corse in corridoio

Ci vuole pazienza nell'amore
e anche impazienza,
luce ma lasciare
spazio anche per l'ombra.

Lo sa il vecchio pino, alto, nel cortile
che ha veduto dalle finestre
e fermato il volo
di parole che per tristezza volevano buttarsi
e poi ha veduto

vetri spalancarsi al sole
spinger via paura, stanchezza
e il morire delle case.

Lo sa che ha trattenute appese
le voci cambiate dei ragazzini
e le occhiate delle donne
sole a fumare alle finestre.

Ci vuole pazienza nell'amore
e anche furia,
la furia bella dei bambini
che ridono e capriòlano
quando ritorna qualcuno,
e fan le corse in corridoio, si fan notare

e quella del pino antico che nel gelo
e nel cupo silenzio della città
stringe le radici, nascoste
come un ferito le sue cicatrici.

—  Davide Rondoni

Ci vuole pazienza nell’amore

e anche impazienza,

luce ma lasciare

spazio anche per l’ombra.

Lo sa il vecchio pino, alto, nel cortile

che ha veduto dalle finestre

e fermato il volo

di parole che per tristezza volevano buttarsi

e poi ha veduto

vetri spalancarsi al sole

spinger via paura, stanchezza

e il morire delle case.

Lo sa che ha trattenute appese

le voci cambiate dei ragazzini

e le occhiate delle donne

sole a fumare alle finestre.

Ci vuole pazienza nell’amore

e anche furia,

la furia bella dei bambini

che ridono e capriòlano

quando ritorna qualcuno,

e fan le corse in corridoio, si fan notare

e quella del pino antico che nel gelo

e nel cupo silenzio della città

stringe le radici, nascoste

come un ferito le sue cicatrici.


Davide Rondoni

A Ravenna un ragazzo di nome Luca era innamorato di una ragazza del suo liceo, Bianca. Bianca era una di quelle ragazze bellissima, ma purtroppo irraggiungibili. Un giorno Luca, preso da un improvviso coraggio, andò da Bianca a ricreazione e, in un angolo del corridoio, le confessò i suoi sentimenti. Ella, però, lo rifiutò con un semplice “siamo troppo diversi”

La giornata passò lentamente.

Durante la notte, egli, non riuscendo a dormire, scosso ancora dal dolore causato dalle parole della ragazza, decise di uscire per non pensarci.

Mentre camminava in mezzo alla foresta lontano dalla città iniziò a piovere. Decise, allora, di ripararsi dentro ad un edificio abbandonato.

Ad un tratto sentì un urlo. “Basta! Lasciatemi stare!”

Voce di donna.

Incuriosito iniziò a percorrere il corridoio e sentì la voce diventare sempre più forte. L’urlo straziante proveniva da una stanza con la porta blindata, chiusa.

Con la mano tremante aprì la porta.

Davanti a lui trovò una donna scheletrica, su un letto, con i polsi legati ad esso e il camice strappato. Gli occhi vitrei fissarono il ragazzo e ci fu un breve istante di silenzio.

“Le senti anche tu?”

“Che cosa?”
“Le voci. Mi inseguono. Aiuto!”

“Come faccio ad aiutarti? Quali voci?”

“Aiuto! Aiuto! Aiuto!”

Il ragazzo non riuscendo a capire cosa stesse accadendo e come potesse aiutare la dannata corse lungo il corridoio e tornò a casa.

Era ormai l’alba quando egli varcò la porta di casa, salì in camera e si addormentò. Ad un tratto si svegliò bruscamente, le urla della donna gli rimbombavano nella testa. Accese il computer e cercò di capire in che luogo fosse capitato.

“Istituto psichiatrico Silent’s Hell.

Chiuso nel 1969”

La notte stessa tornò nell’istituto e come la notte precedente sentì le urla della ragazza provenire dalla stanza. Vagò a lungo nei corridoi finchè non trovò una porta aperta. A prima vista dava l’idea di un ufficio. Davanti a lui solo scaffali pieni di registri contenenti cartelle cliniche.

Stanza 333

Aprì la cartella e fra le meni gli scivolò la foto della ragazza consciuta la notte precedente.

Lesse fra sé e sé

“Irina Poria. Nata il 21.02.1930. dichiarata pazza dal dottor Brusli << la donna afferma di essere perseguitata dalla voce del ragazzo che ha rifiutato da giovane e per questo, dopo essersi ucciso, vuole uccidere anche lei>> Morta nel 1956 per motivi sconosciuti.”

Dopo aver preso atto di aver a che fare con un fantasma decise di andare a casa.

Il giorno dopo a scuola Luca incrociò Bianca che subito notò il terrore nello sguardo del ragazzo.

“Ehi, che succede?”

Pensò “…che se mi tocchi il braccio e mi guardi così, con quegli occhi, mi innamoro ancora di più…” ma gli uscì soltanto “Oh nulla, pensieri…”

“Beh, non sembrano granchè belli dal tuo sguardo”

“OH tranquilla, solo ho scoperto una cosa terribile l’altra notte…”

“Cosa?”

“Un edificio…ma nulla, anche se te lo raccontassi, non mi crederesti, mi prenderesti per…pazzo…”

“Hai paura, vero?”

“Sì.”

“Stanotte hai da fare?”

“In realtà no…”

“Allora puoi mostrarmi la tua paura”

“Ne sei sicura?”

“Certamente”

La notte arrivò.

Arrivati davanti all’istituto psichiatrico si fermarono. Si guardarono un istante negli occhi.

“Insieme?” disse lei sorridendo, ignara di ciò che stava per vedere.

“Insieme.”

I loro passi riecheggiavano lungo il corridoio.

“E così sarebbe questo quello di cui hai paura, fifone?”

Non ebbe nemmeno il tempo di rispondere che entrambi iniziarono ad udire i lamenti.

“Cos’è stato? Dai non fare lo scemo!”

“Non sono io…”

La portò davanti alla stanza 333. Lentamente l’aprì.

Appena vide ciò che vi era dietro la porta, Bianca scappò, mentre lo sguardo di Luca si soffermò su un’incisione sul muro.

“Sono state le voci”

“Doveva averlo scritto prima di morire” pensò. Ma non stette troppo a pensare,si chiusa la porta alle spalle e andò da Bianca.

“Chi…che cos’era?”

Luca le raccontò ogni cosa che sapeva e concluse sospirando “…sono morti d’amore, un po’ come io sto morendo d’amore per te”

“Oh, Luca…”

“No tranquilla, lo so. Me lo hai già detto… <<siamo troppo diversi>>”.

“Shh”

“Cosa?”
“Volevo dirti…che si, insomma… non siamo così <<diversi>>”

“Cosa vuoi dire con questo?”
“Che ti amo. Ma non ti amo da morire. Io…io ti amo da vivere”

-tema scritto da me, non togliete la fonte.