come dargli torto

Mi sono addormentato con in sottofondo delle canzoni della Motown, mi sono svegliato di colpo per colpa di un citofono. “Mi fate veramente schifo”, diceva Moretti in un film del 1981 e come posso dargli torto, vi odio voi suonatori di citofoni.

Basta amare e si supera tutto,il tempo,la pioggia,i chilometri.
Se ci si perde per la distanza ci si perde perchè era più facile chiamarsi,ci si perde perchè la paura di non vedersi accanto,la paura di soffrire,era più forte della voglia di amarsi ancora.
Ci si perde perchè si ha paura,insieme o da soli,in questi casi la cosa più triste è vedere una persona lottare per due,vedere qualcuno che non vuole buttare tutto continuare a lottare,quando però c'è chi ha già scelto.
E certo come dargli torto mancarsi fa paura,fa bruciare lo stomaco,fa male! Quando una parte di te,una parte del tuo mondo non è fra le tue mani si soffre,si ha paura di non essere più una priorità per l'altra persona,si ha paura di essere un peso,di essere sostituiti,insomma si ha paura.
Ma se è vero amore la paura si supera.
Si supera la paura,la mancanza,la distanza,l'incertezza,si supera tutto,basta volerlo.
Non esiste una coppia perfetta ma esistono le coppie che non si vogliono arrendere. Dove l'amore supera l'orgoglio,dove dopo i litigi e le urla ci si ama ancora di più,perchè si ha bisogno l'uno dell'altra.
Non si può scegliere di chi innamorarsi,l'amore non si sceglie,l'amore arriva e basta. E non importa se è il momento giusto oppure no,se ha il carettere opposto al tuo,se ha il doppio della tua età o la metà,se è quello giusto oppure il più sbagliato che ti potesse capitare,se è a due passi da te o dall'altra parte del mondo,tutto questo non importa. Se ci si ama davvero si sento le sue mani lo stesso,anche quando non ti è accanto. Se ci si ama davvero il cuore rimane caldo anche quando si è lontani.

Non starò ad annoiarti su come ci sono riuscito o i materiali e i processi utilizzati, Matteo: sono sicuro che non ti interessi a queste cose, ma fidati di me, ci sono riuscito. Fidati di me e delle mie parole, come io mi fido delle tue.
Voglio solo dirti che non è stato facile, che mi sono veramente fatto un culo pazzesco. Ho lavorato tanto. Sono sicuro che questa fatica, questo lavorare, tu che sei di tradizione e convinzione padana, lo apprezzerai.

Insomma, alla fine ci sono riuscito.
Ho costruito la macchina del tempo.

Voglio essere sincero con te, Matteo, avevo paura ad usarla. Ho pensato anche di farla testare alla badante rumena che assiste mia mamma, ma poi (e tu mi capirai anche in questo) non mi sono fidato al cento per cento. Se qualcuno doveva provare la macchina del tempo, se volevo essere sicuro di avere un resoconto attento e scientificamente ineccepibile, doveva essere un italiano a farlo. Sono sicuro che mi capisci. Anche in questo, Matteo.

Ho fatto qualche telefonata. La maggior parte delle persone che conosco sono disoccupate e quindi pensavo che avrei trovato facilmente un volontario da spedire nel futuro e ritorno. Certo, la questione del ritorno non era del tutto sicura, però insomma, ho fatto delle offerte. Qualche centinaio di euro, in nero: ma nessuno ha accettato.
Così, ricordo, mi sono fatto un caffè, ho mangiato delle macine del Mulino Bianco e poi mi sono deciso. Lo avrei fatto io.

Se sono qui, adesso, a scriverti, Matteo, è perché tutto è andato molto bene. La macchina del tempo ha funzionato e sono anche riuscito a tornare indietro. Mia moglie non si è praticamente accorta di niente. Un attimo prima ero lì e un attimo dopo ero tornato. Nel nostro tempo tutto è avvenuto in un attimo, ma nel futuro mi sono fatto quasi una settimana.

E nel futuro, Matteo, ed è per questo che ti scrivo ora, ti ho cercato.
E ti ho trovato.
Come te la passavi?
Non ti piacerà.

Eri barricato – anziano, malaticcio e fragile – in un appartamentino al pianoterra di uno stabile di Borgosesia. Non eri solo, c’era anche un tuo collega, un certo Buonanno, che tra evidenti segni di demenza senile, blaterava di essere stato addirittura sindaco di quel paese. Borgosesia. Sul momento, sono sincero, Matteo, non gli ho creduto, ma una volta tornato a casa ho visto che sì, quel vecchietto rincoglionito aveva detto il vero. Era stato davvero sindaco di Borgosesia. Cioè oggi. Adesso, tornando, ho visto che ha recintato il paese con del filo spinato e messo dei recinti elettrificati per non far passare gli immigrati.
Ottima idea Matteo, neppure a me piacciono i negri e soprattutto i poveri. Però devo dirtelo: non ha funzionato.

Voglio dire, quando vi ho trovati, nella Borgosesia del futuro, eravate entrambi rintanati in casa. Spaventati e soli. Arrabbiatissimi, devo dirlo, uguale a ora. Ma con quella rabbia di chi è stato sconfitto e si consola e si consuma nel revocare bei tempi mai esistiti e brontolare di quanto il mondo sia andato in malora.
Perché a Borgosesia, nel futuro, più della metà della popolazione era costituita da immigrati, figli di immigrati, nipoti di immigrati. Ecco, lo so che ci resterai male, Matteo, ma è andata così.

Ci avete provato ma non ci siete riusciti.

Hai presente gli etruschi? Erano forti e estremamente convinti del loro essere etruschi, eppure… Aspetta… gli antichi romani: quanto erano convinti gli antichi romani di essere la società finale, il popolo finale, vincente, dominatore, con le loro case abbellite di schiavi asserviti?

Gli egizi! Sai, Matteo, che la civiltà egizia è rimasta praticamente immutata per duemila anni? Pensaci, duemila anni. Il loro sistema funzionava così bene, per loro, pur con tutte le implicazioni dell’avere come capo un faraone dio in terra e un sacco di schiavi, che per duemila anni non hanno cambiato niente. Pensa quanto sono stati convinti gli antichi egizi, di essere la società finale e definitiva.

Bene, converrai con me che adesso l’Egitto è una merda. Primo: è pieno di egiziani. Secondo, c’è solo sabbia del cazzo e pietroni ammucchiati. Insomma, bella fine del cazzo che hanno fatto gli egizi. Non so neanche se esiste una nazionale di calcio egiziana, e se esiste, sicuramente sono delle schiappe.
Ecco, nel futuro, tu e Buonanno eravate come gli ultimi egizi. Vecchi e soli. Intorno a voi c’era un mondo che non riconoscevate più e che vi faceva una gran paura.

Aspetta, ti racconto questa: a un certo punto Buonanno si è alzato, inveiva contro tutti questi immigrati che passavano per strada, si è messo a sbirciare da una finestra mezza chiusa, attraverso le tapparelle e poi gli è preso un moto d’ira irrefrenabile, ha cominciato a gridare “ora ci penso io!“, “ora gliene dico quattro!” e si è diretto di corsa verso la porta, indossando una mimetica, ringhiando di rabbia e agitando un bastone.
O meglio, questo probabilmente è avvenuto nella sua immaginazione: nella realtà ci sono stati alcuni minuti in cui questo pover’uomo, farfugliando frasi sconnesse e borbottando, si è trascinato per i pochi metri che lo separavano dalla porta d’ingresso, spingendo un deambulatore con una zampa storta, alla quale qualcuno aveva cercato di porre rimedio con una sbarra di ferro e un po’ di nastro adesivo. La mimetica era una coperta di lana a quadroni.

Fuori, il mondo, Matteo, era cambiato davvero. E ti dirò, un po’ avevate ragione ad avere tanta paura, perché parlando in giro con le persone, con i figli di quegli immigrati che avete cercato in tutti i modi di respingere, ho sentito tanta rabbia e tanto risentimento. Forse, così a occhio, se foste stati meno cattivi, o semplicemente più lungimiranti, avreste dovuto provare a trattare queste persone con maggiore umanità, perché vedi, nel futuro, dal quale sono appena tornato, Borgosesia è veramente piena di questi negri e figli di negri e tanti, ma ti dico, proprio tanti di loro, sono incazzati neri.

La cosa che mi ha fatto un po’ paura e un po’ incazzare, Matteo, e che mi ha spinto a scriverti ora, raccontandoti in breve di questo mio piccolo viaggio nel tempo, è che ce l’avevano pure con me che sono distante milioni di anni luce dalle cose che dite tu e Buonanno. Con me. Però cazzo, dico, come facevo a dargli torto? Molti di loro avevano perduto amici o parenti, nel viaggio per arrivare qui. Morivano di fame o di guerra nei posti dai quali sono partiti, lo capisci, vero? Ecco, e quando sono arrivati qui hanno trovato odio e filo spinato. Gli è presa male. Io li capisco.

Però, sai Matteo, il loro venire era inevitabile, perché il mondo cambia, e cambiano i popoli. Hai presente gli egizi?

Se così non fosse, (questo non ti piacerà) adesso saresti un negro discendente dei primi negri, lo capisci? Invece a Borgosesia, nel futuro, c’erano tante persone di diversi colori, figli di uomini venuti dall’Africa e dal Medio Oriente e di donne italiane e viceversa. E, intendiamoci, c’erano un sacco di giovani italiani e giovani figli e nipoti di immigrati che erano amici e stavano benone insieme. L’unico problema è che proprio ce l’avevano a morte con questi vecchi che nel passato si erano mostrati tanto ostili e duri.

Ecco, tu eri lì Matteo. Chiuso in quel cazzo di appartamentino al buio dove mi sono trovato, col tuo collega incattivito, claudicante e debole. Una scena triste. Per fortuna, verso le 17, hanno suonato alla porta. Era una ragazza figlia di immigrati siriani. Lei, vedi Matteo, tutti i pomeriggi passa da casa tua per farti assistenza. Ha un bel sorriso anche se, secondo me, le state parecchio sui coglioni. Quando gliel’ho chiesto, però, quando le ho chiesto se davvero le stavate sui coglioni, lei ha detto: “ma no, son due vecchietti, mi fanno pena”. Ha sorriso e vi ha preparato un brodino.

Quando la rivedrai, Matteo, trattala bene. è una brava persona e si prende cura di te con tanta gentilezza. È lei che ha messo il nastro adesivo al deambulatore. Quando la vedrai (e la vedrai, te lo garantisco) portale i miei saluti.

—  Gipi, lettera dal futuro a Matteo Salvini (da Il post)
Non mi sono mai sentita dire ” per te ne vale la pena ” forse non ho nulla di così speciale, interessante. Beh, come non dargli torto, alla fine io non ho nulla di speciale, ne interessante. Infondo neanch’io penserei di valere qualcosa.
—  ArdianaMarku.