dove andiamo

Non sono fidanzata perchè non voglio accontentarmi di un amore mediocre , quando posso avere il meglio. E no non voglio avere uno chiunque al mio fianco , non voglio un di questi “uomini” che non si posso definire tali, che davanti alla prima difficoltà del tuo carattere scappano via come dei conigli. Invece io no , io voglio un uomo che sappia quello che vuole , che quando provo a scappare lui mi rincorre . E durante una litigata mi prende e mi bacia , che mi faccia vivere una vita folle , pazza e no monotona. Che osserva ogni minimo dettaglio , che mi bacia  nei miei punti vulnerabili , sulle mie cicatrici , che nonostante tutto e il mio carattere di merda resta al mio fianco , anche se sono la persona piu strana e difficile di questo mondo . Che in un giorno qualcuno scappiamo e andiamo chissà dove , che ha la sua opinione su tutto anche se e diversa dalla mia, un uomo che non ha paura.E voglio un complice , un amico , un amante al mio fianco , no uno zerbino. Forse chiedo troppo ma io sono cosi , non mi accontento di chiunque pur di non restare sola , perchè voglio una persona con qui fare tutto , un viaggio organizzato un ora prima , un viaggio in macchina per ore , la musica alta , e i nostri corpi che si completano , il fumo, i tramonti , i libri condivisi , una persona che mi completata e mi asseconda su tutto . Quindi scusatemi se chiedo cosi tanto e voglio il meglio ,e fino a quando non trovo tutto ciò preferisco non avere un fidanzato , perchè non voglio accontentarmi.
Quando mi chiedevi “dove andiamo?” e ti rispondevo “per me, è uguale. Scegli tu”, non lo dicevo per noia, per pigrizia. Per me era uguale. Ogni posto era uguale. Ogni posto faceva lo stesso. Ogni posto non era ne piú, ne meno bello di un altro. Per me quell’ “uguale” voleva dire: basta che tu sia qui. Che poi tra le tue braccia era il mio posto preferito, e allora avresti dovuto capirlo che quel “per me è uguale” significava questo: non importa dove siamo, voglio solo che c'abbracciamo.
—  Katia Vergone

“Mi piace il verbo sentire.
Sentire il rumore del mare, sentirne l'odore. 
Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra, sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco. 
Sentire l'odore di chi ami, sentirne la voce e sentirlo col cuore. 
Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente.”

- A. Merini, “Mi piace il verbo sentire”
- P. Gauguin, “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?”

Quando mi chiedi “Dove andiamo?” e ti rispondo “Per me è uguale.Scegli tu”., non lo dico per noia, per pigrizia. Per me è uguale. Ogni posto è uguale. Ogni posto fa lo stesso. Ogni posto non è ne più, ne meno bello di un altro. Per me quell’“uguale” vuol dire, basta che tu sia qui. Che poi tra le tue braccia è il mio posto preferito, e allora devi capire che quel “per me è uguale” significa questo, non importa dove siamo, voglio solo che c'abbracciamo.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
Ma, io dico.

Ma io dico, dove stiamo andando? Dove andate tutti. Su cosa fermate le vostre parole? L’adirarvi, il tedio e il furore, la punizione, l’amore e la sentenza? Nessuno domanda, nessuno osserva, nessuno scalpita. Tutti in assenza d’ossigeno, tutti in equilibrio sulla propria minima mollica. Tutti dietro alla minuta mollica: corri e metti in salvo il pane bianco per la sera. Tutti a gettare la mollica, tutti a sopravvalutare Mollica.

Vivi per una mollica in assenza di ossigeno. Respiri molliche e potresti avere ossigeno, leale, ampio, assennato, scivoloso, lungo le arterie, lungo gli arti, lungo le mani, che rapinano il cervello e feroci battono sulla tastiera. Dico: io vado e della mollica non mi curo. Perduti come fauna d’estinzione dietro l’osso da rosicchiare, ombre della nostra ombra, borseggiatori di noi stessi, verde muffa del pane bianco della sera, uomini e sentenze. Io vado, tu se vuoi resta, a conservare la mollica per questi tempi che sì, son duri. Conserva, accumula, serba, accantona, e resta. Resta quel che resta. Tu resta, ché la mollica non fugga via, ché alcuno non allunghi il palmo per arraffare – nefando mentecatto! E per allora sarò già andata via, dispersa tra granelli di vita e orme di terra pesta, braccio di alberi cupi, armonioso accordo sospeso nel moto universale degli Astri. Oh, sarò ossigeno per allora, sarò ossigeno franco, incenso, barlume, celeste fenditura nel cartongesso grigio. Ballerò tra le nubi, il sorriso negli occhi e lacrime tra i denti; aeroplano della mia breve esistenza, gioia inattesa come un girasole sul grattacielo. Senza dormire, veglierò sugli argini stanchi, sui sorrisi abbandonati, sui lembi sdruciti del Pensiero. Combatterò la paura con il bianco del giglio, romperò il lucchetto del silenzio con il ruggito della fede.

Non restate a conservare la mollica: si deteriorerà, come il vostro corpo, le vostre unghie, le vostre cellule, il vostro occhio, il vostro cuore, il vostro polmone. E non avrete afferrato ossigeno, e non avrete chiuso nel battito un dire, un fare, un amare, il fiore espanso del vostro Vivere. Non restate in casa con i forconi alzati, non restate a un passo da voi, ostaggio del “voi”, sonnolenti viandanti, briciole d’uomo. Statico corpo, mutevole anima. Volubile, incostante, caparbia gaiezza d’esser aria leggiadra e senz’armi, ché la mia sola arma è il mio solo essere, è il solo sorriso che naviga ingenuo, sicuro, senza sosta sul mio volto. Ondeggio come grano rosa battuto dallo Scirocco e rido alla gioia che dalla mollica non deriva. Sono cesta e frutto: abito una linea retta, percorro una circonferenza. Muovo un passo, proseguo, adotto, amo, scrivo, respiro in estasi l’ossigeno più vivo che mai abbia attraversato il corpo fragile come foglie secche lungo le vie d’autunno.

Io vado. Io vado nelle parole che scrivo, lontane, nel luogo lontano che i miei occhi ammirano e il tuo cuore custodisce. Io vado, nelle parole che leggo, nella bellezza del mondo. Io vado nell’armonia di un accordo sospeso. Io vado, nel colpo di cassa profondo, inchiodato. Io vado, nell’amore che trascina, nell’amore che ti porto, diletto lettore. Io vado, nelle lettere che investono la tua pupilla umida, pregiato lettore. Io vado, non chiedermi di restare, non posso. Io devo. Devo seguire l’odore infante del libero sentire. Io vado, e tu?

Articolo di Federica Piacentini

“Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” - Paul Gauguin

Quando mi chiedevi “dove andiamo?” e ti rispondevo “per me, è uguale. Scegli tu”, non lo dicevo per noia, per pigrizia. Per me era uguale. Ogni posto era uguale. Ogni posto faceva lo stesso. Ogni posto non era ne piú, ne meno bello di un altro. Per me quell’ “uguale” voleva dire: basta che tu sia qui. Che poi tra le tue braccia era il mio posto preferito, e allora avresti dovuto capirlo che quel “per me è uguale” significava questo: non importa dove siamo, voglio solo che c'abbracciamo.

quando mi chiedevi “dove andiamo?” e ti rispondevo “per me, è uguale. scegli tu”, non lo dicevo per noia, per pigrizia. per me era uguale. ogni posto era uguale. ogni posto faceva lo stesso. ogni posto non era ne piú, ne meno bello di un altro. per me quell’ “uguale” voleva dire: basta che tu sia qui. che poi tra le tue braccia era il mio posto preferito, e allora avresti dovuto capirlo che quel “per me è uguale” significava questo: non importa dove siamo, voglio solo che ci abbracciamo.

Facciamo l'amore in macchina, in periferia, dove nessuno arriva a vederci. Oppure andiamo al parco, ci rotoliamo nell'erba, ridiamo a crepapelle, parliamo a vanvera, e tu mi ripeti che sono bella e io ti rispondo che sei un bugiardo.

Mi piacciono quelli sicuri. Quelli che se gli chiedi ‘Dove andiamo oggi?’ ti dicono un posto, e non il solito 'Non so, decidi tu’. Mi piacciono quelli che se vogliono un bacio te lo danno, ti prendono alla sprovvista, quando meno te l'aspetti. Quelli che se dicono una cosa la fanno, che non vivono nei 'ma’, nei 'forse’ che sanno decidere.
—  ( via @mentimilultimavolta )