cucitura

l'abbigliamento [gli abbigliamenti] - the piece of clothing

la camicia [le camicie] - the shirt
la camicetta [le camicette] - the blouse
la maglietta [le magliette] - the T-shirt  
la felpa [le felpe] - the sweatshirt
il maglione [i maglioni] - the sweater
il vestito [i vestiti] - the dress
la gonna [le gonne] - the skirt
i pantaloni - the pants
i jeans - the jeans
i pantaloncini - the shorts  
la salopette [le salopette] - the overalls    
la giacca [le giacche] - the jacket
l’impermeabile [gli impermeabili] - the raincoat
il guanto [i guanti] - the glove
la sciarpa [le sciarpe] - the scarf
il cappello [i cappelli] - the hat
il cappello per il sole - the sun hat
il cappuccio [i cappucci] - the hood
lo zaino [gli zaini] - the backpack

la mutande [le mutande] - the underpants
la canottiera [le canottiere] - the undershirt
il reggiseno [i reggiseni] - the bra
il reggiseno sportivo [i reggiseni sportivi] - the sports bra
il reggiseno con armatura [i reggiseni con armatura] - the underwire bra
il corpetto [i corpetti] - the camisole
il busto [i busti] - the corset
il reggicalze [i reggicalzi] - the garter
la calza [le calze] - the stocking
il collant [i collant] - the pantyhose
il pantcollant [i pantcollant] - the leggings

gli indumenti per la notte - the nightwear
la camicia da notte [le camicie da notte] - the nightgown
il pigiama [i pigiama] - the pajamas      
la vestaglia [le vestaglie] - the bathrobe

la tutina da neonato [le tutine da neonato] - the baby’s romper/playsuit
il bavaglino [i bavaglini] - the bib
il pannolino [i pannolini] - the diaper
il pannolino di spunga - the cloth diaper
il pannolino usa e getta - the disposable diaper
il grembiulino [i grembiulini] - the apron

la tenuta da calcio [le tenute da calcio] - the football uniform
la tuta da ginnastica [le tute da ginnastica] - the jogging suit

l’abito [gli abiti] - the suit
il gilet [i gilet] - the waiscoat
la cravatta [le cravatte] - the tie
la cintura [le cinture] - the belt
l’abito da sera [gli abiti da sera] - the evening dress
senza maniche - sleeveless
senza spalline - strapless
alla caviglia - ankle length
al ginocchio - knee-length
l’abito da sposa [gli abiti da sposa] - the wedding dress
il velo [i veli] - the veil  

il colletto [i colletti] - the collar
il collo a V [i colli a V] - the v-neck
il girocollo [i girocolli] - the round neck
il polsino [i polsini] - the cuff
il risvolto [i risvolti] - the lapel
la fodera [le fodere] - the lining
la cucitura [le cuciture] - the seam
l’orlo [gli orli] - the hem
la manica [le maniche] - the sleeve
il bottone [i bottoni] - the button
l’asola [le asole] - the buttonhole
la tasca [le tasche] - the pocket

il calzino [i calizini] - the sock
la scarpa [le scarpe] - the shoe
le scarpe da ginnastica - the gym shoes
le scarpe da trekking - the trekking boots
lo stivale [gli stivali] - the boot
le scarpe di cuoio - the leather shoes
l’infradito [le infradito] - the flip-flop
il sandalo [i sandali] - the sandal
la scarpa con il tacco alto [le scarpe con il tacco alto] - the high-heeled shoe
la zeppa [le zeppe] - the wedge
il mocassino [i mocassino] - the slip-on
la pantofola [le pantofole] - the slippers

Se hai 30 anni leggi ed Emozionati



Erano i primi anni 90 e TU oggi trentenne,
eri ancora bambino/a e vivevi quegli anni per te spensierati:

  •  Giocavi con nintendo 64

  •  Eri un’appassionato/a di “Beverly hills 90210”

  •  Ascoltavi la musica alla radio, massimo col mangianastri!

  •  Compravi il calippo fizz e il luke

  • Collezionavi ciucciotti colorati e di plastica

  • I power rangers erano il telefilm più bello del mondo

  •  e subito dopo venivano “Otto sotto un tetto” e “Willy il principe di Belair

  • giocavi con l’hula hop

  •  i pattini avevano ancora quattro ruote NON in linea

  • guardavi i miei mini pony, Alvin superstar e le tartarughe ninja

  • Barbie era ancora sposata con ken

  •  Non esisteva mercoledì senza una copia del topolino (o minnie&co o il giornalino di barbie)

  • Giocavi a twister (ed eri ingenuo abbastanza da non pensare a strane mosse)

  • Compravi Cioè e andavi orgogliosamente in giro con tutte le cianfrusaglie che vi erano allegate

  • Hai visto Titanic almeno tre volte, di cui due al cinema e di fila

  • Usavi gli orecchini stick di gomma

  • Amavi blossom e bayside school

  • Ricordi chi sono i Five e Kiss me Licia

  • Non esistevano internet e gli sms e ci si chiamava ancora a casa per mettersi d’accordo per le uscite

  • Mangiavi la girella per merenda

  • Collezionavi i paciocchini!

  • Gli insegnanti ti facevano leggere i ragazzi della via pal, piccole donne e l’isola del tesoro

  •  Hai rivisto mille volte la sirenetta, la bella e la bestia e aladdin

  • Giocavi coi lego e crystal ball!

  •  Ti stai ancora chiedendo perchè puffetta e bontina fossero le uniche femmine trai i puffi!

  •  Non ti perdevi la solita replica natalizia di ‘mamma ho perso l’aereo

  •  Collezionavi schede telefoniche (non esistevano i cellulari).

Avete riso con Spank, pianto con Candy-Candy. Avete guardato i Puffi, i Volutrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l’Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine. Siete la generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme.Ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D’Avena e imparato la mitologia greca con Pollon. Siete la generazione di Bim Bum Bam e del Drive-in.

Tu sei di quella generazione, quella dei nati negli anni ’80 (anno più, anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 60 anni.
Quelli che non hanno fatto la Guerra, né hanno visto lo sbarco sulla luna, non hanno vissuto gli anni di piombo, né hanno votato il referendum per l’aborto la memoria storica comincia coi Mondiali di Italia ’90.

Per non aver vissuto direttamente il ’68 vi dicono che non avete ideali, mentre ne sapete di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.
Babbo Natale non sempre vi portava ciò che chiedevate, però vi sentivate dire, e lo sentite ancora, che avete avuto tutto, nonostante quelli che sono venuti subito dopo di voi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice.
Siete l’ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo mangia frutta, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.

Avete indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la vostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le vostre prime scarpe da ginnastica di marca le avete avute dopo i 10 anni.
Andavate a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siete stati gli ultimi a fare la Maturità e i pionieri del 3+2 all’Università.

Vi ricordano sempre fatti accaduti prima che nasceste, come se non avete vissuto nessun avvenimento storico. Avete imparato che cosa è il terrorismo, avete visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; quelli della vostra generazione l’hanno fatta la guerra (Kosovo, Afghanistan, Iraq, ecc.). Avete imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, avete giocato a Pac-Man, odiato Bill Gates e credevate che internet sarebbe stato un mondo libero.

Mangiavate le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba erano male; al supermercato le cassiere vi davano le caramelline di zucchero come resto.. Siete la generazione di Crystal
Ball (‘con Crystal Ball ci puoi giocare…’), delle sorprese del
Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a forma di mattoncino.
L’ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all’inverosimile per andare in vacanza 15 giorni. L’ultima generazione degli spinelli.

Guardatevi indietro è difficile credere che siete ancora vivi:
viaggiavate in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e
senza air-bag; facevate viaggi di 10-12 ore e non soffrivate di
sindrome da classe turista. Non avevate porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. Andavate in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale.
Andavate a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!!

Mangiavate dolci e bibite schifose, ma non eravate obesi. Al limite uno era grasso e fine. Vi attaccavate alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. Non avevate 99 canali televisivi, computer e Internet. Ve la spassavate giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità. Siete la prima generazione che economicamente sta peggio dei propri genitori…
Avete avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e avete imparato a crescere con tutto ciò.

(Tratta dal web)

Io non ho ancora raggiunto i 30 anni, fortunatamente ho ancora 4 anni a disposizione, ma ricordo tutto.

Aggiungerei che siamo la generazione dei disoccupati, costretti ad andare via dalla propria terra d'origine che offre ogni giorno sempre meno possibilità.

Prendi una taglia in meno, dicevano, calzano larghi.

Indosso un paio di jeans talmente attillati che la cucitura della patta struscia contro il clitoride a ogni minimo movimento.

Immaginate l'espressione che avevo stamattina mentre correvo per prendere la metro.

anonymous asked:

Ho letto che gli hai scritto mille lettere d'amore ma che gliene hai inviata solo una. Ne metteresti un'altra? Di quelle rimaste sul comodino?

Ecco una parte di una cosa che scrissi qualche mese fa, verso Novembre, credo:

”[…] Ti ho conosciuto che ancora l’amavi, non me lo hai mai detto, ma me ne accorgevo dal modo in cui abbassavi le ciglia quando la nominavi. 
Mi hai conosciuta che ancora l’amavo, non te l’ho mai detto, ma te ne accorgevi dall’odio che gli riversavo addosso quando, quelle poche volte, ne parlavo.
Ti aveva tradito con il suo ex fidanzato, e tu non potevi crederci perchè le avevi dato tutto l’amore del mondo, l’avevi amata davvero, le eri stato vicino dopo che aveva perso suo padre. 
Mi aveva tradita con una tipa a caso, una di quelle che chiedono il numero di telefono anche se sanno che sei fidanzato da mesi, una di quelle che vuole essere l’amante.
Io non volevo crederci, non potevo, non riuscivo.
Ti ho incontrato che non volevi saperne di me, nè io di te. Ci siamo usati nel vero senso del termine: eravamo l’uno per l’altra la cucitura provvisoria a ferite troppo profonde. Ricordo notti intere passate a non parlare, senza voglia di parlare, e poi un giorno: ma tu chi sei? 
Con il passare del tempo hai imparato a conoscermi, ad apprezzare lati di me che non volevi conoscere, a far caso a cose a cui non avevi mai fatto caso. 
Con il passare del tempo io ho imparato ad amarti, ad amare il bambino che è in te e ad amare la tua rabbia e l’orgoglio.
Non so dirti come e quando precisamente, ma ti ho amato.
All’improvviso, fortissimo. Poi piano, in modo lieve, leggero. E poi ancora forte e poi straziante.
E poi, in fine, fatale. […]”

Si discute spesso di voler essere salvati, o di voler salvare la gente.

Ci sono persone che si sentono salvate da una canzone, da un abbraccio, da una persona che le ascolta tutta la notte, da un libro letto, e persone che neanche di fronte al Creatore con le mani tese ed un “Sei al sicuro” stampato in chiaro e paradisiaco neon sulla fronte potrebbero trovare il riposo che serve da quello che hanno affrontato.

Ed in questo ci sono persone che a volte salvano altre persone. A volte involontariamente, a volte coscientemente. Persone che vengono osannate come idoli, e che il cui unico egoistico bisogno è soddisfare la propria necessità di scrivere qualcosa. Persone che ringraziano per le belle parole dette dagli altri quando sono complimenti nei loro riguardi, e che ignorano invece le vere richieste di aiuto: non possono alla fine aiutare nessuno, in sè e per sè non si può aiutare mai nessuno, e gli scrittori sono razza bastarda di sorrisi e semantica, che offrono periodi intrecciati e storie inventate sperando che basti quello a falli avvicinare alla gente, o far sì che la gente si avvicini a loro.

Le persone hanno bisogno di essere salvate, ma spesso nel loro bisogno si dimenticano dei corpi che stanno calpestando per giungere a questa salvezza: siamo tutti piccoli bastardi egoisti quando la nostra sopravvivenza è in gioco; per noia arriviamo ad ascoltare le altre persone parlarci dei loro problemi, ma per metà delle volte questo diventa fonte d'ispirazione per il prossimo tragico racconto, per l'altra metà è una valida scusa per cancellare dalla nostra testa i problemi che ci assillano. La bolletta da pagare o l'interrogazione del giorno dopo diventa più importante quando non c'è nessuno a guardarci di quella ragazza che passa la serata a piangere perchè nessuno le dice che è bella, o di quel ragazzo che non può dire ai suoi genitori che la persona che ama non è quella che loro vorrebbero fosse.

Ma è anche vero che le persone sono brave a salvarsi da sole, anche se non lo notano con la dovuta accortezza: i racconti, le canzoni, i dipinti non hanno altra funzione salvifica che non sia quella di tirar fuori da noi stessi le parole che non avremmo saputo dirci. Ma non sono stati scritti per noi, non sono stati composti o dipinti per noi quei ricettacoli di lacrime: ci saranno sempre altre persone che otterranno quelle dediche, e diffidate in fondo di ogni dedica che sia rivolta ad un pubblico più ampio della persona desiderata. Spesso servono come palliativo per una serata no, indubbiamente, ma alla fine sta a noi, solamente a noi, immedesimarci nei protagonisti dei racconti altrui: lo scrittore non offre nessuna mano tesa al suo pubblico, non offre sorrisi sinceri. E molto spesso non ricorda alcun nome delle persone con cui parla. Può ricordare però le storie, può ricordare le emozioni causate, questo sì.

Perchè vive di storie uno scrittore, non vive realmente di persone, nè vive realmente in questo mondo. E’ a volte un gradino sopra, e con condiscendenza ringrazia il suo pubblico adorante spandendo gesti di benedizione e sorrisi come se davvero potesse guarire i mali del mondo. Od a volte è al di sotto dell'esistenza, e la guarda dal basso verso l'alto come chi è stato messo al tappeto dalla vita una volta di troppo, e piuttosto che alzarsi preferisce appoggiarsi con la schiena al muro e stordirsi di parole ubriancandosi neanche fossero il vino più buono e nello stesso tempo scadente che abbia trovato.

Sputerà maledizioni ed insulti alla vita come solo chi ne è realmente innamorato e non ricambiato potrà fare, e quando gli chiederanno consigli non saprà mai che cazzo dire, se non un avviso di sopravvivenza finchè possibile, e poi da lì si vedrà.

Diffidiate degli aiuti semplici, delle belle parole, dei sorrisi che vi arriveranno da dietro uno schermo, dalle persone che piangono per un complimento e che sono bravi ad inventarsi delle storie. Diffidate degli scrittori come si diffida di quei fiori bellissimi ma velenosi, di quei piccoli animali color arcobaleno ma che sono in grado di ucciderti al tocco.

Diffidate, ma nello stesso rubate tutto quello che possono darvi: dagli scrittori non si prende niente, si ruba. Si ruba l'aria che è mancata per respirare, si rubano le parole che non abbiamo saputo dire, si rubano gli amori che forse non vivremo mai davvero noi stessi.

Si ruba la vita che a noi stessi è stata rubata, e ce la si fa andare bene come se fossero abiti di seconda mano. Un taglio di qua, un nome aggiunto di là, una cucitura sul cuore e che non si debba morire.

A volte, anche noi scrittori rubiamo le vite degli altri in fondo, o le restituiamo. A volte nonostante tutte le nostre parole, i nostri periodi, la punteggiatura artistica e quella fantasia cromatica, non siamo in grado di distaccarci dai toni di grigio e di nero della malinconia, non sappiamo toglierci dalle dita la bottiglia per riportarle sulla carta o sulla tastiera, non possiamo passare neanche una mezz'ora senza musica o senza insultarci allo specchio. Alla fine anche noi scrittori arriviamo ad essere umani, ed in quel caso dobbiamo guardarci attorno, perchè con tutte le storie inventate, con tutte le fantasie intrecciate, ci siamo dimenticati dove abbiamo messo le nostre esistenze, dove abbiamo poggiato quella vita che stavamo vivendo fra un racconto e l'altro. 

Ed in quel caso ci ritroviamo ad aver bisogno di qualcuno che ci regali una storia che riesca a calzarci almeno se non a pennello quasi comodamente, che non ci stia stretta sull'ego - ed anche il più disperato di noi finisce per averlo ben ingombrante - e che non ci stia troppo larga sul cuore, che è già freddo di nostri per tutte le vite che abbiamo vissuto non nostre.

Ma come detto, pochi scrivono storie agli scrittori, pochi raccontano a chi ha sempre raccontato. C'è sempre la paura di non piacere, il timore di non essere all'altezza. E si ritorna in quell'egoismo di prima, l'egoismo dettato da paura: “piuttosto che sentirmi dire che non piace, non farò niente.”

Ci sono notti in cui essere scrittori è stancante, e queste notti uno se le porta appresso fino al mattino successivo. 

O fino alla prossima storia,
La prossima canzone,
La prossima immagine.

Distinctive features of Neapolitan tailoring

In the previous article we have done a small comparison between tailoring schools, but what are the distictive features of a true Neapolitan bespoke blazer?

First of all, the Neapolitan tailoring school comes to light in a city that was the capital of male elegance and pioneer of a lifestyle that later will be copied in Paris and Rome. At those times, Naples was the city where the taste of English gentlemen was meeting the preserved artisanal skills of its inhabitants. This peculiar context brought to light a taste that will find its highest expression in the Neapolitan jacket, which for a long time was the one and only competitor of the British one. The former was light, with almost no canvas inside, soft and relaxed. The latter, coming from the military tradition, was rigid like an armour.

As for the jackets, Vincenzo Attolini is unanimously considered the father of the Neapolitan tailoring. Reportedly, he was the first one to make jackets as light as shirts, with no shoulder padding inside. Other famous and historic names are Blasi and Rubinacci who have been like schools for a lot of artisans who afterwards started their own business. Today some of them are still on the market, others decided to turn their atelier into a factory, losing the poetry coming from the true “bespoke”. The word “bespoke” comes from the British tradition and means “custom-made”. It indicates the activity of a tailor who makes a suit for a customer, entirely by hand, starting from the cut of the fabric. Watch out: the true bespoke implies that every customer has his own paper model, created by the tailor after taking the measurements for the first time.

Distinctive features of the Neapolitan tailoring tradition are the following: the single-breasted jacket features three-rolled-two buttons, high collarmappina sleeve (small folds on the seam between the shoulder and the sleeve), pignata patch pocket (a peculiar shape, similar to a pot), light canvas inside, half or no lining, front dart till the bottom, boat-shaped breast pocket, one sleeve button for the sportive blazer and two non-overlapping buttons for the suit. The same “mappina stitching” can be found in some cases also on the sleeves and cuffs of the shirts. The Neapolitan suit comes to light with the flaw, it is not perfect like the off-the-peg one, that must be worn by everyone. It follows the shape of the customer, enhancing his qualities and hiding any possible physical flaw. This is the so-called “charm of the imperfection”.

                                                 _____________

Nel precedente articolo si è fatta una timida comparazione tra scuole sartoriali, ma quali sono i tratti caratteristici di una giacca napoletana fatta in sartoria? Innanzitutto, la scuola napoletana nasce in una città capitale dell’eleganza maschile e pioniera di uno stile di vita che verrà poi esportato a Parigi e Roma. Erano i tempi in cui il capoluogo partenopeo era teatro di incontro tra il gusto dei gentlemen inglesi in vacanza e la tramandata e radicata capacità artigianale dei suoi abitanti. È proprio in questo contesto che si forgia quello stile che troverà espressione nella giacca napoletana, per anni unica rivale di quella inglese. La prima svuotata, morbida e rilassata, in barba alla rigidità geometrica della cugina anglosassone, figlia del mondo militare.

Per quanto riguarda le giacche, Vincenzo Attolini è unanimemente considerato il padre della scuola napoletana. A quanto pare, infatti, sarebbe stato il primo a cucire giacche leggere come camicie e senza spalline. Altri nomi celebri e storici sono Blasi e Rubinacci, che hanno fatto da nave scuola per tanti artigiani che successivamente si sono messi in proprio. Alcuni di questi grandi nomi oggi sono ancora sul mercato, altri hanno optato per la trasformazione in azienda, perdendo la poesia del vero “bespoke”. Quanto a questo oscuro termine ereditato dalla “perfida Albione”, è bene specificare che traduce il nostro “fatto su ordinazione”, “su misura”. Indica l’attività di un sarto che realizza un abito per un cliente, interamente a mano, iniziando dal taglio del tessuto. Attenzione: il vero bespoke implica che ogni cliente abbia un suo cartamodello, creato dal sarto dopo aver preso le misure per la prima volta. 

Veniamo, infine, alle caratteristiche della tradizione sartoriale napoletana. La giacca monopetto è a “tre bottoni stirata a due” ed ha un collo alto. In genere, la manica è a mappina, caratterizzata da piccole pieghe all’altezza della cucitura con la spalla; la tasca applicata, invece, è a pignata, per la sua forma peculiare, simile a quella di una pentola. La tela all’interno è leggera, la fodera è a metà o è assente. La ripresa (pence) sul davanti si fa fino al fondo, il taschino in petto è a barchetta e i bottoni sulla manica sono uno, per il blazer sportivo e due distanziati, per l’abito. La stessa lavorazione a mappina si può riscontrare anche sulle maniche e sui polsini delle camicie sartoriali napoletane. In definitiva, l’abito sartoriale nasce col difetto, non essendo perfetto come l’abito di confezione, che deve andar bene a tutti. Segue le forme del cliente, esaltandone i pregi e nascondendo eventuali difetti fisici. E’ questo il cosiddetto “fascino dell’imperfezione”.


Bespoke Hugs,
Fabio

About hand-made shirts


Born as an underwear garment, the shirt has not always been like we know it today. Allegedly, in the beginning the shirts were made like pop-overs and only in 1871 the company “Brown, Davis & Co” registered the first model with frontal buttoning. Cuffs and collar were initially removable, so that the same shirt could be worn many days in a row, just changing those parts. The misrepresentation is quite common also for the shirts, so how to distinguish an hand-made shirt from a machine-made one? And what does “fatto a mano” really mean? The distinction is not so useless, considered that, according to some, “fatto a mano” means getting the fabric with the hand and putting it into the machine! Out of joke, not lots of people know these differences and the big brands are interested in keeping the consumers unaware.  First of all, it must be pointed out that an “entirely hand-made” shirt is rather unusual. A side, a sleeve or a yoke – if made by hand - can also affect the whole structure of the shirt, leading to annoying tears. Two factors are considered integral to have a good product: the fabric and the model. Skipping on the sad race of some artisans about the hand-made steps in their products, generally a good shirt should have the “Canonical Eight”. Although the name could recall dubious religious music bands, eight is the usual number of hand-made fellings that a shirt should feature. These are: armhole, button, eyelet, gusset, collar, sleeve gauntlet andcannoncino. Out of these eight, only the first two are fundamental for their functionality: the armhole for giving more flexibility in a fragile part of the shirt and the button, sewn using the crow’s foot technique, that will ensure it will never fall out. The other steps - apart from being a stylistic mannerism - only add more value to the final product, considered that more working hours are needed.  A tip: to find out whether a shirt is hand-made, look at the side seam in the point where this meets the sleeve seam. A machine-made shirt will always have these two stitchings aligned. A tailor, on the contrary, will stitch the sleeve only after the side has been closed, just like it is done for the jackets. Artisanal shirtmakers still cut by hand every single fabric, whereas big companies use machineries able to cut also two hundred fabrics at the same time. Moreover, the collar can be glued or with canvas; in the second case, fourty more minutes are needed. Ultimately, a shirt can be done by machine in about ten minutes or by hand in more than two hours and a halfand the choice of the customer will fall on what is better for his needs and budget, but it is useful to make things clear in this industry, in order to know what we are buying and not to be swindled by the big brands’ marketing campaigns.                                           _____________________ Nata come indumento intimo, la camicia non ha sempre avuto la forma attuale. A quanto pare, infatti, veniva infilata dalla testa e per vederle assumere le sembianze odierne si dovrà attendere il 1871, anno in cui la ditta inglese Brown, Davis & Co registrò il primo modello con l’abbottonatura frontale. Polsini e colletto erano inizialmente rimovibili, permettendo così di indossarla anche per più giorni. Come in molti altri campi, anche nella camiceria la disinformazione è dilagante. Come distinguere, infatti, una camicia fatta a mano da una fatta a macchina? E cosa si intende per “fatto a mano”? Distinzione di non poco conto, se si considera che per molti “fatto a mano” significa “prendere il tessuto con la mano ed inserirlo nella macchina”! Fuor di battuta, pochi conoscono queste differenze ed i grandi brand hanno interesse a lasciare invariata questa situazione di incertezza e di dubbio tra i consumatori. Innanzitutto, è doveroso acclarare che una camicia “interamente fatta a mano” è alquanto inusuale: avere il fianco, la cucitura interna della manica o il carrè cuciti a mano – a parte il costituire comprensibile vezzo stilitico – può essere addirittura deleterio, in quanto la struttura della camicia diventa in sé più debole e può portare a fastidiosi strappi. Per avere un buon prodotto, unanimemente riconosciuta è l’importanza di due fattori: tessuto e modellistica. Inoltre, tralasciando la sterile corsa tra artigiani a chi fa più passaggi a mano nel proprio prodotto, per quanto riguarda la fase della ribattitura di solito si fa riferimento ai “Canonici Otto”. Benché il termine possa rievocare improbabili band ecclesiastiche di otto improvvisati organisti, si parla in realtà dell’usuale numero di passaggi che una camicia “interamente ribattuta a mano” dovrebbe avere. Essi riguardano giromanica, bottone, asola, mouche, collo, travetto, carrè e cannoncino. Di questi otto, i fondamentali per la loro funzionalità sono solo i primi due: il giromanica, che dà maggiore elasticità al tessuto nella parte della camicia più soggetta a frizione, ed il bottone, che se attaccato a zampa di gallina non cadrà mai. Il resto serve solo a dare maggior pregio alla camicia, per il maggior numero di ore di lavorazione necessarie a produrla. Un consiglio: per scoprire se una camicia è fatta a macchina, si guardi la cucitura del fianco nel punto in cui incontra quella della manica. Una camicia fatta a macchina avrà sempre le due cuciture allineate. In sartoria, invece, la manica si attacca, come per la giacca, solo “a fianco chiuso”, ossia dopo aver cucito il fianco. Nelle vere camicerie artigianali, inoltre, il taglio viene effettuato ancora a mano, un tessuto alla volta, mentre nella grande distribuzione, si indulge all’utilizzo di macchinari che possono arrivare a tagliare i cosiddetti “materassi”, composti anche da cento o duecento pezze di tessuto alla volta. Non è finita qui: il collo può essere termoadesivato o intelato a mano, richiedendo nel secondo caso circa quaranta minuti in più di lavoro. In definitiva, una camicia può essere fatta a macchina in circa dieci minuti o interamente a mano in più di due ore mezza ed è ovvio che la scelta del consumatore ricadrà sul capo più adeguato ai suoi bisogni ed al suo budget, ma è bene fare chiarezza in materia per sapere cosa si sta comprando e non lasciarsi raggirare dai fumi del marketing.


Bespoke hugs,
Fabio