coniugazione

I batteri possono acquisire nuove capacità assimilando e integrando del dna esterno. Possono assorbire dna libero presente nel mezzo in cui vivono (trasformazione), possono passarsi attivamente pezzi di dna tramite filamenti cavi che mettono in contatto il batterio donatore e il ricevente (coniugazione), possono acquisire geni da virus che, a loro volta, li hanno incamerati infettando altri batteri (trasduzione).

IncP-1, il plasmide che trasporta i geni per la resistenza agli antibiotici tra le specie batteriche

I batteri acquisiscono la resistenza agli antibiotici grazie a dei geni presenti sui plasmidi, piccoli frammenti di DNA circolare presenti all'interno delle cellule microbiche e che possono essere trasferiti agli altri batteri mediante la coniugazione.

I ricercatori svedesi dell’Università di Goteborg, in collaborazione con la Chalmers University of Technology, hanno scoperto che i batteri che possiedono i plasmidi IncP-1 possono trasferire facilmente i geni della resistenza ai farmaci a microrganismi di specie differenti.

Attraverso un'analisi dettagliata della sequenza del DNA, è stato evidenziato che questi plasmidi IncP-1 sono presenti in moltissime specie batteriche. Inoltre hanno subito dei fenomeni di ricombinazione, cosicchè adesso i singoli plasmidi possono essere considerati come dei puzzle di geni in grado di addattarsi alle diverse specie batteriche.

Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.

Fonte: http://www.news-medical.net/news/20110412/IncP-1-plasmids-can-transport-antibiotic-resistance-genes-between-bacterial-species.aspx

CONIUGAZIONE — Nella coniugazione dei verbi varia soltanto la desinenza. A questo proposito, ricordiamo che:
i verbi con l’infinito in «-gnare» e in «-gnere» (es. «sognare», «spegnere», «consegnare» etc.) conservano la «i» nelle desinenze in «-iamo» e «-iate». Come da «am-o» e «am-are» si ha «am-iamo», così da «sogn-o» e «sogn-are» si ha «sogn-iamo»;
i verbi con l’infinito in «-ciare», «-giare» e «-sciare» (es. «baciare», «mangiare», «lasciare») davanti a «e» e a «i» perdono la «i» della radice (segnata soltanto davanti alle desinenze in «a» e in «o» per dare il suono palatale [dolce] alla «c» e alla «g»). Scriveremo quindi «bacerete» «bacerò» e non «bacierete» «bacierò», «mangereste» «mangerai» e non «mangiereste» «mangierai», «lascereste» «lascerò» non «lasciereste» «lascierò»;
— i verbi che nella 1 pers. sing. dell’indicativo presente escono in «-ìo» con la «i» accentata (es. «io avvio», «io spio») conservano sempre la «i» (es. «tu avvì-i», «essi spì-ano», «che essi avvì-ino», «che essi spì-ino», «avvi-ato», «spi-ato») salvo quando l’accento passa dalla radice a una desinenza che cominci con «i» (es. «che voi avv[i]-iate», «che voi sp[i]-iate»). Invece pèrdono sempre la «i» davanti a un’altra «i» i verbi in «io» con la «i» non accentata: per es. «raddoppiare, abbreviare» («tu raddoppi» non «tu raddoppii», «che essi abbrevino» non «che essi abbrevimo»).
— Per altre norme, vedi participio presente.

Volere

1

Tendere fermamente al conseguimento di qualcosa; comandare, esigere, chiedere.

2

Desiderare, a volte ardentemente e cercando di ottenere ciò che se desidera.

3

Permettere, consentire.

4

Volontà.

Volere

Io voglio

Tu vuoi

Lui/Lei vuole

Noi vogliamo

Voi volete

Loro vogliono

                                         Io voglio Te.

Sotto il punto di vista morfologico, il tedesco distingue tre categorie di verbi:

verbi deboli
verbi forti
verbi misti

I verbi deboli presentano una coniugazione regolare, in quanto aggiungono alla radice verbale delle desinenze specifiche, quindi la radice del verbo rimane sempre invariata.

I verbi forti (o irregolari) coniugano regolarmente, ma presentano due (o tre) radici verbali differenti, le quali modificano la vocale tematica, per distinguere i tempi del presente da quelli del passato.

Visto che il tempo passato è segnalato da una radice verbale differente da quella del presente, i verbi forti non presentano la caratteristica desinenza del passato dei verbi deboli, cioè l'infisso -t-.

Quindi, per saper coniugare correttamente i verbi forti, bisogna conoscere il loro paradigma.

I verbi misti si chiamano così, perché formano il Präteritum e il participio passato con le desinenze dei verbi deboli, ma cambiano la vocale tematica come i verbi forti.

Purtroppo non è facile risalire dalla forma infinita del verbo alla sua categoria di coniugazione.

Forme dell'infinito molto simili possono appartenere a categorie di coniugazione diverse.

—  È studiando la lingua che capisci finalmente perché ogni tanto ai tedeschi parta la brocca e tirino su una guerra mondiale.
Il peso delle parole

Le parole sono importanti, urlava un Nanni Moretti furioso in una scena ormai cult del fim “Palombella rossa”. Il linguaggio, la scelte delle espressioni e dei termini giusti, può fare la differenza anche nel campo degli investimenti. A dirlo è una recente analisi pubblicata dalla UCLA, l’Università di Los Angeles in California.

Le persone che usano la coniugazione al futuro tendono a risparmiare di meno rispetto a chi parla una lingua in cui invece si utilizza la forma al presente

Anche il modo in cui una persona parla del passare del tempo potrebbe influenzare l’approccio alle scelte finanziarie. Ad esempio, ci sono lingue, come l’italiano, in cui esiste la coniugazione dei verbi al futuro (esempio: domani pioverà), e altre in cui invece questa coniugazione non esiste, come il cinese, in cui si continua a usare il presente anche per un’azione che avverrà in futuro (esempio: domani piove). Secondo la ricerca, le persone che usano la coniugazione al futuro tendono a risparmiare di meno rispetto a chi parla una lingua in cui invece si utilizza la forma al presente. I ricercatori della UCLA ipotizzano che ciò sia dovuto alla distanza psicologica che nasce dall’utilizzare i verbi al futuro; al contrario, il fatto di non avere differenze semantiche tra il presente e il futuro rende psicologicamente le due azioni meno distinte, più coese.

Per quanto potrebbe sembrare strano, basterebbe fare un picolo esercizio per capire questa sottile differenza: invece di dire “ribilancerò il mio portafoglio in aprile”, dico “ribilancio il mio portafoglio in aprile”. Questo espediente mentale ha il vantaggio di passare da un proposito futuro, e quindi incerto, alla creazione immediata di un impegno mentale ben preciso.

Do you speak…?
A conferma di quanto la lingua influenzi l’impostazione mentale, l’Università di Chicago ha pubblicato diverse ricerche in cui soggetti sono chiamati a compiere scelte d’investimento basandosi su una documentazione espressa in una lingua che parlano, ma che non è il loro idioma materno. Rispetto a coloro che invece hanno avuto le stesse opzioni nella loro lingua madre, quelli che leggono in lingua straniera hanno fatto in generale scelte più prudenti.

“Abbiamo constatato che quando usano un idioma straniero, le persone sono meno soggette agli errori emotivi”, si legge nello studio. “Questo perché le parole in una lingua diversa non comportano la stessa profondità di risonanza emotiva, e, di conseguenza, le nostre decisioni sono meno soggette a reazioni irrazionali”.

Gli studiosi dei processi cognitivi stanno cominciando a interessarsi a come i fattori non consci, ad esempio le sottigliezze del linguaggio, influenzano il modo in cui prendiamo le decisioni finanziarie

Meglio termini concreti
Tuttavia, non è solo una questione di coniugazione dei verbi o di lingua materna, ma anche di scelta dei termini più approppriati. Jim Grubman, fondatore della società di consulenza Family Wealth Counseling, neuropsicologo che da oltre 20 anni si occupa di finanza comportamentale, lo sottolinea molto spesso nei suoi scritti. “Secondo la mia esperienza – spiega in una recente nota – coloro che riescono a passare dal pensare ai soldi solo come una fonte di reddito (income in inglese, Ndr) a pensarli come risorse (asset) sono quelli che si adattano con successo alla ricchezza e riescono a mantenerla”.

Ovviamente, un buon piano finanziario unito alla disciplina personale, continua a essere cruciale per poter investire i propri risparmi con successo. Tuttavia, questa differenza semantica è meno banale di quanto potrebbe apparire a prima vista e, infatti, gli studiosi dei processi cognitivi stanno cominciando a interessarsi a come i fattori non consci, ad esempio le sottigliezze del linguaggio, influenzano il modo in cui prendiamo le decisioni finanziarie.

Per quanto riguarda questo caso specifico, Grubman spiega come income (reddito) sia una parola astratta, che indica un movimento, un flusso, di denaro che ci entra in tasca. Al contrario, asset (risorse, attività) è un termine concreto, solido. Il pensiero di perdere degli asset innesca una sensazione di perdita più forte del pensiero di avere meno reddito.

Ma cosa signfica sul piano pratico? Innazitutto, non bisogna mai dimenticare che le risorse a nostra disposizione sono la fonte del nostro reddito: un patrimonio investito in azioni o obbligazioni produce reddito sotto forma di dividendi, cedole e guadagni in conto capitale. Le competenze e il tempo investito nel nostro lavoro ci portano a guadagnare uno stipendio. I redditi da rendite locative derivano dalla proprietà di beni immobili.

Anche in termini di spesa, è bene aggiustare le uscite finanziarie tenendo conto del valore reale delle proprie risorse piuttosto che basarsi solo sul reddito, che può essere soggetto a cambiamenti di breve periodo e non sempre per motivi giustificati. Ecco perché la migliore strategia è focalizzarsi sul mantenere e migliorare i propri asset nel tempo, piuttosto che pensare direttamente al reddito.

Insomma, non è un segreto che il modo di parlare con gli altri ha un forte impatto su come veniamo percepiti e sul successo delle nostre interazioni. La lezione dalla scienza cognitiva è fondamentalmente questa: quando si tratta di soldi, come parliamo a noi stessi è altrettanto importante.