disco mirror ball

Castro!

Il giradischi con i vinili è diventato un monopolio di mio figlio, soprattutto da quando ha scoperto i “Pikkols” (The Beatles); al contrario, tutti i CD che girano dentro casa sono di mia moglie, che non ha mai smesso di comprarli, anche quando, ai tempi di Veltroni segretario di partito, le mostrarono le meraviglie dell’Internez. 

Salgo in macchina, accendo la radio e parte “Truth Be Known”, dal disco Mirror Ball di Neil Young insieme ai Pearl Jam. È una roba del 1995, quando eravamo tutti più felici per il semplice fatto che nessuno sapeva un cazzo di come passava le giornate l’altro e potevamo ancora sognare di avere amici speciali che facevano cose speciali e magari la vicina di casa con cui avremmo voluto procreare o anche solo scopare in attesa dell’ascensore la incensavamo, nella nostra mente, come una persona di elevate doti soprannaturali, tipo conversare di Neil Young e fare i pompini con due mani mentre oggi, invece, sai che va in giro a scrivere cose su Fidel Castro del tipo “io ho parlato con un cubano e posso assicurarvi che se la passano tutti molto male.”

Ho letto, coprendomi gli occhi, i pensierini di Saviano su Castro. Non li voglio commentare perché Neil Young non meriterebbe mai un ascoltatore che pensi a Saviano mentre un suo brano suona. 

“Saw your friend
Working in this hotel
Says he used to know you when
And your dreams”

Probabilmente per descrivere uno come Fidel Castro non basteranno altri 50 anni e io provo sempre di più la sindrome del commentatore a caldo. Alla fine di un film, quando finisco di ascoltarmi un disco - ché io c’ho ancora sto brutto vizio di ascoltarmi i dischi da inizio a fine, come quando leggi un libro, senza fare altro - non sopporto chi poi ti chiede “eh, che ne pensi?” Non lo so ancora, l’ho finito appena 13 mesi fa, non ho avuto il tempo di assimilarlo.

Una volta andai a Cuba, nel 2011. Casualmente conobbi un certo Jesus Martinez, un signore di 75 anni, veterano della rivoluzione, o come ci disse lui, “della seconda guerra d'indipendenza cubana, appartenente al primo plotone, agli ordini del comandante Camillo Cienfuegos.” Dei suoi racconti mi restano tante cose e la frase “il socialismo è per i poveri, il capitalismo per i ricchi”. 

Poi mi ricordo di un altro cubano, grande, enorme, nero e che aveva combattuto in Angola ma non mi parlò di politica, bensì del suo amore per una ragazza portoghese che aveva conosciuto lì. Anch’io ebbi una storia con una portoghese, anni e anni fa e mi sentivo molto vicino a lui e poi di abbracciarlo forte forte perché, in quella piazzetta di non mi ricordo dove, bevendo rum e fumando sigarette senza filtro, eravamo diventati nostalgici per due tipe del Portogallo che probabilmente non avremmo mai più rivisto. 

La cosa più importante, comunque, fu che dopo quel viaggio avevo ancora meno chiaro cos’era Cuba, il castrismo, i cubani, la rivoluzione, i gadget e via dicendo. Una sola cosa avevo capito: il “Che” era amato ma allo stesso tempo lo prendevano pure un po’ per il culo, forse per via di quel fatto di essere andato in Bolivia con 20 uomini e senza una mappa del Paese per fare la rivoluzione. 

Ovviamente, ogni volta che scoppia una discussione politica con in mezzo un personaggio tipo Castro, qualcuno spara sempre il commento “eh però col cazzo che avreste voluto vivere a Cuba!”. O in Russia, o in Cina, fate voi. Ovviamente è tutta gente che commenta mentre si trova in coda al check-in per venire qua negli Stati Uniti d’America a godere delle gioie sfrenate del capitalismo con le tasse basse, zero sociale e soprattutto zero burocrazia. Ah, quanti porchiddii caduti inutilmente sulla tastiera come marines in missioni di pace. Ah, ne cercano di nuovi da mandare in guerra. Le iscrizioni non chiudono mai, ma affrettatevi. Potrebbe essere l’ultima.

In generale, mi sento di dire che da adesso saremo tutti un po’ più soli.

2

“What’s your name?”
She turned and smiled. What faint light there was in the storage room spilled down through high barred windows smeared with dirt. Piles of electrical cables, along with broken bits of mirrored disco balls and discarded paint cans littered the floor.
Isabelle.
“That’s a nice name.” He walked toward her, stepping carefully among the wires in case any of them were live. In the faint light she looked half-transparent, bleached of color, wrapped in white like an angel. It would be a pleasure to make her fall… “I haven’t seen you here before.”