contro vento

Abbandonare

Ricordo che quel giorno uscii di casa correndo, era tardi e non volevo farti aspettare. Corsi contro vento per raggiungere la panchina dove sapevo mi avresti aspettato, magari con un girasole, come la volta prima, o fumando l’ultima sigaretta della giornata, perchè sapevi che a me il fumo non piaceva e quando stavi con me evitavi.

Da lontano, mentre i piedi continuavano a muoversi rapidi, vidi la panchina vuota. Vagai con lo sguardo cercando di non inciampare sul marciapiede sconnesso, ma non ti trovai.

Il cuore perse un battito, i piedi rallentarono, sentii le gambe cedere e il petto vuoto.

Mi accasciai a terra e nello stesso punto mi sedetti anche tutti i trenta giorni di aprile e la prima settimana di maggio, poi capii che non saresti più tornato e, come tu avevi abbandonato me, anche io abbandonai la speranza.

Jazmin Lóng
Ti aspettavi di essere triste in autunno. Parte di te moriva ogni anno quando le foglie cadevano dagli alberi e i rami erano nudi contro il vento e la fredda luce invernale. Però sapevi che ci sarebbe sempre stata la primavera, come sapevi che il fiume avrebbe ricominciato a scorrere dopo il gelo.
—  Ernest Hemingway, Festa mobile

ma chi prendi in giro?
quando dici che stai bene da solo, quando dici che ce la fai benissimo,
quando dici che non hai bisogno di aiuto, che non hai bisogno di nessuno
eppure sotto la doccia le lacrime scendono perché ti senti così fragile,
come una foglia secca che ha resistito per troppo tempo contro vento
e manca l'aria, il fiato, ogni cosa sembra soffocarti e vorresti solo sparire
chi prendi in giro?

Come i social network, le fake news e gli amici deformano la nostra memoria: un saggio non mio e neanche troppo corto.

Partiamo dalla frase, “Una bugia ripetuta tante volte diventa la verità”. Questa frase è stata attribuita ad Einstein per un 66% di volte, Joseph Goebbels per un 23%, Fabio Volo per un 4,6% e il restante diviso tra Gandhi, Dalai Lama e svariati utenti Twitter e Facebook. Probabilmente nessuno di loro ha mai pronunciato una frase del genere ma non è questo l'argomento del giorno. Parliamo di memoria.

La memoria è fallace, sì sa e, cosa più interessante, può essere deformata da diversi fattori come i social network, le fake news e le amicizie. Il punto critico, però, è che le fake news, insieme ai social network, oggi sono in grado di plasmare sia la memoria del singolo che la memoria collettiva.

La sfida, allora, si gioca su due fronti: contrastare i siti di fake news (qualsiasi cosa voglia dire) ma anche capire come la gente interaggisce con tali siti.

Torniamo ora alla bugia ripetuta tante volte ecc; per far ricordare un’informazione (vera o falsa che sia, non importa) bisogna ribadirla più e più volte. È quello che fa ogni speaker durante un seminario, Joseph Goebbels ad ogni comizio, Einstein ad ogni lezione e via dicendo. Ma a questa legge segue un corollario molto più interessante ma meno scontato: le altre informazioni relative a quella notizia tendono ad essere dimenticate più facilmente di quelle non correlate ad essa. Questo fenomeno si chiama Retrivial-induced forgetting (RIF).

Per esempio, quando usate un’altra lingua per un certo periodo di tempo e poi vi rendete conto di aver scordato come si diceva una certa cosa nella vostra madre lingua. È un effetto pratico del Retrivial-induced forgetting. La nuova lingua non vi farà scordare chi era l’allenatore dell’Italia campione del Mondo nell’82, ma magari non saprete più come si dice in italiano “fenicottero” (che ora invece chiamate tranquillamente Fiammingo convinti che si dica proprio così!). Il motivo del perché esista un tale meccanismo (il RIF) non è chiaro. Qualcuno pensa che sia un meccanismo di difesa soprattutto in seguito a traumi. Ovviamente sostituiamo il ricordo del trauma con delle ricostruzioni “migliori” di eventi molto simili a quello accaduto ma non del tutto fedeli alla realtà, aiutandoci a superare quel momento.

Non divaghiamo però o vi scordate pure queste poche righe e devo ricominciare. Torniamo alla memoria e a come viene plasmata.

In un esperimento su come plasmare la memoria, del 2011, veniva mostrato un film a 30 persone divise in gruppi da 5. A distanza di 3 giorni, i 30 venivano interrogati singolarmente su alcune scene del film, giusto per capire cosa e quanto ricordassero. La maggior parte di loro ricordava bene la scena vista appena tre giorni prima. Dopo una settimana, quelle stesse persone venivano riconvocate e prima di chiedere di ricordare quella stessa scena, veniva mostrata loro una slide con le presunte risposte degli altri, ovviamente e volutamente false. La scena del film era un poliziotto che arresta un uomo. Le risposte false (fake) parlavano invece di un bambino arrestato da un poliziotto. A quel punto, fino al 70% degli intervistati arrivava a cambiare la sua stessa versione. La prima volta l’avevano ricordata bene, ma dopo tre giorni e leggendo le risposte false degli altri, ritrattavano la loro stessa versione. Dopo altri 3 giorni - e qua viene il bello - quelle stesse persone venivano riconvocate e gli veniva detto che le presunte risposte degli altri erano state date a casaccio. Cioè, potevano essere vere come false, come a dire, non fate riferimento su quelle risposte, ma sulla vostra memoria. Il risultato, anch’esso interessante, era che fino al 60% degli intervistati confermava la sua nuova versione: il bambino era stato arrestato dal poliziotto. Anche se sbagliata, anche se qualcuno gli aveva fatto notare in precedenza che poteva essere errata, per loro, ormai, quella era stata la scena reale vista al cinema.

La memoria è fallace ma, l’esperimento, mostrava un’altra cosa pericolosa: se vi confondono subito la memoria, poi sarà difficile correggere quell’informazione errata. E qua torniamo all’effetto del RIF: non sostituite la nuova informazione a discapito di un’altra a casaccio, ma di un’altra relativa alla nuova. Non smettete di ricordare il poliziotto che arresta qualcuno, ma sostituite il bambino all’uomo. Taaac, fregati. Era il bambino o l'uomo? Dovete scrollate in alto per rincontrollare e non sono manco 30 secondi dopo averla letta.

Ora, il passo successivo avvenne nel 2015, quando gli psicologi Alin Coman e William Hirst mostrarono come una persona tendeva più facilmente a dimenticare o plasmare i propri ricordi/esperienze a favore di nuovi ricordi quando parlava con qualcuno che faceva parte del suo stesso gruppo, piuttosto che con uno sconosciuto, un outsider. La “convergenza della memoria”, avveniva più facilmente stando all’interno di uno stesso gruppo sociale che non tra differenti gruppi sociali. Sarà più facile che un no-vax convinca un altro no-vax a non prendersi manco la Tachipirina perché il nipote è diventato Down alla terza supposta di fila, piuttosto che Burioni che no vabbé, lasciamo perdere.

Infine, l’esperimento fatto per capire il peso che hanno i social network sulla nostra memoria collettiva.

Nel 2016, alla Princeton University, hanno preso 140 partecipanti e poi hanno creato gruppi di 10 persone. L’esperimento consisteva di 4 fasi:

1. Ad ogni gruppo da 10 davano informazioni su 4 volontari di un’ipotetica forza di pace.

2. Ogni partecipante veniva poi interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1. Ovviamente gli veniva dato il nome del volontario e lui rispondeva su cosa ricordava di quel volontario.

3. A quel punto, i singoli partecipanti dovevano ricordare le informazioni scambiandosele con gli altri del loro gruppo ma in modalità one-on-one, tramite chat online e con un massimo di altre 3 persone.

4. A questo punto, ogni singolo partecipante veniva di nuovo interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1.

Ora, le interazioni all’interno dei gruppi da 10 venivano effettuate in due modi: la prima (clustered), creando due sotto gruppi di 5 persone, dove solo 1 per sottogruppo aveva uno scambio con l’altro (parte alta della foto - Clustered). La seconda, invece, si faceva in modo che un po’ tutti potevano interagire tra di loro (parte bassa della foto - Unclustered).

Il risultato era che, nonostante i singoli partecipanti del gruppo ricordassero piuttosto bene ogni notizia riguardante i 4 ipotetici volontari, i gruppi clustered (quelli cioé con 2 sottogruppi da 5) tendevano invece a convergere su dei fatti alternativi (alternative facts) riguardanti i 4 volontari. Sì, insomma, i sottogruppi si convincevano, o se vogliamo, si creavano una memoria collettiva che includeva anche alcuni fatti non veri riguardi i 4 volontari.

Secondo il ricercatore Coman, il weak links tra i due subgruppi è il responsabile della formazione della memoria collettiva nel sottogruppo. Ovviamente, anche il tempo è un fattore critico. Un’informazione introdotta, attraverso il weak links, immediatamente prima dell’inizio del processo di scambio d’opinioni, all’interno del sottogruppo, avrà più probabilità di successo. Una volta che il sottogruppo è d’accordo su un fatto, difficilmente cambierà idea su quel punto. La memoria collettiva diventa alquanto resistente ai cambiamenti esterni e questo perché condividere un ricordo aiuta a fortificare il gruppo e a prenderci cura ognuno dell’altro. Ovviamente, l’esperienza diciamo “epica” aiuta un tale meccanismo: una guerra, una migrazione ecc., creano un ricordo di gruppo più forte.

Per questo che mettersi a commentare una discussione su Facebook (o qualsiasi altro social network), con il tentativo di far cambiare idea a qualcuno, o peggio ancora, di instaurare un dialogo in contrapposizione ad un gruppo è inutile e vi rende i nuovi Don Chisciotte contro i mulini a vento. Con la differenza, però, che i mulini non vi insultavano la mamma.

È un po’ che non ti sento,

il cellulare è spento,

il numero ce l’ho

ma so che non ti chiamerò,

faccia contro il vento,

no, che non mi pento,

stringo nelle mani

tutto quello che c’ho,

ogni mio difetto o pregio,

pugno ad uno specchio, sfregio

ma la mia realtà fa peggio

Coez - Lontana da me

Ariete: “Faccia contro il vento, no che non mi pento”

Toro: “Stringo nelle mani tutto quello che ho”

Gemelli: “Non so perché ma parlo ancora di te e mi sembra strano da così lontano da te”

Cancro: “Quanto fa male scriversi addosso: l’amore uccide, il mondo è nostro”

Leone: “Ogni mio difetto è un pregio, pugni ad uno specchio, sfregio”

Vergine: “Le camel blu le fumi ancora, nuovo tattoo quanto ti dona”

Bilancia: “Ma la verità è che non sai perché ma parli ancora di me”

Scorpione: “Ma la mia realtà fa peggio, tesoro siamo in un parcheggio”

Sagittario: “Dimmi che ti dicono, tu mi conosci ed è ridicolo”

Capricorno: “E’ un po’ che non ti sento, il cellulare è spento, il numero ce l’ho ma so che non ti chiamerò”

Acquario: “Continuo come sempre in bilico e non mi lego a niente: libero”

Pesci: “E non lo so dove sei, se da te piove forte come qua o se va tutto okay”

Certe cose sai bene come vanno a finire, sono storie scritte su pagine invisibili ma comunque scontate. È vero, nulla è certo, ma esiste quel sesto senso, che alcune persone sviluppano meglio di altre, che ci permette di sapere al di là di ogni ragionevole dubbio se siamo destinati al successo o al fallimento…
Ma è proprio di fronte alla sconfitta certa che si distinguono i coraggiosi dai codardi.
A scappare di fronte l'impossibile sono bravi tutti, restare a lottare contro i mulini a vento, benché sia un atteggiamento da perfetti coglioni, rappresenta il tentativo estremo di sovvertire i pronostici: molte volte è meglio sgretolarsi in polvere contro il muro del desiderio che restare una fredda pietra in attesa del logorio del tempo.
—  La morte

Ti aspettavi di essere triste in autunno. Parte di te moriva ogni anno quando le foglie cadevano dagli alberi e i rami erano nudi contro il vento e la fredda luce invernale. Però sapevi che ci sarebbe sempre stata la primavera, come sapevi che il fiume avrebbe ricominciato a scorrere dopo il gelo.

Ernest Hemingway, Festa mobile.

È un po che non ti sento, il cellulare è spento
Il numero ce l'ho ma so che non ti chiamerò
Faccia contro il vento, no che non mi pento
Stringo nelle mani tutto quello che c'ho
Ogni mio difetto, pregio
Pugni ad uno specchio, sfregio
Ma la mia realtà fa peggio
Tesoro siamo in un parcheggio

E non so perché, ma parlo ancora di te
E mi sembra strano, da così lontano, lontano ma c'è
Che non so perché, ma parlo ancora di te
E mi sembra strano, da così lontano, lontano, lontano, lontano da te

Le camel blu, le fumi ancora? Nuovo tattoo, quanto ti dona
Quanto fa male scriversi addosso
L'amore uccide, il mondo è nostro
Dimmi dimmi che ti dicono
Tu mi conosci ed è ridicolo
Continuo come sempre in bilico
E non mi lego a niente, libero
E non lo so dove sei, se da te piove forte come qua
O se va tutto ok, non c'è nessuno che sa

Perché io ma parlo ancora di te
E mi sembra strano, da così lontano, lontano ma c'è
Che non so perché, ma parlo ancora di te
E mi sembra strano, da così lontano, lontano, lontano, lontano da te

E non lo so dove sei, se da te piove forte come qua
O se va tutto ok ma la verità è che

E non sai perché, ma parli ancora di me
E ti sembra strano, da così lontano, lontano ma c'è
Che non sai perché, ma parli ancora di me
E ti sembra strano, da così lontano, lontano, da me, e ve? E ve?
Stai lontana, lontana da me, lontana da me
Stai lontana, lontana da me, lontana da me
Stai lontana, lontana da me, lontana da me
Stai lontana, lontana da me

—  Coez

Sono una scettica che crede in tutto, una disillusa piena di illusioni, una ribelle che accetta, sorridente, tutto il male della vita,
una indifferente traboccante di tenerezza.

Seria e metodica fino alla mania, attenta a tutte le sottigliezze di un raziocinio chiaro e lucido, non smetto, tuttavia, di essere una specie di Don Chisciotte donna che combatte contro i mulini a vento, chimerica e appassionata, sempre ingannata e sempre a chiedere nuove bugie alla vita, una dote di me stessa che non finisce, che non indebolisce, che non stanca.

Tutta, infine, in una frase a tal proposito di Dilteil:

‘Molto semplice con il suo entusiasmo alla sua destra e la sua disperazione alla sua sinistra’.

Florbela Espanca