chiedo scudo

Se mi rispondono: "lascia perdere, non hai un futuro"? Sento che non potrei proprio sopportare questo tipo di rifiuto.

Quando ero piccola volevo fare la ladra o la suora. Del primo mestiere mi piaceva il brivido del rischio, le tute nere, i passamontagna, l’idea di ristabilire una sorta di giustizia sociale con una redistribuzione delle ricchezze quantomeno arbitraria (a quei tempi però non la leggevo in questa chiave, pensavo piuttosto a quanto fosse figo portare a casa la pagnotta grazie a un misto di nascondino e arrampicata); per quanto riguarda il prendere i voti, mi attraeva la dimensione spirituale, la preghiera, la clausura, le comunità femminili attive e laboriose, la prospettiva di non dover avere mai un fidanzato (l’idea di avere un fidanzato, quando ero una mocciosa, mi atterriva, chissà perché – no, un momento, a dirla tutta continua ad atterrirmi). Nel momento esatto in cui ho scoperto che potevo plasmare il mondo intorno a me attraverso la scrittura, però, ho deciso che sarei diventata una reporter. Mi piaceva molto inventare storie, ma quello che preferivo era raccontare storie e suoni e immagini che sapevo già, tramandarli, dare vita alle parole e far sì che passassero di bocca in bocca, di persona in persona, che si ingigantissero e imparassero a camminare con le proprie gambe incontrando nuove persone e nuove storie in un circolo infinito. Mi piacevano le bugie creative, mi piaceva inventare scuse per marachelle che ancora non avevo commesso, mi sembrava fosse un modo come un altro di trasformare ciò che mi circondava in realtà. Mi piacevano le zie in visita, gli amici di mamma con i loro idiomi strani, i sapori di terre lontane e le musiche d’oltreoceano. Mi piacciono ancora, tutte queste cose.

Ho imparato a limare il mio stile un po’ troppo barocco, a far trasparire l’autore anche nei testi più aridi e tecnici, ho corretto la punteggiatura e ridotto all’osso l’uso di termini stranieri, ma sto ancora lavorando sulla sensazione di panico che mi prende quando penso che qualcuno legge ciò che scrivo. Gli piacerà? Mi giudicherà? Si rispecchierà? Si prenderà gioco di me? Lo farà ridere? Lo lascerà indifferente? Avere un diario virtuale pubblico mi aiuta, ma combatto almeno una volta al giorno con la tentazione di chiudere tutto e di tornare a scrivere sulla Moleskine bianca. Pubblicare, seppure su una piattaforma come questa, è un segno di vanità o un confronto con l’esterno? Pubblicare l’aria fritta, come faccio io, ha senso? Non sarebbe meglio parlare di politica, di sport, di storia, scrivere racconti erotici sui siti per casalinghe annoiate e amanti del body building? Ogni volta che mi ripropongo di scrivere un articolo e mandarlo in giro per vedere che ne esce fuori, una collaborazione non retribuita, uno stage, uno sputo nell’occhio, mi prende il terrore più nero. Fisso il foglio bianco, cambio canzone su Spotify, poi mi isolo da qualsiasi suono, mi guardo intorno, spulcio su internet e penso che non so nemmeno da dove cominciare a produrre qualcosa di vagamente interessante. Voglio raccontare di paesi remoti e di grandi sofferenze, io! Voglio imparare tutto quello che c’è da sapere sulla Cambogia e poi pubblicare su Internazionale! Anzi no, sul Washington Post! Anche su Le Monde! Quando la realtà è che sono troppo codarda e pigra per affrontare i miei limiti. E poi mi ritrovo all’una di notte, dopo una chiacchierata con Alice, a tremare nel letto, spaventata a morte dallo spettro della mediocrità che s’avvicina a lunghe falcate.
Di questo passo non sarò mai una reporter, ma dopotutto mi rimane ancora l’opzione di diventare una devota sposa di Cristo.

Cintura nera

Se scrivo raramente e brevemente negli ultimi tempi è perché ho lo schermo del cellulare irrimediabilmente rotto e sono andate fottute le lettere s, d, f, z, x, c con l'aggiunta della virgola, del punto esclamativo e del cancelletto. Potrei mandarlo a riparare, ovviamente, ma il negozio del tecnico è a ben dieci minuti di camminata dalla mia dimora e non so se sono in grado di fare un percorso così impervio per arrivare dal mio amico di virtual mind. Dio, se il pesaculismo fosse uno sport sarei una sorta di campionessa dello spazio siderale (esiste?).