come erano

Quei due erano così complicati.
Lui orgoglioso e lei strana, a volte sensibile e a volte mandava tutto a fanculo senza nemmeno pensarci, però dopo se ne pentiva, e faceva di tutto per rimediare. Quei due, sapevano amarsi come nessuno. Quei due erano unici, niente riusciva a separarli, potevano gridarsi contro quanto volevano, e mentre non si sentivano si mancavano, non si cercavano, ma si pensavano, anche se nessuno dei due lo ammetteva mai. Quei due erano l’imperfezione, ma insieme diventavano la perfezione, si completavano a vicenda, si appartenevano prima ancora di conoscersi, si sono sempre appartenuti e si sono sempre cercati, fino a quel giorno che si incontrarono. Erano strani, diversi, ma come si completa un puzzle? Con pezzi diversi, e loro erano fatti per incastrarsi tra altri mille pezzi di puzzle e gli altri pezzi saranno tutta la vita che passeranno insieme, e lo completeranno, anche con mille litigi. Lo completeranno e rivedendo il puzzle completato ripenseranno ai mille momenti passati insieme, a tutti i litigi, a tutto, e capiranno che due come loro non li separerà mai niente e nessuno.

“Quei due erano così complicati. Lui orgoglioso e lei strana, a volte sensibile e a volte mandava tutto all’aria senza nemmeno pensarci, però dopo se ne pentiva, e faceva di tutto per rimediare. Quei due, sapevano amarsi come nessuno. Quei due erano unici,niente riusciva a separarli, potevano gridarsi contro quanto volevano, e mentre non si sentivano si mancavano, non si cercavano, ma si pensavano, anche se nessuno dei due lo ammetteva mai.”

Così opposti e così lontani, non potevano mai vedersi né toccarsi, eppure erano intrappolati dentro. Così diversi e così distanti erano come sole e luna. Ed erano in grado di colorare il cielo anche nella notte più scura, facendo restare tutti senza parole. Erano come luna e sole.

I Greci raccontavano che originariamente l'uomo era sferico e che Zeus per punirlo delle sue malefatte lo aveva spaccato a metà. Le due metà vagano per il mondo e si cercano. La nostalgia le spinge a cercare ancora e ancora, e quando si trovano quella sfera vuole tornare unita. Questa storia ha del vero, ma non è sufficiente. Quando le due metà si incontrano di nuovo, hanno vissuto le loro vite fino a quel momento. Non sono uguali a come si erano lasciate. I loro lembi non coincidono più. Hanno difetti, debolezze, ferite. Non basta che si incontrino di nuovo e si riconoscano. Adesso devono anche scegliersi, perché le due metà non combaciano più perfettamente, ma solo l'amore porta ad accettare gli spigoli che non combaciano e solo l'abbraccio li smussa, anche se fa male.
—  Bianca come il latte rossa come il sangue, Alessandro D’Avenia

Quei due erano così complicati.
Lui orgoglioso e lei strana, a volte sensibile e a volte mandava tutto a fanculo senza nemmeno pensarci, però dopo se ne pentiva, e faceva di tutto per rimediare. Quei due, sapevano amarsi come nessuno. Quei due erano unici, niente riusciva a separarli, potevano gridarsi contro quanto volevano, e mentre non si sentivano si mancavano, non si cercavano, ma si pensavano, anche se nessuno dei due lo ammetteva mai. Quei due erano l’imperfezione, ma insieme diventavano la perfezione, si completavano a vicenda, si appartenevano prima ancora di conoscersi, si sono sempre appartenuti e si sono sempre cercati, fino a quel giorno che si incontrarono. Erano strani, diversi, ma come si completa un puzzle? Con pezzi diversi, e loro erano fatti per incastrarsi tra altri mille pezzi di puzzle e gli altri pezzi saranno tutta la vita che passeranno insieme, e lo completeranno, anche con mille litigi. Lo completeranno e rivedendo il puzzle completato ripenseranno ai mille momenti passati insieme, a tutti i litigi, a tutto, e capiranno che due come loro non li separerà mai niente e nessuno.

Quei due erano così complicati.
Lui orgoglioso e lei strana, a volte sensibile e a volte mandava tutto a fanculo senza nemmeno pensarci, però dopo se ne pentiva, e faceva di tutto per rimediare. Quei due, sapevano amarsi come nessuno. Quei due erano unici, niente riusciva a separarli, potevano gridarsi contro quanto volevano, e mentre non si sentivano si mancavano, non si cercavano, ma si pensavano, anche se nessuno dei due lo ammetteva mai. Quei due erano l’imperfezione, ma insieme diventavano la perfezione, si completavano a vicenda, si appartenevano prima ancora di conoscersi, si sono sempre appartenuti e si sono sempre cercati, fino a quel giorno che si incontrarono. Erano strani, diversi, ma come si completa un puzzle? Con pezzi diversi, e loro erano fatti per incastrarsi tra altri mille pezzi di puzzle e gli altri pezzi saranno tutta la vita che passeranno insieme, e lo completeranno, anche con mille litigi. Lo completeranno e rivedendo il puzzle completato ripenseranno ai mille momenti passati insieme, a tutti i litigi, a tutto, e capiranno che due come loro non li separerà mai niente e nessuno.


-28/09/2015-
Nicole e Simone.

#Storia 7 pt.2

Un film per ricominciare



il film era veramente il più palloso della storia, colonne sonore tristi, era pure in bianco e nero, davvero non vedevo l’ora che finisse.

Ovviamente durò 2 ore e mezza.

Uscimmo dalla sala e mi chiese: “é bellissimo il messaggio di questo film non trovi?”

Io volevo solo sparire, non avevo minimamente seguito il filo logico di un film con una ragazza che piangeva, un ragazzo che piangeva, la mamma che piangeva, tutti che piangevano.

Mi venne in mente anche la volta in cui tu piansi, sulla porta…

Di getto le risposi una frase scomposta, senza arrivare ad un punto preciso, temporeggiavo insomma, mentre le lampadine al neon dell’uscita ci illuminavano di una luce rossastra.

Arrivati appena fuori dal cinema ci perdemmo in 4 chiacchere, ma non riuscivo a capirla del tutto, cosi mi giocai un jolly..

“senti, ci andiamo a mangiare qualcosa, un amico ha un ristorante molto carino a pochi km da qui, che ne pensi?”

“verrei volentieri, purtroppo ho l’autobus per tornare a casa ed è l’ultimo è anche molto tardi…”

Avete presente quella sensazione di completa impotenza di fronte a una risposta che non lascia via di scampo? ECCO.

Non volle nemmeno che la accompagnassi alla fermata dell’autobus, non capivo davvero, eppure mi salutò con un sorrisone e un bacio sulla guancia. Non capivo dove avevo sbagliato.

Avevo la faccia da psicopatico? o con 5 dollari pensava che la volessi comprare?

MARTEDÌ

Arrivo in ufficio, John sta distruggendo in sala riunione Paul, indovinate perchè?

Si era dimenticato di chiamare la JYNK Corp., nota azienda giapponese che ci aveva commissionato un’altra app per 5 milioni di dollari.

Affare saltato. Paul saltato. Piano finanziario saltato.

John esce sbattendo la porta imprecando e urlando di prendersi due giorni di pausa, Melanie la sua assistente lo insegue raccogliendo tutti i documenti che lancia per aria, gli stagisti non alzano nemmeno lo sguardo, qualcuno ride, qualcuno fa finta di niente, Kate, la mia segretaria mi fissa come se aspettasse un cazziatone…

Non dico nulla e vado nel mio ufficio mentre Paul…se ne va.

Mi siedo sulla poltrona e sento la pelle della poltrona tirarsi sotto il mio peso, inclino un pò il capo e tiro un lungo sospiro, che settimana di merda mi aspetta.


MERCOLEDÌ

Sono le sei e mezzo, il sole sta tramontando su Charleston, tutti stanno andando via, John non risponde nemmeno al cellulare, Kate mi chiede un permesso per il giorno dopo, annuisco senza nemmeno guardarla.

Rimango solo nel mio ufficio, gli ultimi tiepidi raggi del sole entrano dalle finestre del mio ufficio.

L’ho preso apposta qui, con visuale su un parco, mi mette tranquillità.

Mi vieni in mente, quante volte abbiamo fatto sesso su questo tavolo quando andavo via tutti, quante volte eri dall’altra parte del telefono e mi dicevi di tornare presto a casa, quante volte ancora ti penso.

Non farò mai più il tuo nome.


GIOVEDÌ

Orario di pranzo, Kate non c’è, è in ferie, massacro gli stagisti di compiti per la giornata e mi prendo 3 ore per andare a NY. Devo sbrigare delle commissioni.

Mentre guido sono stranamente felice.

Per un momento ripenso a Caroline, chissà se la vedrò ancora.

Anche questa giornata passa in fretta, sto quasi cadendo nella monotonia, non passo nemmeno dall’ufficio, chiamo il guardiano e gli dico di chiudere tutto.

Era fidato. Un signorotto di 58 anni che veniva dal Texas, poche passioni, belle donne e birra. ma sopratutto birra.

Arrivo a casa, finalmente, mi faccio una lunga doccia, mentre mi rilasso sento squillare il telefono, cerco di asciugarmi alla buona e corro.

“Ehi abbiamo chiuso un affare milionario, quelli di Goklm hanno saputo dell’affare saltato e si sono proposti al doppio della cifra! dobbiamo festeggiare!”

Era John che mi chiamava in delirio di onnipotenza, era a las vegas, festeggiava ancora prima della firma del contratto, ma portava sempre bene quindi glielo facevo fare, mi dice che prenota dei biglietti anche per me e devo raggiungerlo subito, c’è un’amica di Celine per me.

Rido e dico a John che avremmo festeggiato al ritorno.

Mentre accendo il proiettore, mi arriva un messaggio automatico dalla banca, accredito di 150.000 dollari dal conto della società.

Rido, John festeggiava cosi in anticipo dandomi e dandoci delle quote su affari ancora non chiusi.

Mi siedo sul divano e affondo i piedi nel tappeto orientale che mi comprò mia madre, si ha arredato la casa con me, figuriamoci. sono riuscito a scegliere solo location e toni delle stanze.

Vivevo in un loft all’ultimo piano di una palazzina borghese, era un pò la mia tana, open space, finestre stile americano sulla 54esima strada, parquet italiano, cucina nera e quadri di vario tipo.

Ero molto minimalista, poche cose ma ordinate, mi piaceva il lusso non visibile, contando che solo l’appartamento mi era costano quasi 800.000 dollari tra acquisto e ristrutturazione.

Ma i soldi, come detto prima non erano un problema e li gestivo bene, non avevo vizi ne grilli per la testa, bella casa, bella macchina e vacanze nei posti giusti, una vita tranquilla nel mio letto ad acqua preso in Giappone in un momento di completa pazzia.

Bene sono un 22enne annoiato con 150.000 dollari freschi sul conto cosa faccio? NIENTE

Apro facebook. Cazzeggio, commento foto, guardo video di gatti…

Finchè non mi viene un idea…CAROLINE.

Posso cercarla su facebook! Ovviamente la ricerca solo del nome mi porta a milioni di risultati, cosi cerco di fare una geolocalizzazione, sperando almeno di restringere il campo, ovviamente tra le ragazze di Charleston non la trovo.

In realtà ancora non sapevo perchè mi incuriosisse cosi tanto, Sapevo solo che avevo ancora il suo profumo di pesca ancora in testa.

Ora, non so voi, ma io credo nel destino, dopo quasi 1 ora di ricerca, ancora non la trovavo, mi ero quasi arreso.. finchè…

AGHATA, quel film ultra palloso che mi ero sorbito solo per lei, sicuro sarà tipo fan della pagina, o dell’autore, o dello sceneggiatore o di qualsiasi persona che ha partecipato alla creazione di quel film.

MIRACOLO.

Scorgo un viso quasi noto tra le valutazioni del film sulla pagina ufficiale

Caroline Westrem, eterocromica, capelli legati e studentessa. Trovata.

Profilo più blindato di una banca, va bene lo stesso. La aggiungo immediatamente agli amici.

Era molto tardi e sapevo che non sarebbe successo niente di li a poco, cosi vado a letto speranzoso l’indomani di leggere una sua notifica.


VENERDÌ

Il cinguettio degli uccellini mi sveglia 5 minuti prima della sveglia, il sole entra da uno spiraglio della finestra che avevo lasciato scoperto.

Mi alzo e vado verso la cucina, mi preparo un buon caffè brasiliano aromatizzato alla vaniglia, eh si, qualche chicca lasciatemela, e addento un cornetto al cioccolato.

Mi ricordo della richiesta inviata a Caroline, prendo il cellulare, ancora niente, solo messaggi di lavoro. Uffa.

In ufficio il clima è sereno, John ha un nuovo schiavetto, Jimmy, sembra più sveglio, speriamo, Kate mi saluta sorridendo, la trattavo come un’amica e lei era felice e lavorava bene per me, eravamo tutti contenti per il nuovo affare che avrebbe lanciato la società ancora più in alto.

Finisco la riunione delle undici e mezza, ormai è pranzo, mi slego la cravatta, faceva veramente caldo, era afoso in ufficio, batteva perennemente il sole, decido di mangiare qualcosa in un bar e approfittarne per farne una passeggiata e chiamare mia madre per organizzare il week end.

Come al solito mia madre mi tiene al telefono più del dovuto, mentre cerco di camminare tra i bambini che escono dalla scuola sulla 3 strada, non sentivo nemmeno cosa mi diceva, rispondevo solo “ok” “si domani torno” “si ho mangiato” “Ok” “si” e ancora “Ok”… classica telefonata.

Ad un tratto dell’altra parte della strada, in un bar con il free wifi scritti a caratteri cubitali sulla facciata, noto una ragazza con i capelli raccolti…non ci credo è CAROLINE.

Riaggancio a mia madre senza pensarci, e attraverso la strada.

Ma perchè poi? cosa pensavo di fare? mi aveva già mezzo rifiutato una volta perchè continuare…già perchè continuare..mi dicevi.

Entro nel bar e lei era seduta nei tavoli rettangolari che danno sulla strada, stava scrivendo al computer.

“ehi Caroline, ma che ci fai qui?” 

“Dylan! ma che piacere! Sto scrivendo un articolo e tu?”

ma come si ricorda ancora il mio nome? poi mi snobba, va bhè, le donne.

Mi siedo e parliamo del più e del meno, di cosa studia lei, giornalismo, di quanto sia difficile e altre cose su di lei, noto che non mi fa domande.

Cosi le chiesi: “Ieri ti ho aggiunto su facebook.. ma forse non hai visto!”

SBAM, altra figura di merda, ma come fai a non vedere che il sito ti invia una notifica anche sul cellulare.. partiamo malissimo.

“No l’ho visto invece. Però Dylan, mi dispiace ma..siamo troppo diversi, non so nemmeno come spiegartelo, è complicato.”

Era surreale, non c’era modo e mi bloccava anche solo per una richiesta di amicizia, davvero non sapevo nemmeno cosa risponderle.

le chiesi un minimo di aiutarmi a capire o se avessi sbagliato qualcosa nei comportamenti e potevo averla offesa in qualche modo.

“No Dylan, figurati tu sei stato sempre carinissimo con me, ma davvero preferirei cosi, non voglio crearti problemi.”

Davvero ero scioccato, ma di fronte a tanto ostinazione e nessun’altra informazioni non potevo fare altro che arrendermi.

“Ok, non posso sapere chi sei, ma almeno se hai voglia di parlare o anche vedere un film noiosissimo di cui ancora non ho capito niente, scrivimi.”

Mentre le scrivevo il numero su un pezzettino di un tovagliolo, scorsi un sorriso frenato sul suo volto, si sposto i capelli dietro le orecchie e mi disse “Lo farò.”

Passarono 4 giorni, niente.

Non ho avuto nessun cenno da parte sua, eppure quegli occhi mi nascondevano qualcosa.

Noi uomini siamo così, quando non capiamo una cosa, cominciamo ad impazzire, specialmente un rifiuto non spiegato.

Caroline aveva quel non so che, classe, femminilità nelle movenze, lessico di una persona che aveva studiato, occhi profondi come l’oceano, aveva qualcosa da raccontarmi e io volevo saperlo.

E in più mi piaceva un casino, guanciotte piene, mento appena appena marcato, i capelli le cadevano perfettamente sugli zigomi e avevano dei riflessi dorati vicino alle punte, aveva delle mani bellissime e curate, e ancora mi ricordo di quel vestito nero del cinema, sottolineava le sue forme.

Non capivo perchè portasse sempre i capelli legati.

Era semplice, anche nell’abbigliamento mi colpiva molto.

Rigorosamente stivaletti neri, leggins neri e una camicia celeste con una canotta bianca, portava un bracciale sottilissimo e dorato al polso sinistro, mentre al destro aveva una specie di corda, quelle per i bracciali per intenderci, ma legata più volte intorno al polso.

Ma io riuscivo solo a perdermi nel suo maledetto profumo che mi colpiva dritto al cuore ogni volta.

Dicono che i profumi che ti colpiscono entrano dritti dentro fino all’anima e penso che lei abbia fatto esattamente questo con me.

i suoi sguardi mi colpivano nel profondo, come quando visiti un posto per la prima volta e rimani a fissare il panorama imbambolato, io mi sentivo cosi ogni volta che lei mi guardava, nei suoi occhi vedevo le emozioni che mi erano mancate da tempo.

Basta devo avere un’altra occasione. Sono ricco e ho i mezzi, è ora di usarli e da chi vado subito secondo voi?

“Kate, come faccio a conoscere una ragazza di cui so solo il nome e nient’altro senza finire in galera per stalking?”

“Ehm.. Dylan, in che senso?”

“Mi servono informazioni su una ragazza, non importa come o quanto costa, devo sapere” sembravo un pazzo psicopatico.

Nel giro di due ora nel mio studio si presenta un tizio che afferma di avere una società di spionaggio matrimoniale e quindi può ottenere facilmente informazioni. Non ho voluto sapere nient’altro. Io chiesi solo l’indirizzo di casa, volevo presentarmi la e parlare con lei. Quindi niente di troppo illegale no? 


Due giorni dopo, di rientro da una sessione dal massaggiatore, trovo dei documenti sulla mia scrivania.

“risultato indagini” erano le informazioni che avevo chiesto. Finalmente.

Non so bene se fosse una cosa giusta o sbagliata, ma mi ero ripromesso di non perdere più occasioni, di volermi bene e seguire il mio cuore, mi ero ripromesso di inseguire le mie emozioni e non di soffocarle. Questa volta non volevo mollare, non come hai fatto tu con me.

Esco dall’ufficio alle otto e tre quarti, fuori è buio ed è ormai sabato, non avevo niente da fare e cosi decisi di andare all’indirizzo scritto nei documenti.

Sarà uscita, al rientro forse se sono fortunato potrei incontrarla per sbaglio, mi piazzo in qualche bar, qualche locale che ci sarà li vicino e aspetto.

Mi sbagliavo alla grande.

L’indirizzo indicato non esisteva sul mio navigatore, mi trovava la cittadina, Hamden, ma non la via, girovago per qualche minuto, ma era tutto chiuso, ero un pò spaesato e anche incosciente, recarmi ad un’indirizzo datomi da un fantomatico investigatore, da solo, essendo a capo da una società milionaria.

Trovo una signora ad un distributore automatico e chiedo informazioni, mi dice che l’indirizzo che sto cercando è ai confini della città dove inizia la statale.

Bene mi reco subito sul luogo, non mi ero accorto che avevo gia fatto due ore di strada ed erano quasi le 11.

Mentre esco dalla città, noto un certo degrato, non era come Charleston, qui era davvero quasi tutto abbandonato, cosa ci faceva una come Caroline qui?

Intravedo una stradina quasi sterrata che imbocca nella statale, vedo anche un cartello di legno “ bredley street”.

Ecco era l’indirizzo, almeno credevo. Di fronte a me una casa in legno, decisamente messa male, un capanno semi distrutto e oggetti sparsi ovunque per il giardino.

Era l’ultima casa in fondo alla statale che usciva da Hamden e andava a Tuchson, praticamente lontano da tutto.

Non trovavo il collegamento tra quella studentessa che non usciva dalla mia testa e tutto questo contesto. Era strano.

Parcheggio all’inizio del vialetto con il muso rivolto alla statale, sia per scappare sia per vedere se Caroline si fosse materializzata, e spengo la macchina.

Dopo circa mezz’ora di noia e rumori abbastanza molesti tutt’intorno, scorgo una sagoma nera che cammina nella mia direzione lungo la statale, capisco che è una ragazza e cosi accendo i fari dell’auto che illuminano la sagoma e scendo.

Era lei, Caroline, capelli arruffati, giubbotto chiuso fin sotto il mento e tuta, non il massimo ma era comunque carina.

Più che altro sembrava davvero distrutta, ma cosa fa questa ragazza la super eroina a caccia di criminali?

“Ehi caroline! ciao sono Dylan!” 

“Dylan?? ma sei pazzo? che cazzo ci fai qui?”

Bhè non era esattamente l’accoglienza che avevo previsto. Pensavo le facesse piacere una sorpresa

“Sei impazzito? come mi hai trovato? ti avevo detto che….”

“ehi ehi calmati, visto che non mi hai chiamato avevo piacere a vederti, tutto qui! pensavo fosse un gesto carino”

“Carino un cazzo Dylan! tu non sai nulla, non dovresti nemmeno essere qui!”

Avevo fatto un errore madornale, ma cosa pensavo di ottenere presentandomi a casa di una sconosciuta?

“Dylan devi andare via sul serio, non puoi stare qui”

Discutemmo per qualche minuto, volevo solo farle capire che non ero uno psicopatico, ma volevo solo vederla.

I suoi occhioni metà verdi metà nocciola, immersi nelle lacrime mi implorarono di andarmene subito, non avevo scelto, acconsentii.

Se ne andò senza nemmeno guardami in faccia, ero distrutto, la vita mi aveva messo di fronte a una cosa cosi bella dopo tanto tempo e ora me la toglieva in questo modo meschino.

Salgo in auto, non parto, sto fisso con gli occhi sulla strada.

nella mia mente un susseguirsi di pensieri contorti, non ho un focus preciso, sono in preda ad emozioni contrastanti, non riesco a pensare lucidamente.

Eppure c’era qualcosa che non quadrava, che mi diceva di non andarmene da lì.

Decisi per la scelta che poteva distruggere tutto, anche la mia vita.

Scesi dall’auto e in preda ad un’adrenalina pazzesca, decisi di spiare dalla finestra, se piangeva c’era un motivo, doveva essere un motivo.

Mi avvicino lentamente, cercando di non fare rumore, mi accosto alla finestra della cucina dal lato sinistro della casa, un piccola lampadina illumina la cucina di piastrelle rosse bianche con una strana fantasia, sul tavolo qualche frutto e due piatti, c’erano scatole e barattoli aperti ovunque, e due casse di birra al fianco del frigorifero. Ma non vedevo nient’altro, dalla porta scorgevo solo un’angolo del divano e un mobile.

Capisco che il salotto è dall’altra parte e mentre cerco di fare il giro della casa sento un tonfo proveniente dal piano di sopra, mi paralizzo, silenzio, ancora silenzio, riprendo a camminare, avevo quasi finito il giro intorno alla casa ero a pochi metri dalla finestra, quando sento sbattere violentemente una porta.

Iniziale le urla, un casino assordante, non so cosa fare, mi avvicino piano alla finestra…..è un’inferno.

La tele è accesa, c’è sporcizia ovunque, dalla finestra chiusa trapassa un odore nauseabondo di umido e chiuso, ci sono cartoni della pizza a terra e anche qualche bicchiere rotto, era come se nessuno mettesse piede in quel salotto da settimane, forse mesi.

Mi appoggio con le spalle al muro per calmare la respirazione, ero in ansia, avevo paura e non capivo cosa stessi facendo, le urla al piano di sopra si fanno davvero pesanti ma non capisco cosa dicono, dalle scale sento dei passi, sbate violentemente una porta, mi accuccio per terra, sento il van che si accende mette in moto e va via di fretta.

Silenzio, nessun rumore per qualche minuto, altri passi dalle scale interne, mi accosto leggermente alla finestra giusto per intravedere qualcosa.

L’immagine che sta per seguire, turba ancora i miei sogni, come un fulmine a ciel sereno, qualcosa che non ti aspetti.

Caroline è seduto sul divano, con la testa tra le mani, in lacrime.

Non vedo altro, piange, li da sola, ma non capisco il motivo, finchè non si tira su e mentre si asciuga le lacrime con le maniche della felpa noto sul suo volto un livido rosso vicino alla tempia destra.

Panico, non so cosa fare, entrare potrebbe anche essere violazione di domicilio, se quello fosse stato il suo ragazzo? magari avevano litigato, magari ha sbattuto contro la porta (certo) un susseguirsi di ipotesi che mi fecero uscire pazzo, corsi alla mia Bmw e misi immediatamente in moto, grazie a dio il mio parcheggio ai bordi del vialetto non risulto sospetto e non diede nell’occhio.

Mentre guido non riesco nemmeno a pensare, anzi si, penso solo a una cosa, quello di Caroline non era un rifiuto ma una richiesta di aiuto.


fine parte 2

Cercavo il tuo sorriso in quello delle altre persone ma qua nessuno mi sorride come lo facevi tu, non mi serve a niente una canzone per ricordarmi di te.
—  i-am-almosting

«Forse non era come avevo pensato, non erano le tenebre che mi stavano inghiottendo. Forse ero stata io a infilarmici dentro senza neanche rendermene conto.»

Amavo il tuo sorriso, ricordi? Mi faceva impazzire quello spazietto minuscolo tra i tuoi denti, ti dava un'espressione da bimba.
Amavo il profumo dei tuoi capelli, che ho ritrovato un giorno in quelli di una mia amica.
Amavo la forma delle tue labbra, che ho rivisto nel viso di una ragazza, ma non erano belle come le tue, non stavano bene sul suo viso.
Lei era bella, certo che lo era, ma non era te.
Aveva i tuoi particolari, ma non mi piacevano addosso a lei.
Eppure erano proprio i tuoi dettagli, le cose che amavo di più.
Amavo quando mi chiamavi e mi rispondevi “Mh” quando non sapevi che cosa dire, e quel “mh”, seppur sia un suono tanto banale, non l'ho mai risentito da nessun altro, con la stessa tenerezza.
Amavo quando mi preparavi il caffè e fumavamo insieme in cucina, quando cercavi di farmi accarezzare il tuo gatto, ricordi quella volta che l'ho insultato e lui mi ha rincorsa per la casa? Hahahahaha e tu ridevi mentre io correvo.
Ed è sempre stato così, io correvo con le mie fantasie e tu ridevi, eri felice, e forse ridevi per la mia ingenuità, per i sogni che avevamo e a cui non credevi realmente.
E ora che sono qui, con tutti questi ricordi di cose che ho amato da impazzire, mi rendo conto di aver dimenticato una cosa sola: di pensare a me stessa.
Mi sono completamente dimenticata di me stessa, da quanto ero impegnata a prendermi cura di te.
E solo ora che sono sola, mi rendo conto di quanto io sia cambiata in questi due anni. Solo ora, mi rendo conto che anche i miei occhi hanno un bel colore, che anche i miei capelli profumano, che ho bisogno di amare un po’ di più i miei dettagli, piuttosto che quelli degli altri.

5

Si appartenevano.
Erano come un puzzle, difficile da completare, faticoso, ci voleva pazienza con loro.
Ma si completavano.
Ogni singola parte del loro corpo era stata creata per combaciare con l'altro.
C'era affinità tra loro. Ma non se ne accorgevano ancora.
Quando si guardavano si sussurravano con gli occhi le parole più belle, ma subito dopo spostavano lo sguardo imbarazzati, per paura che uno dei due ascoltasse l'urlo d'amore di quegli sguardi.
Quell'urlo l'ascoltavano tutti, tranne loro.
Lui era troppo immaturo, lei già sognava in grande.
Avevano gli stessi sogni ma con diverse dimensioni. E le dimensioni spaventano.
A lui preoccupava il cambiamento, aveva paura che lei gli stravolgesse la vita, perché era un po come un uragano. Era incasinata come lui, ma era anche la fonte stessa del caos.
Lei voleva curargli le ferite, voleva dimostrargli che i cambiamenti spesso non sono un dramma, se sono fatti insieme.
Però lui aveva paura, tremendamente paura.
Così spezzò quel legame sottile ed invisibile, ma allo stesso tempo forte che c'era tra loro.
Lei andò via. Uscì di scena accettando la sua decisione, anche se dolorosa.
Perché a volte l'unica cosa che rimane da fare è andare via.
Alla fine lui si accorse di amarla, ma la lasciò andare via.
Aveva paura di averla con se, e quando si accorse che lei non l'avrebbe più aspettato,non aveva il coraggio di prenderla e portarla via.
E alla fine non resta altro che il rimpianto.

La prima volta che lo baciai, scostai la testa, per guardarlo, ma non feci in tempo ad alzare lo sguardo che le sue labbra erano già sulle mie. Il vuoto. O meglio, il “pieno”, sebben allo stesso tempo ci fosse un alcunchè di etereo, di ineffabile. Grovigli di sentimenti, di strade, che alla fine si immettevano in un’unica, sola, strada principale. Non ci fu imbarazzo, non ci fu esitazione alcuna. Ci baciammo come avrebbe potuto baciarsi una coppia vissuta, che conobbe nel tempo, e nell’abitudine, l’una le labbra dell’altra. Fu la sensazione più vera e naturale dell’universo. Dio, le sue labbra, io le conoscevo già. Lui mi baciava e io lo seguivo, a mia volta. Lo seguivo come se avessi saputo a memoria i loro movimenti,- delle labbra intendo.- Come se mi fossi aspettata già il modo in cui si sarebbero posate sulle mie, il ritmo col quale si sarebbero aperte delicatamente per poi chiudersi, il momento in cui la lingua avrebbe preso delicatamente il sopravvento. Come se conoscessi l’abitudine del tremare un poco, appena appena, prima di schiudersi. Dio le sue labbra, calde, morbide, di una consistenza familiare, di una dolcezza disarmante. Ecco come erano, come era lui. Disarmante.

|Elisa Priano|
Perché c'era qualcosa, tra quei due, qualcosa che in verità doveva essere un segreto, o qualcosa di simile. Così era difficile capire ciò che si dicevano e come vivevano. e com'erano. Ci si sarebbe potuti sfarinare il cervello a cercare di dare un senso a certi loro gesti. E ci si poteva chiedere perché per anni e anni. L'unica cosa che spesso risultava evidente, anzi quasi sempre, e forse sempre, l'unica cosa era che in quel che facevano e in quello che erano c'era qualcosa-per così dire-di bello
—  Alessandro Baricco
M'accorsi di come le sue pupille erano rosse di pianto, non mi parlò, ma mi ammazzò con un'occhiata.
Quasi volesse dirmi “sei tu che mi hai ridotto così”.
— 

Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)

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