coltis

Lettera ai giovani scritta da un operatore del 118 all’ indomani della notte di San Lorenzo:

Cari giovani, perlopiù minorenni, che spesso avete più cultura di quanta ne avessimo noi, certamente più avvezzi alla tecnologia, sembrate più svegli e conoscete già i trucchi della vita mentre noi, alla vostra età, credevamo ancora nelle favole e non avevamo idea di cosa fosse un smartphone; conoscete già a menadito i segreti del sesso e lo praticate senza darci più di tanta importanza, mentre noi, al massimo, ci emozionavamo del bacio con la lingua; fate tardi la notte perché noi genitori non abbiamo più il coraggio di non allinearci a chi non stabilisce l’orario improrogabile per tornare a casa, mentre per noi era un traguardo, raramente raggiungibile, accompagnare la fidanzata all'orario concesso occasionalmente a Cenerentola.
Nonostante tutto quel che avete e che sapete, bevete fino a ubriacarvi, fino a svenire e a vomitarvi addosso, sul vostro volto angelico, sulle unghie variopinte e sui capelli vigorosi e spesso lo fate solo perché siete in compagnia, perché quando i vostri genitori sgomenti giungono al pronto soccorso ci assicurano che a casa non bevete mai nemmeno il vino. Fumate, come ho fumato anch’io, ma quando ho cominciato io, per mia sfortuna, l’ignoranza era tale che si pensava non facesse poi così male, si fumava ovunque, non ci crederete, anche nel cinema e nei film, nel ristorante, nel treno, perfino in ospedale e, siccome non si sapeva che il fumo, anche quello passivo, provocasse il cancro, si fumava anche in presenza di bambini e donne incinte, e noi a sedici anni non potevamo che fumare per sentirci grandi e far colpo sulle ragazze, per essere uomini veri, per seguire l’esempio.
Ma noi eravamo stupidi, non lo sapevamo, voi invece lo sapete, per voi è diverso, ed è questo che non riesco a comprendere, mi fa impazzire di rabbia; siete colti, avete la tecnologia sempre a portata di mano, finalmente abbiamo capito che fumare e bere porta inesorabilmente alla morte e, peraltro, in modo atroce eppure vengo a prendervi ubriachi, incoscienti, pieni di vomito, vuoti di dignità e i vostri amici, che sono un po’ meno ubriachi di voi, intanto che vi soccorro, mi fumano intorno con l’aria da donne e uomini vissuti, come se nulla di grave fosse accaduto. Vi porterei con me, almeno una volta, quando inietto la morfina per lenire appena un po’ il dolore, perché per i malati di cancro ai polmoni dopo tante piacevoli sigarette o al fegato dopo quelle sbronze in riva al mare mentre cadono le stelle o nei locali dove scriteriati vi versano da bere sebbene siate minorenni, non vi è più nulla da fare.
Tra l’altro mentre l’ambulanza del 118 si sta prendendo cura di voi ubriachi perché lo avete voluto, qualcuno potrebbe avere un infarto e dover attendere un’ambulanza proveniente da un’altra città, ma questo è un altro problema. Cambiate, correggete i nostri errori, oltre i vostri, siate voi le stelle, ma senza cadere. Stanotte (ieri l'altro, ndr) quando, più che le stelle, ho visto voi cadere ubriachi, incoscienti e immersi nel vostro vomito, voi che siete le nostre stelle migliori, ho espresso comunque un desiderio. Esauditelo.

—  Anonimo

Cari giovani, perlopiù minorenni, che spesso avete più cultura di quanta ne avessimo noi, certamente più avvezzi alla tecnologia, sembrate più svegli e conoscete già i trucchi della vita mentre noi, alla vostra età, credevamo ancora nelle favole e non avevamo idea di cosa fosse un smartphone; conoscete già a menadito i segreti del sesso e lo praticate senza darci più di tanta importanza, mentre noi, al massimo, ci emozionavamo del bacio con la lingua; fate tardi la notte perché noi genitori non abbiamo più il coraggio di non allinearci a chi non stabilisce l’orario improrogabile per tornare a casa, mentre per noi era un traguardo, raramente raggiungibile, accompagnare la fidanzata all'orario concesso occasionalmente a Cenerentola.
Nonostante tutto quel che avete e che sapete, bevete fino a ubriacarvi, fino a svenire e a vomitarvi addosso, sul vostro volto angelico, sulle unghie variopinte e sui capelli vigorosi e spesso lo fate solo perché siete in compagnia, perché quando i vostri genitori sgomenti giungono al pronto soccorso ci assicurano che a casa non bevete mai nemmeno il vino. Fumate, come ho fumato anch’io, ma quando ho cominciato io, per mia sfortuna, l’ignoranza era tale che si pensava non facesse poi così male, si fumava ovunque, non ci crederete, anche nel cinema e nei film, nel ristorante, nel treno, perfino in ospedale e, siccome non si sapeva che il fumo, anche quello passivo, provocasse il cancro, si fumava anche in presenza di bambini e donne incinte, e noi a sedici anni non potevamo che fumare per sentirci grandi e far colpo sulle ragazze, per essere uomini veri, per seguire l’esempio.
Ma noi eravamo stupidi, non lo sapevamo, voi invece lo sapete, per voi è diverso, ed è questo che non riesco a comprendere, mi fa impazzire di rabbia; siete colti, avete la tecnologia sempre a portata di mano, finalmente abbiamo capito che fumare e bere porta inesorabilmente alla morte e, peraltro, in modo atroce eppure vengo a prendervi ubriachi, incoscienti, pieni di vomito, vuoti di dignità e i vostri amici, che sono un po’ meno ubriachi di voi, intanto che vi soccorro, mi fumano intorno con l’aria da donne e uomini vissuti, come se nulla di grave fosse accaduto. Vi porterei con me, almeno una volta, quando inietto la morfina per lenire appena un po’ il dolore, perché per i malati di cancro ai polmoni dopo tante piacevoli sigarette o al fegato dopo quelle sbronze in riva al mare mentre cadono le stelle o nei locali dove scriteriati vi versano da bere sebbene siate minorenni, non vi è più nulla da fare.
Tra l’altro mentre l’ambulanza del 118 si sta prendendo cura di voi ubriachi perché lo avete voluto, qualcuno potrebbe avere un infarto e dover attendere un’ambulanza proveniente da un’altra città, ma questo è un altro problema. Cambiate, correggete i nostri errori, oltre i vostri, siate voi le stelle, ma senza cadere. Stanotte (ieri l'altro, ndr) quando, più che le stelle, ho visto voi cadere ubriachi, incoscienti e immersi nel vostro vomito, voi che siete le nostre stelle migliori, ho espresso comunque un desiderio. Esauditelo.

 -Rino Negrogno

Per restare insieme si 
deve essere
semplicemente molto,
molto, molto innamorati.
Solo questo.
Non vicini,
non bellissimi, non giovani,
non adulti, non perfetti,
non colti, non uguali,
non divertenti,
non interessanti,
non migliori.
Solo innamorati.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)

Per leggere un libro ci vuole passione, leggere costa fatica, ci vogliono degli educatori che riescano a motivare e appassionare i ragazzi, gli adolescenti. Appassionare alla cultura, questa è la chiave di volta.
La cultura è il destino di un popolo: guardate lo sterminio degli ebrei e quello degli armeni, il primo è molto più noto perché gli ebrei sono molto più colti.
Educazione investe la sfera emotiva, le pulsioni le abbiamo per natura, poi le emozioni che sono a metà strada fra natura e cultura.
I giovani di adesso non hanno un livello emotivo maturo, non conoscono la differenza fra bene e male.
Ci sono molti soggetti psicopatici.
I sentimenti vanno educati e i sentimenti li abbiamo per cultura.
La letteratura ci insegna cosa sono i sentimenti.
Se io conosco un dolore perché ho letto tanto ne posso uscire e non è più un dolore atroce.
Non bisogna riempire le scuole di computer ma di maestri, di persone che sanno affascinare ed educare.
Dopo si tornerà a leggere.
Viviamo nella società della tecnica e interpretiamo ancora il mondo con il nostro punto di vista umanistico, dobbiamo cambiar modo di leggere il mondo.
Ogni volta che leggo un libro devo entrare in crisi, è questa la funzione dei libri, perché le mie idee hanno bisogno di essere continuamente modificate.
La cultura attutisce la cultura, se io leggo il dolore occupa un piccolo settore della mia psiche.

- Umberto Galimberti
filosofo

Per restare insieme si deve essere semplicemente molto molto molto innamorati. Solo questo.
Non vicini, non bellissimi, non giovani, non adulti, non perfetti, non colti, non uguali, non divertenti, non interessanti, non migliori: innamorati.

Per restare insieme si deve essere semplicemente molto,
molto, molto innamorati.
Solo questo.
Non vicini,
Non bellissimi, non giovani,
Non adulti, non perfetti,
Non colti, non uguali,
Non divertenti, non interessanti…
Non migliori:
Innamorati.
—  Susanna Casciani (via @ioragazzadagliocchitristi)

Sembriamo così colti io e te quando parliamo di musica, letteratura ed arte,
ma poi siamo solo dei patetici analfabeti emotivi che non trovano neanche le parole per dirsi cosa provano.

10 DIFETTI DI UN CLASSICISTA

1) Irreperibili: sono sempre a casa a studiare, escono pochissimo durante la settimana.

2) Testardi: se dovreste avere una discussione con loro state attenti, sarà difficile averla vinta, useranno la loro dialettica e tutte le loro conoscenze in ambito retorico per convincervi che hanno ragione loro.

3) Snob: si sentono i più fichi…oltre che i più colti.

4) Perfezionisti della lingua: inorridiscono e guardano con disprezzo chiunque faccia errori grammaticali (ad esempio i più attenti, leggendo il punto 2, avranno pensato: “che ignorante quello che ha scritto quest’articolo, non sa nemmeno usare il congiuntivo”).

5) Ripetitivi: parlano sempre di scuola, interrogazioni e professori.

6) Stressanti (i più secchioni): prima di un compito in classe angosciano con le loro ansie parenti, amici, conoscenti e chiunque gli capiti sotto tiro. Anche se hanno studiato tutto il programma e probabilmente prenderanno un voto dall’8 in su.

7) Stressanti (i meno secchioni): prima di un compito in classe angosciano con le loro ansie il proprio compagno di banco, quello che hanno scelto a inizio anno appositamente per copiare.

8) Incapaci con i calcoli: non ci possono fare nulla, la matematica è la loro bestia nera. I commercianti che li conoscono tentano sempre di fregarli con il resto.

9) Esigenti in amore (le ragazze): hanno troppi modelli di riferimento in storie d’amore perfette e in uomini perdutamente innamorati della propria donna. Tutta quella letteratura dà loro alla testa.

10) Ingombranti: Nel tragitto casa-scuola camminano sempre con quell’enorme dizionario in mano.

Era uno di quegli uomini che pretendono di rinchiudere l'universo in un armadio. Questo è il sogno di ogni collezionista. E siccome questo sogno è irrealizzabile, i veri collezionisti, come gli amanti, anche nella felicità vengono colti da tristezza infinita. Sanno che non potranno mai chiudere a chiave la terra intera, mettendola in una vetrina. Da qui viene la loro profonda malinconia.
—  La carezza del bibliofilo | Anatole France
Quando qualcuno è innamorato, o più precisamente quando lo è una donna e per di più è all’inizio e l’innamoramento possiede ancora l’attrattiva della rivelazione, in generale siamo capaci di interessarci a qualsiasi argomento che interessi o di cui ci parli colui che amiamo. Non soltanto di fingerlo per fargli piacere o per conquistarlo o per consolidare la nostra fragile posizione, certo, ma di prestare reale attenzione e lasciarci contagiare davvero da qualunque cosa lui provi e trasmetta, entusiasmo, avversione, simpatia, timore, preoccupazione o perfino ossessione. Per non parlare di seguirlo nelle sue riflessioni improvvisate, che sono quelle che più vincolano e trascinano perché assistiamo alla loro nascita e le spingiamo, e le vediamo distendersi e vacillare e incespicare. All’improvviso ci appassionano cose cui mai avevamo dedicato un solo pensiero, siamo colti da manie insospettate, ci fissiamo su dettagli che passavano inavvertiti e che la nostra percezione avrebbe continuato a omettere fino alla fine dei nostri giorni, centriamo le nostre energie su questioni che non ci riguardano altro che in maniera supplente o per incantesimo o per contaminazione, come se avessimo deciso di vivere su uno schermo o su una scena o all’interno di un romanzo, in un mondo estraneo e fittizio che ci assorbe e ci impegna più di quello nostro reale, che lasciamo temporaneamente in sospeso o in secondo piano, e per inciso riposiamo da quello (niente di tanto allettante come consegnarsi all’altro, anche se soltanto con l’immaginazione, e fare nostri i suoi problemi e immergersi nella sua esistenza, che per il solo fatto di non essere la nostra è più lieve). Forse può essere eccessivo esprimerlo in questo modo, ma noi ci poniamo inizialmente al servizio di chi ci è capitato di amare, o perlomeno a sua disposizione, e la maggior parte di noi lo fa senza malizia, cioè, ignorando che arriverà un giorno, se ci consolidiamo e ci sentiamo saldi, in cui lui ci guarderà deluso e perplesso nel verificare che in realtà ci lascia indifferenti quel che un tempo ci suscitava emozione, che ci annoia quel che ci racconta senza che lui abbia mutato argomenti e senza che questi abbiano perduto interesse. Sarà soltanto che abbiamo smesso di sforzarci nel nostro entusiasta amare inaugurale, non che fingessimo e fossimo false dal primo istante.
— 
Gli Innamoramenti (Javier Marías)
Li vediamo parlare, li sentiamo dormire

Ci facciamo strada lungo la breve fila di persone che alla cassa aspettano il loro turno. Ci sono ragazzi e ragazze che contano monete che tengono in mano, e poi le danno ai commessi e poi ci sono altri che ricominciano e finiscono, per centinaia di volte ogni giorno. Noi però non abbiamo fame (non ce l’avremo mai) e non dobbiamo comprare niente. Il fast food in cui ci troviamo è immerso nella periferia di una grande città ed è fatto di mattonelle rosse quadrate e quasi tutte uguali. Le scrutiamo con i nostri tantissimi occhi, e con i nostri tanti occhi cerchiamo di ricomporre i disegni che ci suggerisce quello scorcio di vita quotidiana, che ogni secondo si riflette e si moltiplica per centinaia di migliaia di volte lungo tutta la città e lungo tutto il mondo. Fuori da qui c’è una pioggia leggera. Al tavolo numero ventisette è seduto un ragazzo poco più che ventenne. È da solo e ha un cappello rosso, una felpa scura e un giubbotto di pelle. Ha ordinato dei pancake asciutti e una bottiglia d’acqua naturale. Ci avviciniamo e lo guardiamo meglio. Ci avviciniamo e vediamo che ha i capelli biondi e probabilmente ricci (sappiamo che li ha ricci ma non lo possiamo dire), e intuiamo che fuori da qui non ha niente da fare. Ci avviciniamo e proviamo a guardarlo negli occhi ma lui non ci può vedere perché noi non siamo di questa realtà, e di conseguenza sappiamo già tutto e non abbiamo bisogno di guardarlo negli occhi. Ha degli occhi scurissimi che tiene concentrati sul coltello, e lo muove e lo gira e lo tocca come se gli servisse a dare una cadenza ai pensieri, a farli danzare su un ritmo omogeneo e sempre uguale. Comincia a parlare ma noi non lo capiamo. Abbiamo tantissime orecchie e sentiamo bene, ma ha detto qualcosa che nella nostra lingua non restituisce alcun valore. Allora continuiamo ad ascoltarlo ma riceviamo soltanto suoni indecifrabili. Nel mondo però sta succedendo qualcosa, perché di fronte a lui ora è seduta una ragazza che non esiste, che fino a un secondo fa non eravamo in grado di vedere. Qualcuno, in una stanza nascosta nel cuore di questo mondo, ha appena premuto l’interruttore della ragazza al fast food (ma chi è stato? Forse il ragazzo?). Prima non c’era, adesso c’è. Come una lampadina che si accende e si spegne. Ci avviciniamo alla ragazza e vediamo che ha i capelli biondi e molto lunghi. I due si salutano.

Ci spostiamo di 236 km verso sud-est. Siamo al centro di un’altra città, al quinto piano di un palazzo fatto di cemento e grandi vetrate. Sono da poco passate le tre di notte: lui sta lavorando a qualcosa al computer, lei è a letto ancora sveglia, sdraiata sul fianco sinistro. Ci avviniamo al suo orecchio e proviamo a sussurrarle qualcosa, ma non ha modo di sentirci. E allora camminiamo per la stanza scura, saliamo sul televisore acceso e poi sull’armadio e la guardiamo da lì. Ha i capelli biondi e ricci. È sveglia ma sembra avere la mente vuota. Torniamo accanto al suo viso e le guardiamo gli occhi: sono verdi e bianchi e neri e non stanno guardando niente. Vorremmo attirare la sua attenzione ma non sappiamo come fare (e la nostra esistenza, che è parallela alla sua, non ce lo permette). Poggiamo i nostri tantissimi occhi sul suo fianco destro, poi le contiamo i capelli ma smettiamo subito. Nell’altra stanza continua il tac-tac-tac della tastiera, che sigilla il tempo in un’abitudine infinita e immobile. Lei lo sente ma non ci fa più caso; lo sente ma non ci fa più caso da tanto. Non sente più neanche il televisore, che grida qualcosa a bassa voce. Ci avviciniamo allo schermo e lo fissiamo per qualche secondo: immagini di corpi e testi ci scorrono davanti senza avere un senso chiaro. Ci muoviamo e andiamo nella stanza accanto. Lui sta lavorando a qualcosa al computer, ha gli occhiali spessi e gli mancano i capelli sulle tempie. Ha quarantanove anni. Con le nostre tantissime orecchie sentiamo il lontano gocciolio di un rubinetto, in un’altra stanza. Ha il ritmo regolare di una goccia ogni otto secondi. Plic, poi otto secondi, plic. E ancora, plic, 8, plic. È un suono così costante che sembra essere nato insieme ad ogni altra cosa, durante il primo giorno del mondo. È un suono così costante che sembra aver imparato in quindici miliardi di anni a modellare il tempo dandogli una scansione eterna. Gli otto secondi su cui poi si sarebbero basate le azioni di ogni essere umano. Ma è un suono che lo infastidisce; è eterno e lo infastidisce da sempre. Le sue dita picchiano sulla tastiera, e i nostri tantissimi occhi sono capaci di avvertire ogni otto secondi un leggero spasmo nei muscoli dei suoi avambracci. Ma sono cose che non si vedono e di cui lui non può rendersi conto. Torniamo in camera da letto e lei è ancora immobile sul fianco sinistro. Il televisore è ancora acceso. Una mano le scivola in mezzo alle gambe.

Corriamo con le nostre tantissime gambe e ci ritroviamo nel fast food di prima, a più di duecento km a nord-ovest, in un’altra città. Ci abbiamo messo otto secondi e quindi sono quasi le quattro del mattino. Il locale adesso è quasi vuoto. La ragazza bionda che non esiste e il ragazzo con i capelli ricci sono seduti allo stesso tavolo e stanno parlando. A questo punto ci rendiamo conto della necessità di capire quello che sta succedendo. C’è qualcosa in quella ragazza che va oltre il nostro grado di comprensione: se non esiste, perché è lì? E anche fosse accettabile che non esista e che sia lì, perché siamo in grado di vederla (noi vediamo solo quello che esiste)? Eppure noi siamo certi che quella ragazza non esiste e che è stata creata dal ragazzo con i capelli ricci. Ne siamo certi e non riusciamo a capire. Loro due continuano a parlare come se esistessero entrambi, ma non è così. Allora con le nostre tantissime menti ci chiediamo cosa significhi esistere dentro questa realtà, e cerchiamo di stabilire o di trovare i confini entro cui si può parlare di esistenza e di non-esistenza. In qualche modo, con un bottone nascosto in una stanza segreta al centro del mondo, il ragazzo con i capelli ricci ha connesso le sue fibre nervose al piano dell’esistenza e lo ha modificato. Quello che esiste solo per lui ora esiste anche per tutti gli altri; ciò che pensa e ha sempre pensato, in una dimensione personale ma condivisa, adesso esiste anche per tutti gli altri. Ma a lui non importa, e comunque non ha idea di tutto questo. I due hanno un rapporto stretto e ridono e parlano in una lingua che non riusciamo a capire. Lei si alza e lo bacia e decide di andarsene. Lui la accompagna con lo sguardo.

Siamo di nuovo nell’appartamento del quinto piano. Tac-tac-tac. Plic, 8, plic. Il televisore ancora acceso diffonde il suo sibilo verso ogni direzione. Lei è ancora a letto, sul fianco destro. Le dita di una mano che non è più la sua le accarezzano il clitoride senza nessuna pretesa. Noi che possiamo leggere ogni suo pensiero la vediamo tornare con la mente alle notti di due mesi prima, ma il contesto è diverso e non c’è più nessun appartamento al quinto piano. Socchiude gli occhi e apre di poco le labbra e ricompone ricordi, e la sua mente si libera dalla regola degli otto secondi e dal continuo tac-tac-tac della tastiera. È finalmente libera dalle costrizioni, e noi che abbiamo tantissimi occhi e tantissimi sensi siamo in grado di intuire il suo sorriso. Ci avviciniamo per leggerla meglio, e lei per qualche minuto dimentica la sua vita, la sua casa, il rubinetto e l’uomo di quarantanove anni che sta lavorando. A questo punto ci rendiamo conto della necessità di capire quello che sta succedendo. La guardiamo da vicino, poi ci spostiamo e usciamo dalla finestra e la guardiamo da lì per avere un nuovo punto di vista. Adesso siamo sospesi a ventidue metri dal suolo, e da lì la vediamo sul letto, quasi immobile, che ci dà le spalle. Giriamo intorno all’edificio e cambiamo lato: ora dalla finestra vediamo l’uomo di quarantanove anni che sta spegnendo il computer. Lo spegne e si alza toccandosi la nuca, poi sussurra qualcosa che non abbiamo modo di capire (ma che abbiamo sentito benissimo). La donna bionda è sul letto e sta bussando forte su una porta chiusa di cui non esiste la chiave. La vediamo piangere e colti dalla compassione vorremmo fare qualcosa, ma non possiamo perché non è questo il nostro compito (e perché la nostra esistenza in questa realtà non ce lo permette). La porta è scurissima e il contatto con le sue nocche produce un rumore sordo e metallico, che sparisce immediatamente e rimane eterno. La colpisce in modo così violento che cominciano a sanguinarle le mani e le si cominciano a rompere le ossa. La porta ora è quasi completamente macchiata di rosso. Il sangue si mescola alle lacrime e ai frammenti di ossa e cola su un pavimento che non esiste, e poi si perde nel vuoto senza che nessuno riesca a vederlo. Lui entra in camera e spegne il televisore.

Torniamo dal ragazzo con i capelli ricci e vediamo che durante il nostro breve trasferimento non si è mosso di un solo centimetro. È seduto al tavolo e non finirà mai i pancake: sono due, uno è a metà e l’altro non è mai stato toccato. Dalla bottiglia mancano tre centimetri d’acqua. Ci avviciniamo al suo viso e lo ricominciamo a studiare. Le nostre tantissime menti ora sono di nuovo allineate perfettamente al piano dell’esistenza: avvertiamo con certezza la presenza di tutto ciò che esiste, e non c’è più nient’altro che non riusciamo a spiegarci. Sappiamo però altrettanto bene che la ragazza che non esiste è riuscita a piegare questo piano della realtà: con il suo non-esistere, per qualche ragione e in qualche modo che non possiamo comprendere, ha scucito un tratto di esistenza e lo ha ricucito seguendo un altro verso. Questo ci è chiaro dal leggero inarcarsi delle labbra del ragazzo con i capelli ricci, e dalla sua totale dedizione nei confronti della ragazza bionda che non esiste. Noi conosciamo il tempo e sappiamo che lui tornerà qui ogni notte anche senza di lei. Ordinerà pancake e ne lascerà sempre più di metà e poi uscirà sorridendo. Significa che questa notte siamo stati testimoni della scintilla su cui si basa il mondo, l’origine di tutte le cose: abbiamo visto la non-esistenza diventare esistenza eterna e vivere per sempre nei movimenti del ragazzo con i capelli ricci, per una sua scelta che non riguarda più solo lui ma il mondo intero. È una cosa che non riusciamo a spiegarci e che forse non siamo fatti per comprendere.

L’ultima immagine rimane impressa per qualche secondo sullo schermo del televisore, ma non ci fa caso nessuno. Lui si spoglia e si sdraia a letto. Lei apre gli occhi e li richiude subito e riporta la mano (che adesso è di nuovo la sua) al petto. Noi ci nascondiamo dietro l’armadio e li osserviamo con attenzione con i nostri tantissimi occhi. Lui sa che lei non dorme e non le dice niente. Lei stacca le mani dalla porta e ritorna alla sua vita. Le dita non le fanno più male e le lenzuola rimangono bianchissime. Dice che va bene così. La tastiera non fa più il suo rumore, ma è come se la sua eco continuasse a vivere nell’aria. Continuerà a vivere ancora per un po’ di tempo.

Il ragazzo con i capelli ricci si alza ed esce dal fast food. Sono quasi le cinque del mattino e il sole sta per apparire da qualche angolo di cielo. Il risveglio della città ha la forma delle insegne al neon che cominciano ad accendersi. C’è un taxi in strada e lui gli fa un cenno con la mano. Entra in macchina e chiede di andare a casa. Il viaggio dura più di due ore e dal finestrino si vedono scorrere le strade che ancora dormono e si alternano e vanno in alto e in basso come sbadigli infiniti. Si vedono le grandi vetrate dei palazzi e se si guarda bene anche la gente al loro interno. Questa notte il ragazzo con i capelli ricci è la parte più intima dell’infinito ciclo del risveglio. Se ne accorge e sorride.

Sono quasi le cinque del mattino e il giorno sembra ancora lontanissimo. I due sono a letto e si danno le spalle. C’è ancora nell’aria il tac-tac-tac della tastiera, e adesso è chiaro che non morirà mai. Se ne accorgono e si addormentano.

Nodi da sciogliere

Si. Siamo vittime di convenzioni e minuetti del cuore; per colpa di falsi pudori, giudizi di altri che non avrebbero neppure diritto di sapere, di guardare dentro di noi, di sputare sentenze, non avendo saputo rubare un cuore essi stessi.

E poi la paura di non essere amati, di non essere abbastanza belli, abbastanza forti, abbastanza esperti, giovani, alti, bassi, colti, forti, magri etc…

Ma nelle questioni private tra le anime, nessuno raggiunge la sufficienza in tutti i campi: il bello dell'amore è che prende le pagelle e le strappa; adora soprattutto le imperfezioni e le debolezze. Nessuno ama mister o madame “perfezione”.

Non c'è nulla di più desiderabile, caro e prezioso delle coccole tra due persone in intimità, sospesa, latente tra due sguardi e mani intrecciate; piena di cose lasciate a metà. E di baci rubati all'impegno, al giusto e al dovere.

Wholels

Al cospetto della bellezza veniamo innanzitutto colti dall’impulso di afferrarla e possederla per darle maggiore spazio nella nostra vita.
È come se volessimo disperatamente dire: «Sono stato qui, ho visto tutto questo.

Alain De Botton, L’arte di viaggiare

“Questo è per te
è il mio intero cuore
è il libro che ti avrei letto
quando fossimo stati vecchi
Adesso sono un’ombra
Sono senza pace come un impero
Tu sei la donna
che mi ha reso libero
Ti ho vista guardare la luna
Non hai esitato
ad amarmi con essa
Ti ho vista onorare gli anemoni
colti tra le rocce
mi hai amato con essi
Sulla sabbia liscia
tra i ciottoli e la spiaggia
mi hai accolto nel cerchio
meglio ancora di come si accoglie un ospite”


Leonard Cohen