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Quando uno è arrabbiato dice cose che spesso non pensa. È una reazione spontanea, è nell’indole di ogni uomo. Quando uno è arrabbiato cerca le frasi che possono il più possibile ferire la persona a cui sono dirette. Ma in realtà, a conti fatti, a litigio terminato, sta più male la persona che ha ricevuto quelle frecce avvelenate o colui che le ha scagliate?
—  L. N. Seneca 
Vorrei poter sapermi controllare, quando comincio a fumare e poi non smetto più, quando inizio la lettura di un libro e non so più dirmi “basta, leggo più tardi”, quando vinco e gioco ancora presa dalla sete di vittoria, e poi quando sto davanti ai tuoi occhi e ogni organo o muscolo del mio corpo smette di funzionare secondo le direttive del mio cervello e agisce secondo forze estranee, al di fuori di me, e allora non so più mettere insieme le parole al fine di formare una frase di senso compiuto, e potrei cercarti adesso e venire da te perché tanto ti trovo ovunque, in ogni angolo della città e del mio cuore in frantumi, ma stavolta so già che non ti troverò, e se ci riuscirò sarai troppo lontano e io troppo in colpa.
E ci perderemo, perché perdersi era l'unico modo per ritrovarci.
—  Seccasetedite.

Iniziava dagli occhi, lei.
Le parole invisibili che fuoriuscivano da quegli occhi erano inizio.
Il suo inizio.
Un posto dove il mondo finiva e lei, lei iniziava.
Così, il mare ha le navi, lei ha gli occhi.

Che dire dei suoi occhi? Risplendevano. Risplendevano di un colore strano, e sembravano riflettere tutti i colori dell'arcobaleno. Erano degli occhi belli i suoi, belli, ma che allo stesso tempo nascondevano qualcosa. E così navi di tutto il mondo, dirette verso ogni dove, partite da chissà quale città, si perdevano in quel mare che era il colore suoi occhi.
Ci si chiedeva sempre cosa si celasse dietro quegli occhi.
Passavano i giorni ma nessuno trovava una risposta.
Forse perché era la domanda, l'errore.
Tutti si chiedevano cosa rifrangessero quegli occhi. Errore.
La vera domanda era se quella ragazza respirasse vita.
E così navi di tutto il mondo si fermavano proprio lì, in quel porto apparentemente sicuro, ripetendosi sempre la stessa domanda, errata.

Era una ragazza strana quella.
Quel che sembrava era che fosse forte. Forte di una forza incontrollata, quasi violenta.
Le navi lo vedevano, alcune scappavano fin da subito, altre invece erano attratte da ciò che era per loro canto di sirene. Vita e morte nello stesso istante.

La forza che le navi vedevano però, era una forza apparente.
Lei, che respirava aria di mondo, appariva forte. Dentro, scoppiava.

[Rumore di passi in lontananza, passi calmi e leggeri come vento]

La sua forza era stata consumata dal tempo, il tempo, e da tutte quelle navi che pian piano ne hanno rubata un po’, di forza, si intende, per poter ripartire verso una nuova meta. E succede, che in questo modo, col tempo, si muore.

Ma lei non voleva morire.
Era una ragazza fragile, ma voleva vivere. Vivere davvero.
Ed ecco la vera risposta: voglia di vivere. Quello era l'inizio.
I suoi occhi. La sua vita.
I suoi occhi erano belli e stanchi, ma erano vita.
Succedeva, così, che combatteva, ogni giorno, con tutte le sue forze per conquistarsela quella vita che sognava.
E lei, nonostante le navi, il tempo, le navi, che continuavano a rubarle forza, si salvava. Ogni giorno.
Usciva da quella tempesta integra e piena di tagli.
E forse, dico forse, erano proprio quei tagli il suo punto di fine.


Era quello ciò che rendeva meravigliosa quella ragazza, come dal nulla, potesse far incrociare alla perfezione inizio e fine.
Perché il suo inizio guardava in faccia ogni momento la fine. Ed era strano come gli si avvicinasse sempre talmente tanto senza però mai toccarla: anzi, sfiorandola, quasi un gesto di madre, sfiorare.
Il suo inizio si proiettava sulla fine, ma ecco che essa non arrivava mai.

Le navi si chiedevano come facesse, lei, ad avvicinarsi così tanto alla morte, ma a non farsi toccare mai.
E la risposta era dentro di lei.
Tra inizio e fine dev’esserci vita. Quella vita che lei non aveva mai respirato e che mai si sarebbe aspettata quando, d’improvviso, un giorno arrivò.

Era mezzanotte spaccata quando la sentì. Una melodia: irreale, maestosa. Qualcosa che scivolava dentro di lei come un onda che la fece svegliare da quel lungo sonno dal quale non si era mai svegliata.
Si avvicinò verso la sala da ballo e vide una bambina di poco più di cinque anni seduta dietro il piano. Muoveva le dita come se accarezzassero seta delicata. Pareva magia.
Nel vederla, la ragazza sentì una forza strana pervadere su di lei, qualcosa di ancora più forte della sua stessa volontà.
Spinta solo dalle sue gambe arrivò dalla bambina e le chiese il suo nome.
La bambina, continuando a suonare, si girò, la guardò e sorrise.
Non staccava mai le dita da lì, e il tempo pulsava in un modo perfetto nelle sue piccole vene azzurre.

Fu lì che, ricordo.

Le sue piccole vene azzurre. Era sempre stata, per così dire, “famosa” per questo.
Non ricordava niente della sua infanzia. Ricordava solo le sue piccole bambole senza vestiti. Era come se il suo passato fuggisse da lei, come una di quelle navi impaurita dalla sua tempesta.

All’improvviso, ricordo. Era lei stessa quella bambina che le sorrise.
In realtà quella era solo l’illusione del suo passato dimenticato.
Arrivò allora come una raffica di vento, tutto.
Ricordò ogni cosa, e quello che sentiva era vero e proprio dolore fisico. Cedette e cadde in ginocchio, continuando a fissare quella che era lei a 5 anni.

Era vita che voleva, e avrebbe lottato.

Si rialzò con un nuovo bagliore nei suoi occhi: una luce viva e non più stanca.
Si sedette al fianco della sua proiezione che, come se fosse arrivata alla fine, arrestò la melodia. Aveva paura di quella bambina, ma non si sarebbe fermata proprio ora.
Così avvicinò le sue mani proprio sopra le sue. Voleva stabilire un contatto e abbassò con calma le mani verso quelle di colei che era stata.
Le toccò per un solo istante e la bimba sparì come dileguandosi nel nulla. La ragazza poggiò le sue dita sui tasti bianchi e neri di quel pianoforte e apprese immediatamente tutti gli accordi a memoria.

Ecco che con quel ricordo arrivarono anche le grida, assordanti e penetranti. Lei, ferma, senza timore, continuando la sua melodia.
Urla che crescevano e squarciavano la notte. Urla di già segnati annegati o, nel migliore dei casi, di futuri naufraghi, sopravvissuti. Urla di terrore soffocate dalla pioggia, ma, lo sapeva, quella ai suoi piedi non era pioggia.
Intorno a lei rumori di legno che si spezzavano, e il pavimento sotto ai suoi piedi che iniziava a cedere. Lei e le sue dita, incanto.
Il livello dell’acqua saliva e raggiungeva man mano il bacino, la vita e le dita. Lei, continuando per sé.
Le urla ormai cessate, la gente era stanca. Nella sala l’acqua era arrivata alle labbra della ragazza ma lei continuava ad incantare le onde, sembrando di dettarne l’andatura.

Sapeva di star andando incontro alla fine, ma ciò non la spaventava, e sapeva che questa volta la fine avrebbe vinto definitivamente, perché lei, quella notte, aveva finalmente vissuto.

Fluttuava il corpo in apnea sott’acqua, con le dita ancora attaccate a quei tasti: La Ragazza che cessò la sinfonia con l’ultimo accordo.
Un Si.
E poi, la fine.

—  Kevin Mascitti
“Quando uno è arrabbiato dice cose che spesso non pensa. È una reazione spontanea, è nell’indole di ogni uomo. Quando uno è arrabbiato cerca le frasi che possono il più possibile ferire la persona a cui sono dirette. Ma in realtà, a conti fatti, a litigio terminato, sta più male la persona che ha ricevuto quelle frecce avvelenate o colui che le ha scagliate?” —  Seneca   (via vialemanidagliocchi)
Quando uno è arrabbiato dice cose che spesso non pensa. È una reazione spontanea, è nell'indole di ogni uomo. Quando uno è arrabbiato cerca le frasi che possono il più possibile ferire la persona a cui sono dirette.
Ma in realtà, a conti fatti, a litigio terminato, sta più male la persona che ha ricevuto quelle frecce avvelenate o colui che le ha scagliate?
—  Lucio Anneo Seneca

Roberto Francato ha condiviso la foto di Sandro Marzocchini.

Sandro Marzocchini “Un analfabeta funzionale traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche a fronte di un taglio dei servizi) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto delle conseguenze collettive a lungo termine”

Allora, ve lo spiego di nuovo. La giraffa ha il collo lungo non perché si è sforzata tutto il tempo di allungarlo per mangiare e così c'è rimasta, ma bensì perché ci è nata proprio. A quel punto ha vinto la gara di selezione naturale con le sue dirette concorrenti.
Lo stesso vale con gli stronzi. Sono nati così e stanno vincendo loro. Puoi provare ad adattarti, ma tanto più di tanto non lo diventerai mai. Quindi, preparatevi al peggio.
I blog più desiderati a letto

Primo blog ( @questomiostranomondo )

Questo blog è il più desiderato da tutti, le domande che riceve sono molto piccanti. E’ stato definito il Christian Grey di 50 sfumature di grigio.

Secondo blog ( @ricordounbacio )

Lui è il ragazzo perfetto ha viaggiato molto ed è molto intelligente.

Ma alcune domande che riceve sono molto dirette su vari argomenti hot.

Terzo blog (  @traimieirestifiorisco )

Lei è la ragazza più poetica non si fa mai trattare come uno oggetto per questo è molto desiderata.

Quando uno è arrabbiato dice cose che spesso non pensa. È una reazione spontanea, è nell’indole di ogni uomo. Quando uno è arrabbiato cerca le frasi che possono il più possibile ferire la persona a cui sono dirette. 
Ma in realtà, a conti fatti, a litigio terminato, sta più male la persona che ha ricevuto quelle frecce avvelenate o colui che le ha scagliate?
-Seneca-
—  Chiara
Mi sono rotta i coglioni della scuola, della società e degli uomini che non sanno che vogliono. Ne ho le palle piene di star dietro alle persone e far tutto quello che mi dicono come se io non avessi libertà e sentimenti. Sono stanca della gente che giudica i tuoi tatuaggi, i tuoi piercing e il tuo colore di capelli. Mi hanno scartavetrato i coglioni quelli che ti vedono solo come oggetto di godimento sessuale credendo che la mia giovane età potrebbe essere facilmente abbindolata con paroline dolci perché considerata stupida. Il prossimo che si avvicina con la solita scusa ‘tu mi hai cambiato la vita, aspettavo da sempre una come te, però sai in questo momento non voglio impegnarmi in una relazione’ gli stacco la testa e la appendo al muro degli sfigati! Ne ho fin sopra i capelli di star sempre alle direttive dei professori ‘fa questo, fa quello, non hai studiato, ti metto 2 e a fine dell’anno ti ritroverai col debito’ ma credete che con questo atteggiamento mi farete cambiare idea su quello schifo di materia che insegnate e che a me fa cagare? No! Me ne sbatto i coglioni! E poi la scuola è fatta per insegnare o per giudicare con un voto? Eh? Stronzi.
E vaffanculo! Che io qui nemmeno ci voglio stare.
—  Veronica D.

Lasciati accarezzare da me…lascia che le mie mani affondino nel tuo essere donna.  A te donna sono dirette le mie parole….ogni mia carezza..ogni mio gesto. Quella donna che io sto desiderando …quella donna che voglio sulla mia pelle…sulle mie labbra…quella donna che io vedo e riconosco….quella donna che ha la sua parte migliore lasciata li con un dito di polvere sopra.  

…io sono colui che aprirà quella finestra….che cambierà aria a quella stanza chiusa da tempo…le mie dita saranno piume e carezze che porteranno via quella polvere. Questo voglio regalarti. Prendilo come fosse un dono…prendilo come fosse un regalo che faccio anche a me stesso.  

- A&M Art and Photos -

Alle donne e alle ragazze che lo diventeranno. Baci e fiori :)

Una quarantenne non ti sveglierà mai nel cuore della notte per chiederti a cosa stai pensando. Non le importa un bel niente di saperlo. Se una quarantenne non vuol guardare la partita, non ti starà intorno a piagnucolare. Farà qualcosa che le piace e, in genere, si tratterà di una cosa più interessante. Una quarantenne si conosce abbastanza da sapere chi è, cosa è, cosa vuole e da chi. A poche quarantenni interessa cosa tu pensi di loro. Le quarantenni hanno dignità. Non ti faranno una scenata all’opera o in un ristorante costoso. Naturalmente, se te lo meriti, non esiteranno a spararti, se pensano di farla franca! Le donne più mature sono generose di complimenti, spesso immeritati. Sanno cosa vuol dire non essere apprezzati. Le donne diventano telepatiche ad una certa età. Non hai bisogno di confessare loro i tuoi peccati. Li intuiscono puntualmente. Le quarantenni sono dirette e oneste. Ti diranno subito se sei un imbecille o se ti stai comportando da tale. Non hai bisogno di chiederti in che rapporti siete. Si, apprezziamo le quarantenni per un sacco di ragioni. Sfortunatamente, la cosa non è reciproca. Per ogni fantastica, intelligente, sexy e ben pettinata quarantenne (e oltre) c’è un ometto calvo e con la pancetta che si rende ridicolo con una cameriera di 22 anni.

Arriviamo quindi al tema scomodo: manifestazione rom e sinti di domani.

Ora, non ci provo neanche: ognuno ha le sue idee su rom e dintorni, generalmente dovute ad esperienze più o meno dirette e più o meno significative che in genere variano solo ed esclusivamente con altre esperienze più o meno dirette e più o meno significative (nel bene o nel male). Quindi, liberi tutti: liberi di sperare che domani diluvi (probabilmente lo farà), liberi di dire che domani non andate in centro e le peggio battute che vi vengono in mente sui temi furti-in-centro o varianti tipo andiamo-a-rubare-nei-loro-campi-che-domani-sono-deserti. Come diceva Voltaire: non sono d'accordo con le tue battute del cazzo ma finché non me le vieni a dire in faccia siamo a posto, zio

MA

Se la domanda che aleggia nell'aria è “ce n'era proprio bisogno?” parliamone: se uno organizza una manifestazione di denuncia di un clima di odio e sensibilizzazione sul tema rischio-di-un-nuovo-olocausto e quello che ottiene è che all'istante si scoperchiano i tombini ed esce tutto il range di formazioni dai cripto-fasci ai fasci-fasci organizzando per la stessa giornata contromanifestazioni sull’essere orgoglioni o convegni sull'etimologia di “ardito”, allora han già risposto loro: evidentemente sì, ce n'era bisogno.

E anche se uno ha portato la camicia in tintoria e se l’è fatta verde o azzurra e ha lasciato a casa il fez spero non ci siano grosse ambiguità sulla definizione di chi al netto di pregiudizi più o meno circostanziati decide di sputtanarsi un sabato pomeriggio perché sente l'esigenza di andare a protestare attivamente contro una manifestazione pacifica di una minoranza etnica di cittadini italiani.

Carla Accardi (Trapani, 1924 – Roma, 2014)

Integrazione lunga

1958, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

tempera alla caseina su tela, cm 64,5 x 232

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Carla Accardi era na granne artista e pure na gran donna. Nun è detto, eh. Uno o una ponno esse granni artisti ma allo stesso tempo anche granni pezzi de merda o persone insurse, noiose, maleducate, o co idee der cazzo.

Lei è stata na femminista e na communista ma soprattutto ha sottolineato quant’è importante pe ‘n artista esse libero. E pure pe na donna, e pe 'n essere umano, se intenne.

Ad esempio, quanno che er Partito Communista de allora (‘o so che a parecchi de voi giovani truzzi pare assurdo ma in Italia c’è stato un Partito Communista) dava direttive tipo Realismo Socialista, ossia che l’arte doveva da raffigurà ‘a vita e il lavoro dell’operai, i quartieracci daa periferia, ‘a lotta de classe, ‘e vittorie der proletariato, bè l’Accardi e l’antri compari sua dell'epoca, che se faceveno chiamà Forma 1 (no Formula Uno, Forma Uno), se ribellaveno, e j’hanno detto “Abbelli, noi semo communisti come voi, però noi semo artisti e voi no, e noi volemo fà l’arte astratta, quinni ciao core”. Come a dì che uno pò avecce n’idea politica ma nun è che pe forza ‘a deve rappresentà co ‘e figurine  e ‘e storielle: na composizione de forme e colori in libertà pò esse più rivoluzionaria daa scurtura de n’operaio e na contadina co ‘a farce e eer martello in mano e ‘o sguardo retoricamente rivorto ar futuro.

Insomma, l’artista deve esse libero: pure libero de esprime l’idee politiche sue o de denuncià na cosa che je pare sbajata, si vole, ma ‘o deve fà da artista; e si decide invece de parlà de farfalle o de amore o de gnente, ‘o pò fà, e nun è che pe questo sarà a priori più o meno bravo. E questo si me posso permette è na cosa che vale na cifra pure oggi, che ce sta gente che je piace 'n artista no perché vale, ma perché è der partito suo o perché nun è de nessun partito o perché va aa stessa parocchia: ma 'nartista va giudicato pe l’arte sua e no pe quello che vota o che crede o che dice nee interviste.

Ma tornamo a Carletta. Lei de cose ne ha dette e ne ha scritte, ha fatto manifesti e espresso idee precise. Però, come artista, in quasi tutta l’opera sua usa na specie de scrittura astratta, come un corsivo che nun dice parole. Somija un po’ aa scrittura araba, che si nun sai ‘a lingua pare popo un ghirigoro. E nun se scordamo che l’esseri umani hanno usato le immaggini prima ancora de inventà ‘a scrittura; e molte scritture antiche, tipo i geroglifici dell’eggiziani, o anche moderne, tipo l’ideogrammi giapponesi, usano l’immagine come segno pe na parola. Poi i fenici se sò inventati l’arfabeto che ogni lettera è sempre un’immaggine, un segno, che però corisponne a un sòno. E per cui te ne bastano na ventina invece de quarantamila, che è na granne svorta. Però er segno, si ‘o guardi solo come forma, pò esse bello senza dì né sòni né parole. E pò esse bello pure fallo, er segno, come quanno scarabbocchi in automatico mentre stai ar telefono o durante ‘a lezione de matematica. E l’Accardi fa come sti granni intrecci de finta scrittura. Certe vorte usa solo bianco e nero, come qua, antre vorte colori sgargianti che parono quelli dii graffiti pe strada, antre vorte ancora colora superfici trasparenti. E te parla cor linguaggio umano e universale daa bellezza. E dije ne no.

Non sono felice.
Non è una novità ma oggi sono meno felice del solito.
Avete presente l'alzarsi alle 6 e mezzo la domenica mattina? Odioso vero? Beh, io lo facevo ogni domenica mattina.
Mi alzavo alle 6 e mezzo e mi preparavo un caffè, fumando una sigaretta e guardando fuori dalla finestra di cucina il Sole che pian pianino sorgeva.
Mi facevo bella e sorridevo davanti allo specchio perché nulla poteva rovinare quella domenica mattina felice.
Arrivavo in stazione sempre molto in anticipo e con molta calma facevo il biglietto per poi recarmi al bar per un cappuccino.
Aspettavo al binario 3 il treno mentre fumavo una sigaretta con le cuffie nelle orecchie. Mi divertivo ad immaginare le possibili storie delle persone che avevo intorno e mi chiedevo dove fossero dirette, se avessere dei figli, che lavoro facessero e così via.
Salivo sul treno che arrivava generalmente alle 8:44 precise e cominciava la parte del viaggio pallosa che sarebbe durata un'ora ma per mia fortuna sono una persona che si diverte con poco e quindi trovavo il modo di intrattenere me stessa per tutto il viaggio.
Scendevo poi al capolinea e mi piazzavo sempre alla solita panchina di marmo, per una buona mezz'ora, ad aspettare il treno che mi avrebbe condotto a destinazione.
Quando il treno arrivava il mio sguardo si illuminava e salivo anche con una certa gioia in corpo e cercavo di trovare i posti più nascosti e meno visibili dall'esterno. Mi piaceva fare così perché mi faceva ridere il fatto di non essere vista da chi mi stava aspettando.
Cominciava la parte divertente del viaggio e per quella mezz'oretta guardavo il paesaggio e stazione dopo stazione mi sentivo sempre più vicina alla mia felicità.
Quando lo speaker annunciava la mia fermata, mi alzavo sempre velocemente dal mio posto e correvo davanti alle porte del treno, mi caricavo con le canzoni più belle che avessi sul cellulare e quando il treno inziava a fermarsi staccavo le cuffie e le riponevo in tasca.
Ricorderò sempre le mille farfalle dentro la pancia, ogni cazzo di volta, prima che il treno si fermasse…ansia, ansia, ansia e ancora ansia! Ero nervosissima ogni volta, anche se ormai ero abituata.
Scendevo dal treno lentamente e mi guardavo intorno per capire dove fosse e appena lo vedevo morivo! Morivo perché lui ha un sorriso che ammazza! Non potete capire…il suo sorriso potrebbe essere usato come un'arma di distruzione di massa!
Ci correvamo incontro e lui mi stringeva forte e mi baciava e io potevo riempirmi le narici di quel suo profumo tanto stupendo.
Credetemi che anche se mi trovavo a 126 km da casa mia, ogni volta che mi trovavo fra le sue braccia, ero veramente a casa e quel posto era tutto per me e quelle braccia erano le mura costruite per difendermi da ogni sofferenza.
Non sono felice perché domani è domenica e io non prenderò nessun treno.