concerti

Amo i concerti perché, qualsiasi band tu vada a vedere, trovi sempre gli stessi tipi di persone.
Ci son quelli che il mattino prima son davanti ai cancelli nei sacchi a pelo e quelli che se arrivano a concerto iniziato è già tanto.
Quelli che accompagnano l’amico e conoscono solo le canzoni più famose, quelli che sono fan da poco e se lo tengono per sé perché han paura di sfigurare, quelli che con quei brani ci son cresciuti e
non c’è parola che non ti sappiano cantare.
Quelli che si presentano sfoggiando le maglie della band più belle che hanno e, credetemi, ci han messo un secolo a scegliere quella giusta! quelli che la sera prima si son divertiti a farsene una da soli, quelli che si presentano con t-shirt di altri gruppi e un gran sorrisone stampato in faccia, quelli che la maglia se la comprano in fila a diciotto euro: dieci se hai capacità di persuasione! e si cambiano pure davanti a tutti perché tanto con quelle gente ci dovrai condividere anche il sudore.
Quelli che se li son già visti un milione di volte e han tanti aneddoti da rifilare, quelli che per loro è la prima volta e non vedono l’ora di poterlo raccontare.
Quelli che ormai sono esperti e si buttano nella mischia come se fosse una fottuta piscina, quelli che non hanno mai visto tanta calca e si tengono a debita distanza.
Quelli che son troppo timidi e in fila non riescono a socializzare, quelli che son rompicoglioni e in coda si fan sempre riconoscere.
Quelli che si ritrovano a parlare con gente mai vista prima e si dimenticano di chiedere i nomi da cercare su facebook, quelli che chiedendoti l’amicizia dopo la prima battuta han già concluso tutto.
Quelli che si son portati persino le carte con cui giocare e quelli che in tasca c’han solo il cellulare, ma va bene comunque, che qualcosa da fare lo si trova sempre.
Quelli prudenti che si son portati ombrelli, k-way e cappelli, quelli che han madri prudenti che però non ascoltano e si ritrovano pieni zeppi di pioggia o ustionati da far schifo.
Quelli che a mezzogiorno tirano fuori i pennarelli indelebili e quelli a cui il tatuaggio in onore della band basta e avanza.
Quelli che sorridono davanti ai fotografi e quelli che si nascondono dietro una mano.
Quelli che son troppo bassi e non riescono nemmeno a fotografare la gente dietro, quelli alti due metri che sorridendo ti prendono la macchina fotografica e fanno le foto al posto tuo.
Quelli che controllano ogni tre minuti il biglietto e quelli che scrollano le spalle perché già ce l’hanno in mano.
Quelli che ti riempono di gomitate quando aprono i cancelli e quelli che si tirano indietro per non farti male.
Quelli che alla fine ti menano lo stesso, perché col cazzo che ti lascio il posto!
Quelli che il concerto se lo guardano in uno schermo e quelli che se lo godono senza macchine fotografiche ad occupare la visuale.
Quelli che si stringono contro la transenna e non la lasciano un secondo, quelli che si ritrovano in mezzo alla bolgia e s’aggrappano alla prima spalla che trovano.
Quelli che si sentono male e si allontanano un po’ dal palco, quelli che stringono i denti e resistono fino in fondo.
Quelli che chiamano il migliore amico rimasto a casa con la febbre che poi, se fosse stato per lui, sarebbe venuto lo stesso, per fargli vivere la sua canzone preferita a distanza di mezzo stato, quelli che il migliore amico ce l’hanno vicino e tirano gomitate pure a lui, perché è giusto così.
Quelli che piangono per quasi tutto il concerto e quelli che non lasciano trasparire un’emozione, ma dentro esplodono comunque.
Quelli che urlano a squarciagola e quelli che preferiscono tacere.
Quelli che, alla fine, si mettono le mani fra i capelli e continuano a ripetere “non ci posso credere, non ci posso credere”, quelli che si abbracciano, quelli che si baciano, quelli che si sorridono.
Quelli che si parlano da una parte all’altra dello stadio e quelli che ridendo si fanno i cazzi loro.
Quelli che vanno subito a fare la scorta di bottiglie d’acqua e quelli che si fiondano senza tante cerimonie dallo store ufficiale.
Quelli che si salutano e quelli che si ritrovano.
Quelli che fotografano e quelli che guardano.
Siamo tanti e siamo diversi, ve lo concedo, ma quando il concerto finisce siam tutti uguali:
siam quelli che camminano piano, l’uno accanto all’altro, con l’assurda voglia di ricominciare tutto da capo, subito.
Siam quelli che si sorridono in mezzo al casino, anche se non si conoscono, e si dicono “grazie, perché quello che ho provato stanotte lo sai solo tu”.
—  (Via makesilencenow)
Portami ai concerti
in riva al mare
a guardare il sole tramontare
a guardare il sole sorgere
portami a vedere le stelle
mentre le nostre teste
saranno immerse nella sabbia
portami a milano mentre piove
sai quanto amo milano
portami in montagna
e insegnami a sciare
portami in un hotel
a due stelle
e insegnami a fare l'amore
e se poi le lenzuola sapranno di noi
cosa ci importerà
saremo vivi.
Portami lontano chilometri
e mentre guidi
voltati
sorridimi
dammi la mano
baciami
non lasciarmi.
E forse un giorno
questa mia continua voglia
di “altro”
sarà placata
dai tuoi baci
e dalle tue dolci carezze
dai tuoi sorrisi
e dalle tue braccia che da dietro
mi stringono.
E baciami il collo
e io mi volto
ti prendo il viso tra le mani
ti sorrido
e ti bacio, ti bacio e ancora ti bacio.
E siamo vivi
infiniti
dannatamente noi.
Credo di amare incondizionatamente i concerti e tutto ciò che riguarda queste manifestazioni, indipendentemente da chi canta e solca il palco in una qualsiasi notte d'estate o di una mezza stagione senza nome.
I concerti lasciano il segno anche se poi il cantante che vai a vedere smette di piacerti, probabilmente forse neanche ti piaceva ma hai dovuto accompagnare la tua migliore amica e non ti avrebbe più parlato se non lo avessi fatto, alla fine ti sei anche divertita.
Ogni concerto è diverso e ci sono persone che sembrano appartenere totalmente ad altro genere di individui rispetto a te eppure la musica riesce ad unirvi.
Che sia pop, rock jazz o classica, magari lirica la musica unisce davvero tutti, forse è davvero qualcosa che va oltre.
Un concerto è bello anche da fuori, sentire e non sentire l'artista per cui sei persa, eppure far di tutto per esserci anche solo con il pensiero perché i biglietti son terminati subito o perché qualcuno doveva dartelo e alla fine ti ha dato solo buca, ma alla fine dentro o fuori non cambia perché rimane un esperienza.
Amo ciò che precede il concerto, sin dall'inizio quando il giorno dell'uscita dei famigerati biglietti gialli non dormi e l'unico tuo amico diventa un computer con Ticketone e Livenation che si ricaricano ogni volta, quando escono inizia a sembrare una corsa agli armamenti, alcune fan sono peggio dell'URSS e degli USA durante il periodo della guerra fredda, mobilitano una famiglia per trovare ciò che cercano e a volte succede che da due biglietti ti ritrovi con sei, o con nessuno, così si corre sui siti non proprio affidabili sperando che il biglietto recapitato a te una settimana prima dell'evento sia vero. 
Amo il conto alla rovescia che inizia a cifre sproporzionate che assomigliano più ad una vita che a qualche mese, duecento trentotto giorni è una vita, e pian piano arrivano ad essere centocinquanta, poi le famigerate due cifre novantacinque, andavo avanti fino al mese pretendente e sono trenta, sembra ancora una vita un po’ più breve però, ma si arriva ai dieci e ti sembra la vita più vicina che ci sia rispetto a ciò che già vivi, poi sono nove giorni ed è poco davvero rispetto a quei duecento trentotto, otto sette e sei passano troppo in fretta che dimentichi anche di segnarlo sul calendario o di vedere il telefono che riporta in un app tutto ciò che ti serve per sapere il tempo che manca, cinque senti già un po’ l'ansia per la partenza e per quello che succederà, quattro e la notte già non dormi quasi più , tre è una particella di duecento trentotto eppure è davvero poco rispetto a tutto quello che rappresenta il duecento trentotto, due e pensi che davvero sia troppo poco, un mezzo battito di ciglia e poi finalmente uno e la notte non dormi perché pensi al giorno dopo, alla vita dopo, a quello che sai essere un sogno da quindicenne, trentenne o cinquantenne che sia perché la musica non ha età e non muore mai, e parti per quel viaggio lungo giunto al termine, gioia e tristezza si mescolano perché è così il concerto, vuoi e non vuoi viverlo.
Zero, sei giunta a destinazione.
La sera arriva così e neanche ti rendi conto, lui o loro cantano e tu canti perché loro ti possano sentire, ci sei e non ci sei, vivi e non vivi, sei così felice che non ti accorgi di quanto questa felicità sia tremendamente passeggera, va via e non ritorna per altri duecento trentotto giorni, un anno e una vita.
Il mese prossimo sarà un anno da Milano e da quando ho sentito le loro voci, oggi sono due anni da quando ero fuori per loro perché non avevo il biglietto.
Un anno, due anni, una vita.
Ma il concerto rimane, ecco perché lo amo, non dimentichi ti rimane quella sensazione di pieno vuoto che è così strana.
—  28 giugno 2014.