cybersoviet

Megavideo e i cybersoviet

Diventa anche più difficile storcere il naso di fronte alla chiusura di Megaupload e dei siti connessi, o applaudire al subitaneo contrattacco messo in atto da Anonymous. Come diventa difficile continuare a parlare di un assalto alla libera condivisione sul web.

Ha ragione Fabio Deotto: sulla questione Megavideo evitiamo le ipocrisie. Questa è l'ennesima dimostrazione del fatto che il Web 2.0 come lo conosciamo è un essere ibrido, in cui istanze libertarie (parole come comunità, condivisione, controcultura) e istanze liberiste (parole come New Economy, Next Big Thing, Wired Society) si mescolano senza soluzione di continuità: una mutazione genetica che dal tecnofreak passa al tecnoliberista per arrivare all'utente qualsiasi di oggi. La prima generazione di pionieri (i nati negli anni Trenta-Quaranta) ha trasferito nella Rete il sogno della propria rivoluzione culturale, la seconda generazione (i nati negli anni Cinquanta-Sessanta) ha trovato il modo di capitalizzarla per creare immensi feudi finanziari virtuali, alimentati da masse di entusiasti che negli anni Ottanta-Novanta non avevano la minima idea di quello che stavano realmente pagando con i propri stipendi (all'epoca) ancora floridi. La terza generazione, la nostra (i nati negli anni Settanta-Ottanta), si trova costantemente nella situazione paradossale di difendere la parola senza rendersi conto che così facendo rende possibile la cosa, cioè il monopolio economico. In fondo è il rischio di tutti i sistemi sociali basati sul controllo delle masse: i cybersoviet credono di lottare per la rivoluzione proletaria, ma ciò che proteggono è ancora il culto della personalità di Stalin. 

In risposta al reblog di @Misantropo, dell'interessante (e per una volta tanto completamente condivisibile) articolo di Steve Johnson sul network orizzontalista, di cui riprendo una frase chiave:

“It’s a story, instead, about a different kind of organization, neither state nor market, that actually builds things, creating new tools that in turn enhance the way states and markets work.”

…posto la mappa delle maggiori correnti di pensiero di intellettuali/sociologi/filosofi del web. Pubblicata originariamente su Il Manifesto.

E’ un po’ vecchia, del 2009, e 3 anni di riflessioni sull'Internet corrispondono a 30 sulla televisione.

Infatti molti dei citati hanno cambiato, poco o molto, il proprio pensiero rispetto a 3 anni fa.

Un indizio: molti di quelli in alto e all'estrema destra (mavvà) sono personcine di merda. Che merda eran e merda son rimasti.

Dalla controcultura alla cybercultura #1

External image

Questa è una cosa che mi interessa molto. Ne ho parlato qui in maniera più teorica e qui in maniera più ravvicinata (tralasciando le conclusioni, però):

Le logiche di fondo dei social media erano, di fatto, già presenti nel genoma della rivoluzione internet dei suoi anni pionieristici.

E poi in nota a piè di pagina:

Fase in cui i protagonisti erano i tecnici e gli ingegneri a cui si deve la realizzazione delle prime infrastrutture di rete, culturalmente vicini alle istanze della rivoluzione studentesca degli anni Sessanta e portatori di una serie di posizioni ideologiche “forti” tra cui: “l'intransigente difesa della libertà di espressione, il rifiuto delle gerarchie istituzionali, un costante impegno a rimuovere (ricorrendo, ove necessario, anche a mezzi ‘illegali’ - cultura Hacker) qualsiasi ostacolo alla libera circolazione di informazioni e conoscenze” (Formenti C., Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Cortina, Milano 2008).

(fonte: Social Media Marketing, a cura di Guido di Fraia, Hoepli, 2011, p. 9; nella foto: hippies a San Francisco negli anni Sessanta)