del moral

Il post non è mio ma, potrebbe far bene a tante persone quindi lo posto lo stesso.

Mi chiamo… Anzi non mi chiamo. Sono troppo piccolo per avere un nome. Ho appena qualche settimana di vita. La mamma non si è ancora accorta di me. Semplicemente, percepisce in lei qualcosa di diverso, ma non immagina cosa possa essere: improvvisi sbalzi d'umore, capogiri, eccessiva stanchezza. Non sa che io sono dentro di lei. Poi realizza il fatto di avere un ritardo, e si spaventa. La mamma è giovane. Va ancora a scuola. Percepisco la sua angoscia, e mi ferisce la sua speranza della mia inesistenza.
Continua a ignorare la cosa, a voler
credere che io non esista. Oggi però ha
finalmente trovato il coraggio di
scoprire la verità adesso sta entrando
in farmacia per acquistare un test. Si
rivolge al farmacista timidamente, parlandogli a bassa voce. Temo che si
vergogni di me. Torna a casa. Chiudendosi in bagno, affronta la realtà: prende il test fra Ie sue mani, e dopo
qualche istante comprende che c'ero,
che esistevo. Mi ha profondamente
colpito la sua disperazione: avvertivo il
suo dolore, unito al mio che cresceva
man mano per la sua infelicità. Perchè
non mi vuoi, mamma? Non piangere,
tranquilla. Ci sono qui io che ti voglio
bene. Adesso prende il cellulare. Sta
facendo uno squillo a papà. Non so cosa gli stia dicendo, ma la mamma si
arrabbia molto con lui, grida, gli urla
che io non sono un dente cariato da
estirpare: sono un essere umano! Dice
che non può tirarsi indietro, fingere che
la cosa non esista, perchè, che lo voglia o no, lui è mio padre. La mamma e così
piccola ancora, fragile, ha bisogno del
sostengo morale di papà, soprattutto per dare la notizia ai nonni. Invece si trova costretta ad affrontare ogni cosa da sola, perchà papà non vuole saperne di me. Papà, quando la mamma ha saputo di me è scoppiata in lacrime, tu
addirittura vuoi buttarmi via: perchè
non mi volete? Cosa vi ho fatto di male? Sono solo un bimbo innocente. Ora la
mamma lo sta dicendo alla nonna.
Nonna, cosa fai? Perchè hai dato uno
schiaffo?!? Cosa c'è di tanto cattivo in
me, che non deve nascere? Mamma
tranquilla, andrà tutto bene. Non
intristirti perchè hai litigato con la
nonna. Vedrai, Ie passerà. Andrà tutto
bene.
Sono passati tre giorni. Ora ho tre
giorni di vita in più. Che bello, non vedo
proprio l'ora di nascere, di imparare a
camminare, a parlare, a correre. Voglio
che mi insegni tutto quello che sai,
mamma. E non importa se papà non mi
vuole, magari con il tempo cambierà
idea. Per adesso mi basti tu. È cosi bello addormentarsi con te, mammina,
svegliarsi con te, accompagnarti in ogni cosa che fai. Ora stiamo entrando in uno studio medico. Non piangere, mamma. Ci sono qui io che ti voglio bene. Vedo il dottore, molte macchine e tanti infermieri. Sei già curiosa di sapere se sarò un maschietto o una femminuccia?
Eppure tu continui imperterrita a
singhiozzare. Cos'è? L'emozione di
sapere il mio sesso? Continui a ripetere, accarezzandoti il ventre «perdonami,
bambino mio». Perdonarti di cosa?!?
Perchè dovresti avere bisogno del mio
perdono? Cosa stai facendo, per chiedermi scusa?
Sento un dolore, una specie di ago che invade il mio piccolo mondo perfetto. Ho capito tutto. Le mie cellule strappate dalla tua carne. Ora capisco che tu non mi insegnerai mai a camminare, a parlare. Perchè io non nascerò mai. Non piangere mamma, io ti perdono. Chissà se esiste un paradiso per i bimbi mai nati.
Addio mamma. Saremmo stati felici
insieme, ti avrei voluto tanto bene.
Addio.
II tuo bambino senza nome.

LA INFLUENCIA DEL MEDIO AMBIENTE SOBRE LA MENTALIDAD

LOS GRIEGOS CREÌAN QUE EL HOMBRE ERA EL PRODUCTO -EN PARTE AL MENOS- DEL MEDIO AMBIENTE. CONSIDERABAN ESENCIAL, POR LO TANTO, QUE TODA PERSONA ESTUVIERA RODEADA POR COSAS DISEÑADAS CON EL OBJETO DE ESTIMULAR SOLAMENTO LOS MÀS ELEVADOS Y NOBLES SENTIMIENTOS DE SU NATURALEZA…

MUY POCO COMPRENDEMOS NOSOTROS DEL EFECTO PROFUNDO O DE LARGO ALCANCEQUE NOS PRODUCEN LAS DISCORDANCIAS. EN FORMA POTENCIAL, EL HOMBRE CONTIENE DENTRO DE SÌ TODO LO QUE EXISTE CON RELACIÒN A ÈL EN LA NATURALEZA.

TODAS LAS COSAS CON LAS QUE TIENE CONTACTO EXTERNAMENTE, EVOCAN UNA CORRESPONDENCIA INTERNA…

VIVIMOS UNA VIDA DISCORDANTE EN LO ARQUITECTÒNICO, MUSICAL Y ARTÌSTICO. LOS EDIFICIOS ESTÀN AMONTONADOS EN EXTRAÑO DISEÑO CUBISTA; INSTRUMENTOS MUSICALES QUE NO TIENEN NADA EN COMÙN, SON EJECUTADOS A LA VEZ; Y EL ARTISTA MODERNO HA ENCONTRADO FÒRMULAS DE COLOR QUE NO TIENEN SU CONTRAPARTE NI EN EL CIELO, LA TIERRA O EL INFIERNO.

LA CONFUSIÒN GENERADA POR ESTA CIVILIZACIÒN NO PODÌA DEJAR DE PRODUCIR EFECTOS PERJUDICIALES SOBRE LA TRIPLE CONSTITUCIÒN DEL INDIVIDUO -MENTAL, MORAL Y FÌSICA…

SI QUEREMOS PRODUCIR UNA RAZA DE HOMBRES Y MUJERES CAPACES DE TENER PENSAMIENTOS RACIONALES E NTELIGENTES DEBEMOS RODEARLOS DE EJEMPLOS DE ESTABILIDAD Y PROPORCIÒN, LOS CUALES EVOQUEN ESOS MISMOS PRINCIPIOS LATENTES EN EL ALMA HUMANA.

GRECIA COMPRENDIÒ PROFUNDAMENTE QUE SUS FILÒSOFOS ERAN EL PRODUCTO DIRECTO DE LOS NOBLES IDEALES DE MÙSICA, ARTE, ESTÈTICA Y ARQUITECTURA LOS CUALES HABÌAN ESTABLECIDO COMO MODELO O “STANDARD” DE SU SISTEMA CULTURAL.

MANLY P. HALL

¿Usted ha pensado alguna vez en el suicidio? Yo si. Pero nunca podré. Y eso también es una carencia. Porque yo tengo todo el cuadro mental y moral del suicida, menos la fuerza que se precisa para meterse un tiro en la sien.
—  La tregua, Benedetti

‘Las fechas en la Historia de México o el derecho a la cultura’ escultopintura por David Alfaro Siqueiros, La Rectoria, Ciudad Universitaria (UNAM), México DF 1952

Arqs. Mario Pani y Enrique del Moral

Foto. Martin L Vargas

Sculptural mural 'Dates in the history of Mexico or the right to culture’ by David Alfaro Siqueiros, the Rectory Building, UNAM, Mexico City 1952

Vista desde la calle, Procuraduría General de Justicia del Distrito Federal, av. Niños Heroes esq calle Dr Liceaga, Doctores, Cuauhtémoc, Ciudad de México 1961 (destruido, permanece el Auditorio Maestro Carlos Franco Sodi)

Arq. Enrique del Moral

View from the street, Attorney General of the Federal District, av. Ninos Heroes at calle Dr. Liceaga, Doctores, Cuauhtemoc, Mexico City 1961 (destroyed, Auditorio Maestro Carlos Franco Sodi remains)

Ciao. Mi chiamo… Anzi non mi chiamo. Sono troppo piccolo per avere un nome. Ho appena qualche settimana di vita. La mamma non si è ancora accorta di me. Semplicemente, percepisce in lei qualcosa di diverso, ma non immagina cosa possa essere: improvvisi sbalzi d’umore, capogiri, eccessiva stanchezza. Non sa che io sono dentro di lei. Poi realizza il fatto di avere un ritardo, e si spaventa. La mamma è giovane. Va ancora a scuola. Percepisco la sua angoscia, e mi ferisce la sua speranza della mia inesistenza.
Continua a ignorare la cosa, a voler
credere che io non esista. Oggi però ha
finalmente trovato il coraggio di
scoprire la verità adesso sta entrando
in farmacia per acquistare un test. Si
rivolge al farmacista timidamente, parlandogli a bassa voce. Temo che si
vergogni di me. Torna a casa. Chiudendosi in bagno, affronta la realtà: prende il test fra Ie sue mani, e dopo
qualche istante comprende che c’ero,
che esistevo. Mi ha profondamente
colpito la sua disperazione: avvertivo il
suo dolore, unito al mio che cresceva
man mano per la sua infelicità. Perchè
non mi vuoi, mamma? Non piangere,
tranquilla. Ci sono qui io che ti voglio
bene. Adesso prende il cellulare. Sta
facendo uno squillo a papà. Non so cosa gli stia dicendo, ma la mamma si
arrabbia molto con lui, grida, gli urla
che io non sono un dente cariato da
estirpare: sono un essere umano! Dice
che non può tirarsi indietro, fingere che
la cosa non esista, perchè, che lo voglia o no, lui è mio padre. La mamma e così
piccola ancora, fragile, ha bisogno del
sostengo morale di papà, soprattutto per dare la notizia ai nonni. Invece si trova costretta ad affrontare ogni cosa da sola, perchà papà non vuole saperne di me. Papà, quando la mamma ha saputo di me è scoppiata in lacrime, tu
addirittura vuoi buttarmi via: perchè
non mi volete? Cosa vi ho fatto di male? Sono solo un bimbo innocente. Ora la
mamma lo sta dicendo alla nonna.
Nonna, cosa fai? Perchè hai dato uno
schiaffo?!? Cosa c’è di tanto cattivo in
me, che non deve nascere? Mamma
tranquilla, andrà tutto bene. Non
intristirti perchè hai litigato con la
nonna. Vedrai, Ie passerà. Andrà tutto
bene.
Sono passati tre giorni. Ora ho tre
giorni di vita in più. Che bello, non vedo
proprio l’ora di nascere, di imparare a
camminare, a parlare, a correre. Voglio
che mi insegni tutto quello che sai,
mamma. E non importa se papà non mi
vuole, magari con il tempo cambierà
idea. Per adesso mi basti tu. È cosi bello addormentarsi con te, mammina,
svegliarsi con te, accompagnarti in ogni cosa che fai. Ora stiamo entrando in uno studio medico. Non piangere, mamma. Ci sono qui io che ti voglio bene. Vedo il dottore, molte macchine e tanti infermieri. Sei già curiosa di sapere se sarò un maschietto o una femminuccia?
Eppure tu continui imperterrita a
singhiozzare. Cos’è? L’emozione di
sapere il mio sesso? Continui a ripetere, accarezzandoti il ventre «perdonami,
bambino mio». Perdonarti di cosa?!?
Perchè dovresti avere bisogno del mio
perdono? Cosa stai facendo, per chiedermi scusa?
Sento un dolore, una specie di ago che invade il mio piccolo mondo perfetto. Ho capito tutto. Le mie cellule strappate dalla tua carne. Ora capisco che tu non mi insegnerai mai a camminare, a parlare. Perchè io non nascerò mai. Non piangere mamma, io ti perdono. Chissà se esiste un paradiso per i bimbi mai nati.
Addio mamma. Saremmo stati felici
insieme, ti avrei voluto tanto bene.
Addio.
II tuo bambino senza nome
Casos clínicos de Freud: Katharina


Freud decide tomarse unas vacaciones para olvidarse por un tiempo de la medicina y, en particular, las neurosis. Casi lo había logrado, cuando cierto día se desvió de la ruta principal para ascender a un retirado monte, famoso por el paisaje que ofrecía y por su bien atendido refugio. Una joven que trabajaba en el hotel, de unos 18 años, le preguntó si era médico. La misma, que la posadera llamó por el nombre de Katharina, le consulta debido a que hace tiempo presenta lo que ella llama “ataque de nervios”. Le comenta que ya había acudido a un médico con anterioridad pero el tratamiento del mismo no le resultó ningún efecto.

Freud le pide que describa sus síntomas, a lo que ella responde que le falta el aire, muchas veces llegando hasta una sensación de ahogo. Explica que primero siente como una opresión sobre los ojos, la cabeza se le pone pesada y le zumba (“martilla hasta estallar”), y describe que se marea tanto que cree que se va a caer; menciona que siente que se le oprime el pecho y no puede respirar, se le aprieta la garganta como si se fuera a ahogar. Todo esto le hace sentir tal como si estuviera a punto de morir. También señala que siempre tiene la sensación de que alguien está detrás y la agarrará de repente, por lo que no se siente segura en ningún sitio.  

Freud considera que se trata de un ataque de angustia con aura histérica, o, mejor dicho, un ataque histérico que tiene por contenido la angustia.  

Al seguir indagando sobre el malestar de la joven, Katharina cuenta que en esos momentos cuando le suceden estos ataques siempre ve un rostro horripilante, que la mira espantosamente. Freud le pregunta si reconoce la cara a lo cual ella contesta negativamente. La joven continúa con su relato, mencionando que su primer ataque le sucedió hace dos años cuando vivía con su tía en el otro monte.

Freud descarta la hipnosis en este tratamiento, por lo cual recurre a una simple plática. Él ya había discernido la angustia en muchachas jóvenes como una consecuencia del horror que invade a un ánimo virginal cuando el mundo de la sexualidad se le abre por primera vez. Por esta razón, Freud le dice a la joven que, en algún momento, dos años atrás, tenía que haber visto o escuchado algo que la avergonzó mucho y que preferiría no haber visto. Katharina le cuenta que ese primer ataque sucede luego de haber sorprendido, a través de la ventana de un cuarto, a su tío con su prima Franziska, en una actitud sexual (aunque del carácter de esa escena se entera luego, ya que según ella en ese momento no entendió nada). Desde ese momento empezó a sufrir los ataques. La joven cuenta que no podía dejar de pensar en la situación, y que en uno de esos días sufrió de mareos y vómito, por lo cual permaneció en cama, indicando que los síntomas se presentaron durante tres días. Katharina informa entonces que por fin comunicó a su tía lo que había descubierto, por lo que sus tíos se separaron y no en muy buenas condiciones. Además menciona que entretanto Franziska había quedado embarazada.

El asco que le produjo ver esa escena había producido en ella los vómitos durante los días siguientes, aunque ella no sabía que era lo que le había provocado tanto asco.

Luego, para asombro de Freud, ella abandona este hilo y empieza a contar dos series de historias más antiguas, que se remontaban de dos a tres años atrás del momento traumático. La primera serie contiene ocasiones en que ese mismo tío la asediaba sexualmente a ella, cuando sólo tenía catorce años de edad. Estando ella dormida, su tío subió a la habitación y se acostó en su misma cama, por lo cual ella despertó molesta porque sintió que no la dejaban dormir y no advirtiendo las verdaderas intenciones de su tío. Por la modalidad de defensa que ella informa, parece desprenderse que no discernió claramente el ataque como sexual; sólo mucho después se le volvió claro. Refiere que se resistió porque le resultaba desagradable que la molestaran cuando dormía y “porque eso no se hace”.

Luego cuenta otras vivencias de un tiempo algo posterior, cómo otra vez tuvo que defenderse de él en una posada, cuando estaba totalmente bebido, etc. A la pregunta sobre si en esas ocasiones sintió algo semejante a la posterior falta de aire, responde con precisión que todas las veces tuvo la presión sobre los ojos y sobre el pecho, pero no tan intensa como en la escena del descubrimiento.

Inmediatamente después de concluida esta serie de recuerdos empieza a referir una segunda, en la que se trata de oportunidades en que algo le llamó la atención entre su tío y Franziska. Freud le pregunta si en esa época malició algo a lo que ella responde que no y que nada se le pasó por la cabeza. Le preguntó también si en esas oportunidades le vino la angustia, a lo que ella contesta que cree que sí, pero esta vez no está segura de ello.

Después que ha terminado estas dos series de relatos toma respiro. Está como transfigurada; el rostro con expresión de fastidio y pesadumbre se había animado; tiene los ojos brillantes, está aliviada y renovada. A Freud, entretanto, se le abrió el entendimiento de su caso. Llevaba dentro de sí dos series de vivencias que ella recordaba, pero no entendía ni valorizaba en conclusión ninguna; a la vista de la pareja copulando se estableció al instante la conexión de la impresión nueva con esas dos series de reminiscencias; empezó a comprender y, al mismo tiempo, a defenderse. Luego siguió un breve período de acabado, de “incubación”, y se instalaron los síntomas de la conversión, el vómito como sustituto del asco moral y psíquico. Con ello quedaba solucionado el enigma; no le dio asco la visión de aquellos dos, sino un recuerdo que esa visión le evocó, y, bien ponderadas todas las cosas, sólo podía ser el recuerdo del asalto nocturno, cuando ella “sintió el cuerpo del tío”. Con esto estaría aclarado el caso pero solo quedaba un enigma por resolver: ¿de dónde provenía la alucinación de la cabeza que le provoca pavor y era recurrente en el ataque? Logran descifrar que el rostro que Katharina ve cuando le dan los ataques es el de su tío enojado persiguiéndola para agredirla. Después de que se desataron todas las querellas, su tío concibió una absurda furia contra Katharina, considerándola la culpable de todo; si no hubiera revelado el descubrimiento, nunca se hubiera llegado a la separación. Según cuenta la joven, siempre la había amenazado con hacerle algo; cuando la vio a lo lejos, su rostro se desfiguró por la furia y se abalanzó sobre ella con la mano levantada. Indica que siempre se ha escapado de él, y siempre con la mayor angustia de que la atrapara de improviso en algún lado. El rostro que ve siempre en su rostro cuando estaba furioso (símbolo mnémico del rostro alucinado).

En el epicrisis del caso, Freud considera que se trata de una histeria provocada por dos series de vivencias eróticas con unos momentos traumáticos, y la escena del descubrimiento de la pareja, como un momento auxiliar, que las reactiva. En este aspecto, el caso de Katharina es típico; en el análisis de cualquier histeria que tenga por fundamento traumas sexuales, uno halla impresiones de la época presexual que, no habiendo producido efectos sobre la niña, más tarde cobran, como recuerdos, una violencia traumática  al abrirse para la joven el entendimiento de la vida sexual.

Otra divergencia en el mecanismo psíquico de este caso reside en que la escena del descubrimiento, que hemos calificado de “auxiliar”, merece al mismo tiempo el nombre de “traumática”. Produce efectos por su propio contenido, no meramente por despertar vivencias traumáticas preexistentes; reúne los caracteres de un momento “auxiliar” y de uno traumático. Otra peculiaridad  del caso Katharina, se muestra en que la conversión, la producción de fenómenos histéricos, no se cumple enseguida después del trauma, sino luego de un intervalo de incubación. Charcot llamaba de preferencia a ese intervalo la “época de la elaboración psíquica”. La angustia que Katharina padecía en sus ataques es histérica, es decir, una reproducción de aquella angustia que emergió en cada uno de los traumas sexuales.



Vista desde el Paseo de la Reforma, Secretaría de Recursos Hidráulicos, Glorieta de Cristóbal Colón, Paseo de la Reforma 69, Tabacalera, Cuauhtémoc, México, DF, 1950

Arqs. Mario Pani y Enrique del Moral

Foto: Guillermo Zamora

View from the Paseo de la Reforma, Secretariat of Hydraulic Resources, Glorieta de Colon, Paseo de la Reforma 69, Tabacalera, Cuauhtemoc, Mexico City, 1950

20th Century High Rise and 16th Century Mudejar Facade of Puebla Tiles, Mexico City, 1950 - John Gutmann

Collection Center for Creative Photography

© 1998 Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents 

A la izquierda, el Edificio Condesa (1950) de José Villagrán y Enrique del Moral, dañado en el terremoto de 1985 y remodelado por José Luis Benlliure

Ho visto spesso la femminilità affacciarsi da una tuta in acrilico e la volgarità camuffata da presunta eleganza.
Ci sono raffinate intimità che rendono  superfluo l’abito e stoffe pregiate che valgono più del vuoto morale che ricoprono.
— 

Michelangelo Da Pisa

"Somos por tanto, de entrada, conflicto y tensión entre la naturaleza que arrastramos y las normas del deber moral, la culpa y el arrepentimiento consecuenciales. Somos miedo a la tentación, culpa por hacer lo que más deseamos, terror al castigo, temblor, ansiedad, desasosiego. Somos fractura, escisión interior. Somos “pecado” en marcha, naturaleza en busca de oxígeno".