due pezzi

Se solo i miei occhi smettessero di incontrare i suoi
Se solo le mie gambe non mi portassero davanti a lui
Se solo i miei pensieri non tornassero da lui
Se solo le mie labbra non cercasserò le sue
Se solo il mio cuore non battesse per lui
Se solo i miei ricordi non fossero legati a lui
Se solo non l'avessi mai incontrato..
Cose che accadono quando si cambia un pannolino.

(Tratto da: Racconto di gennaio - di Alessandro Baricco su Smemoranda 2001 - 12 mesi)

1. Il pannolino può essere cambiato per tre ragioni: a) perché lo dice la mamma; b) perché lo dice la suocera; c) perché il bimbo ha cagato. Naturalmente il gesto perde, nei primi due casi, gran parte della sua drammaticità. Il vero, autentico, cambio di pannolino prevede la presenza della merda. Di solito accade così. La mamma prende in braccio il bambino, lo annusa un po’ e dice, con voce gaia e piuttosto cretina: “E qui cosa abbiamo fatto, eh?, sento un certo odorino… cosa ha fatto l'angioletto?”. Poi la mamma va di là e vomita. A questo punto si riconosce il padre di sinistra dal padre di destra. Il padre di destra dice: “Che schifo” e chiama la tata. Il padre di sinistra prende il bambino e lo va a cambiare.

2. Il pannolino si cambia, rigorosamente, sul fasciatoio. Il fasciatoio è un mobile che quando lo vedi a casa tua capisci che un sacco di cose sono finite per sempre, tra le quali la giovinezza. Comunque è studiato bene: ha dei cassettini vari e un piano su cui appoggiare il bambino. Far star fermo un bambino su quel piano è come far stare una trota in bilico sul bordo del lavandino. È fondamentale non distrarsi mai. Il neonato medio non è in grado quasi di girarsi sul fianco: ma è perfettamente in grado, appena ti volti, di buttarsi giù dal fasciatoio facendoti il gesto dell'ombrello: pare che si allenino nella placenta, in quei nove mesi che passano sott'acqua. Dunque: tenere ben ferma la trota e sperare in bene.

3. Una volta spogliato il bambino, appare il pannolino contenente quello che Gadda chiamava “l'estruso”. È il momento della verità. Si staccano due pezzi di scotch ai lati e il pannolino si apre. La zaffata è impressionante. È singolare cosa riesca a produrre un intestino tutto sommato vergine: cose del genere te le aspetteresti dall'intestino di Bukowski, non di tuo figlio. Ma tant'è: non c'è niente da fare. O meglio: si inventano tecniche di sopravvivenza. Io, ad esempio, mi son convinto che tutto sommato la merda dei bambini profuma di yogurt. Fateci caso: se non guardate, potrebbe anche sembrare che vostro figlio si è seduto su una confezione famiglia di Yomo doppia panna. Se guardate è più difficile. Ma senza guardare… Io con questo sistema sono riuscito a ottenere ottimi risultati: adesso quando apro uno yogurt sento odor di merda.

4. Impugnare con la mano sinistra le caviglie del bambino e tirarlo su come una gallina. Con la destra aprire la confezione di salviettine profumate e prenderne una. Neanche il mago Silvan ci riuscirebbe: le salviettine vengono via solo a gruppi di ottanta. Scuotete allora il blocchetto fino a rimanere con tra le dita un numero di salviettine inferiore a cinque. A quel punto, di solito, la gallina-trota, stufa di stare appeso come un idiota, dà uno strattone: se non vi cade, riuscirà comunque a spargere un bel po’ di cacca in giro. Tamponate ovunque con le salviettine profumate. Ritirate su il pollo e con gesto rapinoso pulite il sedere del bambino. Posate le salviettine usate nel pannolino, e chiudetelo. A quel punto la vostra situazione è: nella mano sinistra, un pollo-trota coi lineamenti di vostro figlio. Nella mano destra, una bomba chimica.

5. NON andate a buttare la bomba chimica! La trota scivolerebbe per terra. Quindi posatela nei paraggi (la bomba, non la trota) registrando il curioso profumo di yogurt che si spande nell'aria. Senza mollare la presa con la mano sinistra usate la destra per detergere a fondo e poi passate all'olio. Ve ne versate alcune gocce sulla mano. Esse scivoleranno immediatamente giù verso il polso, valicheranno il confine dei polsini e da lì spariranno nell'underground dei vostri vestiti: la sera ne troverete tracce nei calzini. Completamente lubrificati, passate alla Pasta di Fissan, un singolare prodotto nato da un amplesso tra la maionese Calvè e del gesso liquido. Ne riempite il sedere del pollo, e naturalmente ve ne distribuite variamente in giro per giacche, pantaloni ecc. A quel punto avete praticamente finito. A quel punto il bambino fa pipì.

6. Il bambino non fa pipì a caso. La fa sul vostro maglione. Voi fate un istintivo salto indietro. Errore. La trota, finalmente libera, si butta giù dal fasciatoio. Ritirate su la trota e non raccontate mai alla mamma l'accaduto.

7. Prendere un pannolino nuovo. Capire qual è il lato davanti (di solito c'è una greca colorata che aiuta, facendovi sentire imbecilli). Inserire il pannolino tra le gambe del bimbo e chiudere. Il sistema è stato studiato bene: due specie di pezzi di scotch, basta una piccola pressione e il pannolino si chiude. Sì, ma quanto si chiude? Così è troppo stretto, così è troppo largo, così è troppo stretto, così è troppo largo. Si può arrivare anche a una ventina di tentativi. È in quel momento che il bambino inizia a intuire di avere un padre scemo: giustamente manifesta una certa delusione, cioè inizia a gridare come un martire. Da qui in poi si fa tutto in apnea e in un bagno di sudore.

8. Nonostante i decibel espressi dal bambino, mantenere la calma e provare a rivestire il bambino. È questo il momento dei poussoir. Quando Dio cacciò gli uomini dal paradiso terrestre disse: partorirete con dolore e dovrete chiudere le tutine dei vostri figli coi poussoir. Per chiudere un poussoir bisogna avere: grandissimo sangue freddo, mira eccezionale, culo della madonna. Il numero di poussoir presenti in una tutina è sorprendente e, perfidamente, dispari.

9. Se, nonostante tutto, riuscite a rivestire il bambino, avete praticamente finito. Vi ricordate che avete dimenticato il borotalco: il culetto si arrosserà. Pensate ai bambini in Africa, e concludete: si arrosserà, e che sarà mai. Quindi prendete il bambino e lo riconsegnate alla mamma. Lei chiederà: “L'hai messo il borotalco?”. Voi direte: “Sì”. Con convinzione.

10. Ripercussioni fisiche e psichiche. Fisicamente, cambiare un pannolino brucia le stesse calorie di una partita di tennis. Psichicamente il padre post-pannolino tende a sentirsi spaventosamente buono e in pace con se stesso. Per almeno tre ore è convinto di avere suppergiù la nobiltà d'animo di Madre Teresa di Calcutta. Quando l'effetto sparisce, subentra un irresistibile desiderio di essere single, giovane, cretino e un po’ di destra. Alcuni si spingono fino a consultare il settore “Decapottabili” in Gente Motori. Altri telefonano a una vecchia ex fidanzata e quando lei risponde tirano giù. Pochi dicono che devono andare a comperare le sigarette, escono e poi, tragicamente, ritornano. In casa li avvolge la sicurezza del focolare, il tepore di sentimenti sicuri, e un singolare, acutissimo profumo di yogurt.

«Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore».
—  E. De Luca
Quei due erano così complicati.Lui orgoglioso e lei strana a volte sensibile a volte mandava tutto a fanculo senza nemmeno pensarci, però dopo se ne pentiva e faceva di tutto per rimediare.Quei due sapevano amarsi come nessuno.Quei due erano unici, niente riusciva a separarli, potevano gridarsi contro quanto volevano e mentre non si sentivano si mancavano, non si cercavano, ma si pensavano anche se nessuno dei due lo ammetteva mai.Quei due erano l'imperfezione, ma insieme diventavano la  perfezione, si completavano a vicenda si appartenevano prima ancora di conoscersi, si sono sempre appartenuti e si sono sempre cercati, fino a quel giorno che si incontrarono.Erano strani, diversi , ma come si completa un puzzle?Con pezzi diversi e loro erano fatti per incastrarsi tra altri mille pezzi di puzzle , completeranno il puzzle anche con mille litigi.Lo completeranno e rivedendolo penseranno a tutti i momenti passati insieme e capiranno che niente e nessuno li potrà mai dividere.
—  la-ragazza-apatica

Your Name
[
Kimi no Na wa]

Il nome che i personaggi ripetono all’infinito nel film è musubi. Si tratta di una parola intraducibile della lingua giapponese che teoricamente vuol dire “legame”, ma praticamente contiene un’ampia gamma di significati.

Il musubi non è il destino: è il riconoscimento di un legame fra l’essere umano e il sovrannaturale, o il naturale, o un altro essere umano. Non è trascendente, ma immanente, e si costruisce di propria volontà per legarsi a qualcuno o qualcosa. Il musubi è una corda.

Il musubi, quindi, è proprio questo legame con la natura: lo stesso ideogramma della parola musubi, ovvero , è formato dai due pezzi ito , cioè “filo”, e yoshi 吉, cioè “felicità”, e quindi il musubi è «quella “cosa” che lega due entità e, in questo modo, da loro la felicità»

Smettete di amare le persone sbagliate, smettete di tenere in piedi rapporti impossibili semplicemente perché amate. L'amore non basta. Smettete il prima possibile, perché quando due pezzi di un puzzle non si incastrano alla perfezione è inutile forzare, è completamente inutile. Amare non basta. Le persone bisogna che siano fatte l'uno per l'altra. Non si deve stare insieme a tutti i costi, non ci si deve torturare solo per l'amore che c'è, perché sappiate che quando resistete a tutto perché amate fin troppo una persona, beh è tutto inutile! Se quella persona vi amasse allo stesso modo non vi metterebbe nella condizione di “resistere a qualsiasi costo”, ma semplicemente vi farebbe star bene. Sempre! Non a sprazzi!
L'amore non basta, specialmente se ad amare è uno solo.
Eravamo due pezzi di puzzle,
Con un diverso incastro.
Incompatibili, ma inseparabili.
Da questo finestrino, guardo la vita, scorrermi davanti agli occhi, come se fosse un nastro.
Guardo la gente e vedo solo facce sfocate,
Come sfocato è il ricordo che ho di te.
Sul ciglio case abbandonate,
Come tu hai abbandonato me.
Ed io sono un libro, dalle pagine strappate,
Che nessuno vuole leggere.
E queste nuvole,
a differenza tua pur cambiando,
Non mi lasciano.
Restano con me.
Sento il rumore
Del motore che strilla,
Come me in quella notte,
Quando t'urlai forte:
“Resta con me, amore.”
E tu invece andasti via,
Facendo a pezzi il mio cuore.
E mentre il vento soffia tra i miei capelli,
Guardo la nostra foto sullo sfondo del cellulare,
Eravamo tanto belli,
Quasi da farci invidiare.
Se ci penso, un vero addio non me l'hai regalato,
Mi hai detto “Ti richiamo” e poi…
Poi sei scappato,
Non sei più tornato.
E adesso non ci sei
hai lasciato un vuoto
Dentro ai giorni miei,
Io provo a colmarlo in qualche modo,
Ma sono solo tentativi a vuoto,
Sono solo fallimenti,
Fallimenti come me,
Che sotto questo cielo di stelle
resto a fari spenti,
A sentirti ancora sulla mia pelle,
Ad ammirare questa luna, che sembra non voler andare via.
E nel mio cielo, ormai vuoto, vorrei che tu fossi ancora la mia.
— 

Sotto questa luna. | Antonio Guerra.

Ringrazio infinitamente Chiara (Aka dipingersi) per avermi donato la possibilità di trasformare le sue parole in poesia.

È impressionante come le persone in ospedale pensino prima agli altri che a loro stessi.
Me ne sono resa conto in questi giorni: ogni battuta è buona per nascondere il minimo dolore, un sorriso per nascondere una qualsiasi smorfia.
Possono star male fino al limite, ma cercheranno sempre di non darlo a vedere, cercanno sempre di non trasmettere il dolore che provano alle persone vicine.
Diventi altruista a stare lí dentro.
È tre giorni che giro per quei corridoi deserti e l'unica cose che desidero è render sinceri quei sorrisi che stanno lí solo per non preoccupare i familiari.
L'ospedale, le malattie…
Ti cambiano compleatamente, ti rendi davvero conto di quello che avresti potuto perdere e di quello che davvero hai.
Ti fanno aprire gli occhi.
Ti fanno vivere e al tempo stesso morire.
Ti aggiungono due pezzi al puzzle, per poi sottrarne altrettanti.
E ti rendi conto che non lo potrai mai concludere davvero, ma soltanto trovare il modo di sostituire quel piccolo pezzo mancante.
Ogni mattina sempre la stessa storia.
Vorrei averti qui, al mio fianco, mentre mi abbracci e con lo sguardo assonnato mi sussurri: “Buongiorno, amore”.
Vorrei poter ripercorrere con le dita le tue costole, il tuo collo, accarezzare le tue labbra.
Vorrei poter appoggiare la mia testa sul tuo petto ed stringere forte la tua mano.
Vorrei incastrare le mie gambe tra le due e avere la conferma che siamo come due pezzi di un puzzle che combaciano alla perfezione.
Vorrei sentire il tuo odore, i tuoi baci lungo la schiena.
Vorrei che mi sfiorassi la pelle, il corpo, ogni singolo giorno.
Vorrei un risveglio così.
Vorrei averti nella mia vita.

- tsukino-suiren
Non potevo sopportare il ridicolo a cui ero stato esposto, così un sabato sera fumai e mi sbronzai, dopo di che camminai fino ai binari della ferrovia e mi ci sdraiai sopra aspettando il treno delle 11, sistemandomi due grossi pezzi di cemento sulle gambe e sul petto e intanto il treno si avvicinava sempre di più. E invece di travolgermi passò sui binari accanto a me.
—  Kurt Cobain
ALICE E IL CAPPELLAIO MATTO

Vuole la storia che Alice  e il Cappellaio si sarebbero persi per tantissimo tempo, per poi ritrovarsi come se fosse passato solo un secondo. Era una storia strana la loro, potevano stare lontanissimi, non vedersi, né sentirsi,ma questo non avrebbe cambiato il loro incontro.

Alice sentiva quando il Cappellaio non era felice, se gli succedeva qualcosa o si allontanava. Guardava il cielo, le nuvole, si era resa conto, che anche se in due mondi inconciliabili, forse, non erano lontani. Era stato difficile trovarsi la prima volta, riconoscersi nella moltitudine, ma da allora lo spazio e il tempo erano solo concetti astratti, comunque sembravano legati da una sorta di filo che non riusciva a spezzarsi.

Si erano persi, Alice pensava per sempre, irrimediabilmente, ma il Cappellaio è tornato a farle visita nei sogni, per diverse notti. Tutti pensavano fosse felice, in procinto di una deliranza, ma nel sogno di Alice non faceva che stringerla forte, prigioniero del sortilegio di una regina di Cuori, mascherata da buona regina Bianca. Alice non riusciva a capire il significato di questi sogni.

Forse solo suggestioni della sua nostalgia, forse, una spiegazione inconscia a quel silenzio forzato, forse, un segnale d’allarme. Alice, inspiegabilmente, riusciva sempre a capire quando il Cappellaio non era felice, anche se (in questa favola) l’aveva ferita in maniera davvero profonda, anche se aveva detto “Basta” in maniera definitiva, di solito, era sempre intervenuta per aiutarlo, sfidando logica, tempo, orgoglio e anche se stessa. Ne aveva passate talmente tante che si era proprio convinta che se lo voleva per davvero, niente era impossibile o le faceva paura, nemmeno attraversare gli specchi o lottare contro il Tempo, loro nemico più grande, insieme al tempismo. Sarebbero stati due pezzi perfetti di un puzzle se fossero riusciti a incastrarsi, ma non erano mai al posto giusto, nel momento giusto.

E quindi la storia vuole che siano lontanissimi, mondi, anni, vite, ma che i loro ricordi, le loro vite, inevitabilmente si intreccino, il Cappellaio le accarezzi dolcemente la testa e la guardi negli occhi e in quell’attimo non esiste tempo, spazio, regine di cuori, ma tutto si cristallizzi. Sì, alla fine, nella lotta contro il tempo hanno vinto loro!

(ALICE)

E si sa come il vocabolo greco che indica l'attimo senza ritorno, da cogliere come un fiore miracoloso − kairos – sia usato per definire un altro indefinibile: la momentanea, lampeggiante fissura tra l'ordito e la trama in cui la spola penetra fulmineamente, come la lama mortale tra i due pezzi di un'armatura

Cristina Campo

Ti amo per il fatto che quando mi abbracci succede una cosa strana, è come se mi sentissi di nuovo intera, piena, come quando due pezzi di un puzzle combaciano perfettamente e così riesci a vedere bene la figura, ecco, io riesco a vedere bene il mondo, è come ricominciare a respirare

Quelli come noi non si perderanno mai,
passeranno il tempo a perdersi, ad odiarsi,
per poi ritrovarsi, stringersi ed amarsi.

Quelli come noi passano il tempo a farsi la guerra,
a dimenticarsi, per poi ritrovarsi sulla stessa terra
a compiere gli stessi passi.

Quelli come noi sembrano incastrarsi
in un maledetto abbraccio,
ritrovarsi tra mille,
come due pezzi di puzzle.

Quelli come noi sono angeli caduti dal paradiso,
Diavoli ascesi dall'inferno
e ci basta un sorriso per legarci in eterno.

—  Antonio Guerra | Quelli come noi. (Via @piecesofdamon)