e codices

Lei fa sempre la finta tonta: imparate a decodificarla, perché lei ha un preciso codice.
Lei dice una cosa e dietro c'è un pensiero. La cosa la butta lì, non è che dice in modo serio “adesso ti faccio una domanda”; ti fa una domanda e, a seconda di come rispondi, lei sa già come deve rispondere. Se tu cadi vuol dire che sei un bugiardo e allora, a questo punto, non te lo dice che l'ha scoperto e ti cancella.
—  Maria De Filippi

Mi dicevano ma cosa fai, vai a vivere all’estero? vedi di non fare come tutti gli italiani, che poi frequentano altri italiani, stanno solo tra italiani e non imparano la lingua. Ma a me non fregava un cazzo della lingua. Il tedesco già lo sapevo, l’inglese pure. Quando una veniva a mancare usavo l’altra in soccorso. Così ho iniziato i miei primi anni fuori memore di questo monito. Non mescolarti con gli altri italiani. Come se ci fosse un problema, un errore di codice iniziale e che quando la diaspora contemporanea colpisce un italiano, questo poi se ne deve stare solo, a parlare con persone che arrivano da realtà completamente diverse. Ci sta. L’ho fatto. La prima cosa che ho imparato fuori dall’Italia, è che gli ebrei esistono davvero. Loro e i loro cappelli neri, basettone ricciolute, monopattini sempre lucidi. Sì qua a Vienna gli ebrei li riconosci perché girano a frotte in monopattino. Poi sono arrivati gli spagnoli, i messicani, i portoghesi, che sono tanti quanti noi italiani se non di più, ma non ci posso fare un cazzo a me gli spagnoli stanno sulle palle. I cinesi e i giapponesi che ti considerano, la prima volta che ho parlato con un giapponese mi sono sentito come Indiana Jones, era il mio tempio, volevo entrare e toccare tutto e portare via ogni cosa. I francesi mi hanno fatto stare peggio degli spagnoli. I tedeschi di Germania. Gli austriaci dell’Austria che se li chiami tedeschi si incazzano e ti tagliano la testa. Una volta ho conosciuto un greco e adesso la sfida è tra greci, spagnoli e francesi. Gli inglesi e gli americani che non riescono ad essere altro che inglesi o americani. I russi che mi sfottono se ordino un black russian. I sardi. I polacchi con 5 lauree a testa e la foto di Wojtyla nel portafoglio. Ho conosciuto un’etiope con una cappella di cazzo tatuata sopra ad un dito che se ne va in giro ad infilarlo nelle orecchie della gente perché dice che ama fotterti il cervello. Poi ho iniziato a parlare da solo, per tenermi allenato. Scrivevo sempre di meno, pensavo in lingue diverse, così mi intrattenevo. Lo faccio sempre quando cammino per strada, parlo con me stesso in italiano ad alta voce, mi sfotto per le paranoie che mi sparo, mi racconto storie, mi correggo le decisioni sbagliate che prendo quotidianamente. Parlo da solo perché tanto nessuno mi capisce, ci vado giù pesante perché tanto poi mi perdono sempre. Ad un certo punto non ce l’ho più fatta. Quello che davvero mi mancava era avere dei posti dove mi potevo sentire a casa, minuscoli che fossero, dovevano essere qualcosa di più che la solita birra al solito bar. Ho cercato luoghi che mi ricordassero l’Italia. Ho trovato Paolo dentro una minuscola pasticceria siciliana, lui è di Catania e quando bevo il caffè, se entra un cliente, gli devo tradurre io tutto perché non capisce una parola di tedesco. Dice, digli che questa grappa la produciamo noi, digli che la botte dove viene fatta è speciale, digli che il 10% di carciofo gli fornisce questa colorazione scura, digli che la differenza sostanziale tra questo prodotto e gli altri prodotti è che Paolo stai tranquillo, la compra, non gliene frega niente di tutta la storia, ci sono i soldi sul tavolo, incassa e fammi tornare a lavorare. L’altro giorno entro in pasticceria e Paolo accarezzava la macchina della granita alla mandorla, diceva che stava faticando la poverina. Colpa del caldo e delle polveri della strada. Sono più nere di quelle dell’Etna. Accarezzava la macchina della granita come fosse sua figlia. Capite perché poi ad uno manca l’Italia? Per queste minchiate. Perché solo noi ci preoccupiamo della salute di una macchina per fare granite alla mandorla. Oggi sono entrato, era tutto indaffarato a montare un terzo ventilatore insieme ad un signore anziano, suo amico, che gli dava le direttive dall’alto su come montare al meglio qualcosa di già montato. Però Paolo non era soddisfatto, manca una vite mi dice. L’ho persa mentre parlavo. È piccola, forse è uscita in strada. Si mette col palmo a toccare il pavimento e la cerca, passano i minuti, io aspetto. Vuoi un caffè? mi chiede. Gli rispondo che sì, sarei venuto per quello, ma anche aspettare un po’ godendomi lo scorrere del tempo diverso, fa parte della pausa viaggio che oramai faccio ogni giorno.

MASTER OF PUPPETS

Non illudetevi, non capisco un cazzo di musica e il mio ragionamento perciò passerà da una branca della cultura molto più alta… e per più alta intendo i cartoni animati giapponesi (pronuncia alla Elio).

Esiste un certo qual manga dal quale è stato tratto un certo qual anime, all’interno del quale esistono personaggi molto particolari. Uno/una di essi ha una speciale caratteristica che è quella di evocare una bruttissima creatura che fa cose brutte e pure molto brutte

Questa abilità di evocazione ha lo stesso nome della musa della danza e difatti il suo potere è quella di soggiogare le vittime della sua influenza e far loro ‘danzare’ le proprie coreografie perverse come marionette disarticolate.

(Disclaimer per gli otaku: sì, lo so… facciamo invece che sia quella e che sia così come ho detto, perché comunque io ho visto Akira in lingua originale che voi non eravate ancora nati e quindi vinco)

La metafora stanca che ne viene fuori (sollecitata da qualche ask e qualche chat in cui mi si chiede perché abbia smesso di commentare i recenti fatti di cronaca) è di una banalità sconcertante ma non per questo merita meno attenzione da parte mia..

Non c’è niente da commentare.

I fascisti, le femminazi, gli animalisti, gli omeopati, i cattolici, i vegani da combattimento, i pentastellati, gli ecologisti armati, gli antivaccinisti, i marxisti-leninisti, chi guarda il culo alla scienza e i social justice warrior stanno facendo il loro lavoro indisturbati e, soprattutto, indisturbabili.

Lo stanno facendo egregiamente e non c’è NIENTE che voi, anzi, noi possiamo fare dalla nostra bolla di cultura d’elite.

Poi, ognuno ha un proprio codice etico e un proprio senso di giustizia che spingono a dire e agire ma, per favore, chiedetevi quanto abbia senso e valore gettarsi su una notizia costruita ad arte per adescare e infiammare gli animi (di entrambi gli schieramenti), quando non vi sarà mai data la possibilità di accertare con sicurezza come siano andate veramente le cose.

Prendiamo la spiaggia fascista, un trend MEDIATICO molto forte degli ultimi giorni.

Sul serio credete che sia sorta dal nulla e in due giorni?
Davvero credete che la maggior parte della popolazione sia contraria a quella pagliacciata?
Ma seriamente credete che il ‘pugno duro’ del questore manderà un messaggio antifascista a qualcuno?

I giornali, dando una notizia simile, sono riusciti ad accaparrarsi i (pochi) lettori indignati di sinistra e pure i (molti) lettori indignati di destra perché, se non ve ne siete accorti, la gente ha bisogno di stabilità e certezza, quelle promesse dal pagliaccio balneare.

Mi spiace ma la gente ha paura e alla gente che ha paura fa piacere sentirsi un filo sulla schiena che la sorregga e la aiuti ad andare avanti… lo stesso filo, peraltro, da cui dietro la presunzione di anarchia illuminata pendiamo tutti quanti, sempre pronti a buttarci in crociate ispirati a valori giusti per principio ma distorti alla bisogna.

Se mia suocera, la donna più buona del mondo, dal suo letto di ospedale per un femore rotto mi ha chiesto di controllare che il comune non desse la sua casa ai marocchini, vuol dire che stiamo andando proprio molto molto male.

E io preferisco tacere.

I nomi amati quando ti compaiono sotto gli occhi hanno la forma di un disegno. Non ci sono più le lettere, ma cerchi e linee, vuoti e pieni. Non li leggi, li guardi.

Forma ondulata, profilo di colline in miniatura, profilo di volto capovolto, chiudi gli occhi per vederlo offuscato ma il perimetro è lì, quel nome e cognome quella lunghezza di traccia continua di pause e segni comuni, un codice binario che sai leggere prima di leggere, un marchio, un neo, una voglia sulla pelle di qualcos’altro.

La parabola artistica del cantautore di oggi si lega indissolubilmente con 35 anni di storia italiana, oltre che di musica italiana. Fabrizio De Andrè ha scritto pagine di bellezza e forza inarrivate, non solo a livello nazionale. Inizia giovanissimo nella sua cara e amata Genova: pur provenendo da una agiata famiglia borghese la sua attenzione va verso i bassifondi, le persone e i luoghi marginali, i reietti, di cui diverrà un faro e un modello. Tra il polemico e il romantico nel 1967 esordisce con il famoso Fabrizio De Andrè Vol.1 che contiene i primi suoi cavalli di battaglia: Bocca di Rosa, Carlo Martello (scritta con il compagno di gioventù Paolo Villaggio) Via del Campo, Preghiera In Gennaio, scritto per l’appena suicidatosi Luigi Tenco. Il successo è buono, e anche qualche critica, tanto che nel 1968 pubblica due dischi, Tutti Morimmo A Stento e soprattutto il Vol.3  che contiene altre sue gemme come Canzone di Marinella, La Guerra di Piero, Amore Che Vieni Amore Che Vai che impongono la sua voce impostata, i suoi riflessi verso la canzone d’autore francese (con predilezione speciale per Georges Brassens) e i grandi menestrelli rock (Dylan e Cohen su tutti). Gli anni 70′ iniziano con altri grandi dischi: Non Al Denaro Non All’Amore Nè Al Cielo (1971) si ispira all’Antologia di Spoon River appena tradotta dall’amica Fernanda Pivano; Storia di un Impiegato (1973) è il suo disco più politico e più criticato, poi due raccolte (Canzoni, 1974, e Vol.8) in cui canta anche cover. Verso la fine degli anni ‘70 tre avvenimenti cruciali: inizia la collaborazione con Massimo Bubola, consegna alla storia della musica italiana un leggendario tour con la PFM e viene rapito in Sardegna, terra amatissima, con la moglie Dori Ghezzi sul Supramonte orgolese (a cui dedicherà una toccante Hotel Supramonte in Fabrizio De Andrè, 1981). Nel 1984 un immenso capolavoro, stavolta con l’amico di sempre Mauro Pagani: Creuza De Ma, un viaggio fisico e metafisico nel Mediterraneo e nella sua musica, colpì tanto David Byrne che lo collocò tra i dieci più bei dischi della musica degli anni ‘80. Nel 1996 esce il disco di oggi, che all’inizio fu pensato insieme ad un illustre corregionale, Ivano Fossati. I due non si accordano sul tessuto musicale, e finisce che il solo De Andrè lo completa da solo. Anime Salve è il suo ultimo capolavoro e il suo testamento musicale. Definito dall’autore un discorso sulla libertà, l’album, che raggiungerà il primo posto nelle classifiche di vendita, ha dei picchi assoluti di bellezza: Anime Salve, cantata con Fossati, è semplicemente splendida; Prinçesa, dall'omonimo libro autobiografico di Fernanda Farias de Albuquerque scritto con l'ex brigatista romano Maurizio Iannelli, è  la storia della transessuale brasiliana Fernandinho, nata maschio, che abbandona il Brasile  per seguire il suo desiderio di femminilità; Khorakhané (A forza di essere vento) è un omaggio ai rom kosovari di religione musulmana; Disamistade, che in sardo significa “inimicizia”, è un omaggio al Codice Barbaricino e al senso dell’orgoglio dei sardi, che De Andrè ha sempre e comunque amato; Ho visto Nina Volare è un altro gioiello mistico e magico;  Smisurata preghiera è la summa della musica e del pensiero di De Andrè. Che morirà pochi anni dopo, nel 1999, per un male incurabile. Ma che ha lasciato, ed è ancora viva, una traccia evidente, e consegnato alle sue parole quel ruolo di emozione che pochi autori hanno saputo raggiungere.

I segni dell’imminente Apocalisse

Come abbiamo risolto l’ennesimo paradosso kafkiano di natura burocratica?

La burocrazia italica si batte con gli stessi strumenti che utilizza per annientarti: altra burocrazia.

Così stamattina di buona lena mia moglie è andata in Anagrafe dove le han fatto una carta d’identità italiana.

Poi ha stampato una AUTOCERTIFICAZIONE di matrimonio.

Orbene successivamente con questi documenti siamo andati all’Agenzia delle Entrate, io in camicia prevedendo un possibile arresto nell’eventualità in cui le cose si fossero tramutate in una versione ancor peggiore di un film di David Lynch.

E invece.

Credo noi stamattina si sia entrati (solo noi? tutto il pianeta? tutta la galassia?) attraverso un portale dimensionale in quanto siamo arrivati con una trentina di persone in attesa, abbiamo preso il tagliando e il nostro codice è risultato disponibile allo sportello dopo venti secondi. L’uomo allo sportello tutto sorridente ha preso la carta d’identità, l’autocertificazione e il vecchio codice fiscale e ha sistemato tutto al computer velocissimamente salutandoci mentre noi continuavamo ad avere questa espressione in volto:

Entrati e usciti in meno di 4 minuti netti.

Telefonate ai vostri cari, l’Apocalisse è imminiente!!!!

Oggi Eugenia ha sostenuto l'orale, la prova finale e le hanno concesso l'abilitazione: è psicologa.

O meglio, deve inoltrare la domanda all'ordine, aspettare che la burocrazia le dia un codice e poi sarà legalmente psicologa.

O meglio ancora, oramai è psicologa, dai.

Il mio orale è a fine mese, ma ora sono spaventata, perché è difficile tirarsi indietro, soprattutto da un'etichetta professionale: chissà se sarò all'altezza di tutto quanto.

Una psicologa con l'ansia e le nevrosi a palla, una roba divertente.

Mamma, oggi sono tornata da scuola, entrata ho posato velocemente la cartella e sono uscita subito fuori per controllare la cassetta della posta. Quando ho infilato la mano c'era qualcosa, una grossa lettera bianca, candida, senza neanche un segno…solo dietro in basso: Canada,Montrèal, il codice postale e un francobollo a forma di bandiera canadese.
Era lui, mi aveva scritto di nuovo. Ho stretto così forte la busta che l’ ho piegata e nel tirare via la mano dalla cassetta mi sono graffiata contro il ferro di quest'ultima.Sono corsa subito in casa, quasi dimenticavo di chiudere la porta mentre le guance mi arrossivano e prendevano lo stesso colore dei miei capelli, rosso bronzo.
Ho aperto con poca grazia la busta e ne ho preso il contenuto.
Un grosso pezzo di carta bianca, sporco di inchiostro rosso e nero.
Sai..lui per scrivermi usava una stilografica che sembrava tanto quelle penne d'oca usate nell'ottocento, era magnifico annusare la carta e poter immaginare di sentire il suo profumo.
Eravamo così distanti, eppure sempre così vicini che preferivamo scriverci per posta che per cellulare o computer.
A volte facevamo la web, non sopportavo non riuscire a vederlo per più di due giorni.
Ma lo scriverci per posta rimaneva il modo migliore di sentirlo vicino a me.
Ora sai quanto mi manca mamma.
Quando ho aperto la lettera oggi, sono rimasta ferma e il respiro mi è mancato per qualche istante.
Non era la sua calligrafia, non era la classica penna stilografica ma una semplice penna..
Diceva così:
“Cara Caroline,
manchi a tutti quanti noi qui da quando siamo partiti, siamo stati tutti tristi, più di tutti Theo, mio figlio, che so bene quanto si fosse affezionato a te, so bene quanto avesse iniziato a vivere per te.
Sono Joanne, la madre, ti conosco da quando eri più bassa di uno gnomo da giardino e ha fatto male allontanarmi da te e dai tuoi magnifici genitori.
Caroline non devi piangere, devi essere forte.
Caroline adesso chiudi gli occhi, blocca le lacrime e respira perché io farò lo stesso scrivendo questa lettera..non amo le lettere bagnate di lacrime.
Caroline è successa una disgrazia.
Theo è stato investito da un camion mentre tornava in bicicletta, il colpo lo ha sbalzato a metri di distanza, non c'è stato nulla da fare.
Caroline ti prego di arrivare fino alla fine di questa lettera perché mi si strazia l'anima, e il cuore di questa povera madre ha smesso di battere da qando ha smesso di battere quello di suo figlio.
In questo ultimo periodo gli eravamo tutti vicino perché sapevano quanto lui stessa male per te, sapevamo quanto gli avesse fatto male allontanarsi da te.
Suo padre gli aveva appena comprato un biglietto di andata e ritorno per venire da te, era una sorpresa, voleva essere in tempo per il tuo compleanno.
Era così felice di aver avuto quel biglietto aereo che aveva iniziato persino ad aiutarmi con le faccende di casa, ed entrambe sappiamo quanto fosse pigro.
Non piangere Caroline adesso, e leggi quello che ho da dirti.
Al momento dell'impatto, un giornalista si trovava sul luogo.
Tutti hanno chiamato soccorsi ed ambulanza, tutti si sono avvicinati e prima di chiuder le palpebre, mio figlio ha chiesto di dire delle cose alle persone a lui care.
Non voglio scriverti ciò che ha detto a noi, perché sul giornale non si parla che di te e lui, la gente è indignata ed il camionista non è stato ancora trovato.
"Quando la distanza strazia l'anima” questo è il titolo del vostro articolo, questo è ciò che disse lui.

Non sopravviverò, Caroline. Non mi sento più le ossa e non so chi sono. Vorrei esser affianco a te in questo momento, vorrei averti vista un'ultima volta, abbracciata un'ultima volta, baciata un'ultima volta. Non riesco a mettere bene le parole insieme ma il pensiero di te mi rende vivido anche se il cuore si sta spegnendo.
Oggi immagino si spegnerà la mia vita, ma sappi amore mio che io sono morto su quel volo per il Canada, sono morto quando non ho più incrociato il tuo sguardo, sono morto quando su ogni orizzonte speravo di trovare uno scorcio di speranza di rivederti.
Sai, la prossima settimana sarei venuto da te.
Promettimi che sarai forte amore mio, perché sto arrivando, sto arrivando, ho deciso di prendere prima questo volo..ho deciso di addormentarmi con te tutte le sere, per l'eternità.
Perdonami se ho anticipato il mio viaggio, ma questo accade quando la distanza strazia l'anima.

Non piangere figlia mia perché lui è con te.
Sii forte insieme a me, perchè nulla al mondo è più insopportabile di questa tragedia.
Lui era, è e sarà con te.
Ti voglio tanto bene.

Joanne.“

Ho letto tutta la lettera di un fiato, senza mai fermarmi.
Le lacrime scendono veloci già da un po’.
Il sangue inizierà a scendere veloce tra poco.
Per un'ultima volta.
Ciao mamma, scusami se troverai qui tutto sporco di sangue, Theo mi sta raggiungendo ed io devo andargli incontro.
Vi voglio bene,
ma era inutile continuare a vivere dopo averlo perso.
Ecco mamma, ecco cosa succede quando la distanza strazia l'anima.
Calpesta i cuori e taglia i polsi.

—  Davide Avolio
Sicurezza on line

allora, abbiamo fondato un’associazione, piccola cosa per carità, ma c’è bisogno del conto corrente.

Ora, l’associazione ha aperto il conto, quindi con l’home banking possiamo operare, fighissimo.

UBIBANCA: una bella grafica, per entrare ci vogliono username e password, poi un codice di 6 cifre, poi per l’area bonifici pure un altro codice variabile come da schedina della battaglia navale, poi per confermare il bonifico ancora un codice della battaglia navale… non contenti, che magari un malintenzionato è arrivato fino a qui e sta cercando di fregarci 300 sacchi mi chiedono pure un codice inviato via SMS che dopo 3 minuti scade,

sul cellulare del commercialista,

che è in ferie per 20 giorni,

in America.

Sono qui perché ti pretendo. Ho lasciato nell’adolescenza gli elaborati piani, le complesse strategie e la retorica. Mi rimane solo il lato selvaggio delle mie prigioni, la sfrenatezza delle mie notti solitarie e un’acuta tristezza che diviene tenerezza al contatto della tua pelle, della tua voce, della tua insipida vita con i suoi elementi di felicità, frustrazione o miseria imbottigliata in argomenti e imposture. Non m’importa chi sei, sono qui per inventarti. Sei fatta di avanzi di sogni e promesse. Nessuno dei tuoi amanti conosce la rotta dei tuoi più profondi deliri. Tutti loro sono rimasti in superficie, nella transitorietà di bava e lamenti. Pensa a questo, pensa all’istante in cui metterò ognuna delle tue ossa nel posto giusto senza toccarti. La mia parola affonda nella tua carne e la mia carne cercherà la tua anima. La luce entra attraverso una finestra e accarezza il tuo viso. In quella luce io viaggio, mi trattengo in ogni linea. Ignorare il minimo dettaglio sarebbe un crimine. Amo ogni cosa di quello che sei e la totalità sconosciuta. Amo quello che più odi, quello che ti tormenta. La mia idea dell’amore non è un codice e non è un’idea, è la sensazione di penetrare più affondo nel tuo sangue e nella stessa morte. Di darti lucidità e comunicare con te, oltre te. La mia idea dell’amore non è immobile, non rimango in te come una zavorra che languisce e ti riduce. Non ho un’idea dell’amore, lascio che le mie sensazioni si liberino. Non m’importa se ami o se ti amano, non sono uno schema dentro due abissi. Sarò il demonio delle tue notti, l’amante di fuoco. Là fuori gli omuncoli sono piccoli e profumati, sono leggiadri ed energici, sono freddi e imprenditoriali, sono dosati e scarsi. Ma tutti loro, e tu devi sapere molto di questo, sono solo omuncoli cresciuti sotto un modello di condotta. Omuncoli che non possono andare oltre il possesso e il controllo. Oltre le loro leggere scopate, il loro sesso programmato, la loro inefficacia. Nessuno di loro conosce il segreto, nessuno può decifrarti quando ti abbandoni al silenzio. Non c’è assoluto in loro, solo un po’ d’informazione. Non ci sono intelligenza né sensibilità, solo marche di vestiti e obiettivi. Essi vanno alla deriva per il tuo corpo, succhiano le tue tette, eiaculano. Ignorano che il sesso è appena l’inizio, che dentro te un sortilegio spera, un dolore, un’incurabile malinconia. Non sei una donna per me, sei la droga che spezza tutti i miei vizi. Quando le mie mani sfioreranno il tuo viso nell’oscurità, saprai che mi appartieni e che è più dolce e indimenticabile un istante vissuto affondo che mille vite.
—  Efraim Medina Reyes - C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
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Nella notte tra l’otto e il nove maggio 1978, il corpo di Peppino Impastato, posto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani, è dilaniato da una carica di tritolo. Il suo funerale, partecipato da centinaia di giovani provenienti da tutta la Sicilia, viene aperto da uno striscione con la scritta “Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.

E proprio dalle idee che lo spinsero a schierarsi apertamente contro la “borghesia mafiosa” della provincia palermitana è bene cominciare, per comprendere a pieno il profilo di un compagno per lungo tempo dimenticato e attualmente riciclato in uno dei tanti santini dell’antimafia da salotto.

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato, quest’ultimo ben inserito nel contesto mafioso della provincia di Palermo (era stato inviato al confino durante il periodo fascista, mentre una delle sorelle aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, Peppino rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e comincia a dedicarsi all’attività politica: nel 1965 fonda il giornale “L’Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.) e al cui interno trovano particolare spazio il “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”

Lui stesso descrive questa intensa fase con le seguenti parole :“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività”.

Nell’estate del 1973 aderisce a Lotta Continua e conosce Mauro Rostagno, di cui apprezza in particolar modo le posizioni libertarie. Nel 1976 fonda Radio Aut, emittente privata e autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Il programma più ascoltato è “Onda pazza”, trasmissione condotta da Peppino stesso, durante la quale denuncia  quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo primario nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, e viene eletto nel Consiglio comunale di Cinisi appena pochi giorni dopo essere stato assassinato.

Fin da subito, stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di un suicidio “eclatante”. Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione (nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato) organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Dopo diverse archiviazioni, depistaggi e ostruzioni da parte della polizia, il caso dell’omicidio viene riaperto nel 1996 grazie alle forza e alla determinazione dei compagni e della madre di Peppino e del Centro di documentazione Impastato; il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto come colpevoli dell’omicidio Gaetano Badalamenti nel ruolo di mandante e Vito Palazzolo in quello di esecutore.

Della figura di Peppino a noi interessa però sottolineare l’importanza della sua antimafia sociale, contro un sistema di relazioni in cui sono strettamente intrecciate mafie, politica, amministrazione, finanza. Come ha scritto Giovanni Russo Spena, “L’antimafia sociale contro la borghesia mafiosa, contro processi di accumulazione mafiosa che sono veri e propri percorsi di valorizzazione del capitale globale (…) Noi ci impegniamo a ricostruire, pur dentro alle difficoltà del presente, partecipazione, protagonismo, autorganizzazione, intorno ad una antimafia, come quella che Peppino ha incarnato, non ipocrita, non di facciata, ma viva, vera, sociale; lottare contro le mafie è, per tanti giovani e tante ragazze, anche lotta contro la precarietà, per il salario sociale, il reddito di cittadinanza. Per questo Peppino è parte fondativa del nostro vissuto politico. Per questo rifiutiamo interpretazioni edulcorate e centriste: Peppino fu uomo del ’68, non va dimenticato. Fu militante anticapitalista che organizzava conflitti sociali, dagli studenti ai braccianti, ai contadini poveri. E fu precursore, anche come organizzatore culturale, di un’intensa e moderna criticità come rovesciamento e senso comune di massa. Radio Aut fu la struttura comunicativa più moderna del Mezzogiorno, negli anni Settanta, esempio straordinario di inchiesta e controinformazione. La metafora, il sarcasmo, la desacralizzazione dei capi mafiosi diventarono, con Peppino, strumento di lotta politica”.

alzi la mano chi sapeva che i profilattici sono un dispositivo medico scaricabile sul codice fiscale e non l’ha detto.
cioè, vi sembrano informazioni da tenervi per voi?

Questa qui è per chi si sente importante.
PRRMTT*********.
Per il mondo sei solo un numero.
Un codice fiscale.
E puoi restarci solo se scendi a patti.
Solo se nel culo hai tatuato il codice a barre.
—  Matteo Pirro

mi inviano una mail per un beta test di una nuova release di una app

mi fanno scaricare TestFlight

mi danno il codice da inserire nel Redeem

metto il codice e non va.

Mi sa che dovete lavorarci ancora un po’ cari developers di stamminchia.