combinato

Non ho voglia di stare a casa questa sera, se passassi a prenderti?” le scrissi per messaggio.
“Finisco di farmi la doccia, mi vesto e son pronta” rispose dopo poco.
Era una giornata no, una di quelle che non sai perchè, ma sei così.
Io e lei siamo stati quei classici amici che si conoscono nel momento sbagliato della loro vita, ma che se fosse stato, sarebbero stati perfetti assieme.
Mentre la raggiungevo in macchina, i miei pensieri tornavano al passato e ci sorridevo sopra.
Ricordai il nostro primo bacio: eravamo sul terrazzo, lei fra le mie braccia e ricordo che eravamo rimasti svegli tutta la notte, fino all'alba.
Fu così che, sotto i primi raggi del giorno, ci guardammo ridendo e ci baciammo per la prima volta.
Dopo il mio primo amore, ci fu lei per me, e quel bacio mi riempì di una gioia fortissima.
Ero tornato ad essere felice dopo un solo bacio, uno dei suoi.
Arrivai davanti casa sua e le scrissi: “Sono qui fuori, ma fai con calma. Non avevo voglia di stare a casa e così son partito prima”.
“Tra poco arrivo, lavo i denti e sono lì” rispose lei.
Aspettai 5 minuti con la macchina rivolta verso casa sua e mi tornò in mente un altro nostro ricordo: la prima volta a casa sua.
Dopo quel bacio davanti all'alba, lei mi confessò che pensava ancora al suo ex e che non ci sarebbe stata possibilità per me di far parte della sua vita, in quel momento.
Smisi col tempo di pensarla e c'allontanammo, ma una parte di me non smise mai di volerla.
La prima volta a casa sua, fu una situazione esattamente opposta: lei voleva me nella sua vita, mentre io non sapevo nemmeno più cosa significasse vivere.
Ci baciammo anche quel giorno, se non di più e fingemmo che la situazione era del tutto normale. Le dissi che io non volevo niente, se non un rapporto di tipi fisico, in quel momento, e lei soffrì. C'allontanammo nuovamente dalle nostre vite e sparimmo per un lungo periodo.
“Apri la porta, coglione!” disse una voce, che mi distrasse da quel ricordo.
Era lei, era pronta. Era fuori e non m’ ero nemmeno accorto che fosse uscita.
“Entra stronza! Ti va se andiamo in quel parchetto con il dondolo per due?” le chiesi.
“Si!” disse.
Ridemmo per tutto il tragitto, come al nostro solito e continuavo a pensare: “Nonostante tutto, abbiamo ancora un bel rapporto” e credo che una parte di lei pensasse la stessa cosa.
Arrivammo al parchetto.
Cominciammo a parlare di noi; come due estranei che si conoscono per la prima volta, ma senza quel tenero imbarazzo.
Parlammo per circa due ore, senza renderci conto che stavamo benissimo e che il tempo stava volando.
Le stelle toccavano il cielo e noi, nel nostro piccolo, ci bastavamo.
Anche i silenzi non erano invadenti e fu proprio in quel momento che mi tornò in mente un ultimo ricordo.
Anche se il tempo passava e gli anni erano diventati minuti per noi, eravamo ancora belli assieme e mi resi conto che non fui mai stato quell'amico che lei si dovrebbe meritare.
Non ero mai riuscito a renderla felice, forse fisicamente, ma nulla di più.
Così cercai di rimediare e le chiesi di lei, di come stesse e cosa aveva combinato in questi ultimi anni senza di me nella sua vita.
“Io domani mi devo alzare presto e quindi dovrei andare” mi disse.
S'era fatto veramente tardi e l'orario, per me, era solo fatto di stelle e della sua voce.
“Però prima voglio chiederti un'ultima cosa..” le dissi.
“Dimmi tutto” rispose con quel tono di voce che, a prescindere dalla domanda, sa che si sarebbe potuta fidare di me.
“..Lui, è bravo con te?” le chiesi con un tono di voce normale e con la tristezza racchiusa.
“Lui? Mio moroso dici?” chiese.
“Si” risposi indifferente.
“Lui è un bravo ragazzo, non troppo geloso, ma sto molto bene con lui!” mi rispose.
“Brava! Ora andiamo, che è tardi!” conclusi io.
Capii che non c'era nulla da cui star male, non avrebbe avuto senso esserlo.
Se lei è felice allora anche io lo sono, perchè so che si merita di esserlo.
Lei ora è felice e so che con me, non lo sarebbe mai stata.
—  ricordounbacio

Sono una grande bugiarda, quando si tratta di dimostrare i propri sentimenti. Sempre pronta a fingere che non mi importi nulla, che si vive bene anche senza nessuno. Ma alla fine mi ritrovo alle due di notte, sul suo blog, per sapere come sta, cosa gli passa per la testa. Credete che sia facile? dimostrare tutto, intendo. Credete che non ci voglia molto per chiedere scusa? Cazzo no, è difficilissimo anche solo dire “scusa se ho combinato un casino” oppure “vorrei aggiustare tutto, lasciamo perdere?” 

Non è facile, non è facile mostrare le debolezze senza la paura che l’altra persona le usi a suo favore e farti del male. Quindi si, è più semplice starsene zitti, pensare così tanto e dire così poco.

Ai miei compagni di classe.

Giuro che vi saprò ricordare ad uno ad uno.

Saprò ricordare le polemiche e le urla, ed ogni tuo tatuaggio o le unghie strane.

Saprò ricordare ogni partita di pallone persa, il tuo spirito libero e quei capelli troppo ricci.

Saprò ricordare le tue contraddizioni e ogni guaio combinato e strillato ad alta voce.

Saprò ricordare le tue domande e le mille insinuazioni. La “solitudine” cantata in una stanza d'albergo e nelle ore assenti.

Saprò ricordare la tua sfacciataggine, l'arroganza che ti contraddistingue e il modo di conoscere ogni cosa, di raccontare ogni cosa.

Saprò ricordare la tua risata strana, i vestiti neri e gli sguardi e ogni battuta.

Saprò ricordare la musica che facevi, i sorrisi che accennavi, le chat che non lasciavi perdere, le cover di gomma, i salatini sempre in borsa e i biglietti del cinema in quella serata solitaria.

Saprò ricordare le volte in cui mi sei stato accanto, in cui mi hai capita, mi hai abbracciata, mi hai tenuta stretta, mi hai rassicurata, e la meraviglia di essere simili.

Saprò ricordare i tuoi occhi azzurri, la tua voglia di vivere e quella di incazzarti che passava sempre dopo qualche stronzata pensata ad alta voce.

Saprò ricordare il corso d'inglese, i tuoi scherzi, il tuo profilo instagram, le nostre foto insieme, il ciuffo sempre a posto e come mi abbracciasti forte e mi dicesti “ti voglio bene” pure se eri ubriaco perso.

Saprò ricordare come cantavi, i panini con mozzarella e prosciutto, la merendina al cocco e ogni volta che mi hai detto grazie, mi hai chiesto scusa e mi hai voluta con te.

Saprò ricordare il tuo criticismo, gli occhi grandi, i capelli corti e la tua aggressività nel difendere chi ami che si trasforma in timidezza e imbarazzo, la tua forza mai vera.

Saprò ricordare le tue esagerazioni, le tue imitazioni, il sorriso che mi hai sempre messo e tolto, le tue pretese, i tuoi movimenti, quel modo che hai avuto di prendermi in giro e ignorarmi che si è sciolto ogni volta in uno sguardo.

Saprò ricordare il pullman pieno e il posto vuoto, la voglia che ho di considerarti ancora la migliore nonostante tutto, le nostre risate che non sono mai finite, i video mai cancellati; perché a volte le persone si dividono ma non si dimenticano.

Saprò ricordare che sei stata con me nelle brevi camminate, nei piccoli abbracci, nei sorrisi, nelle versioni, con i tuoi ricci biondi e la tua capacità di manipolare ogni cosa a tuo favore- la tua paura degli spari e i tuoi sogni da bambina- ogni piccola cosa in felicità.

Saprò ricordare quella sera in macchina, le nostre confidenze, le facce buffe, i compiti di matematica, i capelli che ti ho invidiato, le inutili diete fatte, i tuoi occhi così verdi, la tua capacità di essere buona con tutti nonostante il mondo non lo sia con te.

Saprò ricordare il tuo modo di essere unico, di saper ridere di ogni cosa, di non guardare mai in faccia chi ti parla, di non fregartene di niente e di essere preoccupato solo per chi ti tiene ancorato al cuore.

Saprò ricordare il tuo vittimismo, la tua sensibilità, la tua pelle candida, i tuoi capelli biondi, ogni gesto fatto per gli altri, ogni cosa fatta per me e ogni frase lasciata a metà.

Saprò ricordare ogni volta che ho voluto qualcosa da te, ogni volta che hai preteso qualcosa da me; le giornate passate a dirci “mi annoio”, la mia schiena usata da copertura per il tuo cellulare, le confidenze, le domande, quel banco diviso, i compiti passati, le caramelle offerte, il conto alla rovescia per il tuo compleanno che sembrava non arrivasse mai, la stretta di mani per la paura di un'interrogazione, i suggerimenti a bassa voce; e ancora quella puntata di “uomini e donne”, il caffè a casa mia, tuo nipote che non sta zitto un attimo, l'odore di sigaretta nella tua macchina, i pianti insieme, come mi stringesti quando tornasti dalle vacanze e il soprannome con cui richiedi la mia attenzione ogni volta.

Saprò ricordare come mi avete fatta sentire. Non ho memorizzato ogni particolare, ma vi giuro che saprò tenervi con me sempre. Saprò tenere le litigate per l'ultimo banco, gli esulti per la sostituzione, le polemiche per i voti, i cori da stadio, le giornate al cinema e le bottiglie lanciate per aria. Che sono stati i 5 anni più belli della nostra vita e nessuno ha mai pensato avrebbero visto la loro fine. L'avevo dato per scontato, l'avevo scambiata per famiglia, e adesso che sta per finire tutto, mi accorgo delle cose che “avrei potuto”, di quello che “avrei dovuto” e tra tutti i rimorsi e i rimpianti l'unica cosa che so è che mi mancherete per sempre.

ciao,
volevo scriverti prima ma poi ho pensato a tante cose: essere di troppo, essere di peso, essere strana e soprattutto essere pazza. Credo che tu mi abbia resa pazza. Non so se sei mai “impazzito” di una persona, io si. Di te.
Ogni giorno,nonostante tutto, io credo che tu mi abbia migliorata come persona il che è folle perchè parliamoci chiaro, non sei un esempio.

Sono pazza del tuo modo di ridere, quando ridi. Sei cosi bello e cosi naturale che vorrei immortalarti. Sono pazza del tuo modo di guardarmi che ogni volta mi fa sentire speciale. Sono pazza dei tuoi occhi che non hanno nessun colore particolare ma sono espressivi come nulla prima d'ora. Nulla prima d'ora.
C'è stato un momento dove ho capito che tu saresti stato un posto importante nel mio cuore nel quale rifugiarsi, sai quale?
Eravamo sul tuo divano a baciarci, sdraiti e faccia a faccia, mi hai guardata e mi hai spostato i capelli dalla faccia mettendoli dietro l'orecchio. Io quello sguardo non riesco a levarmelo dalla testa. Mi hai guardata come se in quel momento non volevi farmi male, come se mi vedessi preziosa. Non credo di essermi sbagliata ma in tal caso lascia che questa mia convinzione cresca.
Che hai combinato con quello sguardo!? Io lo cerco ancora tra i nostri amici al bar.
Ti sei fatto man mano spazio nella mia vita per poi lasciarla come nulla fosse ed ora quello spazio è vuoto e una parte di me sa che, anche con poca convinzione, rimarrà sempre vuoto.
Privo di te. Ci stiamo privando di noi per dare opportunità a qualcuno che non ci merita tanto quanto ci meritiamo entrambi.
Mi manchi. Fottutamente.
Mi mancano le tue mani sul mio corpo e mi pizzicano gli occhi se penso che quell'unico pomeriggio poteva essere tutti i nostri giorni da un anno a questa parte.
Concediti.
Provaci e

baciami anche all'una di notte quando ne hai voglia.
Passa del tempo con me quando nella tua famiglia qualcosa va male.
Adorerei vederti piangere e sfogarti con me.
Impazzirei a vederti mangiare un panino con la maionese e magari sporcarti i vestiti a cui tanto tieni, vederti perdere la calma al solo pensiero che qualcosa di te sia fuori posto.
Ami l'ordine e sei cosi fottutamente disordinato dentro.
Adori la pulizia e ti circondi di persone che ti sporcano.

Se stai leggendo queste cose ti accorgerai che nessuna ti guarda come lo faccio io e li, si proprio in quel momento in cui te ne accorgerai, confido in te che lo farai, io sarò li. Con la faccia di cazzo a dirti “te lo avevo detto”.
Mi odi, magari ti sto sul cazzo, magari ora mi trovi “troppo…” e qualsiasi aggettivo tu voglia ma

non dimenticarmi ti prego,
mi manchi

 con amore.silvia.

—  astory
“Ehi mamma, volevo parlarti di una cosa..” Come mai prima era sicura di volergliene parlare, aveva bisogno di sua madre, del suo aiuto. Non ce la faceva più ad affrontare tutto da sola. “Certo tesoro, cos’è che vuoi dirmi?” “Bhe ecco.. È da un po di tempo che le cose son..” Georgia si zittì. “Amore vieni qua che non riesco a trovare la camicia, quella verde, che piace tanto al capo..devo assolutamente metterla!” Disse suo padre dall’altra stanza, interrompendo la conversazione. “Dio Carl, se sempre così disordinato.” Con voce alta rispose Joana per far sentire il marito aldilà del muro. “Piccola ne parliamo un’altra volta va bene? Ricordati cosa volevi dirmi.” “Certo mamma..” Sussurrò delusa Georgia. -ci riproverò domani- pensò la piccola nella sua testa. E il domani arrivò. Erano le cinque di mattina quando Georgia era ancora sveglia, non riusciva a dormire, così andò da sua madre. Entrò silenziosa in camera, e le scostò delicatamente i capelli dal viso, si chinò fino al punto giusto per sussurrarle all’orecchio: “mamma svegliati, ho bisogno di parlarti, ascoltami.” Invano credette che questa volta le avrebbe dato ascolto. “Ehi sei pazza? Fammi dormire Giò, devo lavorare io.” Ripose così fredda la madre mettendo fine alla conversazione. Tornò in camera sua, sentendo il freddo del pavimento sotto ai piedi scalzi, ad ogni passo. Cercava di convincersi che infondo era andata nel modo giusto, come doveva andare, così avrebbe evitato di dare troppe spiegazioni, troppe delusioni, e si sarebbe rimboccata le maniche par farcela -come sempre- da sola. 
Passò una settimana. Georgia tornò a casa ricoperta di lividi, la madre nemmeno se ne accorse, il padre distratto le chiese che aveva combinato alla faccia e lei se la cavò con un “sono cascata dal letto, nulla di che sta tranquillo.” E tutto tornò come prima. 
Passò un mese. Georgia aveva smesso di mangiare, i suoi non c’erano mai e non potevano accorgersene. Ma una sera cenarono tutti insieme, lei doveva mangiare, e così fece ma poi dovette correre subito in bagno perché non riusciva più a trattenere il cibo. Tornò giù e se la cavò con un “dio, mi ero dimenticata che la Coca-cola mi fa quest’effetto.” E tutto tornò come prima. 
Passarono cinque mesi. Georgia se ne stava sempre in camera sua. Era sempre sola e non parlava più con nessuno. Se la cavava inventando ai suoi che aveva la febbre. Come se la cavò quando diventò anoressica e diceva che era colpa delle medicine per l’asma ed invece erano per la sua depressione. Se la cavò quando iniziò a fumare, a tagliarsi, ad avere allucinazioni, a morire piano piano. E tutto tornò come prima. 
Passò un anno. Georgia venne trovata morta dissanguata nella sua vasca da bagno. I genitori non capivano ancora. Nessuno aveva capito mai. Se l’era sempre cavata, sempre da sola, sempre con una bugia; ma si sa, la verità viene sempre a galla.
E niente tornò più come prima

Senti, io non li voglio fare 20 anni. E non mi venire a dire che è il periodo più bello della vita. Perché adesso a me piace dire “Mamma, ho vent'anni, so badare a me stessa” ma solo perché non ne ho ancora venti… Perché altrimenti mi sentirei finita. Vent'anni. Bum. Responsabilità. Serietà. Ormai sei grande e bla bla bla. E poi gli altri a 20 anni si sposano o si fidanzano in famiglia, capisci? E io che cosa ho combinato? Niente. Adesso dovrei scegliere l'uomo con cui passare il resto della mia vita? Non sono pronta. Il tempo sta volando ed io non me ne sono resa nemmeno conto, mi scivola tra le dita. È il giorno del mio compleanno ed io sono triste. È il 13 Agosto, gli altri fanno i falò, vanno al mare, vanno nei locali, nei lidi notturni, ballano, cantano, bevono, si baciano, litigano, chiacchierano, si amano, ed io? Ed io e sono qui seduta a vedere passarmi davanti agli occhi il film della mia vita, non sono la regista non posso scegliere cosa fare, non posso cambiare le cose, sono una stupida comparsa se non addirittura semplicemente una spettatrice. No, non posso compiere vent'anni. Quindi io non li faccio 20 anni, per me il tempo non è passato.

13/08/17

—  sole-e-pioggia

Mia nonna diceva che se li ricordava ancora, quei due. Sempre nascosti, perché lui non doveva farsi scoprire. Non era un bel mestiere quello di ospitare un soldato inglese a quei tempi.
Soprattutto si ricordava di lei, sua sorella. Quella ragazza che di tutte loro era la più grande, la più responsabile, la più matura, quella che la sera, quando erano tutte insieme nella stessa stanza a ridere prima di addormentarsi, le sgridava “dormite, ragazze!” ma non le rimproverava mai davvero. Mia nonna sorride a quel ricordo: sorrideva anche sua sorella, quando fingeva di essere arrabbiata.
Diceva che era una ragazza selvaggia, con i suoi capelli neri e gli occhi chiari, con quei vestiti che si tirava sempre su quando doveva lavorare nei campi, perché qualcuno doveva pur lavorare, no? Si ricorda ancora del fazzoletto sbiadito che era stato di suo padre ma che poi lui non usava più perché non era più bello, e allora lo aveva tenuto lei per legarsi i capelli. Mia nonna diceva che era sempre sorridente e allegra, anche se doveva aiutare la mamma a badare a tutta la famiglia, anche se passava le giornate a occuparsi degli animali, anche se cuciva tutto il giorno per racimolare qualche soldo o qualcosa da mangiare.
Mia nonna sorride sempre quando ne parla: sua sorella era bellissima, ma aveva le mani piene di calli, erano mani vissute, perché “il massimo della cura, per lei, era asciugarle con uno strofinaccio dopo aver lavato i pavimenti”. Era una donna così, con quelle mani che forse non erano belle e non erano curate, ma sapevano accarezzare, sapevano essere forti quando c’era da lavorare e soprattutto sapevano prendersi cura delle persone che amavano. Era come una leonessa, di quelle che devono difendere i propri piccoli e per questo fanno paura. In realtà sono più spaventate loro di chiunque altro, e sono pronte a tutto pur di proteggere ciò che sta al sicuro nel loro cuore.
Mia nonna diceva che se li ricordava, quei due, perché una storia come quella non si dimentica.
Non si parlavano quasi mai. Cosa potevano dirsi? Lui mica lo capiva l’italiano (e in realtà neanche lei, lei era una ragazza di campagna, parlava solo il dialetto del posto), lui parlava inglese. Lei era una contadina, lui un soldato. Avevano ben poco in comune. Però in qualche modo si erano capiti, e allora lei aveva scoperto che lui sapeva leggere. E si era sentita così stupida. Lei non aveva neanche un libro, e quando vedeva delle lettere su carta faceva fatica a dare loro un suono. Era un bravo ragazzo, lui, era bello. Mia nonna sorride ancora quando ne parla: “aveva fatto innamorare tutte noi, ma solo lei aveva fatto innamorare lui”, poi però le viene un po’ di malinconia “era bello, sai, era bello davvero…
Non si erano mai baciati, però. Forse lui aveva qualcuno ad aspettarlo a casa, e lei era una ragazza di periferia, una ragazza molto forte e molto ingenua. Non poteva mica baciare un uomo (un soldato straniero per giunta!) se poi lui non la sposava. All’epoca non si usava. Un accenno di dolcezza e si andava all’altare, e mia nonna sorride quando ricorda quei tempi: “mica stavamo a raccontarci chiacchiere, noi…!
E allora quei due non si erano mai baciati, solo una volta lei gli aveva sfiorato la fronte con le sue labbra. Era tornata in camera tutta emozionata, con le guance rosse come una bambina che ha combinato un bel disastro. “Ti sei presa una cotta!” le dicevano le sue sorelle.
Non dite sciocchezze.
E poi voleva essere lei a portargli qualcosa da mangiare. Era un modo strano di amare: voleva solo prendersene cura.
Si erano promessi di rivedersi, un giorno. Lui aveva imparato solo qualcosina di italiano, ma aveva certamente imparato due cose: sapeva dirle “sei bella”, e sapeva dirle “ti sposo”. Solo che per la seconda mancava l’indicazione geografica, la data, tutto.
E poi se ne era andato. Perché in fondo la guerra era finita.
E mia nonna ancora oggi un po’ piange quando ricorda la conversazione tra sua sorella e il loro papà.
È un brav’uomo, ha un ottimo lavoro, ha una casa, si prenderà cura di te, non dovrai più cucire tutto il giorno, pensa lui a tutto
Non voglio sposarlo.
Era un medico. Era più anziano di lei. Era molto brutto. Mia nonna diventa sempre triste quando ci ripensa: “quella volta, l’unica volta della sua vita, davanti a tutti… quella volta lei ha pianto.
Si era messa in testa che l’avrebbe raggiunto in Inghilterra. Dove, scusami? In Inghilterra? E dov’è?
Lei rimaneva in silenzio. Poi alzava le spalle. E che ne sapeva. Sapeva solo che lì c’era lui, e questo le bastava.
Poi però la realtà bussava alla porta: era una ragazza senza soldi, sola, senza neanche un indirizzo a cui appellarsi, senza un cognome da cercare, senza niente, solo con un cuore di cui non sapeva bene cosa farsene.
Suo marito era un brav’uomo. Era brutto, d’accordo, e lei era tanto bella, e non erano una coppia ben assortita. Ma lui le voleva un gran bene. Non alzava mai la voce con lei, le chiedeva di aiutarlo con i pazienti, perché lei aveva questa cosa, mia nonna sorride quando ci pensa “lei aveva questa cosa che abbiamo tutte noi in famiglia… sapeva rassicurare le persone, sapeva tranquillizzarle.
Lui non le negava mai un sorriso quando lei metteva la cena a tavola, lui giocava con le loro bambine, insegnava al maschietto a diventare un uomo, le ripeteva sempre “grazie” per tutto ciò che faceva per loro. Lui aveva un difetto, le voleva insegnare a leggere.
Lei non voleva impararlo. Non arrivavano lettere dall’Inghilterra, no? E allora a cosa le sarebbe servito saper leggere?
Così, la sera, lui stava in salotto a leggere a voce alta i suoi libri. Lei, in cucina, piangeva in silenzio.
E cuciva, ovviamente. Perché non c’era bisogno che lo facesse, ma lei con le mani in mano non ci sapeva stare.
Tanto ormai le sue mani non sarebbero diventate belle…
Persino al funerale di suo marito non si smentì, e rimase quella che era sempre stata: una donna spiccia, che dalla vita aveva imparato cosa volesse dire sacrificarsi, e aveva fatto andare bene anche quello che la uccideva. E allora, davanti al marito che ormai non respirava, si era lasciata andare, e mia nonna ride quando me lo racconta: “Mi ha detto… Lina, anche da morto è tanto brutto…” e intanto gli stringeva la mano per l’ultima volta.
Forse il giorno dopo era una donna diversa. Forse si era resa conto di aver amato un po’ quell’uomo che le aveva fatto compagnia per tutta la vita, quell’uomo che era stato tanto buono da non pretendere nulla da lei, da non chiederle mai niente del suo passato, perché aveva capito che quello faceva troppo male per poterlo raccontare. Lo lasciava a lei, perché sapeva che le era caro.
Era un brav’uomo, sì. E lei non era stata la moglie migliore del mondo con lui: non gli aveva mai detto di amarlo, non desiderava far l’amore con lui, non voleva imparare a leggere, non gli confidava nulla di se stessa, pensava sempre ad altro (a un altro), pensava sempre a come sarebbe stato se. E quando prendeva i soldi per fare la spesa, sognava di usarli per scappare e andare in Inghilterra.
Immaginava forse il suo amore, cosa avrebbe detto di una donna del genere? Tutto quello che aveva fatto l’avrebbe resa una donna poco seria, poco buona, poco generosa?
Forse si era guardata allo specchio e aveva sorriso pensando a quel suo soldato.
Tutto quello che ho fatto mi ha reso una donna che ti ha sempre amato.
Mia nonna si commuove sempre un po’ quando mi racconta questa storia.
Lo ha davvero sempre amato.

KON-ICE: Santa Anestesia Nikolaevna Romanova Granduchessa

In principio fu whisky al metanolo distillato in recipienti di piombo o ‘na mazzata in testa, poi fu la volta del protossido di azoto, in seguito dell’etere e pure del cloroformio, fino ad arrivare agli odierni metodi sicuri con cui riescono a rivoltarti come un guanto senza che tu abbia minimamente a soffrire. Perlomeno finché l’anestesia dura.

Ogni tanto capita che qualcuno si chieda come mai non sia possibile eseguire un intervento di chirurgia profonda con un’anestetico locale o perché diamine gli americani escano dallo studio del dentista ridanciani e rincoglioniti come se avessero corso in una piantagione di marijuana in fiamme.

ANESTESIA. Che vuol dire tutto e nulla.

Intanto le basi, cioè l’anestesia locale. 

Quando l’intervento è di piccola chirurgia vengono eseguiti infiltrazioni superficiali di un anestetico depolarizzante (i neuroni non conducono più stimoli) come la lidocaina o la bupivacaina o la mepivacaina etc, spesso associati a un vasocostrittore (adrenalina) per potenziare gli effetti ed evitare sanguinamenti. Ovviamente l’effetto anestetico è meramente superficiale (suture, interventi odontoiatrici o dermatologici etc) ma non può essere usata in caso di chirurgia profonda, viscerale o per ridurre fratture, sia per l’inefficacia sia perché la lidocaina è un potente farmaco antiaritmico che se utilizzato in grandi dosi può dare problemi cardiaci.

Esiste, poi, l’anestesia regionale, una pratica che principalmente è conosciuta per questo

ma che comprende anche altre metodiche.

L’iniezione di un farmaco anestetico mediante catetere posizionato nello spazio peridurale è, appunto, chiamata anestesia epidurale, una metodica che permette l’abolizione o il controllo del dolore ma che per numerosi motivi è utilizzata principalmente per interventi del basso addome e degli arti inferiori (chirurgia ginecologica e ortopedica). Nell’anestesia regionale rientra anche quella tronculare che consiste nell’iniezione di un anestetico vicino a un plesso nervoso maggiore che irradia un segmento corporeo (braccio, gamba).

Passando all’anestesia sistemica (cioè quando il farmaco agisce su tutto l’organismo e c’è alterazione dello stato di vigilanza), per prima cosa segnalo una cosa divertentissima

cioè il Green Whistle (il ‘Fischietto Verde’), approvato inizialmente solo in Australia e che adesso sta prendendo piede anche nel resto del mondo, che consiste in un dispositivo che contiene una singola dose gassosa di metossiflurano, che in questo caso viene utilizzato come antidolorifico, ma che i più vecchi di voi ricorderanno essere stato utilizzato a lungo (insieme all’isoflurano e al desflurano) dagli anni ‘60 fino agli anni ‘80 come gas anestetico somministrato ai bambini per interventi minori. 

Con quello mi hanno tolto le tonsille e ora lo usano per gli animali (COINCIDENZE?)

Sempre rimanendo in ambito di sedazione (alterate ma non abolite la percezione del dolore e lo stato di coscienza), negli USA è molto utilizzato in ambito odontoiatrico il protossido di azoto, il famigerato gas esilarante, responsabile di un’alterazione dello stimolo doloroso e di un sacco di video divertenti su youtube:

(povera stellina)

E ora l’anestesia generale, quella seria, quella del DOTTORE LO STIAMO PERDENDO! PRESTO INFERMIERA, 10 CC DI NORAMIDOPIRINA METILISOCANFOPROPANACETILFENOFTALATO METANSOLFONATO SODICO DIPROPIONATO!

Senza farvi una lista barbosa di tutte le molecole, sappiate che non si tratta mai DI UN SOLO FARMACO ma di un cocktail il cui effetto combinato deve evitare alcune cose:

  1. Che voi sentiate dolore (grazie al cazzo)
  2. Che voi siate coscienti e facciate battute al chirurgo del tipo ‘Niente pinza nella panza!’.
  3. Che il furbo organismo si difenda con la contrazione della muscolatura.

Naturalmente, questa metodica richiede una visita di controllo che escluda patologie cardio-vascolari, lo studio del dosaggio perfetto del farmaco e un tipo di supporto vitale che includa il monitoraggio dell’attività cardiaca e l’uso di un respiratore meccanico, perché per ottenere il miorilassamento vengono usate molecole curariche (sì, quelli dei dardi avvelenati sparati con la cerbottana) che bloccano quasi totalmente i muscoli respiratori.

Siate sana maggioranza… ma nel caso non lo siate, andate sotto ai ferri sereni e fiduciosi nella scienza medica.

la verità è che la mia vita senza te fa schifo, che litigare con te mi fa stare tremendamente male e che svegliarmi e non trovarti accanto mi fa venire un mal di pancia così forte che mi spezza il respiro. La verità è che litigare con te è odioso, ci chiudiamo in dei silenzi che mi fanno tanto paura e mi sento una bambina che ha combinato un guaio e nessuno le vuole più bene, o almeno, per un po’ la amano di meno. La verità è che ho paura che da un momento all’altro tu possa smettere di amarmi, che i miei sorrisi e i miei occhi non ti facciano più sognare, che i miei capelli diventino insopportabili per te, che il mio corpo non ti procuri più piacere, che la mia luce un po’ si affievolisca e tu senta freddo. Ho paura, ho una così dannata paura di perderti, di stancarti, di sentirmi dire che è stato bello, ma che bello, ora, non lo è più.

Non si decide chi portare nel cuore, non si decide chi trattenere o meno. Le persone si intrufolano, si insediano, si appoggiano senza permesso, poi se ne vanno nello stesso modo. Alcuni senza comprendere “il disastro che hanno combinato”, altri consapevoli di quello che hanno tolto andandosene. Ma in nessuno caso possiamo decidere l’evento e vale comunque la pena di viverlo.

Silvana Stremiz

- Dobbiamo parlare.
Ho combinato un guaio.
“Mi sono innamorato di te! ”
Non guardarmi con quella faccia adesso.
E non farmi domande perfavore.
Non c'è un perché.
E’ così e basta.
Ci ho provato pure.
A tenermelo da parte.
A fare finta che mi vada bene
quello che è.
Viverti a metà.
Ma poi quando te ne vai
mi viene sempre una voglia matta
di sapere se ti è mai capitato,
come capita a me,
che mentre stai facendo qualcosa
vorresti che ci fossi anch'io.
Se per un secondo ti è mai passato
per la testa di annodare i tutti quei
momenti in cui sembrava fossimo di più,
e sentivi il bisogno di andare oltre
.. e vedere.
Se quella volta in cui mi scappò
di chiamarti “ amore ”,
tu avevi già capito che ero
così spontaneo che ci
credevo per davvero.
Se avevi capito anche,
quando al tuo compleanno
sono arrivato tardi apposta,
sperando mi stessi aspettando
come si aspetta qualcuno di importante.
Se quando poi sono arrivato,
dietro il tuo sorriso si nascondesse
solo un “ Finalmente..”
oppure un “ Pensavo non venissi più! ”
Ti dirò una cosa.
Non m'importa quello che succederà
ora che te ne sto parlando.
Tanto meno voglio che tu stia qui
a fare la parte di quella che ci casca.
Ma vorrei che tu fossi
come sempre.
E’ quello che
mi ha fatto innamorare.
Anzi togli il “ forse. ”
E so già come funziona!
Lo so perché, io per primo
ho paura di perderti.
Che possa crollare in un attimo
tutto quello che siamo diventati.
Ma è che a un certo punto
il mio cuore ha iniziato a fare i capricci.
Ed è diventato sempre più difficile
scollarsi di dosso quei tuoi
maledetti occhi che sanno troppo
di quello che vorrei.
Starsene in un angolo a guardare.
Ma non voglio neanche farti male.
Quando ami qualcuno lo vuoi
vedere felice.
E non t’ importa così tanto
il motivo per cui lo sia.
E’ questo quello che voglio
tu sappia.
Che tu puoi non amarmi.
Pensare di non saperlo fare.
Puoi pensare quello che vuoi.
Ti chiedo solo di essere
sempre come sei.
Di non cambiare mai.
Per nessuno.
Compreso me!
Adesso andiamo,
che si è fatto tardi.
Ne riparliamo poi.
Messaggio che non ebbi il coraggio di inviare a lui

Ti scrivo questo perché forse è l'ultima cosa che ti scriverò d'ora in poi, ti scrivo con le lacrime agli occhi, con le lacrime di chi pensava di essersi innamorata davvero. Si sono stata davvero stupida a pensare che l'amore esistesse o a pensare che non sarebbe stata la solita presa per il culo, ma no mi sbagliavo. Mi hai detto che hai finto finora e che vuoi tornare ad essere come prima, io non ho mai vietato di essere come sei, ho accettato di stare con te con tutte le cose che ne comportasse. Ho imparato a conoscerti, ho imparato a capirti, ad ascoltarti, ho imparato i tuoi difetti e li ho amati, ho imparato che non sei la persona che appari, ho imparato quanto sei forte, ho imparato che a volte sfogarsi fa bene, ma soprattutto ho imparato a fidarmi. Ora mi ritrovo che tutte le cose in cui credevo sono cadute a pezzi per un anno e due mesi non so con chi io sia stata, non so con chi ho fatto l'amore se si può chiamare così perché a questo punto penso che tu ti sia solo divertito, ora che ti sei stufato non ti servo più, non hai più bisogno di me. Ma questo dovevo aspettarmelo, era veramente troppo bello per non essere una presa per il culo. Hai la fila di ragazze per continui a prendermi in giro, perché? Nei dodici giorni in cui io non ci sono stata sei tornato ad essere tu, come se io ti limitasse di essere te stesso. Forse per te è così ma io pensavo fossi combinato non per me ma per te ma a quanto pare è stata più che è una costrizione. Ma la colpa non la do a te ma a me stessa, stupida io che mi sono fidata per la millesimo volta, stupida io a pensare di avere qualcosa in comune cose con te, perché io sono così come mi hai conosciuta, lunatica, stronza, a volte piccola, capricciosa, dolcissima, affettuosa, coccolosa, stranamente folle ecc, non c'è un modo per definirmi ma io sono Martina, tu non so chi sei, forse non ti ho mai conosciuto e mai ti conoscerò ma mi ha fatto piacere condividere determinati momenti con quella persona che credevo tu fossi ma va bene così. Me li porterò comunque dentro per sempre anche se speravo che quel per sempre che mi hai fatto tanto sognare durasse un po’ di più. Forse ho scritto troppo per dire due cazzate, forse ci rincontreremo magari un giorno e saremmo più grandi da ripensare ai bei momenti passati insieme e riderci sopra. Di noi mi rimarrà solo un bel ricordo e un mezzo cuore. Ciao amore un bacio.

laragazzaconlecuffienelcuore

E’ tardo pomeriggio, il sole si sta già confondendo con l’orizzonte, tu sei stanca per il turno al bar, tieni quasi a fatica il vassoio con un caffé-latte ordinato dal tavolo numero 7, ti piace il 7, pensi che ce la puoi fare, anche perché manca poco più di un’ora e allora lanci uno sguardo fuori dalla finestra gigante del piccolo bar in cui ti trovi; hai sempre amato guardare i tramonti, anche se soffocati dagli enormi palazzi della città.

Ti aspetti di vedere qualsiasi cosa, davvero, qualsiasi cosa. Non lui, non lei, non loro.

Lei scappa con il viso imbronciato - chissà cosa le hai fatto- chissà se ti ricordi cosa mi hai fatto - Lui la rincorre, come non ha mai rincorso te; eri sempre tu a farlo, lo sai come facevi, amavi per entrambi. 

Si fermano proprio davanti la vetrata, quasi come se il destino avesse deciso che dovevi essere spettatrice di quella scena. Perché oggi, perché proprio ora? Quando tutto stava per finire e tu potevi tornare a casa e buttarti nuovamente tutto alle spalle?

Parlano, lui le accarezza il braccio, lei è un po’ incerta però si vede che ti vuole - anche io ti volevo - Poi succede e tu non eri pronta; lo sapevi ma non volevi renderlo reale.

Lui la bacia, dolcemente, poi più intensamente e tu leggi chiaramente le parole “ Scusami.” disegnarsi sulle sue labbra. Sette lettere, pochi gesti e tutto si rompe.

Ti scivola il vassoio di plastica che avevi tra le mani, senti un rumore che ti fa tornare alla realtà: la tazzina da caffè si è frantumata e tu hai combinato un casino e non ti affretti a porvi rimedio. Lo fai spesso, aspetti sempre che le cose si sistemino da sole, sei sempre stata un po’ codarda.

Il capo che ti urla di sistemare altrimenti sei licenziata, tu distogli lo sguardo anche se non ci riesci perché lui ha sempre avuto il potere di tenerti incollata a sé, quasi come una calamita. Tuttavia ti abbassi, cerchi di unire i cocci col grembiule.

Alzi la testa per una frazione di secondo e loro - fortunatamente - sono spariti. Che sia stato solo un brutto sogno? Lui è davvero felice senza te? “Non ci pensare, lavora.” Dici fra te e te.

Intravedi qualche lacrima scivolare dal tuo viso, bagnare quei cocci. La tazzina si è frantumata e ha sparso sul pavimento tutto il caffè-latte perché era fatta di ceramica, il tuo cuore invece, fatto di sangue e tristezze si è frantumato in mille pezzi spargendo nel tuo corpo tutti i sentimenti che credevi di aver rimosso, o comunque nascosto. Guardi quei cocci quasi immobile e pensi: Questi posso sistemarli, prenderli e gettarli via.. Col mio cuore invece.. Chissà.

La tazzina di caffè, Valentina Ardimento.