collo alto

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13 :3

biggest turn ons: cavolo eva mi metti in imbarazzo. stronza. comunque al di là di culo-tette-gambe che direi siano scontate per un uomo etero direi che i bacini sul collo stanno molto in alto nella top parade delle cose che mi turnano on, poi sicuramente una ragazza che sa fare i dolci perché io non li so fare e insomma mi piacciono i dolci fatti in casa e credo sia un modo per garantirsi un interesse amoroso e sessuale nei miei confronti, poi una certa dolcezza e timidezza nell’approcciarsi, la dimostrazione di un desiderio sincero anche in situazioni magari non consone. mi piace quando una ragazza si veste in un certo modo (non necessariamente sexy o whatever) per fare colpo su di me. mi fa sorridere e mi scalda dentro e mi fa sentire importante. poi l’inclinazione alla sottomissione ma facciamo che non l’ho detto e basta fine! grazie eva, ora mi sotterro

Canto selvaggio

Ho gridato di gioia, nel tramonto.

Cercavo i ciclamini fra i rovai:

ero salita ai piedi di una roccia

gonfia e rugosa, rotta di cespugli.

Sul prato crivellato di macigni,

sul capo biondo delle margherite,

sui miei capelli, sul mio collo nudo,

dal cielo alto si sfaldava il vento.

Ho gridato di gioia, nel discendere.

Ho adorato la forza irta e selvaggia

che fa le mie ginocchia avide al balzo;

la forza ignota e vergine, che tende

me come un arco nella corsa certa.

Tutta la via sapeva di ciclamini;

i prati illanguidivano nell’ombra,

frementi ancora di carezze d’oro.

Lontano, in un triangolo di verde,

il sole s’attardava. Avrei voluto

scattare, in uno slancio, a quella luce;

e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,

perché il morente dio s’abbeverasse

del mio sangue. Poi restare, a notte,

stesa nel prato, con le vene vuote:

le stelle – a lapidare imbestialite

la mia carne disseccata, morta.


Antonia Pozzi

Ho gridato di gioia, nel tramonto. Cercavo i ciclamini fra i rovai: ero salita ai piedi di una roccia  gonfia e rugosa, rotta di cespugli. Sul prato crivellato di macigni, sul capo biondo delle margherite, sui miei capelli, sul mio collo nudo, dal cielo alto si sfaldava il vento. Ho gridato di gioia, nel discendere. Ho adorato la forza irta e selvaggia che fa le mie ginocchia avide al balzo; la forza ignota e vergine, che tende me come un arco nella corsa certa. Tutta la via sapeva di ciclami; i prati illanguidivano nell'ombra, frementi ancora di carezze d'oro. Lontano, in un triangolo di verde, il sole s'attardava. Avrei voluto scattare, in uno slancio, a quella luce; e sdraiarmi nel sole, e denudarmi, perché il morente dio s'abbeverasse del mio sangue. Poi restare, a notte, stesa nel prato, con le vene vuote: le stelle - a lapidare imbestialite la mia carne disseccata, morta. -Antonia Pozzi, Canto selvaggio,
Pasturo, 17 luglio 1929-
Distinctive features of Neapolitan tailoring

In the previous article we have done a small comparison between tailoring schools, but what are the distictive features of a true Neapolitan bespoke blazer?

First of all, the Neapolitan tailoring school comes to light in a city that was the capital of male elegance and pioneer of a lifestyle that later will be copied in Paris and Rome. At those times, Naples was the city where the taste of English gentlemen was meeting the preserved artisanal skills of its inhabitants. This peculiar context brought to light a taste that will find its highest expression in the Neapolitan jacket, which for a long time was the one and only competitor of the British one. The former was light, with almost no canvas inside, soft and relaxed. The latter, coming from the military tradition, was rigid like an armour.

As for the jackets, Vincenzo Attolini is unanimously considered the father of the Neapolitan tailoring. Reportedly, he was the first one to make jackets as light as shirts, with no shoulder padding inside. Other famous and historic names are Blasi and Rubinacci who have been like schools for a lot of artisans who afterwards started their own business. Today some of them are still on the market, others decided to turn their atelier into a factory, losing the poetry coming from the true “bespoke”. The word “bespoke” comes from the British tradition and means “custom-made”. It indicates the activity of a tailor who makes a suit for a customer, entirely by hand, starting from the cut of the fabric. Watch out: the true bespoke implies that every customer has his own paper model, created by the tailor after taking the measurements for the first time.

Distinctive features of the Neapolitan tailoring tradition are the following: the single-breasted jacket features three-rolled-two buttons, high collarmappina sleeve (small folds on the seam between the shoulder and the sleeve), pignata patch pocket (a peculiar shape, similar to a pot), light canvas inside, half or no lining, front dart till the bottom, boat-shaped breast pocket, one sleeve button for the sportive blazer and two non-overlapping buttons for the suit. The same “mappina stitching” can be found in some cases also on the sleeves and cuffs of the shirts. The Neapolitan suit comes to light with the flaw, it is not perfect like the off-the-peg one, that must be worn by everyone. It follows the shape of the customer, enhancing his qualities and hiding any possible physical flaw. This is the so-called “charm of the imperfection”.

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Nel precedente articolo si è fatta una timida comparazione tra scuole sartoriali, ma quali sono i tratti caratteristici di una giacca napoletana fatta in sartoria? Innanzitutto, la scuola napoletana nasce in una città capitale dell’eleganza maschile e pioniera di uno stile di vita che verrà poi esportato a Parigi e Roma. Erano i tempi in cui il capoluogo partenopeo era teatro di incontro tra il gusto dei gentlemen inglesi in vacanza e la tramandata e radicata capacità artigianale dei suoi abitanti. È proprio in questo contesto che si forgia quello stile che troverà espressione nella giacca napoletana, per anni unica rivale di quella inglese. La prima svuotata, morbida e rilassata, in barba alla rigidità geometrica della cugina anglosassone, figlia del mondo militare.

Per quanto riguarda le giacche, Vincenzo Attolini è unanimemente considerato il padre della scuola napoletana. A quanto pare, infatti, sarebbe stato il primo a cucire giacche leggere come camicie e senza spalline. Altri nomi celebri e storici sono Blasi e Rubinacci, che hanno fatto da nave scuola per tanti artigiani che successivamente si sono messi in proprio. Alcuni di questi grandi nomi oggi sono ancora sul mercato, altri hanno optato per la trasformazione in azienda, perdendo la poesia del vero “bespoke”. Quanto a questo oscuro termine ereditato dalla “perfida Albione”, è bene specificare che traduce il nostro “fatto su ordinazione”, “su misura”. Indica l’attività di un sarto che realizza un abito per un cliente, interamente a mano, iniziando dal taglio del tessuto. Attenzione: il vero bespoke implica che ogni cliente abbia un suo cartamodello, creato dal sarto dopo aver preso le misure per la prima volta. 

Veniamo, infine, alle caratteristiche della tradizione sartoriale napoletana. La giacca monopetto è a “tre bottoni stirata a due” ed ha un collo alto. In genere, la manica è a mappina, caratterizzata da piccole pieghe all’altezza della cucitura con la spalla; la tasca applicata, invece, è a pignata, per la sua forma peculiare, simile a quella di una pentola. La tela all’interno è leggera, la fodera è a metà o è assente. La ripresa (pence) sul davanti si fa fino al fondo, il taschino in petto è a barchetta e i bottoni sulla manica sono uno, per il blazer sportivo e due distanziati, per l’abito. La stessa lavorazione a mappina si può riscontrare anche sulle maniche e sui polsini delle camicie sartoriali napoletane. In definitiva, l’abito sartoriale nasce col difetto, non essendo perfetto come l’abito di confezione, che deve andar bene a tutti. Segue le forme del cliente, esaltandone i pregi e nascondendo eventuali difetti fisici. E’ questo il cosiddetto “fascino dell’imperfezione”.


Bespoke Hugs,
Fabio