dolentis

Tu sei per me una creatura triste,
un fiore labile di poesia,
che, nell’istante stesso che lo godo
e tento inebriarmene,
sento fuggire lontano
tanto lontano,
per la miseria dell’anima mia,
la mia miseria triste.
Quando ti stringo pazzamente al cuore
e ti suggo la bocca,
a lungo, senza posa,
sono triste, bambina,
perché sento il mio cuore tanto stanco
di amarti cosí male.
Tu mi dài la tua bocca
e insieme ci sforziamo di godere
il nostro amore che sarà mai lieto
perché l’anima in noi è troppo stanca
dei sogni già sognati.
Ma sono io sono io il vile,
e tu sei tanto in alto
che, quando penso a te,
non mi resta che struggermi d’amore
per quel poco di gioia che mi dài,
non so se per capriccio o per pietà.
La tua bellezza è una bellezza triste
quale avrei mai osato di sognare,
ma, come tu mi hai detto, è solo un sogno.
Quando ti parlo le cose piú dolci
e ti stringo al mio cuore
e tu non pensi a me,
hai ragione, bambina:
io sono triste triste e tanto vile.
Ecco, tu sei per me
null’altro che una fragile illusione
dai grandi occhi di sogno,
che per un’ora mi si stringe al cuore
e mi ricolma tutto
di cose dolci, piene di rimpianto.
Cosí mi accade quando stancamente
mi struggo a infondere nei versi lievi
un mio spasimo triste.
Un fiore labile di poesia,
nulla di piú, mio amore.
Ma tu non sai, bambina,
e mai saprai ciò che mi fa soffrire.
Continuerò, piccolo fiore biondo,
che hai già tanto sofferto nella vita,
a contemplarti il viso che ti piange
anche quando sorride
– oh la dolcezza triste del tuo viso!
non saprai mai, bambina –
continuerò a adorare accanto a te
le tue piccole membra melodiose
che han la dolcezza della primavera
e son tanto struggenti e profumate
che io quasi impazzisco
al pensiero che un altro le amerà
stringendole al suo corpo.
Continuerò a adorarti,
e a baciarti e a soffrire,
finché tu un giorno mi dirai che tutto
dovrà essere finito.
E allora tu non sarai piú lontana
e non mi sentirò piú stanco il cuore,
ma urlerò dal dolore
e ribacerò in sogno
e mi stringerò al petto
l’illusione svanita.
E scriverò per te,
per il tuo ricordo straziante
pochi versi dolenti
che tu non leggerai piú.
Ma a me staranno atroci
inchiodati nel cuore
per sempre.
—  Cesare Pavese, Tu sei per me una creatura triste | 4 settembre 1927
KON-ICE: piselli e patate.

Non è food porn né porn… si parla di peni e vagine, di mortaio e di pestello, di testa di tartaruga e porta di giada, di lingam e yoni, di mastro di chiavi e guardia di porta, di agganci a latitudini basse, di liaisons dangereuses, dell’apostrofo rosa tra le parole ‘si scopa?’ dell’unione dei corpi nell’estasi suprema che è propria dell’idillio dell’amore.

GLOSSARIO DEI TERMINI

Pene: è un clitoride che si è allungato verso l’ottava settimana di vita fetale. La funzione principale è quella di espellere lontano dai piedi il prodotto di scarto del metabolismo renale e in seconda istanza quello di essere introdotto in cavità altrui ed espellere un brodo di girini chiamato ‘sperma’. Per quanto ci mettiate buona volontà, la seconda cosa la farete molto molto meno della prima. Il pene misura tra 12 e i 18 cm (con una media di 15 cm) e la sua lunghezza dipende dalla genetica e da fattori intrinseci ormonali. Averlo lungo non serve a nulla e dopo capirete il perché.

Vagina: è un pene che si è spiaccicato verso l’ottava settimana di vita fetale. La funzione principale è quella di espellere sui piedi il prodotto no, eventualmente quello lo fa la vulva (vulva–>vagina+uretra)… la vagina è chiamata così perché significa ‘fodero di spada’ in latino e quindi anatomicamente serve solo a infilarci il pene dentro. Oppure a NON infilarci il pene dentro, mica è obbligatorio.
La profondità del canale vaginale, a differenza della lunghezza del pene, è proporzionale all’altezza della portatrice, quindi avere un pene johnholmico senza stare copulando con Brienne di Tarth, significa dare delle gran mazzate sul collo dell’utero… per niente piacevoli, visto che il clitoride sta altrove.

Clitoride: dopo l’ottava settimana di vita fetale i fasci nervosi che concorrono alla ricezione dello stimolo piacevole nell’uomo si distribuiscono nel glande e nella faccia anteriore dell’asta del pene, mentre nella donna si organizzano in quello che assomiglia a uno xenomorpho in fase embrionale

Il clitoride è un iceberg di cui vediamo solo la punta… punta che è là dove è bene che tutti i maschietti sappiano essere. VERO CHE LO SAPETE?

Sperma: non cura l’acne femminile e non è nutriente, perlomeno, non più del moccio che vi esce dal naso. La sua funzione è quella di veicolare centinaia di migliaia di piccoli girini magici che contengono metà di un voi che vorrebbe tanto ricongiungersi con un altra metà all’interno di un Ovetto Kinder che, considerate le difficoltà chimico-anatomico-fisiche, si trova collocato sul Monte Everest.

Nonostante tutto, complice la bieca e sconvolgente ignoranza dei più basilari meccanismi di fisiologia umana, sembra che il sabato sera scalare la montagna con successo sia parecchio facile, dia fruttuosi risultati e arricchisca le lobby della pillola del giorno dopo.

PROBLEMI DI PENI

Appurato che la lunghezza non costituisce problema se non per una scenografica percezione culturale pompata dall’industria del cinema di settore, è indubbio che, in maniera minore rispetto alla controparte femminile, pure i maschietto soffrono le pene del pene.

In assenza di circoncisione (una pratica poco diffusa in Italia che consiste nello stuprare un neonato tagliandogli via la pelle del pisello per nessuna ragione medica valida), il pene a riposo è coperto da un lembo di pelle chiamato prepuzio. La mancata pulizia del glande, la maggior parte del tempo coperta da questo lembo di pelle, può portare a infiammazioni e a infezioni ma in genere quasi tutti i problemi sono dati da eccessiva frizione autoindotta o eteroindotta o da contatto con altrui parti del corpo infette, perché nella sua qualità di mucosa esterna, difficilmente il pene può contrarre infezioni in modo autonomo.

Ciò non toglie che, al pari della sacrosanta e importantissima palpazione del seno femminile, anche il maschio dovrebbe mensilmente stoccazzarsi scroto e testicoli per controllare che non ci siano parti dolenti o anomalie anatomiche.

VAGINE COMPLICATINE

La donna è decisamente più sfigata… cioè no, pessima scelta di termini… decisamente più sfortunata.

Il demiurgo le ha cacciato l’apparato riproduttore accanto a due apparati escretori e questo significa che la vagina deve costantemente difendersi da aggressioni feroci, la maggior parte delle quali, però, a opera della propria stessa portatrice. 

Lavaggi troppo frequenti o con prodotti troppo aggressivi che alterano il pH, biancheria molto figa ma che sega in due o cuoce al vapore la passera, sesso sfrenato senza adeguata lubrificazione e accortezza…

Poi ci credo che vi viene la cistite.

Mentre l’andrologo o l’urologo sono figure pressoché sconosciute per i Figli di Adamo (a torto, intendiamoci), il ginecologo continua a rimanere il migliore amico della donna, una creatura tutt’altro che fragile ma che ha una dotazione fisiologica necessitante di grande manutenzione ordinaria e spesso, purtroppo, straordinaria.

Trattatela bene questa vagina, facendo sesso protetto e tenendola sotto controllo, perché anche se non avete intenzione di usarla per scodellare quella forma di vita parassita il cui tempo di incubazione dentro la vostra pancia dura nove mesi, in ogni caso il tempo non vi è amico e certi errori di manutenzione si potrebbero sommare fino a farvi correre il rischio di essere lasciate a piedi. E la metafora spero l’abbiate capita.

P.S.
Per tutti quelli che si chiedono ‘Ma dove sta l’emergenza?’, plot twist: lo è, fidatevi.

Ci vorrà ancora tempo per ricostruirlo,per dargli le cure che gli ho fatto mancare,per ringraziarlo perché è vero che mi porta sull’orlo della disperazione quando mi sussurra che “lo ama ancora”,ma,da esso ho anche ricevuto l’essenziale,la linfa vitale dell’amore e se ha perso qualche battito non gliene devo fare una colpa. Dovrei riappacificarmi con esso,trovare il modo di legarlo a me ed effettuare una sorta di simbiosi altruistica. Non ho idea di come si possa ricucire un cuore. Non è mai stato mio compito diventare chirurgo della mia anima. Ho sempre cercato di battere sul tangibile,sul riflessivo in modo da non toccare parti dolenti della mia essenza. Eppure,a distanza di tanto tempo,mi accorgo che il tempo non è stato affatto clemente. Poteva ucciderlo mentre il mio cuore era seppellito in modo che non avrei sentito alcun dolore se non una fitta acuta ma breve,però,non l’ha fatto. Io il mio cuore lo riprendo;perché in fin dei conti oltre ad essere l’unica cosa degna che possiedo,so che soffocarlo d’amore e soffocarmi d’amore è l’unica cosa che realmente mi rende viva. È solo amando ed essendo amata che scavo nella roccia e tiro fuori da sotto i detriti la mia anima.
Stanca,un po’ sgualcita,eppur così,senza una ruga di tradimento:mi è sempre fedele.

💔———⏱———❤


(Alessia Auriemma)

«E scriverò per te,
per il tuo ricordo straziante
pochi versi dolenti
che tu non leggerai più.
Ma a me staranno atroci
inchiodati nel cuore
per sempre.

Cesare Pavese

La solitudine e la soluzione

Davanti a questo insegnanto, a volte, ci si può sentire soli; soli per quanto queste parole indichino una verità tanto logica quanto inaccessibile alla nostra mente.
Non dobbiamo capire, ma è necessario comprendere.
Come possiamo farlo se le nostre domande hanno risposte solo proporzionate alla nostra possibilità di contenerle?
In questo brano che estraggo dal libro “Conosci te stesso”, Claudio ci aiuta a capire che, in fondo, tutto è in noi e in noi c'è anche la soluzione.

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Solitudine dell'uomo

Voi cercate un rimedio che possa darvi la felicità e la pienezza interiori: lo cercate perché siete stanchi della vita, annoiati e delusi, dolenti per qualche motivo.
Questo tanto invocato e ricercato rimedio si chiama Realtà, ma proprio perché è Realtà non può essere comunicata.
L'uomo è solo di fronte alla verità. Nessuno può capire, comprendere per lui.
Se ascoltate le nostre parole per il loro suono e non per comprendere, e non per aprirvi a quello che esse vogliono significare e suscitare in voi - e lo possono solo attraverso voi stessi - la vostra vita rimane un correre affannoso ora qua e ora là, capace solo di deludervi. Stanco della vita, annoiato e deluso, dolente per qualche motivo, l'uomo che cerca la felicità e la pienezza interiori si pone l'interrogativo: “Che cosa posso fare?”.
“Niente” , è la risposta: “Conosci te stesso”.

La via della liberazione

Ognuno deve comprendere se stesso: questo è il solo modo di liberarsi. Ma come può l'individuo comprendere se stesso se non mette a nudo l'essere suo, se non esegue una profonda analisi che possa aprirlo, che possa svelare a lui stesso la vera causa del suo comportamento, le vere ragioni del suo agire e pensare?
Ditemi: perché cercate la verità?
Forse perché sperate che essa possa far cessare in voi ogni dolore, ogni affanno, ogni senso di vuoto? Ma allora voi non cercate la verità: voi cercate il benessere, la sicurezza.
Ditemi: se vi fosse detto che la verità procura atroci sofferenze, la cerchereste ancora? Probabilmente no. Ma allora il vostro altruismo è un'illusione, se vi permette di tollerare, di ignorare le sofferenze altrui.
Ascoltando queste parole, cercate di scoprire in esse una via, una regola da seguire; probabilmente vi sforzerete di aiutare i vostri fratelli: ma io vi dico che nessun modo, nessuna regola c'è per giungere alla Realtà. Comprendere se stessi, abbandonare ogni posizione non realmente sentita, ogni falsità: via ogni pregiudizio, via ogni timore!
Solo comprendendo se stesso l'uomo può liberare l'essere suo dalla sofferenza, dal dolore. E per comprendere se stessi non vi è regola, non c'è esercizio da seguire. Lo ripeto: ognuno deve essere consapevole dei propri limiti, comprenderli; e, comprendendoli, li supererà.

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E scriverò per te,
per il tuo ricordo straziante
pochi versi dolenti
che tu non leggerai più.
Ma a me staranno atroci
inchiodati nel cuore
per sempre.
—  Cesare Pavese
Ma a lei non succedeva. Non oggi. Forse domani. O forse mai. Non se la sentiva di unirsi a loro. Si strinse le ginocchia al petto. I pensieri si accavallavano, toccavano punti dolenti. Forse a causa della sua diffidenza verso gli sconosciuti, o per via del suo modo di essere, di quella sua maledetta difficoltà a socializzare, a mescolarsi agli altri, di accettare di avere con loro un linguaggio comune.
—  David Grossman
Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l'amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.
E scriverò per te, per il tuo ricordo straziante pochi versi dolenti che tu non leggerai più. Ma a me saranno atroci, inchiodati nel cuore per sempre.
—  Cesare Pavese (via ilsentierodellamore)
Ma a lei non succedeva. Non oggi. Forse domani. O forse mai. Non se la sentiva di unirsi a loro. Si strinse le ginocchia al petto. I pensieri si accavallavano, toccavano punti dolenti. Forse a causa della sua diffidenza verso gli sconosciuti, o per via del suo modo di essere, di quella sua maledetta difficoltà a socializzare, a mescolarsi agli altri, ad accettare di avere con loro un linguaggio comune. - Puoi chiamarlo snobismo. […] La verità è che si tratta soltanto di meschinità. Cosa credi? Che voglia stare sola? Ma sono fatta così, non riesco ad avvicinarmi veramente a nessuno. È un dato di fatto. È come se mi mancasse quella parte d'anima che si incastra negli altri, come nel Lego. Che si unisce veramente a qualcun altro. Alla fine tutto cade a pezzi. Famiglia, amici. Non resta più niente. -
—  David Grossman, Qualcuno con cui correre

Una bella riflessione..

“Alcune cose nella vita accadono in silenzio.
Accadono lentamente.
Accadono a causa delle piccole scelte attente che facciamo tutti i giorni, che ci trasformano in versioni migliori di noi stessi.
Dobbiamo lasciarci il tempo che quelle alterazioni accadano.
Per vederle evolvere.
Arriva un momento nella vita di ognuno in cui ci si sente stanchi.
Stanchi di darsi, di combattere, di provare, a volte semplicemente di procedere.
Un momento in cui, feriti, delusi, affaticati, non abbiamo né forza né coraggio per dare una sterzata alla vita.
Affannarsi per trovare l'ennesima soluzione per riemergere sembra impossibile.
Trovare la forza di venirne fuori.
Questi momenti possono essere semplicemente “assecondati”, vissuti, capiti.
So cosa vuol dire sentirsi stanco - e non solo in senso fisico.
Il mondo in cui viviamo è un luogo estenuante.
È usurante.
È ingrato.
È una ricerca senza fine e poco gratificante.
Sei stanco, semplicemente perché ci vivi.
Sei stanco di amare troppo, di preoccuparti troppo, dando troppo ad un mondo che non dà mai nulla in cambio.
Sei stanco di investire in esiti indefiniti. Sei stanco delle incertezze.
Questa stanchezza non è caratteriale. Perché probabilmente un tempo siamo stati animati dalle più vive intenzioni, carichi di speranze e fiducia nel futuro.
Eppure la vita ci ferisce e queste ferite, l'una sull'altra, sanguinano e ci impediscono di ricominciare il cammino.
La verità è che siamo tutti stanchi. Ognuno di noi.
Da una certa età in poi, non siamo altro che un esercito di cuori spezzati e di anime dolenti, alla disperata ricerca di realizzazione.
Vogliamo di più, ma siamo troppo stanchi per chiederlo.
Siamo stufi di dove siamo, ma siamo troppo spaventati per ricominciare. Abbiamo bisogno di rischiare, ma abbiamo paura di guardare crollare tutto ciò che ci circonda.
Dopo tutto, non siamo sicuri di quante volte saremo in grado di ricominciare da capo.
Ma è proprio in questi momenti che non bisogna mollare, ma neanche pretendere di ottenere subito dei risultati.
Perché questo è il fallimento più grande che ci fa perseverare in questo senso di cronica stanchezza: l'insoddisfazione da mancata realizzazione immediata.
Tutti noi ci scoraggiamo.
Ma dobbiamo lavorare su questi sentimenti.
Solo perché sei logoro e insoddisfatto della vita che stai vivendo non significa che non stai facendo un cambiamento. Ogni persona che abbia mai ammirato ha avuto momenti in cui si è sentita sconfitta nel perseguimento dei suoi sogni.
Ma questo non le ha impedito di raggiungerli.
Perciò, quando sei stanco, vai piano. Vai adagio.
Procedi timidamente.
Ma non fermarti.
Sei stanco perché stai facendo un cambiamento.
Sei stanco perché stai crescendo.
E un giorno quella crescita cederà il passo al rinnovamento di cui hai bisogno.”

(web)

Sarebbe bello finire così, senza nemmeno guardarsi negli occhi. Lasciare tutto, contenti dell'illusione.

Ma i grandi pezzi d'orchestra finiscono sempre con le braccia del conduttore che, doloranti, levano in aria la bacchetta dando fine alla melodia. Facendo cessare tutte le luci. Facendo chiudere il sipario.

E quindi, oggi, io sono qui come una conduttrice d'orchestra a chiudere il nostro.


Questa è una lista di cose. Così che un giorno io possa andare a leggere su questo pentagramma le note dolenti che ho cullato come bambine. Così che un giorno io possa leggere su questo pentagramma le note marcate dalla penna, solitamente, quelle per le quali il concerto si colmava di enfasi.


Come ben sai, la memoria non mi permette molto: dimentico facilmente i particolari. Una cosa per la quale mi hai sempre rimproverata, difatti, è quella di rimanere immobile al tuo “te lo ricordi?” no, non me lo ricordo. E tu t'arrabbiavi, ti facevi tutta rossa e ti si facevano gli occhi lucidi quando iniziavi a dirmi che io non ti prestavo attenzione, che non ti ascoltavo quando parlavi. Che ero distratta. Sempre. Da tutto.

E io ridevo, allora tu t'arrabbiavi ancora di più, e Dio solo sa quanto avresti voluto prendermi a schiaffi con quelle tue mani: dita lunghe, magre, da pianista. Mani che si intrufolavano prepotentemente nei miei sogni, e sotto la gonna quando eravamo fuori con gli amici. Quando ero alla scrivania, componendo melodie su pentagrammi. Quando non esistevano gonne, quando non esistevano mani. Quando mangiavi voracemente gli spaghetti di fronte a me ed io rimanevo digiuna perché avevo già divorato l'immagine di te.

Quando scopavamo e dopo iniziavamo a parlare di quanto fosse immenso l'universo, e iniziavamo a chiederci se ci amassimo davvero, e iniziavamo a risponderci che preferivamo non saperlo mai.

Quando dicevamo sempre “scopare” e mai “fare l'amore” perché noi sostenevamo fare l'amore fosse una cosa a parte, e che di fisico nel fare l'amore non ci fosse niente.

Quando prendevi la tazzina del caffè e ti tremava la mano, e a me veniva da piangere. Quando mi svegliavo e trovavo i tuoi occhi che mi guardavano come i bambini guardano per la prima volta il mondo. Quando mi spiegavi la matematica ed io non capivo niente ma t'ascoltavo perché per me avevi la voce più bella del mondo.

Quando avevi le mestruazioni e piangevi tanto, ed io piangevo dopo aver staccato il telefono perché non sono mai stata in grado di dirti qualcosa di carino. Quando facevamo la spesa insieme e finivamo per comprare tutine per neonati.

Quando ci siamo fatte a pezzetti, quando ci siamo guardate morire. Quando tu sei andata via col vento, ed io sono rimasta ancorata alla mia terraferma.


Ma ora che ci penso, forse finire così, senza guardarsi negli occhi, è anche meglio. Lasciare tutto, contenti dell'illusione. Sarebbe bello finire così: il sipario si chiude, le luci si spengono, e nel camerino del conduttore, non rimane che la bacchetta.

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono e regalate un osso al cane, affinché non abbai. Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risonanti tamburi, che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti. Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo e scrivano l'odioso messaggio: lui è morto. Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri. Lui era il mio nord, era il mio sud, era l'oriente e l'occidente, i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa, era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole. Credevo che l'amore potesse durare per sempre. Be’, era un'illusione. Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno. Buttate via la luna, tirate giù il sole, svuotate gli oceani e abbattete gli alberi. Perché da questo momento niente servirà più a niente.
—  Wystan Auden

Amami. Ama i miei difetti, le mie debolezze, coccola le fragilità della mia anima con dolci carezze. Amami incondizionatamente, senza catene, senza confini, perché le incomprensioni pesano come macigni, lasciano ferite profonde e dolenti nel cuore.
Amami con tenerezza, stringimi forte nel tuo abbraccio caldo e rassicurante, tienimi per mano e insieme camminiamo.(Maria Rosaria Montesarchio)