duecentos

So, @historyandlanguages and I are helping each other out with our respective target languages, and I was asked to translate this list of common words useful for beginners into Italian. I translated them following the list’s order, so if you want to know what they mean just confront them with the original post linked above! For some adjectives and pronouns I’ve also written the changes that must be made for the feminine form, but I am lazy so I didn’t do it for all of them, sorry (anyway most of the time you just have to change the final “o” with an “a”). Of course, if there’s anything that’s unclear feel free to message me, I’ll be glad to help if I can :)

EXPRESSIONS OF POLITENESS (about 50 expressions)       

  • ‘Yes’ and ‘no’: sì, no, assolutamente (sì) [but I honestly think “certamente” is more used], assolutamente no, esatto.    
  • Question words: quando? dove? come? quanto? quanti? perché? (che) cosa? chi? quale? di chi?    
  • Apologizing: scusa (or, if formal, “scusi”), scusa (if plural, “scusate”) se interrompo/scusa (same thing as before) per l’interruzione, insomma, temo di sì, temo di no.    
  • Meeting and parting: buongiorno, buon pomeriggio, buonasera, ciao, ciao (“arrivederci” is more formal), cin cin/(alla) salute, a dopo, piacere (di conoscerti), è stato un piacere (conoscerti).    
  • Interjections: per favore, grazie, figurati/di niente, scusa, sarà fatto, sono d’accordo, congratulazioni, grazie al cielo/grazie a Dio, sciocchezze.    

NOUNS (about 120 words)

  • Time: mattina, pomeriggio, sera, notte; domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato; primavera, estate, autunno, inverno; tempo, occasione, minuto, mezz’ora, ora, giorno, settimana,     mese, anno.    
  • People: famiglia, parente, madre, padre, figlio, figlia, sorella, fratello, marito, moglie; collega, amico/a, fidanzato, fidanzata; persone/gente, persona, essere umano, uomo, donna, signora, signore, ragazzo, ragazza, bambino/a.
  • Objects: indirizzo, borsa/zaino, libro, macchina, vestiti, chiave, lettera, luce, denaro/soldi, nome, giornale, penna, matita, immagine (image)/foto (photo), valigia, cosa, biglietto.
  • Places: posto, mondo, paese, città, via, strada, scuola, negozio, casa, appartamento, stanza, terreno.    
  • Abstract: incidente, inizio, cambiamento, colore, danno, divertimento, metà, aiuto, battuta, viaggio, lingua, inglese, italiano (this is the language in our case), lettera, vita, amore, errore, novità/notizia, pagina, dolore, parte, domanda, ragione, tipo, sorpresa, modo, tempo, lavoro.
  • Other: mano, piede, testa, occhio, bocca, voce; la sinistra, la destra; la cima, il fondo, il lato; aria, acqua, sole, pane, cibo, carta, rumore.

PREPOSITIONS (about 40 words)    

  • General: di, a, a (sometimes “in”), per, da, in, su. [Generally speaking, the basic Italian prepositions taught in primary school are di, a, da, in, con, su, per, tra, fra]    
  • Logical: su/di/riguardo a, secondo, tranne/eccetto, come, contro, con, senza, da, nonostante, invece di.    
  • Space: dentro, fuori da, fuori, verso, lontano da, dietro, davanti a, accanto, vicino a, tra, sopra, sopra di/in cima a, sotto/al di sotto di, sotto, sotto/al di sotto di, vicino a, molto lontano da, attraverso.        
  • Time: dopo, fa, prima, durante, da/da quando, fino a/finché/fin quando.    

DETERMINERS (about 80 words)   

  • Articles and numbers: un/a, lo/la; nos. 0–20 (zero, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti); nos. 30–100 (just decimals here: trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, ottanta, novanta, cento); nos. 200–1000 (just the multiples of 100: duecento, trecento, quattrocento, cinquecento, seicento, settecento, ottocento, novecento, mille); ultimo/a, prossimo/a, primo/a, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo, nono, decimo, undicesimo, dodicesimo.        
  • Demonstrative: questo/a, quello/a.        
  • Possessive: mio/a, tuo/a (vostro/a if plural), suo/a, suo/a (in Italian the distinction is based on the gender of the possessed thing rather than that of the possessor), nostro/a, loro.    
  • Quantifiers: tutto, un po’ (di), niente/ nessuno/a, qualsiasi, tanti/e, molto, (di) più, (di) meno, qualcuno/alcuni, vari, intero, un po’ di, tanto/a.    
  • Comparators: entrambi, nessuno dei due, ognuno/ciascuno, ciascuno/tutti, altro, un altro, stesso, diverso, così.        

ADJECTIVES (about 80 words)    

  • Color: nero, blu, verde, rosso, bianco, giallo.
  • Evaluative: cattivo, buono, terribile; importante, urgente, necessario; possibile, impossibile; giusto, sbagliato, vero.
  • General: grande, piccolo, piccolo, pesante; alto, basso; caldo, freddo, tiepido/caldo; facile, difficile; economico, caro/costoso; pulito, sporco; bello, divertente, curioso, solito, comune, carino/bello, carino/bello/grazioso, meraviglioso; noioso, interessante, pericoloso,     sicuro; basso, alto, lungo; nuovo, vecchio; calmo, chiaro, asciutto;     veloce, lento; finito, libero, pieno, luminoso, aperto, silenzioso, pronto, forte.
  • Personal: spaventato, solo, arrabbiato, certo/sicuro, allegro, morto, famoso, lieto/felice, felice/contento, malato, buono, sposato, soddisfatto/compiaciuto, dispiaciuto, stupido, sorpreso, stanco, bene/in salute (not really adjectives but that’s the translation), preoccupato, giovane.

VERBS (about 100 words)    

  • arrivare, chiedere, essere, essere capace di, diventare, iniziare/cominciare, credere, prendere in prestito, portare, comprare, potere, cambiare, controllare, raccogliere, arrivare, continuare, piangere, fare, far cadere, mangiare, cadere, sentire, trovare, finire, dimenticare, dare, stare per/avere intenzione di, avere, dovere, sentire, aiutare, stringere/tenere, sperare, farsi male, fare male/ferire (qualcuno), tenere/conservare, sapere, ridere, imparare, lasciare/partire, prestare, permettere, stendersi, piacere, ascoltare, vivere, vivere/abitare, guardare, cercare, perdere, amare, fare, essere autorizzati a, potere, intendere, incontrare, dovere, avere bisogno di,     ottenere, aprire, dovere, pagare, giocare (suonare if playing an instrument), mettere, leggere, ricordare, dire, vedere, vendere, mandare/inviare, dovere (used in the conditional form), mostrare, chiudere, cantare, dormire, parlare, stare in piedi, restare, fermare, suggerire, prendere, parlare, insegnare, pensare, viaggiare, provare, capire, usare, essere abituati a (to be used to something), aspettare, camminare, volere, guardare, there’s not really a verb to express future in Italian you have to conjugate them, funzionare, lavorare, preoccuparsi, again I don’t think would is translatable, scrivere.    

PRONOUNS (about 40 words) 

  • Personal: Io, tu (voi if plural), lui (the correct form would be egli but no one uses it anymore), lei (same thing as egli, but this time it would be ella; hasn’t been used in a pretty long time), we don’t have neuter forms, noi, loro, uno/a; io stesso (I’m just gonna put the subject form of these, object is different), tu stesso, lui stesso, lei stessa, no neuter, noi stessi, voi stessi, loro stessi.
  • Possessive: il mio/la mia, il tuo/la tua (il vostro/la vostra if plural), il suo/la sua (depends on the object), il suo/la sua (same), no gender neutral, il nostro/la nostra, il loro/la loro.
  • Demonstrative: questo/a, quello/a.        
  • Universal: tutti/ciascuno, tutti, ogni cosa/tutto, ognuno, entrambi, tutto (tutti if plural), uno, un altro.
  • Indefinite:  qualcuno, qualcuno, qualcosa, un po’ (di), pochi, un po’ (di), più, meno; chiunque, chiunque, qualsiasi cosa/qualunque cosa, qualsiasi, qualunque, molto, molti.
  • Negative: nessuno, nessuno, niente, nessuno/niente/nulla, nessuno dei due.

ADVERBS (about 60 words) 

  • Place: qui/qua, lì/là, al di sopra, oltre/al di sopra, al di sotto, davanti, dietro, vicino, molto lontano, dentro/all’interno, fuori/all’esterno, a destra, a sinistra, da qualche parte, da qualsiasi parte/ovunque, da tutte le parti/ovunque, da nessuna parte, a casa, (al piano) di sopra, (al piano) di sotto.
  • Time: adesso/ora, presto, immediatamente, rapidamente/in fretta, finalmente, di nuovo, una volta, per molto (tempo), oggi, in generale, a volte, sempre, spesso, prima, dopo, presto (or in anticipo if you get somewhere early), tardi (or in ritardo if you get somewhere late), mai, non ancora, ancora, già, allora, poi, ieri, domani, stasera/stanotte.    
  • Quantifiers: un po’, più o meno/all’incirca/circa, quasi, almeno, completamente, molto, abbastanza, esattamente, soltanto, non, troppo, di più, di meno.    
  • Manner: anche, specialmente, gradualmente/a poco a poco, certo/certamente, soltanto/solo, altrimenti, forse, probabilmente, piuttosto/alquanto, così/quindi/allora, quindi, anche, sfortunatamente, molto, bene.        

CONJUNCTIONS (about 30 words) 

  • Coordinating: e, ma, o; tanto/come (if something is as good as something else)/mentre (if something happens as something else’s going on), di/che, come.    
  • Time & Place: quando, mentre, prima, dopo, da/da quando, finché; dove.
  • Manner & Logic: come, perché, perché (word’s the same for answers and questions in Italian), anche se/nonostante, se; (che) cosa, chi, chi (it’s the same for subject and object), di chi, quale, che/di (I think that I’ll read a book – credo che leggerò un libro).
Il cervello umano è una rete formata da cento, forse duecento miliardi di neuroni, con migliaia di miliardi di assoni e dentriti che si scambiano milioni di miliardi di messaggi per mezzo di almeno cinquanta trasmettitori chimici diversi.
L'organo con cui osserviamo e cerchiamo di capire l'universo è di gran lunga l'oggetto più complesso che conosciamo in quell'universo.
—  J.Franzen - Come stare soli
Ieri mattina ero da sola a casa.
Per la prima volta mi sono svegliata al primo risuono della sveglia, sono rimasta a letto per un po’ e poi mi sono alzata.
Ancora assonnata sono entrata nella camera da letto dei miei genitori, ho aperto il cassetto per cercare un accendino funzionante dato che i miei scompaiono manco fossero forcine. Mentre rovistavo fra le cose ho trovato una tua foto, è stato un colpo al cuore, per un secondo mi è mancato il respiro.
Ho ripensato al giorno che sei andata via, eri proprio in quella stanza ed io ero proprio in quel posto.
Ho ripensato a come, in un attimo eri con noi, pronta per portarti via, a casa tua e il secondo dopo il tuo cuore ha cessato di battere, non c'eri più.
Ho rivissuto quella sensazione di smarrimento, di stranezza, di angoscia. Ho ricordato i pianti e le facce di chi, come me, era in quella stanza quel giorno, in quel momento.
Ho ricordato i giorni prima di te, della malattia, i giorni in cui avevi ancora la forza di camminare, cucinare, sorridere e cantare.
Ho ricordato quelle caldi estate trascorse a casa tua e tutte le cose che abbiamo fatto insieme, tutte le raccomandazioni e gli insegnamenti che mi hanno aiutato a crescere.
Ho ricordato i primi giorni durante la malattia, quando avevi ancora un po’ di forza e ce la facevi, sei sempre stata così, cadevi cento ma ti rialzavi duecento. Forse in questo ho preso da te. Ho ricordato il giorno in cui, tornata dal viaggio con la scuola, non avevi più forze, ti stavi arrendendo e dal solito posto del divano sei passata al letto. “È momentaneo” dicevano ma non lo era e io lo sapevo, infatti da quel giorno il letto non l'hai più lasciato.
Ho ricordato i primi giorni dopo di te, quando tornata a casa avrei solo voluto vederti e sentire la tua voce, le ore passavano lente, fuori era piena estate ma dentro era inverno, un glaciale e freddo inverno.
Ancora oggi è difficile, ancora oggi nutro questa speranza, ancora oggi vorrei solo riabbracciarti.
Ti ho dedicato un tatuaggio, sai? Se fossi stata qui mi avresti rimproverato come la prima volta. ‘Non ti devi sporcare la pelle con questi cosi" così mi dicesti e so per certo che mi avresti detto la stessa cosa se lo avessi visto ed io mi sarei limitata a sorriderti.
Poi ho riposto la foto al solito posto, chiuso il cassetto senza pensare all'accendino e ancora un po’ scossa mi sono diretta verso la porta per andare all'università.
Ci sei sempre anche se non ci sei.
Mi manchi.
Penso al concetto di gelosia. Penso a quel vuoto che ti prende dentro, colmato da acido e rabbia. Misto a insicurezza. Misto all'idea, ingannevole, di possesso. Misto al bisogno di competizione, all'illusione di controllare, misto all'istinto di ripicca, di rivalsa, di contrasto. Penso al contorcersi, alla gastrite, al non dire, al pretendere, al chiedersi, all'immaginarsi, al fantasticare, all'ingannare. All'ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, alla ragione che sfugge, all'istinto che prevale, all'impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello. Penso al non capirsi, al dialogo impossibile, all'egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate. Alla rivale sempre troppo bella, o troppo brava, o troppo ricca. O troppo magra. O troppo colta. Penso che tutto questo, a diciotto anni, possa tranquillamente essere ordinaria amministrazione. Ma poi, da una certa età in su, credo dovrebbe essere diverso. Il che non significa che la gelosia a una certa età sia più consentita, anzi. La trovo naturale. Solo, dovrebbero cambiare le modalità. Il modo di comunicarlo, le ragioni che la scatenano. Dovrebbero cambiare le priorità, gli obiettivi, gli alibi, il gioco, la logica. Gli schemi, i fattori. Quindi, un termine buono è: maturità.
Nella valutazione delle situazioni. La maturità nel comportamento. Nel porsi. Nel dire no. Nel dire sì. Nel dissipare i dubbi. Nel non farli nascere. Nell'evitare mediocri vasse gratuite speculazioni emotive.
Penso al concetto di equità, al do ut des, al fatto che se non ci si sente presi in giro, certi sentimenti si esternano più volentieri, con più tranquillità. Che alcuni piccoli sforzi va bene farli per primi, ma non da soli. Che va bene fare il primo passo, ma non i primi duecento. Che dare senza ricevere mai, fa un po’ irritare. Un termine (di moda): parità.
Penso all'attitudine che abbiamo (dovremmo avere) di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Di non dire agli altri quel che non vorremmo fosse detto a noi. Di riconoscere, senza tanti giri di parole, il senso autentico delle cose, per quel che in cuor nostro sappiamo essere. Evitando furbizie dialettiche, reticenze, ritardi, o quant'altro. Il termine buono è: onestà intellettuale.
Penso all'empatia, alla capacità che abbiamo di metterci nei panni dell'altro. Di comprenderne le motivazioni, le ansie, le gioie. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri. Un termine buono è: sensibilità.
Penso all'idea di non puntare il dito. Ricordandoci che in fondo siamo i primi a sbagliare, i primi a essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l'altro, e a pensare ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ cattivi. Un po’ chiari e un po’ scuri. Il termine: tolleranza.
Penso alla facoltà di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, l'insieme degli elementi. Penso a saper guardare una fotografia senza fissarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che renda tutto relativo, come è giusto che sia. C'è un verbo: cogliere.
Penso a dei violini, alla musica, a un concerto, allo sfiorarsi. Penso al profumo del fiammifero appena acceso, o del cornetto appena sfornato,o del popcorn appena scoppiato. Penso al sentire. Al sentirsi. Penso al concetto di sognare. Ai colori. Alla leggerezza. Penso al concetto di volare. Di volere. Di correre. Di bere vita. Vita. Di esserci. Di esserci. Di esserci. Penso all'amore. C'è un verbo: amare.
Penso che basterebbe poco.
C'è un verbo: provare.
—  Roberto Emanuelli

in una decina di giorni ho fatto più volte duecento chilometri circa di A4. devo dire che è molto carino da parte dei camion lasciare una corsia libera alle auto mentre occupano tutto il resto dell'autostrada per superarsi a ottantuno all'ora contro ottanta, senza usare mezza freccia manco per sbaglio quando si buttano alla cazzo in corsia di sorpasso.

gentilissimi, davvero.

Credo di amare incondizionatamente i concerti e tutto ciò che riguarda queste manifestazioni, indipendentemente da chi canta e solca il palco in una qualsiasi notte d'estate o di una mezza stagione senza nome.
I concerti lasciano il segno anche se poi il cantante che vai a vedere smette di piacerti, probabilmente forse neanche ti piaceva ma hai dovuto accompagnare la tua migliore amica e non ti avrebbe più parlato se non lo avessi fatto, alla fine ti sei anche divertita.
Ogni concerto è diverso e ci sono persone che sembrano appartenere totalmente ad altro genere di individui rispetto a te eppure la musica riesce ad unirvi.
Che sia pop, rock jazz o classica, magari lirica la musica unisce davvero tutti, forse è davvero qualcosa che va oltre.
Un concerto è bello anche da fuori, sentire e non sentire l'artista per cui sei persa, eppure far di tutto per esserci anche solo con il pensiero perché i biglietti son terminati subito o perché qualcuno doveva dartelo e alla fine ti ha dato solo buca, ma alla fine dentro o fuori non cambia perché rimane un esperienza.
Amo ciò che precede il concerto, sin dall'inizio quando il giorno dell'uscita dei famigerati biglietti gialli non dormi e l'unico tuo amico diventa un computer con Ticketone e Livenation che si ricaricano ogni volta, quando escono inizia a sembrare una corsa agli armamenti, alcune fan sono peggio dell'URSS e degli USA durante il periodo della guerra fredda, mobilitano una famiglia per trovare ciò che cercano e a volte succede che da due biglietti ti ritrovi con sei, o con nessuno, così si corre sui siti non proprio affidabili sperando che il biglietto recapitato a te una settimana prima dell'evento sia vero. 
Amo il conto alla rovescia che inizia a cifre sproporzionate che assomigliano più ad una vita che a qualche mese, duecento trentotto giorni è una vita, e pian piano arrivano ad essere centocinquanta, poi le famigerate due cifre novantacinque, andavo avanti fino al mese pretendente e sono trenta, sembra ancora una vita un po’ più breve però, ma si arriva ai dieci e ti sembra la vita più vicina che ci sia rispetto a ciò che già vivi, poi sono nove giorni ed è poco davvero rispetto a quei duecento trentotto, otto sette e sei passano troppo in fretta che dimentichi anche di segnarlo sul calendario o di vedere il telefono che riporta in un app tutto ciò che ti serve per sapere il tempo che manca, cinque senti già un po’ l'ansia per la partenza e per quello che succederà, quattro e la notte già non dormi quasi più , tre è una particella di duecento trentotto eppure è davvero poco rispetto a tutto quello che rappresenta il duecento trentotto, due e pensi che davvero sia troppo poco, un mezzo battito di ciglia e poi finalmente uno e la notte non dormi perché pensi al giorno dopo, alla vita dopo, a quello che sai essere un sogno da quindicenne, trentenne o cinquantenne che sia perché la musica non ha età e non muore mai, e parti per quel viaggio lungo giunto al termine, gioia e tristezza si mescolano perché è così il concerto, vuoi e non vuoi viverlo.
Zero, sei giunta a destinazione.
La sera arriva così e neanche ti rendi conto, lui o loro cantano e tu canti perché loro ti possano sentire, ci sei e non ci sei, vivi e non vivi, sei così felice che non ti accorgi di quanto questa felicità sia tremendamente passeggera, va via e non ritorna per altri duecento trentotto giorni, un anno e una vita.
Il mese prossimo sarà un anno da Milano e da quando ho sentito le loro voci, oggi sono due anni da quando ero fuori per loro perché non avevo il biglietto.
Un anno, due anni, una vita.
Ma il concerto rimane, ecco perché lo amo, non dimentichi ti rimane quella sensazione di pieno vuoto che è così strana.
—  28 giugno 2014.

Cieli neri a bloccarmi le ali
e il ricordo sospeso di un amore sbagliato
la terra brucia
ti incontro per strada ed abbasso le armi
e stringo il velluto di una notte buttata
la tua voce d’argento che mi ha posseduta
sei ruggine sopra la mia vita.

Lontana da te
non è un consiglio ma un’imposizione
duecento chiodi quando sento il tuo nome
e non ti basta la mia carne come sacrificio
tu vuoi la mia anima e il suo sorriso.

Ultimo ultimo giorno

Non so cosa dire. È arrivato anche per me. È vero, l'ho odiata, maledetta. Avrei preferito sceglierne un'altra, altre cento, forse. Avrei preferito evitare tante e troppe cose, avrei voluto godermi un po’ di più questo tempo. È vero, ho detestato la mia scuola, lo ammetto.
Ma è stata casa mia. Sono qua seduta nel bel mezzo del nulla mentre scorre la notte prima dell'ultimo giorno, l'ultimo giorno da liceale. Sento una sorta di vuoto, come se mi fossi tolta un peso. Ma non è una cosa bella, non adesso. Adesso è solo malinconia. Perché sì, perché per quanto io possa essermi pentita anche solo di aver compilato il modulo di iscrizione, quella scuola è in ogni parte di me. È nel modo in cui parlo, nel modo in cui scrivo, mi esprimo, osservo, leggo e giudico. Io sono così, e sono così anche e soprattutto grazie agli anni di duro lavoro che mi porto alle spalle, anni di supplizi, rabbia, soddisfazioni, delusioni, anni in cui, però, ho capito cosa sia l'amore per la cultura, il desiderio di sapere e capire. Parlo, parlo tanto, mi lamento sempre, ho detto fino a poche ore fa di volermene andare, di non vedere l'ora che suoni quell'ultima campanella per concludere, finalmente. Ma in realtà sono fiera di me. Di me e del mio percorso, che, pur coi suoi limiti, mi ha davvero fornito le basi per la vita. E non parlo del fatto che io adesso sono in grado di declinare il sostantivo rosa rosae, no: al diavolo le nozioni mnemoniche. La mia scuola non è stata questo. Parlo del fatto che ho imparato come funziona, come siamo giunti fin qui, con quali mezzi, con quali ideali, con quante conquiste. Ho avuto la possibilità di accostare la mia sensibilità a quella di altri uomini venuti prima di me, con pensieri uguali o diversi, e nelle loro parole ho potuto trovare un qualcosa, di simile o differente a quella che sono oggi. E così sono cresciuta, sottobraccio coi grandi del passato, con il sentimento di chi, cento, duecento, duemila anni fa, sembrava essermi vicino più di tanti che vivono i miei giorni.
Domani respirerò ancora per una volta l'aria di quella scuola (gli esami non li considero, lì sarò più concentrata a ricordarmi di come si respira e come si sopravvive piuttosto), camminerò ancora una volta lungo quei corridoi luminosi, tra quelle facce conosciute e quei ragazzi che tra qualche anno magari si sentiranno come me. E mi godrò quest'ultimo giorno, certo che lo farò, con la consapevolezza che, nonostante tutto, mi mancherà.

9

Ustica - pictures by Hotelpuntaspalmatore e villaggio punta Spalmatore

Mi ricordo di tante prime volte: il primo giorno di scuola, il primo bacio, il primo volo in aereo. Non mi ricordo la prima volta che ti ho visto, mare. Forse perché essendo nato a duecento metri dalla tua battigia (la distanza necessaria ad evitare che in inverno i tuoi cavalloni entrassero in casa) sei sempre stato presente nell’anima mia, come gli occhi di mia madre o il sorriso di mio padre. Ricordo però che un’estate in il mio zio americano mi comprò le pinne e la maschera ed io, che ti conoscevo solo in superfice, mi immersi per la prima volta dentro di te trovandomi di fronte il tuo meraviglioso mondo. Da allora il mio stare vicino a te, vuole dire immergermi dentro la tua essenza, vedere i fondali, gli sciami di pesciolini che si raccolgono dove l’acqua è calda, la pericolosa lentezza con cui le meduse cercano il largo, i balenii delle aguglie, le famiglie di cefali nelle rocce, i grossi pesci che risalgono dal profondo blu in cui scompare la sabbia e la luce, le stelle marine che incedono incerte e sinuose tra le pietre del fondale. Per me il paradiso era la spiaggia dopo ferragosto, quando ormai i turisti, i bagnanti erano tornati a casa, tu cambiavi con la luna piena e cavalloni enormi prendevano il posto delle acque immobili. In quei cavalloni mi buttavo felice, sentendo la tua voce, l’urto dell’onda sulla ghiaia, il biancore della schiuma, il fuggi fuggi dei piccoli pesci e, una volta tornato in superfice, l’azzurro elettrico del cielo che si specchiava nel tuo azzurro denso e irrequieto, nell’ardere dell’aria e nel tremolio della sabbia rovente. Non mi ricordo la prima volta che ti ho visto, forse è stato attraverso gli occhi di mia madre, prima di nascere, ma già allora, io sapevo d’amarti, sapevo che la mia vita in tè trovava il suo fratello più grande, il suo maestro più paziente.

I remember so many first times: the first day of school, the first kiss, the first flight by plane. I do not remember the first time I saw you, sea. Maybe because I was born two hundred yards from your shore (the distance needed to prevent your big waves from coming in the home in the winter) you’ve always been present in my soul, like my mother’s eyes or my father’s smile. But I remember a summer when my American uncle bought me the fins and the mask, and I, whom I only knew you on the surface, immerse myself for the first time inside you, facing for the first time your wonderful world. Since then, my being close to you, means sinking in your essence, seeing the backdrops, the swarms of fish gathering where the water is warm, the dangerous slowness with which the jellyfish seek the wide, the whales of the billfish, the families of mullets in the rocks, the big fish dating from the deep blue where the sand and light disappear, the starfish marching uncertain and sinuous between the stones of the backdrop. For me, paradise was the beach after mid-August, when the tourists and the bathers had come home, you changed behavior with the full moon and huge big waves took the place of the quite waters. In those big waves I was thrown happy, feeling your voice, the waves against the gravel, the foam whitewash, the escape of the small fish and, once back to the surface again, the electric blue of the sky mirroring in your dense and restless blue, in the warm air that flickering on the hot sand. I do not remember the first time I saw you, maybe it was through my mother’s eyes before I was born, but already then, I knew I loved you, I knew my life in you found her bigger brother, his most patient teacher.

anonymous asked:

Ti seguo dal giorno zero. Mi ricordo le tue risposte e penso a quanto sei cambiato. Ti ho seguito su instagram quando avevi poco più di duecento seguaci e le foto non erano così belle e felici come ora. Ora hai tanti follower ma sembri lo stesso di prima solo più felice. Sembri la parte mancante del Gerald di 1 anno e mezzo fa, quella felice. Vorrei capire come hai fatto a raggiungere la felicità.

Questione di volontà. Sono stato male per troppo tempo e ho dato importanza a persone che di importante non avevano niente.

ombrecorte ha risposto al tuo post “ombrecorte ha risposto al tuo post “I VACCINI DI REPORT” …”

Il tuo è un inecceppibile discorso scientifico, il mio è un ineccepibile discorso di opportunità. Io non sapevo di quegli effetti collaterali, ora che lo so gradirei non che il vaccino dell'HPV venga abolito, ma che si facciano ricerche sulle cause e si rivelino i dati. Insomma, mi aspetto che da quell'inchiesta vengano fuori rassicurazioni, non contrapposizioni.

Perdonami ma… quali effetti collaterali?

Ho scritto duecento righe di post e tu mi dici ‘ora che li conosco, vorrei’?

Cosa conosci ora che prima non conoscevi?

QUELLI
NON
SONO
EFFETTI
COLLATERALI

Capiamoci.

Un effetto collaterale è quando mi iniettano in vena un chemioterapico e poi perdo i capelli vomitando.

Se prendo un Moment e poi divento triste, NON E’ UN EFFETTO COLLATERALE.

La differenza tra CORRELAZIONE e CAUSALITÀ.

Il danno che ha fatto Report sta proprio in questa certezza, tua e di parecchie altre persone.

anonymous asked:

Sei gay vero ?

O molto più probabilmente sono una ragazza. Se tu avessi letto il mio Blog, prima di fare determinate domande, avresti senza problemi capito chi io sia. Ipocriti. Mi avete stancata con le vostre domande superficiali: “Ma sei tu in foto?”, “Maschio o femmina?”, “Che ne pensi di… Secondo me…”. Come vi permettete? Non ho risposto a quaranta domande, trenta sono solo “ma sei tu in foto?”. Vi sembra un adeguato atteggiamento? Prima di venire a sparare cazzate a raffica, leggete il mio blog. Non ho detto “mettete like e rebloggate” perché non li voglio i vostri cazzo di “mi piace” sotto i miei post se non li sentite vostri. Se ci tenete ad avere determinate risposte, in meno di duecento post c'è tutto quello che dovete sapere di me. Detto questo, ho detto tutto.

Li vediamo parlare, li sentiamo dormire

Ci facciamo strada lungo la breve fila di persone che alla cassa aspettano il loro turno. Ci sono ragazzi e ragazze che contano monete che tengono in mano, e poi le danno ai commessi e poi ci sono altri che ricominciano e finiscono, per centinaia di volte ogni giorno. Noi però non abbiamo fame (non ce l’avremo mai) e non dobbiamo comprare niente. Il fast food in cui ci troviamo è immerso nella periferia di una grande città ed è fatto di mattonelle rosse quadrate e quasi tutte uguali. Le scrutiamo con i nostri tantissimi occhi, e con i nostri tanti occhi cerchiamo di ricomporre i disegni che ci suggerisce quello scorcio di vita quotidiana, che ogni secondo si riflette e si moltiplica per centinaia di migliaia di volte lungo tutta la città e lungo tutto il mondo. Fuori da qui c’è una pioggia leggera. Al tavolo numero ventisette è seduto un ragazzo poco più che ventenne. È da solo e ha un cappello rosso, una felpa scura e un giubbotto di pelle. Ha ordinato dei pancake asciutti e una bottiglia d’acqua naturale. Ci avviciniamo e lo guardiamo meglio. Ci avviciniamo e vediamo che ha i capelli biondi e probabilmente ricci (sappiamo che li ha ricci ma non lo possiamo dire), e intuiamo che fuori da qui non ha niente da fare. Ci avviciniamo e proviamo a guardarlo negli occhi ma lui non ci può vedere perché noi non siamo di questa realtà, e di conseguenza sappiamo già tutto e non abbiamo bisogno di guardarlo negli occhi. Ha degli occhi scurissimi che tiene concentrati sul coltello, e lo muove e lo gira e lo tocca come se gli servisse a dare una cadenza ai pensieri, a farli danzare su un ritmo omogeneo e sempre uguale. Comincia a parlare ma noi non lo capiamo. Abbiamo tantissime orecchie e sentiamo bene, ma ha detto qualcosa che nella nostra lingua non restituisce alcun valore. Allora continuiamo ad ascoltarlo ma riceviamo soltanto suoni indecifrabili. Nel mondo però sta succedendo qualcosa, perché di fronte a lui ora è seduta una ragazza che non esiste, che fino a un secondo fa non eravamo in grado di vedere. Qualcuno, in una stanza nascosta nel cuore di questo mondo, ha appena premuto l’interruttore della ragazza al fast food (ma chi è stato? Forse il ragazzo?). Prima non c’era, adesso c’è. Come una lampadina che si accende e si spegne. Ci avviciniamo alla ragazza e vediamo che ha i capelli biondi e molto lunghi. I due si salutano.

Ci spostiamo di 236 km verso sud-est. Siamo al centro di un’altra città, al quinto piano di un palazzo fatto di cemento e grandi vetrate. Sono da poco passate le tre di notte: lui sta lavorando a qualcosa al computer, lei è a letto ancora sveglia, sdraiata sul fianco sinistro. Ci avviniamo al suo orecchio e proviamo a sussurrarle qualcosa, ma non ha modo di sentirci. E allora camminiamo per la stanza scura, saliamo sul televisore acceso e poi sull’armadio e la guardiamo da lì. Ha i capelli biondi e ricci. È sveglia ma sembra avere la mente vuota. Torniamo accanto al suo viso e le guardiamo gli occhi: sono verdi e bianchi e neri e non stanno guardando niente. Vorremmo attirare la sua attenzione ma non sappiamo come fare (e la nostra esistenza, che è parallela alla sua, non ce lo permette). Poggiamo i nostri tantissimi occhi sul suo fianco destro, poi le contiamo i capelli ma smettiamo subito. Nell’altra stanza continua il tac-tac-tac della tastiera, che sigilla il tempo in un’abitudine infinita e immobile. Lei lo sente ma non ci fa più caso; lo sente ma non ci fa più caso da tanto. Non sente più neanche il televisore, che grida qualcosa a bassa voce. Ci avviciniamo allo schermo e lo fissiamo per qualche secondo: immagini di corpi e testi ci scorrono davanti senza avere un senso chiaro. Ci muoviamo e andiamo nella stanza accanto. Lui sta lavorando a qualcosa al computer, ha gli occhiali spessi e gli mancano i capelli sulle tempie. Ha quarantanove anni. Con le nostre tantissime orecchie sentiamo il lontano gocciolio di un rubinetto, in un’altra stanza. Ha il ritmo regolare di una goccia ogni otto secondi. Plic, poi otto secondi, plic. E ancora, plic, 8, plic. È un suono così costante che sembra essere nato insieme ad ogni altra cosa, durante il primo giorno del mondo. È un suono così costante che sembra aver imparato in quindici miliardi di anni a modellare il tempo dandogli una scansione eterna. Gli otto secondi su cui poi si sarebbero basate le azioni di ogni essere umano. Ma è un suono che lo infastidisce; è eterno e lo infastidisce da sempre. Le sue dita picchiano sulla tastiera, e i nostri tantissimi occhi sono capaci di avvertire ogni otto secondi un leggero spasmo nei muscoli dei suoi avambracci. Ma sono cose che non si vedono e di cui lui non può rendersi conto. Torniamo in camera da letto e lei è ancora immobile sul fianco sinistro. Il televisore è ancora acceso. Una mano le scivola in mezzo alle gambe.

Corriamo con le nostre tantissime gambe e ci ritroviamo nel fast food di prima, a più di duecento km a nord-ovest, in un’altra città. Ci abbiamo messo otto secondi e quindi sono quasi le quattro del mattino. Il locale adesso è quasi vuoto. La ragazza bionda che non esiste e il ragazzo con i capelli ricci sono seduti allo stesso tavolo e stanno parlando. A questo punto ci rendiamo conto della necessità di capire quello che sta succedendo. C’è qualcosa in quella ragazza che va oltre il nostro grado di comprensione: se non esiste, perché è lì? E anche fosse accettabile che non esista e che sia lì, perché siamo in grado di vederla (noi vediamo solo quello che esiste)? Eppure noi siamo certi che quella ragazza non esiste e che è stata creata dal ragazzo con i capelli ricci. Ne siamo certi e non riusciamo a capire. Loro due continuano a parlare come se esistessero entrambi, ma non è così. Allora con le nostre tantissime menti ci chiediamo cosa significhi esistere dentro questa realtà, e cerchiamo di stabilire o di trovare i confini entro cui si può parlare di esistenza e di non-esistenza. In qualche modo, con un bottone nascosto in una stanza segreta al centro del mondo, il ragazzo con i capelli ricci ha connesso le sue fibre nervose al piano dell’esistenza e lo ha modificato. Quello che esiste solo per lui ora esiste anche per tutti gli altri; ciò che pensa e ha sempre pensato, in una dimensione personale ma condivisa, adesso esiste anche per tutti gli altri. Ma a lui non importa, e comunque non ha idea di tutto questo. I due hanno un rapporto stretto e ridono e parlano in una lingua che non riusciamo a capire. Lei si alza e lo bacia e decide di andarsene. Lui la accompagna con lo sguardo.

Siamo di nuovo nell’appartamento del quinto piano. Tac-tac-tac. Plic, 8, plic. Il televisore ancora acceso diffonde il suo sibilo verso ogni direzione. Lei è ancora a letto, sul fianco destro. Le dita di una mano che non è più la sua le accarezzano il clitoride senza nessuna pretesa. Noi che possiamo leggere ogni suo pensiero la vediamo tornare con la mente alle notti di due mesi prima, ma il contesto è diverso e non c’è più nessun appartamento al quinto piano. Socchiude gli occhi e apre di poco le labbra e ricompone ricordi, e la sua mente si libera dalla regola degli otto secondi e dal continuo tac-tac-tac della tastiera. È finalmente libera dalle costrizioni, e noi che abbiamo tantissimi occhi e tantissimi sensi siamo in grado di intuire il suo sorriso. Ci avviciniamo per leggerla meglio, e lei per qualche minuto dimentica la sua vita, la sua casa, il rubinetto e l’uomo di quarantanove anni che sta lavorando. A questo punto ci rendiamo conto della necessità di capire quello che sta succedendo. La guardiamo da vicino, poi ci spostiamo e usciamo dalla finestra e la guardiamo da lì per avere un nuovo punto di vista. Adesso siamo sospesi a ventidue metri dal suolo, e da lì la vediamo sul letto, quasi immobile, che ci dà le spalle. Giriamo intorno all’edificio e cambiamo lato: ora dalla finestra vediamo l’uomo di quarantanove anni che sta spegnendo il computer. Lo spegne e si alza toccandosi la nuca, poi sussurra qualcosa che non abbiamo modo di capire (ma che abbiamo sentito benissimo). La donna bionda è sul letto e sta bussando forte su una porta chiusa di cui non esiste la chiave. La vediamo piangere e colti dalla compassione vorremmo fare qualcosa, ma non possiamo perché non è questo il nostro compito (e perché la nostra esistenza in questa realtà non ce lo permette). La porta è scurissima e il contatto con le sue nocche produce un rumore sordo e metallico, che sparisce immediatamente e rimane eterno. La colpisce in modo così violento che cominciano a sanguinarle le mani e le si cominciano a rompere le ossa. La porta ora è quasi completamente macchiata di rosso. Il sangue si mescola alle lacrime e ai frammenti di ossa e cola su un pavimento che non esiste, e poi si perde nel vuoto senza che nessuno riesca a vederlo. Lui entra in camera e spegne il televisore.

Torniamo dal ragazzo con i capelli ricci e vediamo che durante il nostro breve trasferimento non si è mosso di un solo centimetro. È seduto al tavolo e non finirà mai i pancake: sono due, uno è a metà e l’altro non è mai stato toccato. Dalla bottiglia mancano tre centimetri d’acqua. Ci avviciniamo al suo viso e lo ricominciamo a studiare. Le nostre tantissime menti ora sono di nuovo allineate perfettamente al piano dell’esistenza: avvertiamo con certezza la presenza di tutto ciò che esiste, e non c’è più nient’altro che non riusciamo a spiegarci. Sappiamo però altrettanto bene che la ragazza che non esiste è riuscita a piegare questo piano della realtà: con il suo non-esistere, per qualche ragione e in qualche modo che non possiamo comprendere, ha scucito un tratto di esistenza e lo ha ricucito seguendo un altro verso. Questo ci è chiaro dal leggero inarcarsi delle labbra del ragazzo con i capelli ricci, e dalla sua totale dedizione nei confronti della ragazza bionda che non esiste. Noi conosciamo il tempo e sappiamo che lui tornerà qui ogni notte anche senza di lei. Ordinerà pancake e ne lascerà sempre più di metà e poi uscirà sorridendo. Significa che questa notte siamo stati testimoni della scintilla su cui si basa il mondo, l’origine di tutte le cose: abbiamo visto la non-esistenza diventare esistenza eterna e vivere per sempre nei movimenti del ragazzo con i capelli ricci, per una sua scelta che non riguarda più solo lui ma il mondo intero. È una cosa che non riusciamo a spiegarci e che forse non siamo fatti per comprendere.

L’ultima immagine rimane impressa per qualche secondo sullo schermo del televisore, ma non ci fa caso nessuno. Lui si spoglia e si sdraia a letto. Lei apre gli occhi e li richiude subito e riporta la mano (che adesso è di nuovo la sua) al petto. Noi ci nascondiamo dietro l’armadio e li osserviamo con attenzione con i nostri tantissimi occhi. Lui sa che lei non dorme e non le dice niente. Lei stacca le mani dalla porta e ritorna alla sua vita. Le dita non le fanno più male e le lenzuola rimangono bianchissime. Dice che va bene così. La tastiera non fa più il suo rumore, ma è come se la sua eco continuasse a vivere nell’aria. Continuerà a vivere ancora per un po’ di tempo.

Il ragazzo con i capelli ricci si alza ed esce dal fast food. Sono quasi le cinque del mattino e il sole sta per apparire da qualche angolo di cielo. Il risveglio della città ha la forma delle insegne al neon che cominciano ad accendersi. C’è un taxi in strada e lui gli fa un cenno con la mano. Entra in macchina e chiede di andare a casa. Il viaggio dura più di due ore e dal finestrino si vedono scorrere le strade che ancora dormono e si alternano e vanno in alto e in basso come sbadigli infiniti. Si vedono le grandi vetrate dei palazzi e se si guarda bene anche la gente al loro interno. Questa notte il ragazzo con i capelli ricci è la parte più intima dell’infinito ciclo del risveglio. Se ne accorge e sorride.

Sono quasi le cinque del mattino e il giorno sembra ancora lontanissimo. I due sono a letto e si danno le spalle. C’è ancora nell’aria il tac-tac-tac della tastiera, e adesso è chiaro che non morirà mai. Se ne accorgono e si addormentano.

Con gli occhi chiusi mi sono immersa per un momento nell'attimo di sonno e flusso di pensieri. Mi mordicchio le unghie e cambio canzone. Se l'essere umano fosse coerente, nemmeno esisterebbe. Il fatto è che dicono che per fare qualsiasi cosa si debba essere esperti, poi i più grandi sono quelli nati dalle minori esperienze. È un'era d'incoerenza e basta, la mia, la tua, quella di Martin Lutero o Napoleone. Che se tutto fosse coerente, sui libri di scuola si parlerebbe delle Foibe e in Chiesa 2/3 del mio paese non dovrebbe mai metterci più piede. Io avrei perso molte più persone, suonerei il pianoforte, mi farei meno paturnie. Non siamo coerenti con noi stessi. Mi sono promessa cento cose, duecento, settecento e ne ho realizzate il minimo. Vorrei essere più spontanea e darmi retta per quel che basta, non rimuginare, non provare rancore, gelosia, invidia. Quando mi dicono che sono dimagrita, scoppierei in una marea di lacrime, se solo non avessi le mie promesse a sorreggermi. Che son brava, che son bella, che son simpatica, e di tutto si dice niente, del niente non si lascia niente e tutto si ricongiunge alla mia persona, alla mia personalità spezzata da mille cose sbagliate. Ti direi ti voglio un mondo di bene, ti odio, mi hai rotto il cazzo, di te non me ne frega nulla, se solo volessi essere coerente con i miei pensieri. Ma alla base sono loro incoerenti, caotici e mi ci butto a capofitto per trovare la pazienza di non piangere ed impazzire. E poi mi blocco nell'unica cosa che non dovrebbe contare. E gira, rigira, bruciato e buttato nel secchio il mio amor proprio, mi resta un mal di testa ed un bagliore nel buio della camera. Allora scrivo due cazzate, ci rimango di merda ancora, per me stessa, perché per l'ennesima volta mi sono delusa. E se ho imparato qualcosa è che non mi conoscerò mai abbastanza. E chiudo gli occhi

“Come si fa a descrivere, parola per parola, i colori, gli odori dei ricordi, il teatro vuoto dopo lo spettacolo, il panino mandato giù in fretta e furia, l’odore del sudore nei camerini di provincia, il rubinetto del lavandino che sgocciola tutta la notte e ti fa impazzire, quelli del piano di sopra che fanno l’amore, le stanze ammobiliate, gli altri duecento chilometri che devi fare in treno, le prove, il sonno che non arriva, il bottone da attaccare, il trac, la pioggia, il lavandino ingorgato.” (Anna Magnani)

Anna Magnani e il Teatro

il liberismo ha i giorni contati.

Quando un ragazzino compie tredici anni,
chiudilo in un barile e dagli da mangiare dal buco.
Quando ne compie sedici, tappa il buco
”.
Mark Twain

Questa frase è un buon consiglio ma poco praticabile, a cominciare dal fatto che oggi i barili in giro sono molti di meno. Qualche giorno fa ho sentito una vecchia amica. Gli Arab Strap erano in tour in Italia, così ci siamo parlati telefonicamente per vedere un'ipotetica data assieme. Lei è felicemente sposata, ha un figlio poco più che adolescente ma non disdegna, di tanto in tanto, qualche concerto per cui valga la pena andare. Mi ha raccontato che suo figlio un mese fa ha chiamato a casa per avvertire che restava fuori, a dormire a casa di un amico. E fino a qui non c'era nulla di strano, il ragazzo ha compiuto da un po’ i diciott'anni ed è da quando ne ha sedici che è abituato a fare e disfare le sue giornate in piena e totale libertà. La cosa strana di cui sua madre non si dà pace e non riesce a darsi una ragione valida o almeno plausibile è che questo figlio non è stato a dormire dal suo amico ma è stato avvistato dalla figlia di una collega a duecento chilometri di distanza. E anche fino a qui sarebbe poco male se lo si fosse visto fumare hascisc durante gli gomberi di Bologna oppure giocarsi l'intera paghetta a strip-poker o magari per raggiungere il raduno di qualche gruppo Facebook dal nome sprezzante e sarcastico. Invece è stato visto a un pienissimo quanto innocuo festival pop volto a premiare quanta più monnezza possibile nel corso di un'unica sera. Però quando è tornato non ha detto niente.

La mia amica ha educato questo suo figlio in modo senza dubbio liberale e permissivo per andare a contestargli l'accaduto. A patto poi sempre che ci sia (stato) un accaduto. Così, non ha mai posto in discussione l'argomento e non ha mai fronteggiato il fuggitivo mettendolo di fronte alle sue azioni. Ma, come dicevo, ci si sta facendo una malattia e suo marito con lei, soffrendo entrambi nella vana ricerca di dare una spiegazione solida per questa evasione tanto più inspiegabile in quanto normale, anzi normalissima, sotto qualsivoglia profilo fatta eccezione per quello culturale che invece rasenta quello medio-borghese-del-cazzo. Se lo immaginano lì, intrattenuto da due conduttori che di musica non ci capiscono un'acca, che leggono quello che devono dire dal gobbo e solitamente sono un mucchio di stronzate, se lo immaginano lì, a sentire Rovazzi in playback e i Thegiornalisti e non si danno più pace. Soprattutto lei mi chiede lumi e, visto che siamo quasi coetanei e la stessa disgrazia sarebbe potuta capitare anche a me, c'è da comprenderla. Come mi spiego questo inquietante episodio? Non sono uno psicanalista e anche la mia psicologia di vita a volte è parecchio “rudimentale” ma tento lo stesso di formulare un'ipotesi.

Non vedo questo ragazzo da quasi cinque anni ma conosco bene come è stato cresciuto. Compiuti i quattordici anni ha avuto come solenne investitura l'uso delle chiavi di casa. Quando i genitori se ne uscivano la sera, avvertendolo a volte un giorno prima, il ragazzino organizzava sovente festicciole con sgamabilissime ripassate ai liquori del babbo. A quindici, aveva già libero accesso alla libreria e discografia domestica. Nonostante l'episodio in cui rovinò irrimediabilmente la copertina di Ten dei Peral Jam della mamma e quella copia di Lolita che non si capì mai che fine fece. A sedici, il padre gli portò dalla farmacia una scatola di preservativi e nello stesso anno la madre gli mise davanti una confezione di contraccettivi, spiegandogli per filo e per segno i perché e per come del loro utilizzo. A diciassette anni il padre cominciò ad allungargli due sigarette se lo incrociava sulla porta di casa, piuttosto che lo faccia di nascosto e si compri chi sa che porcheria, gli do le mie che hanno di sicuro meno catrame. Con i soldi seguirono lo stesso criterio, meglio creargli un budget suo in un apposito cassetto che faccia debiti o peggio freghi qualcosa a casa per venderselo. Lo stesso per la scuola, ricordo una volta che mi disse: “Domani andiamo a vedere i Muse, alcuni suoi compagni di classe ci vanno e sembra dispiacergli essere l'unico del gruppo a non andare, piuttosto che faccia sega a scuola per ripicca, glielo porto io no? Si tratta di una sola assenza e l'anno è ancora lungo”.

Mi immagino questo ragazzetto che non ha mai falsificato una firma nel libretto delle assenze, che si è sparato la prima sega leggendo un romanzo di Nabokov, che non ha mai portato una ragazza al parco perché i suoi non gli lasciavano casa libera, che non ha mai mandato in avanscoperta l'amico con più peluria di tutti sotto il naso per accaparrarsi una copia di Le Ore, un pacchetto di MS o una lattina di birra, che ha studiato una vita intera col meglio e il peggio (che poi sono interscambiabili) della scena grunge statunitense proveniente in sottofondo dal salotto, che si è visto i Muse in terza superiore più per una paranoia di sua madre che per proprio reale interesse, che non ha nemmeno provato l'imbarazzo di girare dieci minuti attorno al distributore di preservativi prima di avere campo libero per fare l'intimo acquisto. E me lo immagino all'arena di Verona respirare finalmente un respiro di sollievo: avere una reazione, una botta di reni e andarsi a sentire la sua musica di merda preferita. Per giunta di nascosto da mamma e papà e dalla loro orgia di tolleranza. Io non ci trovo nulla di strano. Anzi, per certi versi spero perseveri, recuperando la clandestinità e l'anarchismo perduto – che Rovazzi e i Thegiornalisti non sono mai stati così punk.

youtube

breathe out
so i can breathe you in
hold you in

(foo fighters - everlong)

vent’anni esatti fa usciva il secondo album dei foo fighters.

traccia undici. everlong.

c’è che traccia undici, sul serio? un posizionamento così anonimo è quasi più bello che strano per una canzone del genere.

c’è che è una canzone d’amore senza la parola amore. non ce n’è bisogno. 

c’è che ci sono quei versi là sopra, che sono tutto quello che serve dire alla persona stesa di fronte a te quando ogni altra sillaba sarebbe superflua. 

c’è che ci sono versi che chiedono all’altra persona di non fermarsi, neanche quando le sarà chiesto di farlo. 

c’è che ci sono versi che parlano di buttare via il tempo insieme. ed è tutto lì.

c’è che quando cantiamo insieme mi chiedo se ci sia qualcosa che possa sentire così vero per sempre (ma in inglese suona meglio, come tutto).

c’è che esiste una versione acustica di questa canzone, immortalata prima in un video di dave grohl che la canta con una maglietta bianca e un sorriso imbarazzato (video che è imploso da youtube dopo averci troneggiato per anni, la disdetta), e poi nel greatest hits della band, che boh, vai tu a scegliere quale delle due preferisci.

c’è che ha un video buffo e un intermezzo parlato incomprensibile, in cui grohl legge un manuale di qualche tipo. 

c’è che ci sono io ragazzino che accordo l’acustica in drop d per imparare a suonarla, anche se faccio schifo.

c’è che è una delle canzoni più belle che abbia mai sentito in vita mia.

c’è che ci sono tutta una serie di momenti, cassette e cd masterizzati coi titoli scritti con l’indelebile, cuffiette, camminate, viaggi in treno, autobus, auto.

c’è che beccarla alla radio e commuoversi senza la minima vergogna.

c’è che il riff iniziale è stata la mia marcia nuziale (avete voluto la parità dei sessi?).

c’è che a grohl io posso solo dire grazie. per i primi vent’anni di questa canzone, per i prossimi duecento almeno.