congiunzione

Certe cose non accadono spesso nella vita. Dipendono da una congiunzione di tempo e di luogo, dal viaggio terrestre di un determinato essere e dagli impulsi oscuri o coscienti che lo hanno guidato in quel viaggio. Dipendono (chissà?) dagli astri, dalla loro posizione nel cielo, dalla fase della luna, dall'ora in cui è sorta o tramonterà. Dipendono da un'ombra, da una vibrazione nell'atmosfera. Dipendono dall'arrivare al momento giusto nel posto giusto. C'è una probabilità su un milione - eppure succede.
—  José Saramago, Di questo mondo e degli altri - “L’apparizione”, estratto

Non vedendo qualcuno da più di tre mesi, ti convinci che la sua immagine nella tua mente sia sbiadita.
Rimangono le risate che ti ha fatto fare, i sorrisi che ti ha strappato, gli abbracci che ti ha dato, i baci che ti ha rubato, ma la sua immagine non c'è.
O meglio, c'è ancora, ma come fosse nascosta dietro un banco di nebbia più o meno denso: certe volte intravedi abbastanza bene, altre quasi nulla.
E tu ci credi che ormai quell'immagine non la ricostruirai più come si deve, ci credi talmente tanto che, quando ti trovi davanti l'originale quasi ti stropicci gli occhi per la sorpresa.
Forse perché ti eri dimenticata dei suoi capelli sempre perfettamente ordinati, delle rughette ai lati degli occhi quando sorride troppo, della barba curata, delle sue labbra talvolta troppo anemiche.
In quel momento, quasi come colta da un'epifania, capisci che tutti quei tratti caratteristici, non li avevi dimenticati: ci avevi solo provato. Avevi provato a rimuoverli come meccanismo di difesa, in nome del tuo amor proprio.
E in un attimo riemergono anche tutti quei piccoli dettagli non visibili a primo impatto, ma che tu avevi imparato prima ad amare e poi a conoscere: il passarsi le mani tra i capelli se nervoso, il profumo Hermès misto all'odore delle sue Marlboro rosse, il mordicchiare l'angolo sinistro del labbro inferiore per provocare…
Lo stai ancora guardando in silenzio, ma quando vi abbracciate ti senti quasi una stupida per aver provato a cancellarlo come un errore qualunque, una virgola prima di una “e” di congiunzione.
Ti senti stupida perché proprio lui ti aveva insegnato che, ogni tanto, le virgole possono stare in quel punto preciso, prima delle “e” di congiunzione; ti aveva insegnato che non c'è nulla di male, anzi, la virgola e la “e” di congiunzione possono volersi un mondo di bene.
Lo stringi forte a te, infilando le dita tra i suoi capelli, perché tu eri l'unica a poterglieli accarezzare senza farlo arrabbiare. Quasi sei certa che appena vi allontanerete l'una dall'altro lui ti bacerà, mordendoti con forza le labbra nell'atto.
Sì, ne sei certa, è qualcosa di matematico.
Sciogliete l'abbraccio e lui ti guarda con un bel sorriso, seppure un po’ spento. Ti fissa le labbra, tu fissi le sue, ma poi abbassi lo sguardo e fai un passo indietro, perché la sua ragazza vi sta osservando da qualche minuto con faccia cattiva.
Tu continui a stirare un sorriso di circostanza, freddo come il ghiaccio e falso come le borse sulla bancarella poco distante da voi.
Deglutisci male una, due, tre, quattro volte, fino a quando non vi salutate ancora, prendendo due strade opposte.
Te ne vai con una sensazione a dir poco sgradevole alla gola, come quando stringi troppo la sciarpa intorno al collo.

Solo che stavolta non hai la sciarpa.

(via firebreather883)

Creare un capitolo e farne un capitombolo. Pensare ad una meta, dividerla a metà e farne una metafora.
Prendere una virgola, dopo metterci delle parole e darle il suo spazio.
Dovete essere gentili con i punti esclamativi!
Aspettare pazientemente quelli di sospensione…
Dare delle certezze a quelli interrogativi?
Chiuso un nome, si apre un pronome.
Mai dare dell'essere alla E, ‘chè lei È congiunzione e non coniugazione.
Con la pioggia bisogna stringersi all'apostrofo, sotto L'ombrello, ma per piacere, non sotto UN ombrello.
Accordare i tempi di due diverse azioni come “Scrissi patate e la gente patate lesse.”
Sapere che a volte vanno avvolte e a volte no

La filastrocca dell'italiano per bambini e non solo, di Giuseppe Mastroserio

E’ per come mi guardavi, per i tuoi silenzi seri, per la voglia che hai di vivere e di lasciarmi fare.
E’ per quanto mi hai insegnato, senza averlo mai saputo, per la voglia che hai di ridere e di sdrammatizzare.
Non siamo mai distanti, insieme andiamo avanti.
Questo amore non si può fermare..
E’ congiunzione astrale.
—  Nek.

Stamattina ho messo il copricostume per stare in casa a studiare perché sì. E’ azzurro con i fiorellini lilla e bianchi ed ha una scollatura molto pronunciata (essendo un copricostume) ed è un'ora buona che mi sposto per la casa facendo piroette e saltellando sentendomi molto figa poi mi guardo allo specchio e vedo i miei capelli gonfi a mo’ di criniera per non so quale congiunzione astrale e ritorno con i piedi per terra (e faccio un'altra piroetta).

La teoria del terzo grande amore.

Succede nella vita più o meno comune di una ragazza più o meno qualsiasi di innamorarsi per la prima volta. Succede che la prima volta sia l'unica (raramente) perché per qualche fantastica congiunzione astrale lei lo ama, lui la ama, si divertono un sacco e con il passare del tempo si divertono ancora parecchio. Più spesso, però, succede che la prima volta sia tragica. Tragica si fa per dire; che c'è di peggio lo sappiamo tutti, ma insomma.
La prima volta che ci si innamora si piange e si urla tanto. Si urla come se ci stessero strappando la pelle, quando probabilmente il problema è che ci doveva chiamare alle dieci e alle dieci e un minuto tutto tace. Spesso il primo grande amore si autodistrugge, come è esploso a un certo punto inizia a implodere e alla fine restano solo macerie e desolazione.
A quel punto, alla fine del primo grande amore, c'è una frase che è obbligatorio pronunciare:
“non amerò mai più nessuno come ho amato lui”.
Ci terrorizza il solo pensiero di non provare più niente di vagamente simile a quei bei mal di pancia che assomigliano tanto alla colite nervosa. Ci piacciono i mal di pancia, fondamentalmente, ed è per questo che andiamo in tilt.
“Come farò senza di lui?” è la prima fase ed è quella che dura meno, perché in realtà il problema principale non è non avere più “lui”, il problema principale è “amerò ancora?” mi voglio innamorare!“.
Ci sono quelle fortunate che si innamorano ogni tre giorni e sei ore, basta guardare la luna, due paroline al momento giusto e il gioco è fatto. Poi ci sono le altre, quelle che nemmeno se le porti a ballare sulla luna, si innamorano. Quelle che "mi piace, però…”. Quelle che “il primo amore non si scorda mai e io voglio morire pensando a lui” e quelle che da sole si sentono più forti e allora scappano da ogni possibile relazione stabile. Ognuna ha il proprio modo di reagire al primo grande amore che finisce, eppure un unico desiderio ci accomuna: vogliamo amare. Di nuovo.
E no, non è impossibile come sembra. E’ quasi una delusione quando succede (ma come? non dovevo amarlo per sempre? che storia è questa?), ma succede. Ci innamoriamo ancora. Il secondo grande amore. Quando non ci speravi più, ma in segreto ci speravi un sacco. Il secondo grande amore è un bell'amore, secondo me. Si sa che la prima volta abbiamo fatto degli errori e si cerca di evitarli. Si è grati per ogni battito accelerato (i comuni mortali lo chiamano tachicardia, noi invece lo chiamiamo batticuore) e siamo più consapevoli di quello che cerchiamo. Una pacchia.
Purtroppo però, bisogna dirlo, anche il secondo grande amore può finire.
Allora che si fa? Si pensa “ok, ho avuto la fortuna di innamorarmi per la seconda volta, adesso è veramente finita”. Ci si sente incredibilmente impotenti, perché pur essendo state il meglio del meglio del meglio non ce l'abbiamo fatta comunque a tenere insieme tutti i pezzi. Non è bastato fare attenzione, urlare nel bagno in solitudine, fingendo di fronte a tutti di non essere nevrotiche, Non è bastato essere noi stesse, ma con parsimonia. Essere noi stesse nella versione elegante e sensuale. Non è bastato cercare di capire e provare costantemente a spiegarsi. Non è bastato niente. Credevi di aver fatto le cose per bene, e invece è andata male comunque.
Ed eccolo qui, il terzo grande amore. Non voglio certo dire che sia il migliore, perché magari a qualcuna piace di più il quinto o addirittura il decimo o a qualcuno continua a piacere sempre e solo il primo, però devo ammettere che è il mio preferito.
Quando davvero (non come prima!) non ci speravi più. Quando non ci credi nemmeno mentre tutti ti dicono che è vero. Che ti ama e che sembri innamorata. “Hai gli occhi più belli da un po’ di tempo” e ti metti a ridere. Non ci credi e fai tutto un po’ così a caso, prendi tutto come viene e non urli perché fondamentalmente non ne hai voglia. Niente tattiche, perché fondamentalmente chi te lo fa fare? Non ci credi, ma ci provi comunque. Ti senti sciocca per aver pensato di essere in grado di porre dei limiti ai tuoi sentimenti. Prima ti chiedevi terrorizzata “mi innamorerò di nuovo?” e poi hai iniziato ad affermare con fermezza “non succederà più!”, e non era più il tuo timore più grande: era una certezza.
Che ingenua, che ingenue che siamo a convincerci che possano bastarci i ricordi a oltranza, che possa bastarci il vino (anche se…), che possano bastarci i film, l'arte, le serate strane, uno stronzo ogni tanto, qualche sogno realizzato qua e là e qualcun altro da inseguire ancora un po’. Che illuse che siamo quando ci sussurriamo allo specchio che possiamo farcela anche così, che non ce ne frega niente, che quelli che si tengono per mano fanno schifo, che tanto si lasceranno tutti, che l'amore non esiste. Il terzo grande amore è il mio preferito per questo: sfata tutti i miti e le convinzioni. Ci dà la prova definitiva che non si può smettere di caderci ancora e ancora e ancora. Anche se abbiamo tutte le ossa rotte e ci viene la nausea al solo pensiero. Non è possibile chiudere nella gabbia della solitudine una sensazione estremamente libera. Non è possibile smettere di aver bisogno di una carezza. Di un piatto di spaghetti per due una sera qualsiasi mentre fuori piove. Di una passeggiata al mare quando tutti stanno tornando nelle loro case e per le strade si sentono già le prime notizie dei telegiornali. Non è possibile, ci insegna il terzo grande amore, smettere di innamorarsi.

anonymous asked:

Cosa pensa dei miracoli? Ad esempio quando una persona guarisce da una malattia improvvisamente, o cose del genere. Nella mia famiglia è successo, e poiché sono ateo non riesco a spiegarmelo. Avevo pensato che semplicemente il nostro corpo può fare più cose di quanto crediamo, compresa l'auto guarigione. Lei cosa ne pensa?

Sono contento per la guarigione, e ritengo che il tuo pensiero sia giusto.
Quello che so è che esiste un mondo immenso sepolto sotto il movimento della nostra mente.
E’ la parte inconscia, in cui c'è un universo di energie e forze che aspettano di essere ordinate.
Ma cosa è la parte inconscia dell'uomo?
Non sappiamo niente di questo spazio dell'anima che la psicanalisi cerca disperatamente di classificare e studiare con ben miseri risultati.

Io ritengo che proprio lì ci sia il ponte di congiunzione con una realtà superiore a cui si può attingere e che può donarci il senso del meraviglioso che gli uomini sono costretti a ridurre a religioni per l'impossibilità di raccontare la realtà di ciò che hanno vissuto.

I miracoli sono considerati divini perchè provengono da qualcosa che l'uomo può ricondurre solo a un ente superiore e, quindi, divino. E’ un limite di comprensione che è anche un limite di linguaggio. E’ la storia delle rivelazioni e di tutte le leggende che raccontano negando, svelano ri-velando, fanno sognare i semplici e stupire i saggi.
Eppure i miracoli sono lì che aspettano di manifestarsi, ma specialmente di essere riconosciuti.

Un flusso infinito di pensieri scorre nella mia mente, si susseguono senza alcuna congiunzione i ricordi che mi costringono ad un’ insonne notte.
L'idea di riuscire ad addormentarmi mi appare irraggiungibile quanto il miraggio di un arido deserto, ma vorrei poter attingere a l'acqua che mi permetterà di trovare pace, e non sentirmi costretta ad arrancare faticosamente sotto il greve calore spietato del sole della memoria.
Ricerco con desiderio il sonno ascoltando musica spacciata per soporifera. Chiudo gli occhi, aspetto che giungano i sogni, ma la luce satura le pareti interne delle palpebre, i raggi dei ricordi si riflettono sul bianco muro oculare e penetrano nelle iridi.
La notte sarà insonne e arzilla, si dimostrerà consigliera e maestra rimandandomi a pensieri rivolti alla materia che porteró all'esame di venerdí. Eppure non si risparmierà dal distrarre il tempo impegnato, riportando in superficie le soffocanti amarezze di siffatto periodo.

Alludo a metafore incoerenti con la notte, potrei interpellare la luna o le stelle disperse nella luce inquinante della città, ma trovo più impetuosi e feroci i raggi solari del meriggio.

Savincoin!

Capitolo 3, paragrafo 4, pagina 15 (da iniziare).
Giorni alla consegna: -2

Il cursore di Word lampeggia sul primo capoverso dell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo, subito dopo il titolo (che cambierò minimo altre 27 volte, considerato che ad ora ne ho elaborati già tre).

Sudo anche se non fa caldo. Ho mantenuto un atteggiamento positivo nelle ultime ore, che mi hanno vista alle prese con il terzo paragrafo, il quale è venuto fuori essere il peggiore. Fino ad ora.

Sono passata attraverso attimi di giubilo quando ho messo l’ultimo punto. Da quel momento, però, non riesco a ricominciare.
Ci voleva pure la zia d’America in visita proprio in questi giorni. Deve essere una fottuta congiunzione astrale.

P.S. Con questa, mi sono davvero svalutata. A chi cazzo viene di scrive sovente in luogo del più ovvio spesso? Intendo tra quelli nati dopo il millenovecenthotantavogliadinoninvecchiaremai.

A tutte quelle Donne che non si sentono affatto Donna.
A tutte quelle Donne che vengono trattate da Femmine.
A tutte quelle Donne che non vengono trattate da Donne.
A tutte quelle Donne che la mattina si alzano e non hanno bisogno di una mimosa per sentirsi quello che sono, erano e saranno.
A tutte quelle Donne che vorrebbero essere tutto tranne che Donne.
A tutte quelle Donne che sono anche Mamme, Nonne, Sorelle, Amiche.
A tutte quelle donne che sono anche Papà, Cuoche, Elettriciste, Giocatrici di qualsiasi gioco, Lavoratrici in qualsiasi campo, Fiere in qualsiasi momento.
A tutte quelle Donne che sono costrette a nascondersi.
A tutte quelle Donne, che la vita, il fato, e chissà quale altra congiunzione, le ha rese più Uomo di qualsiasi altro uomo.
A tutte voi,
alle mie Nonne,
a mia Sorella,
alla mia bellissima Mamma che oggi neanche si ricordava che era l'8 Marzo perché doveva andare sistemare delle cose; così ha detto.

Grazie per esserci sempre,
soltanto che oggi abbiamo un motivo in più per ricordarvelo.

❤️

—  Alessio Dandi
youtube

Katia è stata la prima ragazza che mi sia piaciuta veramente. Invece io a lei non piacevo affatto. Era una di quelle ripetenti croniche che incontri durante gli anni delle scuole medie e che solitamente escono dal tunnel delle bocciature quando tu stai discutendo la tesi di laurea. Quando l'ho scoperto ne ho istantaneamente subìto il fascino. Il fascino indiscreto del proibito sì, e del peccaminoso ma anche di quel proletariato umano che poi avrei compreso, anni e anni dopo, studiando Pier Paolo Pasolini. Senza cioè quelle impurezze che la cultura scolastica, piccola e borghese, inculca nelle teste privandoci di quel candore un tempo forte e istintivo.
Katia aveva i capelli rossi come un fuoco d'artificio, che le rimbalzavano a fasci quando correva per i corridoi o saltava durante le ore di educazione fisica. Le sue gambe erano lunghe e ben fatte, nonostante qualche cicatrice ereditata dai trascorsi turbolenti. Fu la prima ragazza che osservai in minigonna, come dire il primo pezzettino di cioccolato mangiato da un lattante o il bicchiere della staffa prima di congedarsi dagli amici per un lungo viaggio. I suoi occhi erano grandi, accesi, di un celeste turchese che tendeva al ghiaccio durante le giornate di sole, allora diventavano sognanti e assenti.
Quando intuii che non le sarei mai interessato ci rimasi molto male. Ma in breve tempo mi convinsi che alla fine essere ignorato, umiliato e rifiutato da Katia non fosse poi un dramma. Dagli undici ai quattordici anni è un gran bel pezzo di vita, pieno di ottusità e oblio. Si dice che in quei tre anni si sia ancora in grado di affrontare le cose con genuina noncuranza. C'è chi sostiene che avvenga per permettere ai nostri occhi di abituarsi alla vista, di corazzarsi davanti allo stupore. E’ l'ultimo rantolo di ingenuità prima che i mostri da dentro gli armadi diventino pessimi mariti e madri colpevoli.
A cavallo degli anni Ottanta, quando internet lo usava solo la Regina Elisabetta per spedire mail alla sede del Royal Signals and Radar Establishment, era piuttosto difficile trovare qualcuno che ti passasse al primo colpo un disco dei Sonic Youth. L'approccio indie alla materia musicale non era ancora pervenuto in larga scala. Il padre del tuo compagno di banco, la zia scafata, il parrucchiere sotto casa, insomma chiunque avesse un po’ a cuore l'idea di non farti sprofondare nella Lambada dei Kaoma, di solito ti mollava un caposaldo. Fabrizio De André il primo, i Velvet Underground la seconda, i Doors il terzo. “Stai zitto e impara”. Il senso, dovendo riassumere, era questo: accendi lo stereo, metti su questo disco e apprendi.
Non sfugga il verbo. Dovevi imparare. Ma cosa, se durante gli anni delle medie il vocabolario più in uso tra i ragazzi sembra essere il Cherubini/Jovanotti? Così tornavo da scuola, mi sparavo un paio d'ore di storia, un'accesa battaglia tra simple past e present perfect e poi via, a cercare di capire come conquistare Katia con le canzoni contenute in Storia di un Minuto della PFM. Capirai. “Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole ma non c'è… / Dorme ancora la campagna, forse no, è sveglia, mi guarda, non so”. E se imparassi a ballare la Lambada? Poi un compagno di classe di mia sorella, con la faccia da Elliott Smith fatto di crack e un cognome profetico come Segantini, si pose come punto di congiunzione astrale tra il mio goffo amore non corrisposto e Katia.
In rigoroso ordine cronologico mi passò tutta la discografia di Rino Gaetano. Io l'ascoltavo. Che cosa potevo fare, del resto se non ascoltare e apprendere? Quando mi portò Ingresso Libero non capii più niente. Vinile apribile dal vago sapore di modernariato cantautoriale,  cosa non da poco: con i testi. La copertina ritrae Rino Gaetano sfocatamente mentre cammina davanti a un muro di mattoncini della sua prima casa a Roma e su una porta è appeso un cartello con il titolo del disco. Si ironizza, con un involontario omaggio a Nick Drake fotografato da Keith Morris qualche anno prima, sull'entrata del cantante calabrese nel mondo della musica. Quando poi partì l'attacco di Tu, Forse Non Essenzialmente Tu andai letteralmente fuori di testa. Dopo un intro di chitarra dal vago sapore Rosa Fluido, Rino, nonostante una dialettica assai colloquiale, si dimostra un grande songwriter.
Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è una canzone che mescola filosofia da salotto a fatti quotidiani, facendo degli avverbi il punto cruciale per la comprensione dell'intero testo. Possiamo infatti trovare “riferimenti alla concezione del tempo e alla sua inutilità irriversibile“, come analizza Maurizio Becker, e nel contempo “la narrazione di un sentimento, fatto di circostanze reali, concrete”, come scrive Vincenzo Minocci riferendosi allo storico bar "Barone” o al “6O” notturno che dalla periferia nord-est di Roma arriva a piazza Venezia; ma su tutto l'humus vitale del brano è dettato dallo scandire degli avverbi frasali: essenzialmente, decisamente, confidenzialmente…
Diciamocelo, è un'idea semplice ma non è affatto male. Ingresso Libero è il padre rinnegato di mezza discografia nostrana attuale e Tu, Forse Non Essenzialmente Tu è la summa perfetta degli strani pensieri che si fanno davanti all'imbarazzo di un amore inconfessabile o all'umiliazione di un amore non ricambiato. Un passetto avanti e uno indietro, per paura di essere troppo invadenti o inadeguati quando si pansa che almeno “l'amicizia c'è”. Il migliore elucubrare bislacco che si possa sentire, perché contiene al suo interno dignità, imbarazzo e un candore ai limiti dell'autolesionismo. Pretende attenzione e strilla, ma lo fa con empatica goffaggine. Non le ho mai dette tutte queste cose a Katia. Un gesto che potrebbe sembrare straordinariamente idiota, per uno che passava i pomeriggi cercando le parole giuste nei dischi sbagliati, ma a mettere freno a ogni mio ipotizzabile intento fu la diretta interessata. Venni sputtanato da una sua amica e la sua saggia replica fu sollevarmi a cinque centimetri dal suolo. “Se sento in giro voci strane su di noi io ti ammazzo”. E lo avrebbe fatto. Sicuramente.

Ella era decisamente di una bellezza incantevole. L'unica osservazione simile a una critica che le si potesse fare era che il contrasto tra il suo sguardo triste e il suo allegro sorriso conferiva a quel volto un che di smarrito che faceva sì che in certi momenti quel viso dolce divenisse strano senza per questo cessare di essere affascinante.
—  Victor Hugo, I Miserabili, parte III (Marius), libro VI - La congiunzione di due stelle par. V “Vari fulmini cadono su mamma Bougon"

Dovrei sorridere di più
divertirmi di più
perdonare di più
giocare di più
fotografarmi di più
abbracciare e amare di più
- amarmi, sopratutto amarmi -
ma
quando mi guardi con quegli occhi grandi
quando socchiudi timidamente le labbra
(nervosamente muovi le mani)
quando respiri lentamente
seduto accanto a me
sembra
- per chissà quale congiunzione astrale -
che i miei di più cessino di esistere

e alla fine
mi basti solo tu

«Dal treno ho visto questa scritta e mi è piaciuta da morire. L'aprire virgolette come un dialogo che comincia dopo troppo silenzio. La congiunzione ‘e’ che spezza il flusso anonimo delle cose fatte fino a quel momento e decreta un nuovo inizio. Con il 'poi’ che segna una promessa inattesa in un tempo uniforme. I suoi occhi che si posano su di te tra milioni di possibili e ti perdonano di essere come sei, trascinandoti fuori dall'anonimato. Non si scrive sui muri delle stazioni, ma questa mano notturna doveva testimoniare che cosa può salvare la vita. Uno sguardo, un sorriso, i suoi occhi.»

Ragazzi, ma che periodo… è morto anche il nonno di una delle mie più care amiche. Chi lo sa quale congiunzione astrale si sta prendendo gioco di noi lassù.