria, oggi ho costruito un discorso iniziante in ogni periodo con la lettera E.)

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