decollare

E’ troppo tardi, non mi chiamare.
Sono in aereo pronto a decollare.
Pronto a rinascere, pronto a volare.
Senza di te, pronto a cambiare.
—  Mattia Cerrito.—Troppo presto per amarsi.
Il lato vivo è morto
Quello positivo, preso male
Non trovo nulla di personale
Ma tutto da evitare
Passaggio contorto
Strada fatta a pezzi, tutto reale
Disagio profondo
Un punto fermo su cui non esitare
Questo manca da conquistare
Su una terra desolata
Guidata da una mente che è sempre pronta a decollare
Buona come distrazione ma poi si cade in picchiata
una soluzione va trovata
Volare con la mente, anche questo è diventato un problema
Forse l obiettivo principale
Dovrebbe essere cominciare a coltivare
invece di tentare di scappare
Il problema alla base di questo schema
È che manca il materiale
E senza fondamenta crolla ogni ideale
le ali

mi hai detto
aspettami nuda stanotte
arriverò per trasformarti in ali
e chiederti di scappare
verso un cielo fatto di solo amore
e lasciare indietro
ogni bisogno di attenzione
con addosso gli stessi abiti di domani
non curarsi dell'abbandono
ma prendersi per il cuore
e decollare lontano
oltre i pensieri
e le persone
con l'arrivo senza destinazione
in un paese distante solo a parole
dove crescere l'illusione
che nel distacco
si trovi ancora qualcosa
e che nel pianto
ci sia ancora comprensione

Se Dio ti avesse
pensato
peccatrice, ti avrebbe
fatta così,
così,
diversa. Con tutti
quegli interruttori
addosso al corpo, e
l'elettricità a scuoterlo
e la pelle a tenderlo
alle correnti d'aria,
dimmi, come
pretendi
che un aereo
non voli?
—  Ivano Porpora

Come si fa ad andare avanti così..

Con la consapevolezza che fallirai,
che tanto alla fine cadrai.
Lo sai già, ne sei consapevole,
ci sei passate troppe volte.
Troppe volte hai visto crollare tutto,
troppe volte hai visto crollare te stessa.
Occhi stanchi, lacrime sul cuscino,
briciole sparse sul pavimento.
Cocci di speranza buttati al vento,
sogni soffocati dentro il solito cassetto.
E lo senti, ti senti sfinita da te stessa,
dal tuo correre per non farti raggiungere,
dal tuo continuo sorridere,
dalla vita che non sai far decollare.
E lo senti che prima o poi non ti rialzerai:
il sole tramonta, le stelle cadono.
Ed io, cadendo, sento che sto tramontando.

—  macchiatoredistelle

Alice ha gli occhi grandi e un sorriso enorme, di quelli che racchiudono fiori e farfalle, ha anche un neo sulla guancia sinistra e un tatuaggio a forma di stella sul polso destro. Alice non sa volare, si sente di piombo e cemento, un intruglio di ferro che non può decollare, destinata a rimanere tra case prive di magia e persone incontinenti. Ama la libertà, le panchine ai margini dei parchi, le margherite, le stelle che ridono in cielo, quelle più belle. Cammina stando in bilico e le piace così. Le piace l'odore della salsedine che lascia il mare sulla pelle e il sole che brucia gli occhi quando lo si incontra per sbaglio. Indossa armature di cristallo e crede che un giorno la difenderanno da sguardi penetranti, mani calde e morbide, labbra secche e screpolate. Sogna. Respira a tratti e vive di felicità. Quella felicità che con fatica, nel suo cuore, è riuscita a trovare nei fiori che sbocciano dopo l'inverno, nel sole che dopo il tramonto e la notte riesce sempre a farsi alba, un nuovo inizio. E lei vuole riscrivere quello che non le piace perché non importa quello che sei, puoi diventare quello vuoi.
Alice vuole essere una stella: ammirata da tutti e amata da pochi.

Amo gli aeroporti. Amo quei luoghi in cui le persone si rivedono dopo tanto tempo. Quelle persone che mollano valigie in mezzo alla strada e corrono ad abbracciare le persone che amano. Sono i luoghi dove puoi percepire l'amore, i luoghi dove ci si ritrova.
Amo gli incontri in aeroporto, quasi come fosse quella la vera meta del viaggio, di quel vagare da città in città, per poi ritrovarsi in un abbraccio ristoratore che vuol dire nel suo silenzio “Sono tornata”.
Amo osservare l'andare e venire delle persone. Talvolta mi sono soffermata anche ad osservare le lacrime e gli abbracci di chi lasciava sul pavimento non troppo distante da se il suo bagaglio prima della partenza. Immagino che quanto più sia intenso l'abbraccio, quanto più sia lungo il silenzio alternato da quel dignitoso rumore dei singhiozzi che lasciano spazio a lacrime che solcano il viso, più sia dura la partenza, più sia lungo il soggiorno di chi parte, più sia dolorosa quell'assenza per chi resta.
Ma gli aeroporti mi piacciono, non solo perchè fanno pensare a viaggiare, una delle cose che adoro maggiormente fare, ma perchè in questo luogo credo che attraverso l'immagine delle persone che impugnano quei cartelli si nasconda una trepidante attesa, credo che avvenga uno scambio di un profondo quanto umano affetto che pur lasciandoti il cuore a pezzi, fermo, a tratti freddo è come se al contempo invece si dilatasse, corresse, ti desse conferme al decollo dell'aereo, perchè quella persona sta andando via e la sua mancanza ti irrigidisce i muscoli ma se sei lì significa che quel cuore che porti in petto quella persona che sta andando via l'ha riscaldato come nessuno ha mai saputo fare prima. C'è un enorme scambio di amore anche quando fremi al pensiero del suo ritorno, anche quando giungi in aeroporto in anticipo nonostante tu non sia una persona puntuale, quando l'entusiasmo ti gonfia, ti fa sembrare forse addirittura più alto, alla notizia che l'aereo è atterrato.
Adoro quei posti come gli aeroporti che riassumono tutto quello che in fondo la vita comprende: arrivi, partenze e ritorni, atterraggi e decolli, ritardi, attese estenuanti, abbracci di riconciliazione, lacrime di nostalgia, scambi di amore, di affetto, di gratitudine che avvengono nel silenzio di due anime come se attorno non ci fosse altro, tra il rumore della folla che passa che loro non riusciranno minimamente a percepire perchè conta troppo quel saluto che sperano sia un arrivederci pur conoscendo il rischio che possa tramutarsi in un addio, sorrisi e sguardi che aspettano di ritrovarsi nei sorrisi e negli sguardi di chi li attende che in realtà significa semplicemente l'esserci per l'altro perché certi rapporti sono destinati a vagare in uno spazio che sa di ignoto per poi rivedere la ricongiunzione dei fili che in fondo non si sono mai persi del tutto, che in fondo sono legati da sempre, per sempre.
Amo quei posti in cui puoi percepire la fragilità dell'uomo dinanzi un allontanamento che provoca dentro ogni corpo un vuoto profondo quanto una voragine, il ricominciare di chi decolla, il mettere radici di chi atterra, lo sguardo perplesso ed ansioso di chi teme di non arrivare in tempo, il coraggio di chi aspetta e la gioia di chi sa che esiste qualcuno che ancora vuole esserci, quell'incredibile scambio di amore che avviene senza troppe parole ma nel silenzio lucente di sguardi e sorrisi che si scrutano per poi riconciliarsi, la dignità di chi resta inerme di fronte a saluti che intanto fanno il cuore a pezzi.
Amo quei luoghi che raccontano tutto questo, quei posti dove le persone si incontrano trasmettendosi un pezzo di se l'un l'altro, quei posti che sanno di umanità, di vita, quella vera, quella che ti fa piangere e ridere, quella che ti strazia e ti entusiasma, quella che vuole che attendi perché il tuo momento ancora non è arrivato, quella vita che ti costringe spesso a decollare per poi atterrare.
Mi piacciono i posti così, dove se sei particolarmente attento riesci a palpare la vita, a percepirne il senso anche solo osservando in silenzio senza far troppo rumore, quei posti dove c'è talmente tanta vita da poterla tagliare a fette e conservarne un pezzo da portare nelle tasche, perché ovunque ci siano persone c'è sempre un ineguagliabile scambio di vite.

17 notti, 7 stati (8 se contiamo anche la Slovacchia che però abbiamo solo attraversato), 3 cambi di valuta, nmila km fatti in linea d'aria (li avevamo anche contati su una tovaglietta di carta in un ristorante di Budapest, ma poi la birra ci ha confuso le idee e l'abbiamo buttata) e circa 220 km fatti a piedi. Abbiamo preso qualsiasi mezzo ci venisse messo a disposizione: vaporetto, pullman diurno e notturno, treno, aereo, risciò, metropolitana, autobus e tram. Mi piace chiamarlo il viaggio dei pazzi, perché ogni tanto la domanda ‘ma chi ce l'ha fatto fare’ in effetti ci è passata per la testa, ma con il senno di poi lo rifarei altre mille volte, certo magari eviterei di portarmi dietro una valigia alta quanto un ragazzino di 20 kg però, nonostante spesso ho sperato che me la rubassero, mi tocca ammettere che un po’ mi ci ero quasi affezionata (NO). Sono state più le sere che siamo crollate invece che normalmente addormentate, però. Però ho visto i fuochi sul Danubio, ho scoperto che si può parlare male del McDonald però in alcuni casi è sbagliato perché quando arrivi alle 6 di mattina in terra straniera con un bagaglio enorme e senza un posto dove alloggiare, è senza dubbio quanto di più simile tu possa trovare a casa. Ho visto il carillon sulla torre del municipio a Monaco e ho scoperto che festeggiano il ferragosto. Ho mangiato la fettina panata più grande della mia vita e il giorno stesso mi sono sentita male ma non voglio collegare le due cose perché altrimenti le certezze della mia vita potrebbero crollare come un castello di carta. Sono stata in un parco in cui la gente si fa il bagno in un fiume artificiale e sembrano tutti molto felici e rilassati. In Croazia nessuno vuole darti monete anche se compri qualcosa da loro lasciandoti con un parcheggio da pagare e 2 bottigliette d'acqua, una di coca-cola e due sacchetti di lavanda. A Praga c'ero già stata e ho avuto la conferma che la magia non gliela dà la neve, ma ce l'ha proprio di suo (o al massimo può essere merito della birra), ma ho scoperto un negozio di giocattoli bellissimo con uno scivolo dentro che abbiamo ovviamente fatto. Fuori dall'Italia si sente la mancanza del bidet, del caffè e dell'acqua ad un prezzo ragionevole, mentre ho scoperto che l'italiano all'estero si riconosce dalla polo: in un gruppo, almeno uno su tre ce l'ha. Alcune scale mobili a Budapest corrono velocissime, ma i mezzi funzionano ovunque in maniera ineccepibile. Venezia è bella ma non ci vivrei (mi sembrava giusto ribadire questo luogo comune), ma è bella tanto, in una maniera che non è confrontabile probabilmente con nessun altra città al mondo anche se mortacciloro c'hanno fatto pagà una bottiglia d'acqua 4,5 euro al ristorante (perché l'acqua a poco prezzo è un miraggio anche lì in realtà). La Slovenia è un bel posto, bello non solo per il paesaggio ma perché le persone sorridono tutte (o quasi) e c'hanno voglia di aiutarti sempre. Lubiana ha un draghetto bellissimo come simbolo della città mentre Praga una talpa orrenda. All'estero credono ancora al trucco dei fachiri che da noi ormai è passato di moda. Abbiamo fatto una discreta quantità di figure di merda, per non perdere l'abitudine. Ho ancora paura dell'aereo, ma rispetto al pullman notturno sarei disposta a decollare anche ogni mezza giornata. Se poi il pullman notturno è quello tra Praga e Budapest, anche ogni mezz'ora.
Ho staccato come probabilmente non mi era mai successo di fare in questi anni, certo, la realtà non è che è andata da qualche parte, è sempre qua, infame come 20 giorni fa, però è stato bello il viaggio dei pazzi.
Molto bello.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.
I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

—  Antonio Menna ©