distretti

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Lo Stato ci ha rubato la Patria

Giovani italiani.
Muovete il culo. Basta tasse, troie, mafia, faccie da culo incompetenti travestite da lecchini e onorevoli.
Basta globalizzazione, energia sporca.
Basta ignoranza.
Basta violenza.

Cosa diciamo di volere? Tumblr? Bene! Fondiamo il partito Tumblr! Ci capiremo tra di noi x far capire cosa vogliamo.

Onestà, libertà, amore, fiducia, carezze, comprensione.

In un cazzo di bel paese che torni a essere bello.
Non una discarica di amianto divisa in 21 DISTRETTI.

Ops, regioni.

I 22 distretti dell'Alto Egitto

I 22 distretti dell’Alto Egitto

Con Alto Egitto si indica la zona meridionale dell’Egitto, a partire dalla prima cataratta del Nilo (nome moderno Aswān). È possibile che in epoca predinastica, quelli che diverranno poi i distretti, costituissero unità politiche autonome sorte intorno ad un villaggio.n° nome capitale (nome egizio) capitale (nome greco) capitale (nome attuale) principali divinità 1 Terra degli archi Abu Suene…

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Trilogia di Hunger Games - Suzanne Collins

Trilogia di Hunger Games – Suzanne Collins

In questi giorni mi sono cimentata nella lettura della famosissima trilogia della Collins: Hunger Games. Sono rimasta piacevolmente stupita devo ammettere, dai temi trattati quali dittatura, concetto di libertà, guerra del futuro e spirito di sacrificio. Da un lato la considero una lettura leggera perché lo stile della Collins è molto scorrevole e fluente, la trama invoglia il lettore a…

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Lo specchio ucraino

“Nelle crisi ci sveliamo per quel che siamo e non per quel che vorremmo essere. Vale anche per gli attori geopolitici. 

Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi, americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per Washington, catastrofico per l’Unione Europea.

Bilancio molto provvisorio, da riverificare nel futuro prossimo.Eppure ineludibile, se vogliamo intendere il senso di una partita la cui prima posta è la ridefinizione della sempre mobile frontiera fra impero russo e spazio euroatlantico. Vediamo.

La Russia ha riportato a casa la Crimea con la gloriosa Sebastopoli. Premio di consolazione rispetto alla perdita del pur relativo controllo su Kiev, al gelo con gli Stati Uniti e alla crisi di coppia con il partner tedesco.

Soprattutto, Mosca sta già pagando il pedaggio economico della brillante operazione militare sulle sponde del Mar Nero: fuga di capitali, rublo infragilito, incertezza sui progetti di sviluppo dell’interdipendenza con il mercato energetico europeo – che ne sarà di South Stream? – scetticismo sull’Unione Eurasiatica, versione soft della parziale riconquista dello spazio ex sovietico.

La sola manutenzione della Crimea, con le infrastrutture necessarie a renderla autonoma dall’Ucraina e con i russi locali che si aspettano di essere foraggiati dalla vecchia/nuova patria – senza contare l’inquieta minoranza tatara islamica, esposta al contagio jihadista – costerà al Cremlino almeno 20 miliardi di dollari in tre anni […]”

Cattive notizie

Markit ha da poco pubblicato l’ultima rilevazione del PMI Index sul manifatturiero italiano. Il Purchasing Managers Index permette di avere una previsione abbastanza precisa dell’andamento del settore manifatturiero nel breve termine, e si costruisce sulla base di un sondaggio riguardante il livello di ordini di beni e/o servizi che i direttori agli acquisti (purchasing managers) di un campione di aziende effettuano nel mese osservato. 

I dati di ottobre presentano una flessione che nell’attuale contesto costituisce un serio allarme per il futuro. Dopo un solido ma isolato rimbalzo a settembre, l’andamento dell’indice ha subito una forte flessionepassando da 48,3 a 43,3. Già da agosto si era scesi sotto quota 50, che è considerata dagli analisti come no-change mark, ossia lo spartiacque tra variazione positiva e negativa. Quella di ottobre è la peggior rilevazione da 28 mesi a questa parte, ed è solo l’ultimo sviluppo di una contrazione che fin dall’inizio del secondo trimestre del 2011 sta colpendo il manifatturiero italiano. Nel grafico [Fonte: Markit/ADACI], PMI index e Produzione Industriale sono raffigurati in una serie storica dal 1998 ad oggi. Si può osservare come l’andamento della curva stia pericolosamente tendendo verso un Double Dip.

Questo scenario, tra l’altro, è già evocato in un outlook di RGE sull’Italia, in cui le prospettive di breve-medio termine della nostra economia sono descritte attraverso tre chiavi di lettura:

1) Contrazione dal secondo trimestre del 2011 e, probabilmente, crescita negativa nel 2012. Previsione stimata ed aggiornata agli ultimi dati: -0,8% del PIL.

2) Le misure di austerity adottate dal governo peseranno ulteriormente sulla già debole domanda domestica, andando a peggiorare ulteriormente la situazione generale.

3) L’instabilità politica continua a minacciare seriamente la credibilità fiscale dell’Italia.

Una contrazione dell’indice PMI costituisce anche un segnale di allarme per l’occupazione. Di fatti, ad ottobre si è registrata un’accelerazione dell’andamento della perdita di posti di lavoro. Trend che, anche a settembre, non si era invertito. Ed incrociare questi dati con le rilevazioni ISTAT sull’occupazione fornisce un quadro ancora più completo sull’evoluzione di una situazione che sta diventando sempre più problematica.

Se lo spread BTp/Bund è uno degli indicatori della credibilità fiscale di un paese, nel caso dell’Italia il settore manifatturiero è il termometro dello stato di salute dell’economia reale. La mancanza di una vision sul settore manifatturiero è un gravissimo errore strategico per la classe politica che governa quella che ancora oggi è la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Così, Romano Prodi, aveva commentato un’intervista di Technology Review, riportata da Linkiesta, in cui il fondatore di Intel Andy Grove esponeva ed argomentava l’importanza strategica del manifatturiero per un paese (nella fattispecie, gli States):

“Se questo vale per gli Stati Uniti, per l’Italia vale almeno dieci volte di più”.

Porti, il piano strategico punta a migliorare competività e rilancio Paese

Roma, 4 lug. (AdnKronos) - Migliorare la competitività del sistema portuale e logistico, agevolare la crescita dei traffici delle merci e delle persone e la promozione dell'intermodalità anche attraverso la razionalizzazione, il riassetto e l'accorpamento delle Autorità portuali esistenti. L'obiettivo del Piano Piano Strategico Nazionale della Portualità e della Logistica, messo a punto dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, punta infatti ad integrare la rete logistica italiana connettendo al meglio i porti con i sistemi di trasporto ferroviario, stradale, con le piattaforme logistiche (Interporti) e con i distretti industriali e intervenendo su ritardi, disorganizzazioni e inefficienze dell'organizzazione attuale.
Non riguarda solo le merci, ma i milioni di passeggeri e crocieristi che ogni anno passano per i porti italiani. La riforma viene individuata come una urgenza dalle indicazioni della Commissione Europea e dallo Sblocca Italia. Le inefficienze del sistema logistico costano oggi 50 miliardi l'anno e il cluster portuale dell'intero Paese genera il 2,6% del pil nazionale, quando il porto di Rotterdam genera da solo il 2,1% del pil dei Paesi Bassi.
Il Sistema Mare riveste un ruolo rilevante per l'economia e i sistemi industriali italiani. Basta pensare che il 20% del traffico marittimo mondiale, merci e passeggeri, passa per il Mediterraneo.
In Italia sono circa un milione gli addetti impiegati e oltre 160.000 le imprese del cluster logistico e portuale. Sono 41 milioni i passeggeri che viaggiano via mare in Italia (20% del traffico Ue) e 10,4 mln i crocieristi imbarcati e sbarcati in Italia nel 2014 (uno su tre dei crocieristi imbarcati e sbarcati in Europa).
L'interscambio commerciale marittimo vale 220 miliardi, mentre ammonta a 400 miliardi di euro l'export italiano nel 2014. Per ogni euro di scambi commerciali che coinvolgono l'Italia, 40 centesimi arrivano in Italia dal mondo via mare, 30 centesimi partono via mare dall'Italia. Riguardo i volumi di merci, viaggiano via mare circa il 48% delle merci italiane dirette all'estero (ed il 75% dell'export verso i Paesi del Mediterraneo) e Il 67,7% delle merci importate.
Negli ultimi anni in alcuni settori si è registrato un rallentamento complessivo dei traffici italiani. Dal 2005 al 2014: -6,5% circa di traffico merci e -7% circa di traffico passeggeri, solamente le crociere crescono del 10% circa l'anno. Nel frattempo nel Mediterraneo triplica il traffico container nei primi 30 porti MED, triplicano i passaggi Nord-Sud attraverso il Canale di Suez e il raddoppio del Canale permetterà un ulteriore aumento dei traffici. L'Italia ha continuato a perdere posizioni, restando dietro a Olanda, Germania, Francia, Marocco.
Oltre alla crisi economica globale, si scontano deficit strutturali. La governance dei porti è complessa e sconta uno scarso coordinamento nazionale. Sono presenti 24 Autorità Portuali (delle quali, secondo la classificazione europea, 12 sono relative a porti core, 11 sono porti comprehensive, una non è classificata). Ci sono 336 membri complessivi nei Comitati Portuali. Si contano in ogni porto 113 provvedimenti amministrativi all'import/export gestititi da 23 soggetti pubblici responsabili dei controlli.
Ma non solo. Come evidenzia il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, è scarsa la qualità delle infrastrutture portuali. L'Italia è al 55° posto mondiale per la qualità delle infrastrutture portuali dopo Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Marocco, Croazia.
E’ scarso, rileva il Mit, il coordinamento degli investimenti: ognuna delle 24 autorità portuali decide in autonomia le priorità di investimento infrastrutturale nei porti, al di fuori di un piano nazionale e strategico, con una dispersione di risorse e di efficacia complessiva. Attualmente vi sono progetti finanziati per circa 5 miliardi di euro. Con il Piano Strategico il Mit punta, appunto, ad eliminare quelle “inefficienze” dovute a numerose pratiche burocratiche complicate e lente, sia per gli investimenti, sia per le operazioni di import ed export.

Meno male che il distretto c'è

“È in atto da tempo un passaggio dalle dimensioni nazionali della sfera decisionale a dimensioni ultranazionali, europee e globali“. Così Giorgio Napolitano aveva aperto la Biennale Democrazia, due anni fa. E questo potrebbe essere definito il leitmotiv che i distretti italiani, nella loro complessa moltitudine, stanno seguendo per risalire la china della Grande Crisi. 

L’ultimo Bollettino Economico di Bankitalia delinea la situazione dell’ultimo trimestre del 2010, dando buoni spunti sulle previsioni del 2011. Dal paragrafo dedicato all’economia italiana, risulta che il PIL italiano è cresciuto durante il 2010 secondo una media del 1,3%. Dato a cui hanno contribuito sia l’aumento della domanda nazionale (1,7%), sia il recupero delle esportazioni (2,2%). Proprio questo dato è il più significativo per delineare un panorama dell’andamento del sistema distrettuale-manifatturiero italiano; nel dettaglio, i dati della Fondazione Edison presentati all’interno del rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti [cap. 6, par. 6.3.1], ci regalano un quadro dettagliato della situazione dei 101 principali distretti italiani, nel periodo compreso tra Gennaio e Settembre 2010, ovvero il primo momento di ripresa dell’economia italiana. Questo campione ha registrato un aumento dell’export del 10,5%, con cinque settori che hanno tirato la volata: meccanica, abbigliamento-moda, arredo-casa, alimentare ed hi-tech. Dati confermati anche da un ulteriore campione di 47 distretti, nel medesimo periodo. Questa tendenza si può spiegare con la necessità di trovare nuovi mercati, o nuovi partners industriali/commerciali. In un pezzo del blog generazione pro pro, Dario Di Vico ci mostra attraverso le analisi del Monitor dei Distretti di Intesa SanPaolo, come la Germania, locomotiva industriale d’Europa, stia trainando la ripresa dei distretti italiani. Ma più in generale, è la crescente attenzione verso l’estero che sta portando risultati estremamente positivi.

Per avere una più chiara comprensione del fenomeno, è utile inquadrare l’ultimo anno in un periodo di più lunga durata, in cui il sistema manifatturiero italiano ha attraversato una fase evolutiva e, mantenendo i propri atout, ha cambiato targets e livelli di specializzazione. In un approfondimento dell’ultimo rapporto ICE ["Prezzi e qualità: in che direzione si muove l'export italiano?”], si analizza proprio questo aspetto, e si mostra come in dieci anni il livello di specializzazione di molte produzioni italiane sia aumentato. Questo delinea una strategia ben precisa, cioè far leva su qualità, customizzazione, know-how ed effetto “Made in” per offrire prodotti dal maggiore valore aggiunto, e quindi smarcarsi dalla concorrenza diretta dei BRICs (in quanti si ricordano la Lega, o Tremonti quando invocavano il protezionismo contro l’import cinese?).

Il nostro sistema distrettuale-manifatturiero sta rispondendo in maniera positiva alla Grande Crisi. E tutto questo nonostante la mancanza di interventi strutturali e di riforme di sistema, che l’attuale esecutivo (ma non solo) non ha intrapreso. E non si devono dimenticare quei dati per nulla entusiasmanti che condizionano anch’essi l’andamento generale del sistema Italia, come il tasso di disoccupazione, il numero di cigs e le stime sul lavoro in nero.

Ma dopotutto, è bene ricordare che secondo i dati statistici, l’Italia ancora oggi è la seconda potenza manifatturiera europea, dietro la Germania. La pura dimostrazione, e non è un’affermazione di mero e cieco campanilismo, che quando impegno e risorse convergono verso obiettivi di eccellenza, abbiamo veramente una marcia in più

Novi, al Consiglio Comunale Ilva e regolamenti degli asili nido

Si è aperta con alcune comunicazioni del Sindaco la seduta del Consiglio Comunale svoltasi ieri pomeriggio, lunedì 29 giugno.
La prima ha riguardato la questione Ilva. A questo proposito, Rocchino Muliere ha affermato che la notizia relativa agli esuberi, apparsa su alcuni organi di stampa, non è confermata. «La situazione richiede una continua attenzione – ha precisato il Sindaco – in ogni caso è confortante la presenza di molti ordinativi. Tra gli elementi di preoccupazione, invece, rientra il blocco dell’altoforno di Taranto che fornisce la materia prima per la produzione dello stabilimento novese. Sono intenzionato a chiedere nuovamente la convocazione di un tavolo nazionale aperto ai Sindaci dei Comuni in cui hanno sede gli stabilimenti Ilva per monitorare la situazione e avere maggiori informazioni sui programmi del gruppo siderurgico». Il Sindaco ha poi informato l’Assemblea di aver incontrato il Direttore Generale dell’Asl Al per un primo confronto sulla riforma dei distretti socio-sanitari. L’incontro, inoltre, è servito ad affrontare alcune criticità relative all’ospedale novese, in particolare le difficoltà di organico per il personale medico e infermieristico.
Infine, Muliere ha comunicato che, dopo l’incontro avvenuto il 15 giugno scorso a Torino con il Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, il Ministero ha fissato per il 9 luglio prossimo la riunione a Roma con i Sindaci del territorio per affrontare diverse richieste relative al Terzo Valico ferroviario, tra cui la nomina del Commissario straordinario di Governo e l’istituzione del Tavolo Istituzionale Operativo.
La seduta è proseguita con l’approvazione dei nuovi regolamenti per la contribuzione ai servizi di asili nido e mensa scolastica. Le modifiche apportate, in estrema sintesi, riguardano la sostituzione del sistema tariffario “a fasce di reddito” con quello della tariffa puntuale, calcolata sul reddito Isee. L’Assessore alla Pubblica Istruzione, Cecilia Bergaglio, ha precisato che il nuovo sistema consentirà alle famiglie con reddito medio-basso di ottenere un risparmio significativo. Il tutto si inserisce all’interno di una riorganizzazione del servizio asili nido che, dal prossimo anno scolastico, prevede una maggiore flessibilità degli orari per venire incontro alle esigenze delle famiglie. I regolamento sono stati approvati con 12 voti favorevoli e una astensione del Consigliere Maria Rosa Porta. Il Consiglio Comunale si è concluso con due interrogazioni presentate dal Movimento 5 Stelle, alle quali ha risposto l’Assessore ai Lavori Pubblici, Felicia Broda.
Sui danni in Strada Stradella, provocati dal passaggio di un mezzo pesante, l’Assessore ha informato che gli uffici comunali hanno subito effettuato un sopralluogo. La ditta che li ha causati ha già risarcito i danni subiti da un privato e ha provveduto a pulire la strada. Nei confronti della ditta, inoltre, sono state elevate due contravvenzioni da parte della Polizia Municipale.
Infine, per quanto riguarda i bandi regionali di edilizia scolastica presentati dal Comune di Novi Ligure, l’Assessore ha precisato che la posizione all’interno della graduatoria non pregiudica la possibilità di ottenere i finanziamenti. «Per i criteri del bando – ha sottolineato l’Assessore Broda – avremmo ottenuto dieci punti in più se non avessimo vinto con altri quattro progetti presentati nel 2013 e altri dieci punti se avessimo dichiarato le scuole inagibili, cosa che ovviamente non abbiamo fatto. Il progetto del plesso scolastico Martiri della Benedicta – ha spiegato l’Assessore - non è stato ammesso nonostante le integrazioni richieste e prodotte dall’ufficio Progettazione e Direzione Lavori. L’inammissibilità è dovuta a una valutazione da parte dell’ufficio regionale che ha recepito le nostre integrazioni non come tali ma come un progetto ex novo». http://dlvr.it/BNrC1G

Di nuovo in centro è: distretti di qualità

La Manifattura delle Arti

Mentre proseguono le prime azioni di ascolto sulle piazze Adrovandi e Malpighi/San Francesco, si inizia a lavorare anche su un'altra area della città e un altro tassello del piano Di nuovo in centro inizia a prendere forma: la Manifattura delle Arti

Il piano Di nuovo in centro intende infatti valorizzare alcuni distretti urbani, cioè zone caratterizzate da specifiche attività che occorre promuovere e rendere più riconoscibili. Si intende valorizzare il distretto della Manifattura con progetti che vadano a rafforzare la sua vocazione culturale, artistica, creativa. A questo scopo si è svolto martedì scorso il primo incontro di un tavolo che vede la partecipazione di tutti i principali soggetti interessati: dal Comune di Bologna, promotore del piano, al Quartiere Porto, al Mambo, alla Cineteca, all'Università, al Cassero, al Mercato della Terra, all'Associazione Manifattura delle Arti e Centotrecento, al Circolo Giorgio Costa, ecc.  L'incontro è stato una prima occasione per confrontarsi e iniziare a discutere di un programma unitario di azioni e di interventi sul distretto.  Vi terremo aggiornati sugli sviluppi!
Chissenefrega dell’economia italiana

“Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia”. Ipse dixit Sergio Marchionne, in una delle sue poche apparizioni televisive, a Che tempo che fa. L’italiano scomodo, così come l’ha chiamato  Sergio Romano sul Corsera, ha lanciato questa provocazione, che subito ha scatenato polemiche. Però nessuno si è chiesto se questa considerazione fosse fondata o meno. 

La vicenda Mirafiori è un po’ il simbolo di cosa accade quando una classe dirigente rinuncia al diritto e dovere di dettare una linea per il futuro del paese. Da anni l’Italia si ritrova in una situazione di stallo, e diversi sono gli ostacoli che impediscono una crescita economica quanto mai necessaria; una serie di colli di bottiglia che si ripercuotono su tutto il sistema-paese, dalla competitività internazionale all’occupazione. La pervasiva politicizzazione e la mancanza di una cultura del confronto rappresentano due aspetti estremi del nostro vivere sociale, e due grossi ostacoli per il futuro.

Mirafiori si affaccia prepotentemente come uno dei tanti esempi di come le classi dirigenti preferiscano guardare lo spettacolo, magari dichiarando il proprio tifo. L’etica aut aut “o sei con noi o sei contro di noi” di certo non aiuta. Tutto questo viene alimentato anche dall’attenzione della stampa per una serie di argomenti che riguardano ben poco la quotidianità dei cittadini. Oppure non dedicando la giusta attenzione a notizie che meriterebbero ben altro livello di interesse (il caso Prysmian ne è la dimostrazione)

La burocrazia è una vera e propria bestia nera per chi vuole fare impresa in questo paese. L’intero sistema di adempimenti burocratici è una morsa che leva tempo e assorbe ingenti risorse. Tanto che, molti imprenditori italiani hanno deciso di trasferire in toto le proprie attività non in Estremo Oriente, né nei paesi dell’Europa dell’Est, bensì in Svizzera. Ticino e Vallese sono la nuova frontiera delle PMI italiane, dove la velocità nella burocrazia e nelle autorizzazioni è il biglietto da visita. A questo si aggiungono veri e propri piani industriali a lungo termine, che prevedono contributi a fondo perduto, incentivi sulle assunzioni, esenzioni fiscali ed altri benefits. E nella stessa maniera si stanno muovendo altri due paesi come Austria e Slovenia, con le rispettive “sirene fiscali” Klagenfurt e Lubiana.

Questo ci porta a trattare il capitolo costi: in Italia gli stipendi sono mediamente tra i più bassi d’Europa, ed il problema per chi produce non è tanto il monte salari, ma il costo del lavoro e i costi di gestione. Prezzo dell’energia, aliquota societaria (ovvero Ires e Irap) e tasse sul lavoro (contributi sociali ed Irpef) rappresentano le voci che, con l’attuale imposizione fiscale, pesano maggiormente sui bilanci delle imprese. Infatti è paradossale constatare che le “sirene fiscali” svizzere, austriache e slovene facciano presa soprattutto nel Nord-Est, avamposto della Lega e di quelle forze politiche che hanno fatto del federalismo fiscale e della sburocratizzazione il loro cavallo di battaglia

 

Anche la giustizia, con i suoi meccanismi ormai congestionati, lenti ed inaffidabili non garantisce i tempi necessari per essere competitivi nell’attuale scenario globale. E un apparato giuridico sul lavoro non propriamente snello contribuisce a ciò. Pietro Ichino parla di una complessissima ed ipertrofica legislazione sul lavoro, tanto da essere estremamente difficile da tradurre in inglese, scoraggiando così chi dall’estero avrebbe intenzione di investire in Italia. Si, perché la difficoltà di fare impresa in Italia si riflette anche in una scarsissima capacità di attrarre capitali stranieri. Ed un altro fattore che allontana gli investitori stranieri dall’Italia è un sistema di relazioni industriali spesso inconcludente. Ed è utile citare nuovamente Ichino, con questa sua  breve analisi del caso Sunderland-Nissan. Purtroppo nel nostro paese la logica del “Hire your best employer!” è ancora molto lontana.

Le classi dirigenti evidentemente non si accorgono di questi problemi. Anzi, credono di aver fatto la loro parte. Più di una volta, gli esponenti di questo (ormai defunto) esecutivo si affannano nel ricordare gli stanziamenti per la Cig straordinaria, e strepitano nel sottolineare “che questo paese sta affrontando la crisi meglio degli altri”. Solitamente sono i momenti di difficoltà a rappresentare un’opportunità per riformare profondamente uno stato. Ed infatti ci si chiede: dove sono le riforme del welfare, del mercato del lavoro e del fisco? Dov’è il governo quando si parla di infrastrutture strategiche? Oppure, si ha un qualche piano industriale? Domande in attesa di una risposta…