comasina

1955, esempio di “palazzone” nel nuovo quartire della Comasina, a nordest di Milano che lo IACP definiva come "una  comunità autosufficiente, in cui gli uomini possono trovare, in una armoniosa sede urbanistica, con le migliori condizioni per l’abitazione, per l’assistenza spirituale e sociale, la possibilità di completare la propria personalità".

La realtà era diversa, ricca di contraddizioni e divisioni sociali: palazzi differenti furono utilizzati per alloggiare diversi tipi di abitanti (gli sfrattati, i senza tetto, gli ex-baraccati, gli impiegati, ecc.) e si crearono delle tensioni. Nonostante il giudizio positivo dei residenti sulle abitazioni, il quartiere fuori dalle mura domestiche negli anni 60 era già in declino. I bui sottopassaggi erano invasi dalle immondizie e si erano trasformati in luoghi di crimine prima ancora che il quartiere fosse ultimato. Il quartiere veniva descritto come una ‘zona morta, isolata, senza vita’, priva di centri di aggregazione. Non c’erano né cabine telefoniche né buche per le lettere in un quartiere di oltre 10.000 persone. Nessun ufficio postale. I collegamenti con il centro e con i quartieri limitrofi erano scarsi e lenti. Fare la spesa era difficile e molti residenti giudicavano troppo costosi e di scarsa qualità i generi disponibili.