checov

Se ripenso a te a volte sai mi viene male, Italia mia

Il problema è che abbiamo già vinto. No, non questo Mondiale, parlo della Germania, otto anni fa, abbiamo già vinto, colmato lacune generazionali e forse erano divorati dall'eccitazione, stasera, soltanto i bambini delle elementari. Non sono però sufficienti, otto anni, per scavare un solco nei ricordi, per riacquistare la verginità sportiva, per accumulare abbastanza rancore e frustrazioni (in questo il calcio è nettamente distinto dalla vita, per una volta) da ansimare per la prima partita dell'Italia ai Mondiali. L'ansia la vedo soltanto nei malati di calcio, gli altri, quelli che non hanno mai sentito nemmeno nominare Sirigu, non fremono per un Darmian sulla fascia e di Pirlo sanno solo che è bravo, che è come dire che il mare è grande, ma senza la grazia di Checov, e in questo caso è un luogo comune. Tutti gli altri sono svegli a mezzanotte per lo stesso perverso meccanismo psicologico che ci fa tirare tardi la sera di Capodanno: esserci, partecipare, farsi vedere. Poi però ci si addormenta sul divano, e a mangiarsi le unghie e a gonfiarsi di birra rimane solo chi non si è ancora messo in pace con il destino, e più della vittoria conta rodersi il fegato, cercare di capire, la curiosità e quell'infantile capacità di sfidare il televisore a stupirlo un'altra volta ancora, dopo mille partite. Ecco, in questo, il calcio e la vita tornano ad assomigliarsi pericolosamente: ci sono quelli che non si lasciano mai stare, e quelli cui è bastato vincere una volta per dimenticare i propri fegati, e appoggiarci la testa sopra e farsi una bella dormita. Il problema è che un mondiale l'abbiamo poi vinto, e i mondiali sono come l'amore di una vita, inseguito, agognato, bruciato. Poi rimane il resto, della vita: sorrisi di circostanze ai nomi buffi dei giocatori, sbirciatina alla scodella di pop corn senza essere visti da Prandelli, mal di testa che evitano rapporti sessuali con il clacson lungo i viali della città. Piove pure, stanotte.

A Manaus non piove ma i giocatori trasudano acqua e buone intenzioni. Si potrà discutere all'infinito su Prandelli, le sue scelte e i suoi atteggiamenti da predicatore, ma è innegabile la sua capacità di presentare sempre, nelle occasioni che contano, undici uomini sul campo meticolosi e concentrati. Le occhiaie di De Rossi sono un certificato di qualità sull'impegno che verrà profuso: rassicuranti come le bruciature di sigarette sulle vecchie pellicole dei film o una moka usurata da mille caffè preparati, garanzia che il prossimo sarà ancora migliore. Pirlo capitano canta l'inno senza l'enfasi di un padre della patria quale si pone Buffon, ma è Pirlo appunto, l'uomo che comanda il pallone senza bisogno di parlarci, perché è il pallone che si offre quasi spontaneamente ai suoi servizi: fammi tuo, e andrò dove tu vorrai. Come capiterà quasi al termine della sfida contro l'Inghilterra, quando la punizione di Pirlo si stampa sul palo, con il pallone stordito dal fascino silenzioso di chi l'ha appena calciato cambia idea all'ultimo secondo sulla direzione da prendere. Prima, ci sono stati onesti 90 minuti di calcio nella sua versione più prosaica, una partita da Verismo, un film da Neorealismo con quelle sceneggiature robuste e lineari, con la Nazionale che interpreta il ruolo in modo computo, risoluta nella sua quasi ostinata volontà di controllare il gioco, senza cedere a fiammate ed effetti speciali. Di bagliori ce ne saranno pochi, gli occhi sono più sedotti dai lampi di Sturridge e Sterling, da quella forza d'urto che l'Inghilterra sembra promettere ma non manterrà mai. Noi siamo bravi boy scout che hanno ripassato la lezione, e vedere l'applicazione di Chiellini che si sforza di parlarci con la palla, costretto sulla fascia dall'infortunio di De Sciglio, invece che prenderla a schiaffi come è sua abitudine, fa quasi tenerezza. C'è tutto un atteggiamento borghese, nella compostezza della Nazionale che segue lo spartito del suo mentore Prandelli: ritmi bassi, circolazione ai limiti del pedante della palla, dosaggio delle energie nella calura amazzonica. La vittoria diventa una conseguenza, più che una pagina strappata dal libro dei Mondiali è la conclusione di un algoritmo con poche variabili: il doppio regista (Pirlo-Verratti) è una necessità geometrica dettata dall'afosa lentezza, coprire con due persone un territorio abitualmente battuto da una soltanto, anche se quelli bravi vi sciorineranno i dati del possesso palla. La vittoria però nasce dalla dedizione dell'esordiente Darmian, anche dalla fragilità dell'improponibile Paletta, trasparente nel suo terrore di entrare in casa altrui e rompere qualche vaso di ceramica (come peraltro avverrà), perché è di questi sentimenti umani e plasmabili che è fatta la Nazionale di Prandelli: una continua ostentazione dei propri limiti, che sfocia nella retorica e nel buonismo, per alimentare una laboriosa ricerca di una trama che ingarbugli l'imprevedibile. Gli unici sprazzi non arrivano dai gol, infatti: Marchisio che si aggiusta la palla e ha tutto il tempo di tirare, e di guardare la porta per quel secondo che gli serve a trasmettergli fiducia, e piazzarla esattamente nello stesso punto in cui vent'anni fa la piazza Baggino, è la sublimazione di una teoria, di una lezione appresa, di qualcosa attingibile dal reale. E anche nel raddoppio decisivo di Balotelli, molto lo si deve al cross di Candreva, una promessa del calcio italiano che è diventata realtà gradualmente, che non sa saltare l'uomo ma fintare sull'interno sì, e sa essere efficace e disegnare una parabola netta frutto di estrema concentrazione, il vestito bello indossato alla domenica per la paura di sfigurare. Dove sta la magia che ci tiene svegli? In quel secondo dove il tempo inciampa e salta qualche tacchetta dell'orologio, in quella finta di Pirlo che ti fa saltare il respiro senza nemmeno che tu te ne accorga. Poi sarà Marchisio a segnare, ok, celebreremo una partita densa, ricca di trame invisibili in un centrocampo condensato ma consistenti, ma Inghilterra-Italia sarà ricordata per quella palla lasciata scorrere da Pirlo: come quando da piccolo, per la prima volta, tuo padre ti invita a tuffarti in acqua, a lasciarti andare, rassicurandoti della presa, e tu non vuoi lanciarti, perché hai paura, perché pensi che non finirai tra le sua braccia ma affogherai, non riuscirai a stare a galla, tradirà la tua fiducia, anche se è tuo padre. Ma è tuo padre, invece, e quella palla che Pirlo si fa passare tra le gambe senza nemmeno degnarla di uno sguardo, è l'istante in cui entri in acqua, il secondo che passa tra il tuffo e la presa salda di tuo padre. Poi la palla passa, arriva nei piedi di Marchisio, che segna. Poi tuo padre ti prende, rimani a galla, sorridi felice. E ti capiterà anche di imparare a nuotare, e andare avanti in questo Mondiale, e iniziare a fidarti anche dell'unica arma per vincere: fermare il tempo, per quel secondo decisivo. Ne serviranno altre, di magie irrazionali che fanno saltare lo spartito, aprire le finestre, far entrare il vento sulla scrivania e scombinare tutti i fogli, tutte le tattiche ipotizzate, che forse servono a vincere partite d'esordio, ma non a tenerci svegli di notte.