desideray

«Ecco: io stesso non sapevo bene dove volevo andare, quando desiderai abbandonare il mio primo posto. Sapevo soltanto che volevo mettermi più indietro. La volontà di venire da te non era ancora entrata nella mia coscienza. Nello stesso tempo anche la tua volontà mi trascinava e mi aiutava. Solo quando mi trovai nel banco davanti al tuo mi accorsi che il mio desiderio era appagato soltanto a metà. Mi accorsi che, a rigore, avevo desiderato soltanto di sedere accanto a te.»

Hermann Hesse, Demian

Un giorno incontrai questa ragazza, così bella, i capelli mori e gli occhi neri. Frequentavamo lo stesso liceo, liceo classico. Io ero all’ultimo anno, lei era una bambina al secondo anno di superiori. Aveva un enorme sorriso, le labbra a forma di cuore, e una collana con una perla: era bellissima. Ricordo che la prima cosa che mi colpii di lei fu quella luce nei suoi occhi, e il neo che aveva sulla guancia destra. Era bellissima, e tutti i ragazzi del liceo la volevano. Veniva a scuola con vestiti a fiori, cappotti lunghi, stivali. Stava bene con tutto. Era pura, come una bambina che vede per la prima volta il cielo e gli sorride. Una mattina, bussò alla porta della mia classe, doveva consegnare un foglio. Quando chiuse la porta mi trovai davanti alla domanda più importante della mia vita: avrei dovuto lasciar perdere o inseguire il mio sogno, quella ragazza appena uscita dalla stanza?
Non le corsi dietro, non la inseguii, non le feci un sorriso, non la guardai, non la toccai: niente.
La mia mente fu invasa dal fastidioso pensiero che io per lei non sarei potuto essere abbastanza. E allora restai fermo, in silenzio. La cosa peggiore che avessi potuto fare. Ci osservavamo, sempre, durante la ricreazione. Poi, quando ci incontravamo nel corridoio, lei arrossiva e abbassava lo sguardo, e io la guardavo con gli occhi pieni d’amore: l’amore di un ragazzo troppo insicuro per renderla felice. Ci dedicavamo versi, poesie, frasi. Lei le scriveva sul suo banco, e, al suonare dell’ultima campanella, le andavo a leggere, e ci aggiungevo qualche parola, come a dire ‘ti amo anche io’; io le scrivevo sui muri, incidevo la bellezza del mio amore sul giallo scolorito delle pareti della città, poesie sotto gli occhi di tutti, solo per lei. La prima cosa che le scrissi fu una frase in greco, su un pezzo di carta strappato dal quaderno di letteratura, una frase che i Greci ritenevano grandiosa,che incidevano nel marmo, che per loro indicava l’eternità del tempo.
Il nostro era un grande amore: uno di quegli amori che spezza il fiato, che si incontra una volta nella vita. E mi ricordo ancora quando correva tra i prati, i piedi nudi e i capelli al vento, e quel sorriso di bambina. Correva ed era libera, come una farfalla vola spinta dalla brezza estiva. La amavo molto. Poi un giorno, passeggiando per il corridoio, i suoi occhi non incrociarono i miei. Il giorno seguente non venne a scuola, ne quello dopo. Aveva cambiato paese. Ricordo che quello fu il giorno della mia prima morte, poiché fu il giorno in cui desiderai di morire. Non la vidi per anni, ma tutti i giorni io pensavo a lei: bevevo il caffè e pensavo a lei, guardavo una donna,facevo la spesa, cantavo una canzone, portavo il cane fuori, facevo l’amore con un’altra, e pensavo a lei. Speravo sarebbe tornata, proprio come torna una malattia mortale. Poi - proprio come una malattia - iniziai a preoccuparmi di meno, il mio pensiero andava ad altre cose, persone, fatti. Ero felice di liberarmene, poiché era un pensiero che non mi faceva vivere, che non mi faceva morire. Poi un giorno - era l’ora di pranzo - vidi un vestito a fiori, un cappotto marrone lunghissimo alla fine del quale si intravedevano dei tacchi. Quello fu il giorno della mia seconda morte: perché mai prima di allora avevo tanto desiderato vivere. Mi alzai e camminai lentamente verso di lei, e credevo fosse un sogno. Mi sentivo come un assetato in un deserto, al quale all’improvviso appare il miraggio di un’oasi.
Mi sedetti al suo tavolo e incontrai quegli occhi neri che mi erano mancati per dieci anni. Rimanemmo immobili, fermi a fissarci: non ci credevo. Prese il tovagliolo azzurro che era sotto al suo piatto e iniziò a scriverci qualcosa. Me lo porse. Una frase che per i Greci indicava l’eternità del tempo. Come la prima volta, come al liceo. ‘Kτήμα εις αεί’. E le sorrisi, e la baciai, perché tra noi, sarebbe stato per sempre.
—  noianchesiamounastoriadamore
Mi abbracciò di nuovo e restammo così a lungo. Lei appoggiò la testa contro la mia spalla, sentivo il suo respiro caldo sul collo, e d'un tratto non desiderai altro che colmare i piccoli spazi che separavano i nostri corpi, diventare una persona sola. Ma Emma si ritrasse, mi baciò sulla fronte e tornò dagli altri. Io ero troppo stordito per seguirla subito, perché dentro di me stava accadendo una cosa nuova: sentivo per la prima volta una sorta di rotella nel cuore, che girava tanto vorticosamente da darmi le vertigini. Più lei si allontanava, più veloce girava, come se fosse legata a una fune che si dipanava tra di noi; avevo l'impressione che, se Emma si fosse allontanata troppo, la corda si sarebbe spezzata, uccidendomi.
Mi chiedi se quel dolore, strano e dolce, fosse amore.
—  Hollow City - Ransom Riggs.

Un anno fa era sabato, e io ero super emozionata, speravo in qualcosa, speravo che tu ti accorgessi davvero di me.
Uscivo un’ora prima, alle 12, non ricordo chi mancava, ma avrei aspettato un’ora, per un pomeriggio con te.
Si, un pomeriggio di studio, lo sapevo, però speravo tanto che significasse qualcosa in più.
Per me era assolutamente così, speravo anche per te.
È passato un anno, da quel primo
non-appuntamento, girovagai per un’ora con il batticuore, sentii entrambe le mie migliori amiche, avevo paura, era la prima volta in fondo che ci ritrovavamo di nuovo faccia a faccia dopo ormai un mese, e non sapevo cosa fare.
Si, io, che da mesi ormai non mi imbarazzavo più per nessuno, quel giorno mi ritrovai tornata indietro di anni, così impacciata ed emozionata.
Perché per la prima volta da mesi era diverso, mi importava davvero.
Ricordo di aver camminato per un ora senza fermarmi per poi tornare indietro, tornare a scuola, vederti uscire, vederti venirmi in contro, con lo zaino pieno di libri, come il mio, sentire la tua voce, non la ricordavo così strana, mi dissi “ciao” e abbastanza imbarazzati iniziammo a camminare per le strade del centro, piuttosto lontani per essere così vicini, decisi io dove andare a mangiare, e scelsi una delle mie pizzerie al taglio preferite, Abdoni, proprio in centro centro, lungo via cavour.
A te non è piaciuto come luogo, lo trovasti triste ma solo la settimana dopo me lo dicesti.
Dopo aver mangiato andammo subito in biblioteca contro le mie aspettative e studiammo davvero tutto il pomeriggio fino alle 5.
Oltre il mio, spero non troppo vano, tentativo di farti capire la luce, ricordo che mi presi la mano tre volte.
Tu neanche te ne accorgesti, ma io si.
Era il primo contatto che avevo con te.
Quando uscimmo camminammo un po’ e chiacchierammo, nonostante l’imbarazzo, era facile parlare con te, come la prima volta che ti avevo incontrato su quell’autobus, come le domeniche sere in cui chiacchieravamo tranquilli.
Quando fu il momento di salutarci rimanemmo uno di fronte all’altra.
Non sapevo cosa fare, non so cosa mi aspettassi, credo solo un segno, qualcosa che mi facesse capire se anche tu eri interessato a me, perché io no, proprio non lo capivo.
In realtà era te che non capivo.
Per questo quella prima volta avevo desiderato conoscerti.
E ogni giorno che passava lo desideravo di più.
Hai sempre detto che io ti ho sempre capito.
In realtà all’inizio eri un meraviglioso mistero.
Mi facevi pensare che dovesse esserci qualcosa dietro a quel tono freddo, quei modi distaccati di fare.
Quel giorno, 1 marzo 2014, tu non mi lanciasti alcun segno, non mi desti un bacio sulla guancia, né mi abbracciasti, né mi dicesti frasi come “sono stato bene”.
In fondo non era un appuntamento.
O forse si?
O forse quel giorno dovevi ancora deciderlo, se darmi una possibilità o no?
Restammo li, immobili, distanti un metro, distanti l’infinito, per un tempo che mi parve lunghissimo.
Poi non ressi più quella tensione, mi arresi.
“Ciao” ti dissi, e poi me ne andai, voltai l’angolo, non era nemmeno quella la strada che dovevo prendere ma io dovevo andarmene.
“Non gli interesso” mi ripetevo.
E credimi, ne ero convinta.
Ti consideravo qualcosa di troppo, troppo bello troppo un bravo ragazzo per una come me.
Ricordo che quella sera, esattamente un anno fa, uscì con la mia migliore amica il suo moroso e un suo amico, andammo a mangiare sushi insieme, appena scesi dall’auto la mia amica mi vide, mi chiese “allora come è andata?”
“Non gli interesso”
Lei mi abbracciò, mi fece raccontare il pomeriggio, e poi mi disse “beh, aspetta, non è mica detto, magari stasera ti scrive”
Stavo mangiando il mio quinto piattino di sushi quando mi arrivò il tuo messaggio.
“Partita persa” o qualcosa del genere.
Ti eri ricordato.
Mentre passeggiavamo in centro quel pomeriggio infatti mi avevi detto di avere una partita di basket, e io ti avevo chiesto di farmi sapere come sarebbe andata.
Lo facesti.
E fu quella la prima cosa che mi diede un po’ di speranza.

Un anno fa era sabato, un anno fa in fondo è iniziato tutto.
Un anno fa mi hai dato una possibilità.
E dopo 365 giorni siamo ancora qua.
Ti amo.

—  portolealidiunangelo
Non ricordo il momento esatto in cui mi innamorai di te, ma iniziai a pensare di esserlo quando un giorno, mentre ero con le mie amiche ad una festa di compleanno, desiderai che tu fossi lì accanto a me. Ma tu non c'eri e mi mancavi.
E mi mancavi anche il giorno dopo quando ero a scuola, e tu non c'eri perché avevi la febbre a 40° e per primo chiamasti me per avvisarmi. E io mi ero anche preoccupata e tutta allarmata ti avevo chiesto se stavi bene, e sai che non sono mai stata ansiosa. Ti chiesi se il pomeriggio avevi voglia di un po’ di compagnia, ma tu rispondesti di no, perché avevi paura che mi ammalassi anche io, ma a me non importava, preferivo di gran lunga la febbre alla tua assenza. Ma decisi comunque di ascoltarti.
Era da un paio di giorni che non ti presentavi a scuola, così una mattina invece di passare cinque ore dentro quell'inferno decisi di farti una sorpresa e passare la mattina con te, a casa tua, tanto i tuoi genitori non c'erano mai.
Ricordo benissimo la tua faccia sconvolta con cui apristi il portone e mi guardasti, io lì impalata con una spavalderia stampata in faccia e due cornetti sulle mani, marmellata e zuccherini per entrambi.
Mi invitasti ad entrare, e sorridesti. Lì capii che ti aveva fatto piacere.
Dopo vari avvertimenti sulla febbre, sui batteri e sul fatto che dovevo starti lontano altrimenti ti saresti sentito in colpa di avermi fatto ammalare, ti tranquillizzasti.
Mi facevi ridere, perché la tua faccia era tutta un'enigma. Avevi il naso rosso e te lo soffiavi ogni 3x2, gli occhi gonfi e lucidi ma che riuscivano ancora a sorridere.
E li pensai che eri bellissimo.
Non eri messo bene, non ti lavavi da qualche giorno, eri tutto spettinato e avevi una faccia da morto, ma lì ti guardai come non ti avevo mai guardato.
Con gli occhi dell'amore.
—  Ilconfinediunattimo01
La gente pensa che sia facile
essere me
eppure non sa
quanto darei
per vivere
almeno un giorno
da persona normale.
Camminare con un sorriso,
godersi il sole,
il mare,
l'amore.
La gente non sa
cosa significhi
dover essere sempre perfetta,
essere qualcuno
a cui gli errori
non verranno mai perdonati.
Vivere nove mesi all'anno
prendendo schiaffi da tutto
e da tutti,
avere tutto calcolato,
sempre,
come se la vita
si vivesse solo per programmi.
Avere il futuro scandito
da quando si è nati.
Aprire gli occhi
e pensare:
“Eccoci qui, un altro giorno all'inferno”,
posare i piedi a terra
su un pavimento freddo
e sentirsi gelidi,
sorridere
per evitare domande.
La gente non sa
cosa significhi
rappresentare la perfezione,
non sentirsi mai all'altezza,
e doverlo essere
sempre
e comunque.
Guardare gli occhi d'una madre
e vedere il vuoto.
Specchiarsi,
sentirsi un difetto,
uscire là fuori
e dare spettacolo,
lo spettacolo più triste che esista,
per me.
La gente crede sia semplice,
avere tutto,
ottenere tutto con facilità.
Scambierei mille volte la mia perfezione
per una serata in più,
per una cazzata in più,
per un cuore più leggero.
Che vivere così fa male,
si diventa freddi.
Sapere ogni passo falso,
predire ogni mossa,
leggere ogni sguardo,
è una condanna:
poter salvare tutti
e creare solo dolore.
La gente è libera,
può scegliere,
può fantasticare,
ed in fondo,
verrebbe perdonata.
La gente può sognare,
essere,
diventare,
ciò che più desidera.
Che avere le carte in tavola a quindici anni
può sembrare una salvezza
quando è soltanto una gabbia.
Essere freddi
è sempre stato l'unico modo
per sopravvivere a tutto questo.
Un cuore di vetro si frantuma,
uno in cemento
non lo sfiori nemmeno.
“Un pezzo di ferro”,
questo desiderai
e questo sono.
Sembrava l'unica soluzione,
ed ora è una maledizione.
Ritrovarsi a pezzi,
scoppiare in lacrime,
essere debole,
mai mi è stato concesso,
mai lo sarà.
“Ciò che mi spaventa è la tua fragilità emotiva”,
contenta mamma?
Ora hai un pezzo d'acciaio,
impenetrabile.
La corazza
è diventata una seconda pelle,
la maschera non è mai caduta,
il viso s'è deformato.
Per quanto possa tentare,
io sono questo,
e questo
mi spaventa,
la mia forza distruttiva,
la mia anima corrosiva.
Il dolore,
la tragedia,
mi attraggono come mai nulla ha fatto prima,
e l'unico modo che ho
per incontrarli
è negli occhi degli altri,
che i miei ormai
son spenti,
e guardami,
lo sono anch'io.
—  mailmiocuoredipietratremaancora.tumblr
"Mi fermai a guardare il cielo, mi sentivo della stessa essenza delle nuvole e per un attimo desiderai di non esistere, di essere come loro; poter viaggiare nel blu e trasformarmi nelle forme più svariate senza schema o obbligo alcuno, spinta da una forza invisibile quale il vento."

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Ti dico addio, e forse ti amo ancora.
Forse non ti dimenticherò, ma ti dico addio.
Non so se mi desiderasti… non so se ti desiderai …
O forse ci desiderammo troppo entrambi.
Questo amore triste, e appassionato, e folle,
mi si è piantato nell’anima per amarti.
Non so se ti ho amato tanto … non so se ti ho amato poco;
ma so che non tornerò mai più ad amare così.
Mi rimane il tuo sorriso addormentato nella mia memoria,
e il cuore mi dice che non ti dimenticherò;
ma, restando solo, sapendo che ti perdo,
forse inizio ad amarti come mai t’ho amato.
Ti dico addio, e forse, con questo addio,
il mio sogno più bello muore dentro di me…

Ma ti dico addio, per tutta la vita,
anche se per tutta la vita continuerò a pensare a te.

José Angel Buesa, Poema de la despedida

‘Tanto il 2015 sarà la stessa merda.’
Eh no cazzo, per forza che così non cambia mai nulla. Devi prendere in mano la tua vita.
Vuoi dimagrire? Mettiti a dieta e fai sport.
Vuoi uscire con quel ragazzo per cui hai una cotta? Scrivigli, parlagli, fai in modo che accada.
Vuoi prendere bei voti a scuola? Studia.
Vuoi vivere serenamente in casa? Comincia a cambiare il tuo comportamento ed il resto verrà da sé.
Vuoi riuscire a rapportarti bene con gli altri? Sii gentile e disponibile e ciò che dai ti tornerà indietro prima o poi.
Cazzo. Quanti anni abbiamo? 15,16,17?
Abbiamo tutta la vita davanti e questi sono gli anni migliori, anche se non ce ne rendiamo conto.
So che a volte può essere uno schifo, credimi, lo so più di chiunque altro, ma posso anche dirti che le cose possono migliorare, che si può iniziare ad essere felici.
Sarà facile? No. Perché mentire? Non riceverai un cazzo se non cambierai nulla, devi rimboccarti le maniche e lottare fino ad ottenere ciò che tanto desiderai. E ne varrà la pena.
Fa che questo nuovo anno sia migliore, pieno di opportunità e di felicità.
Buon 2015 a tutti.
—  ituoiocchicolorsperanza