cicli

Bisogna, alle cose,
lasciare la propria quieta, indisturbata evoluzione
che viene dal loro interno
e che da niente può essere forzata o accelerata.
Tutto è: portare a compimento la gestazione – e poi dare alla luce …

Maturare come un albero
che non forza i suoi succhi
e tranquillo se ne sta nelle tempeste
di primavera, e non teme che non possa arrivare l’estate.

Eccome se arriva!
Ma arriva soltanto per chi è paziente
e vive come se davanti avesse l’eternità,
spensierato, tranquillo e aperto …

Bisogna avere pazienza
verso le irresolutezze del cuore
e cercare di amare le domande stesse
come stanze chiuse a chiave e come libri
che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo.

Si tratta di vivere ogni cosa.
Quando si vivono le domande,
forse, piano piano, si finisce,
senza accorgersene,
col vivere dentro alle risposte
celate in un giorno che non sappiamo.

—  Rainer Maria Rilke, 1903

Non aspettarti che ti restituiscano qualcosa, non aspettarti che riconoscano i tuoi sforzi, che scoprano il tuo genio, che capiscano il tuo amore. Bisogna chiudere i cicli. Non per orgoglio, per incapacità o per superbia: semplicemente perchè quella determinata cosa esula ormai dalla tua vita. Chiudi la porta, cambia musica, pulisci la casa, rimuovi la polvere. Smetti di essere chi eri e trasformati in chi sei.

Mio padre sta male. Maddai? Sì, lo so, lo dico spesso, quasi sempre. Ma oggi non voglio parlare propriamente di lui né di me. Voglio parlare della sua malattia. Mio padre sta male da tanto tempo: nel 2007 è stato operato di tumore alla prostata, nel 2010 di tumore al colon, nel 2013 sono uscite le metastasi e da quel giorno fa ininterrottamente cicli di chemioterapia (ha smesso solo nell’ultimo mese, ma poco cambia ai fini del discorso). Tutto ciò per dire che di medici ne abbiamo visti davvero tanti: oncologi, chirurghi, nefrologi, endocrinologi, gastroenterologi (non sono sicura si scriva così) perché poi la chemio è andata a danneggiare tanti parti del suo corpo che poco avevano a vedere con il tumore. 

Comunque dicevo. Di medici ne abbiamo visti tanti, di tecnici anche, di infermieri non ve lo sto manco a dire e abbiamo incontrato tanta gente stronza. Ma stronza davvero eh. Però è più facile ricordarsi del medico (dico medico ma intendo tutto il personale che ha a che fare con i malati) stronzo rispetto a quello che stronzo non è stato. Perché è più facile, perché ci ferisce (giustamente), perché ci chiediamo come faccia ad essere stronza una persona che deve avere a che fare con delle persone ‘deboli’ (tralasciando il fatto che il medico è umano e quindi può anche avere il giorno che gli rode il culo per i cazzi suoi anche se noi non glielo perdoniamo ovviamente). Spesso le parole e i gesti di queste persone ci hanno fatto stare male non solo emotivamente, ma ci hanno procurato (forse, non posso esserne certa) dei danni evitabili, però mi ricordo anche della cioccolata che le infermiere davano a papà durante la chemio, mi ricordo l’oncologa che ci ha telefonato di sabato sera perché avevamo bisogno del suo aiuto, mi ricordo la gentilezza della maggioranza (sì la MAGGIORANZA) delle persone con cui abbiamo avuto a che fare, le parole dell’infermiera che ci tranquillizzava, le mail a cui l’oncologo rispondeva anche la sera tardi anche se mio padre non era più suo paziente. Oh poi saremo stati fortunati (fortunati, LOL) però io ci penso spesso che vedere solo il marcio non rende giustizia a chi marcio non è e che poi tutto sommato è la stragrande maggioranza.

(sentivo di doverlo dire perché in questo periodo in cui si sentono tutti medici e i medici - quelli veri - vengono attaccati sempre e comunque, mi sembrava giusto dire che mio padre è ancora vivo grazie alla scienza, ai medici e alle medicine e questo è un fatto, le altre sono cazzate) 

La mia casa senza finestre al centro di Roma

I nostri incontri si ripetevano quasi sempre allo stesso modo. C’era questo bar, da qualche parte nei posti centrali di Roma, fatto di vetrate enormi, quelle vetrate che guardi fuori e vedi passare persone autobus e automobili, e il confine è così sottile che vi sembra tutti di essere nella stessa stanza. 
Ci vedevamo quasi ogni giorno verso le nove del mattino, e facevamo colazione insieme quasi sempre allo stesso tavolo. Lei cappuccino, io caffè normale. Raramente cappuccino anch’io. 

Ho ancora gli occhi chiusi. È quel momento leggero e delicatissimo che segue il sonno e precede la veglia. Non capisco cosa sia stato a svegliarmi, se il rumore lancinante di una sveglia sepolta chissà dove, i clacson delle prime ore del giorno, o solo il tempo che scorre e scandisce i cicli del mio corpo.
Come ogni mattina è un momento breve ma per certi versi infinito; come ogni mattina imparo di nuovo, da zero, a muovermi e a vivere.
Lezione 1: Muoversi e vivere.

Oggi piove e noi corriamo dentro. Ci sediamo e ordiniamo la nostra colazione, come al solito parlando di cose nuove, di sedili e passeggeri fastidiosi, accennando velocemente alle nostre famiglie, sfiorando delicatamente tutto quello che non sappiamo l’uno dell’altra. Arriva la colazione. Grazie, fa lei, e io solo un cenno del viso. 

Mi serve un quarto d’ora per riacquistare il controllo di tutti i movimenti del mio corpo. Apro gli occhi, muovo le gambe, respiro a fondo. Mi sembra di sentire l’aroma caldissimo di un caffè appena fatto, ma non può essere perché vivo da solo, non può essere perché casa mia non ha finestre. 
Sono le 18, è tardissimo e io devo andare a lavorare.
Lezione 2: Alzarsi dal letto.

Mi dice che è stata da poco a Firenze e tira fuori la macchina fotografica. Mi spiega che questa foto l’ha fatta lì, e che l’ha fatta perché questi alberi, in realtà, anche se sembra esattamente il contrario e sembrano vicinissimi, non si toccano per niente, non si sfiorano neanche. Mi vengono in mente tantissime cose ma ne dico soltanto una, forse tra tutte la meno importante: mi dai il permesso di usarla come sfondo per il cellulare?
Sorride.

La seconda lezione dev’essere andata male perché io non riesco ad alzarmi. Ci provo ma non ci riesco e non capisco il motivo. Poi identifico il problema: il tetto è troppo basso. Provo ad alzarmi ma non ci riesco perché la mia casa è alta poco più di un metro. Adesso devo solo concentrarmi e cercare un equilibrio per stare in piedi.
Lezione 3: Rimanere in piedi.

Lei ha finito di bere il suo cappuccino e si alza per andare in bagno. Un arrivo subito cerca di rassicurarmi, ma per qualche ragione io so che non è così. C’è una vibrazione, nell’aria o nella materia dello spazio vuoto dell’universo, che mi dice che non è così.
Lei va via e chissà quando la rivedo, io chiudo gli occhi e chissà quando li riapro. 

Ultima lezione: Uscire di casa.
Ho le ginocchia piegate e fatico a muovermi. In questo posto che non so dov'è ripenso all’ultima volta che ci siamo visti in quel bar, e non ricordo se è stato ieri, l’anno scorso o dieci milioni di anni fa. Ripenso alla tua foto scattata da qualche parte a Firenze. Succede che due alberi, due creature, due persone apparentemente lontanissime si intreccino in modo assolutamente perfetto se viste da una certa angolazione. Quando il sole si sdraia in un certo modo dietro l’orizzonte, quando le ombre delle case e delle persone si posano lievi sull'asfalto, quando il cielo si colora dei momenti prima della notte; basta essere lì con loro per essere partecipi di quell'incontro e fotografarlo. Un attimo che è sia singolo che infinito, un legame che rende me e te e questo preciso momento connessi per sempre.

lamagabaol  asked:

Mi parli del raffreddore comune? Che a quanto ho capito è la malattia più trasmessa nel tempo e nella storia, è un virus (?) bastardissimo e molto caro all'economia farmaceutica. Lo sconfiggeremo mai? La domanda ha senso?

Il raffreddore è un virus. Ne conosciamo di 4 tipi: A, B, C e D. A e B sono quelli più comuni, la D non si trasmette all’uomo e la C causa problemi alle vie respiratorie.

Il virus A viene a sua volta diviso in diversi sottogruppi in base alla presenza di 2 molecole, la emaglutinina (H) e la neuroamidase (N) o come cavolo si scrivono in italiano. Ce ne sono tipo una 15ina di forme di una e una decina dell’altra. Da qui i vari sotto gruppi di virus A. Quando allora leggi “l’influenza A H1N1, H3N3 ecc. dipende dal tipo di molecole H ed N che hanno.

Come tutti gli esseri viventi (anche se i virus non sono propriamente dei viventi ma questo argomento lo abbiamo già affrontato senza successo qualche ask ago), dicevo, come tutti gli esseri-non esseri viventi, i virus son soggetti ad evoluzione (che non è lamarckiana, non mi fate incazzare o vi vengo a tirare il collo fino a che non diventate delle giraffe!), ecco allora che ad ogni ciclo riproduttivo il virus subisce delle mutazioni genetiche.

I cambiamenti dovuti a mutazioni sono di 2 tipi. Il primo si chiama Antigenic Drift e riguarda piccole modifiche dovute appunto ai cicli di replicazione. Poca roba, di solito si creano nuovi virus molto simili ai precendeti. In soldoni, potrebbe ancora essere riconosciuto dal sistema immunitario. 

Col passare del tempo, però, le mutazioni si potrebbero accumulare e rendere il ceppo virale invisibile al tuo sistema immunitario. Un po’ come quando prendevi il tuo vespino 50 e gli cambiavi la marmitta per arrivare agli 80km/h, poi ti dicevi ma sì ora gli metto pure i rapporti a corto e facevi i 100, poi modificavi le chiappette, gli mettevi le alette sotto il poggia piedi e alla fine, con un po’ di vento a favore e un po’ di discesa, arrivavi grosso modo ai 180km/h, quindi diciamo un po’ più in là di un 50ino standard.

L’altro tipo è l’Antigenic Shift. In questo caso era un po’ come quando prendevi la 127 di nonna e per farla abarth andavi allo sfascio di Franco detto er babana sulla Palmiro e gli montavi il motore dell’Alfetta, le ruote di un Mercedes, i sedili di un catamarano e l’alettone dello space shuttle per evitare il traffico sull’Ostiense. Ecco, l’antigenic shift è quando 2 o più compenenti diversi di virus si accorpano tra di loro per generarne uno completamente nuovo.

Questo è il caso peggiore perché sia ha un nuovo ceppo perfettamente mimetizzato al sistema immunitario, tipo quello dell’H1N1 di qualche anno fa e che ha creato una pandemia coi controcazzi.

Ovviamente lo shift, a differenza del draft, avviene solo di quando in quando 

Il punto è che non importa quale tipo di modifica faccia il virus, i rimedi della nonna non serviranno comunque mai ad un cazzo!

PS: lo sconfiggeremo mai? No. Anzi, è già tanto che non ha ancora vinto lui.

Bene, suppongo che ora sai già tutto, sai delle mie paure e dei miei traumi, sai che sono abituata a fuggire tutto il tempo e che finire e concludere dei cicli costituisce per me ogni volta una sfida. Ora sai che mi perdo guardando le nuvole e che mi metto a parlare senza controllo se sento che mi stai guardando. Ora sai che quel fatto di essere pazza non è uno scherzo, così come sai cosa dire per farmi perdere il controllo. Suppongo che sai già che cammino piano e che rido così alto, così forte. Ora sai che sono vulnerabile e fragile. Che mi prendo delle confidenze e che alla più piccola provocazione rispondo con una carezza. Sono rimasta sorpresa che tu non ti mettessi a correre, che restassi, come fanno i coraggiosi, a sentirmi parlare e ad ascoltarmi con gli occhi, a osservarmi mentre io fingevo di non farlo e facevo finta di non accorgermi. Ora che lo sai e che non sei fuggito, ora che rimani e che vedi il mondo insieme a me, amico mio, mio complice, per favore… abbracciami e raccogli i miei pezzi piano piano. Ora che hai conosciuto questo mostro, abbracciami forte, abbracciami alto.
— 

Mercedes Reyes Arteaga

via 
Centro Cultural Tina Modotti

Eccomi qui, ho appena creato questo blog per poter parlare del mondo delle biotecnologie, dei cicli, dei sistemi, tessuti, tecniche di laboratorio e molto, molto altro.

La donna selvaggia non è un mito, la donna selvaggia esiste, l'ho vista camminare tra fiori guardando senza vedere nelle notti di luna piena, ballando al ritmo dei tamburi in mezzo al fiume. La donna selvaggia esiste, dorme all'interno di ogni donna e aspetta di essere risvegliata. La donna selvaggia emana una freschezza di libertà. E inoltre dona brividi: si ha la sensazione di aver visto un lupo in agguato. Diventi ansioso di guardare di nuovo. La sua bellezza è spaventosa, è una specie rara. Non si può domare, lei evita le regole. E quando pensi che l'hai catturata essa scivola via come acqua tra le dita. Quando pensi di conoscerla, ancora una volta ti sorprenderà… Ha l'animo libero e subisce solo quando vuole. Sceglie il suo compagno tra chi coltiva la libertà. E come li riconosce? Come tutti i lupi, dall'odore. I suoi movimenti possiedono la grazia, il suo sguardo emana una sensualità naturale - ma attenzione, non tentare di accarezzarla senza il suo consenso perché è burbera… non giudicare, è la sua natura. Soffia nella sua anima la sensazione rinfrescante del legame con la terra. È da qui deriva la sua bellezza e la forza. E la sua saggezza istintiva. Sì, è saggia perché è in armonia con i ritmi della natura. Lei conosce i cicli di crescita e riesce a “non sabotare la propria felicità”… lei non è interessata alle etichette. Sa che l'immensità del suo essere non è adatto ad alcuna definizione. Lei è il mistero. Per un semplice motivo: la donna selvaggia sa che la vita è incerta e vive seguendo i sacri rituali, conosce i ritmi… e si muove secondo i venti, ridendo sotto la pioggia e piangendo con i fiumi . Raccoglie ciottoli, parla con le piante e all'improvviso vuole stare sola, rispettala! Lei è appassionata, si sveglia nel sonno e non dorme per amore. Le ingiustizie del mondo la fanno soffrire, ma lei prende un respiro profondo e rinnova la sua fede nell'umanità. Combatte ogni giorno per i propri sogni, si addormenta nel mezzo di domande senza risposta e ascolta la risposta la mattina come un sussurro nel suo orecchio, ogni giorno celebra l'immenso mistero di essere viva, Lei è l'espressione più genuina dell'archetipo del femminile in questo mondo. Lei è lì… nelle strade… ogni giorno, se siete sensibili si potete riconoscerla… La donna selvaggia ancora sopravvive in tutte le donne, è quello che tutte devono essere ma spesso non ricordano , e la cosa peggiore è che la maggior parte ha paura e vuole rimanere in gabbia. Essa viene fraintesa, sì, ma è pronta a leccare le sue ferite e torna velocemente alla sua natura. Questo scritto è un omaggio alla “donna selvaggia”, che affascina gli uomini che non hanno paura di scoprirla e rispettarla. Sono un po’ nervosi, è vero, quando si trovano improvvisamente davanti a lei ma sono orgogliosi quando camminano al suo fianco.
Possiate avere una bella giornata, donne selvagge.
Con amore, una donna selvaggia.
—  Fonte spagnola Mujer Salvaje
Per questo è importante lasciare che certe cose se ne vadano. Si distacchino. Gli uomini hanno bisogno di comprendere che nessuno sta giocando con carte truccate: a volte, si vince; a volte, si perde.
Non aspettarti che riconoscano i tuoi sforzi, che scoprano il tuo genio, che capiscano il tuo amore.
Bisogna chiudere i cicli.(…)
Chiudi la porta, cambia musica, rimuovi la polvere.
Smetti di essere chi eri e trasformati in chi sei.
—  Paulo Coelho - Lo Zahir